Una crisi ad alto rischio

Di seguito l’articolo di oggi di Marco Simoni, in prima pagina.

Il dispiegarsi della crisi finanziaria sta avvenendo in un momento politico molto delicato, con le elezioni presidenziali alle porte. Senza una leadership dagli obiettivi strategici definiti, la fiducia del mercato difficilmente potrà rialzarsi. Il comportamento delle autorità americane è stato altalenante, e non è sembrato esser mosso da una visione chiara del futuro. Una banca d’affari è stata salvata, la Lehman Brothers è fallita. I due colossi dei mutui sono stati semi-nazionalizzati e lo stato di New York ha concesso una linea di credito di 20 miliardi al gigante delle assicurazioni, AIG. Ancora non si conosce la sorte di questo vero e proprio pilastro del sistema finanziario americano, la cui supervisione non è materia federale ma statale (da cui l’intervento del governatore), non si può prevedere quale sarà l’intervento che le autorità pubbliche intraprenderanno oltre al tentativo in corso di coordinare le banche private per creare un “fondo cuscinetto” per garantirne la liquidità e, di conseguenza, tutelare tutto il sistema, connesso a doppio filo alla compagnia assicurativa.

L’incertezza del momento è dunque motivata dal fatto che, riguardando tutti gli operatori del settore, siamo davanti ad una crisi del modo in cui i risparmi individuali e, soprattutto, i rischi individuali vengono gestiti collettivamente da istituzioni creditizie. E’ una crisi del coordinamento sociale del rischio, del rapporto tra i prestiti a lungo termine degli individui (per l’acquisto di case o l’inizio di attività commerciali) e il sistema globale di movimento di capitali, basato sulla fiducia che gli analisti ripongono nelle istituzioni intermediarie.
Una crisi di sistema andrebbe affrontata non solo pensando all’oggi e agli eventi che interessano i singoli istituti coinvolti, ma soprattutto a quale tipo di sistema finanziario edificare dopo. Gli interventi pubblici al momento sono estemporanei e non sistematici, mossi in gran parte dalle onde dei mercati. Come tali sono pericolosi perché potrebbero incitare a comportamenti ancora peggiori: se penso che lo Stato mi salverà comunque, vengo incentivato a rischiare di più. La riflessione sul ruolo della politica nel governo dell’economia globalizzata è ad uno stadio ancora troppo embrionale per poter dare i suoi frutti in una condizione di emergenza come questa.

La campagna presidenziale è stata inevitabilmente investita dalla questione. Sia Obama che McCain sono intervenuti, entrambi – con diversa credibilità – per smarcarsi dal passato e promettere un diverso approccio alla regolamentazione dei mercati finanziari. Gli stessi interventi del Tesoro e della Fed (la banca centrale americana) di questi giorni sono monitorati dai due candidati: chi dovesse vincere si troverà non solo con l’economia in grande affanno, ma anche nella necessità di ristrutturare l’impalcatura del sistema finanziario. McCain ha una fama di “de-regolatore” e si è limitato ad un generico attacco alla “avidità” degli attori di Wall Street. Obama ha posto l’accento sulla necessità di regole più stringenti. In realtà entrambi i candidati sono legati profondamente al mondo finanziario di New York.

Da noi purtroppo questo dibattito non può nemmeno cominciare. L’emergenza, che sta contagiando anche i mercati europei (ieri le borse europee sono andate peggio di Wall Street), viene gestita dalla Banca Centrale Europea (BCE). La BCE deve prendere decisioni importanti, e lo fa senza alcun interlocutore politico paragonabile al ministro del Tesoro degli Stati Uniti. Ieri mattina, la BCE ha immesso 70 miliardi di liquidità straordinaria nel sistema bancario, per rassicurare i mercati e dare fiato al sistema del credito. Comunque, non sembra intenzionata ad abbassare il tasso di sconto, a differenza di quello che tutti pensano farà la Fed a breve. Evidentemente i timori di una spinta inflazionistica rimangono prevalenti, per il Consiglio direttivo della BCE, rispetto alla possibilità di dare ossigeno alle economie europee in affanno. La BCE non pubblica i verbali delle discussioni del suo Consiglio direttivo, si limita a scarne conferenze stampa sulle sue decisioni, quindi non conosciamo le diverse opinioni che, su temi così centrali, certamente esistono. Non solo dunque la BCE non ha un interlocutore politico chiaro con cui confrontare le sue scelte, ma non risponde nemmeno al pubblico Europeo delle decisioni che prende in completa indipendenza.

La liquidità fornita al sistema, il costo del denaro, i tempi con cui vengono prese queste decisioni, sono scelte che incidono sulle potenzialità di ripresa economica, sull’occupazione, sui prezzi. Davanti alla evidente necessità di metter mano ai meccanismi di funzionamento della finanza internazionale, sarebbe forse importante aprire una discussione sul controllo pubblico sulle decisioni di politica monetaria e del credito in Europa, per non continuare a rimanere semplici spettatori passivi di ciò che accade oltreoceano, e che tanto impatto ha sulla nostra vita quotidiana.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

40 Commenti

  1. Antonio

    dunque l’autore di questo post, nonche’ portavoce dei mille, ci sta dicendo che lui non condivide il patto di stabilita’ tra gli stati della UE, dato che vuole aprire un “canale di discussione”.

    Oppure, qui si propone di michiare affari e politica, con la costituzione di un “canale di comunicazione”, aperto non si sa a chi, ai fini di vigilare che alla BCE non facciano fesserie, guadagnandosi il consenso popolare al prezzo di rompere le palle agli esperti di cui dovremmo fidarci. bene.

  2. Francesco Carnesecchi francesco c.

    Una domanda: oltre al problema del rapporto tra politica ed istituzioni monetarie, non potrebbe essere che il modello che incoraggia i consumi, e quindi l’indebitamento, rispetto al risparmio è andato in crisi? E’ davvero che non può essere messo in discussione?

  3. raoul

    Caro Antonio, Marco ha scritto (del tutto legittimamente) questo articolo a titolo personale, non come portavoce de iMille. Io non concordo con il contenuto dell’articolo di Marco, in niente devo dire. Ma sul blog de iMille vengono pubblicati contributi personali, non possiamo fare un dibattito interno per ogni contributo. Marco ha diritto di esprimere le sue idee in totale liberta’. E poi si fa un dibattito simpatico e civile. Cari saluti.

  4. @ Antonio, non capisco cosa c’entri il patto di stabilità con quanto ho scritto, ne’ “mischiare affari e politica”.
    @ Francesco: non c’e’ dubbio che un modello fondato sull’indebitamento e’ andato in crisi
    @ Raoul: su cosa sei in disaccordo? Per quale motivo i verbali della BCE devono rimanere segreti? Non esiste nessuna pezza d’appoggio ne’ teorica ne’ politica che lo giustifichi.

  5. raoul

    Marco, la “transparenza” e l’ “indipendenza” della BCE (e delle banche centrali in genere) sono due concetti che vanno tenuti chiaramente distinti. L’indipendenza delle banche centrali e’ una conquista che ha garantito stabilita’ e crescita. La BCE NON deve essere tenuta a dialogare con il potere politico e l’esecutivo in particolare delle sue scelte di politica monetaria. Alcuni frasi come “aprire una discussione sul controllo pubblico sulle decisioni di politica monetaria e del credito in Europa” o “La BCE deve prendere decisioni importanti, e lo fa senza alcun interlocutore politico paragonabile al ministro del Tesoro degli Stati Uniti” nel tuo articolo mi preoccupano: l’idea di un controllo pubblico della BCE ci porterebbe indietro di decenni. Oltre al fatto che negli USA il board della Fed non consulta certo il ministro del tesoro per le sue scelte di politica monetaria. Le consultazioni di questi giorni tra Bernanke e Paulson sono di tutt’altra natura e riguardano salvataggi straordinari di istituzioni finanziarie e assicurative e l’utilizzo di poteri eccezionali della Fed che impegnano il denaro pubblico. Ma quando Bernanke si riunisce con il suo board per decidere misure di politica monetaria non e’ che consulta Paulson.
    Passando alla trasparenza, che e’ cosa ben diversa, c’e’ invece un crescente consenso nella letteratura economica sui benefici che una maggior transparenza nelle minutes delle banche centrali ha (anche se c’e’ un dibattito anche su questo ovviamente). I benefici sarebbero in termini di riduzione dell’asimmetria informativa tra pubblico-mercati e banca centrali e quindi di aiuto alla politica di fine-tuning della banca centrale. Non per consentire pero’ al tesoro e all’esecutivo di mettere bocca, comunque. Invito alla lettura di questo NBER working paper di Dincer e Eichengreen http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=978909

  6. Raoul, un paio di cose. Innanzitutto, il fatto che la Fed e il Tesoro si consultino in caso di emergenze non è un fatto marginale. Quando tutto va bene, tutto va bene e si possono lasciare lavorare i tecnici. Quando invece le cose si fanno più difficili, un coordinamento mi sembra il minimo.
    Inoltre, la BCE, a differenza di altre istituzioni tipo la BoE, ha un uso spropositato della propria indipendenza, non necessariamente per responsabilità proprie, ma anche per la debolezza politica della UE che lascia sostanzialmente la BCE senza alcun controllo nè formale nè sostanziale. Ora, una cosa è l’indipendenza operativa, una cosa ben diversa pensare che si possa considerare i banchieri centrali come al di sopra di tutto. Su questo dai un occhiata a quel che dice Willem Buiter http://blogs.ft.com/maverecon/2008/07/the-ecb-should-vote-on-interest-rates-and-then-publish-its-minutes/

  7. Antonio

    to’, il prode Marco Simoni risponde, qualche volta. Beh, come ha gia’ sottolineato Raoul trasparenza e indipendenza sono concetti separati. Fa abbastanza specie doverlo spiegare a un professore alla LSE.

    Aprire un “canale di comunicazione” come vorresti tu e’ una mossa politica degna della peggior sinistra. Si nominano commissioni su commissioni, o canali di comunicazione che dir si voglia, ai fini di vigilare l’operato di determinate istituzioni chiave. Pare di essere tornati ai tempi dei controllo statale del PCI. Folgorante innovazione, direi.

    Per fare che cosa, poi? controllare che alla BCE non si scapicollino in investimenti azzardati come gli americani che invece stanno virando sugli interventi di stato? E chi se ne intende di economia per giudicare assennatamente l’operato della BCE? gli esperti? Quelli sono gia’ al lavoro, nella BCE stessa mi pare.

  8. @antonio
    Senti, mettere un virgolettato SBAGLIATO di qualcosa che sta scritto qua sopra per polemizzare con una cosa che NON HO DETTO penso sia completamente fuori dalle regole di qualsiasi blog civile.

  9. Antonio

    pardon, era “canale di discussione”. Ora si’ che cambia tutto. Chiedo scusa se ho fatto arrabbiare l’autore del post al punto di non saper cosa ribattere alle mie affermazioni.

  10. Marco ha fatto bene a sollevare il dibattito: la gente sa poco di queste cose e piu’ se ne parla e meglio e’.
    Premesso questo, dal punto di vista argomentativo mi trovo piu’ in sintonia con Raoul e Antonio .

    Uno dei motivi per cui non vengono pubblicati i verbali delle discussioni alla BCE e’ per preservare l’immagine dell’Euro Area come spazio economico unitario.
    Il tasso d’interesse ottimale per la Spagna non e’, evidentemente, il tasso d’interesse ottimale per la Germania, e viceversa. Se ogni banchiere nazionale si mettesse a fare il paladino degli interessi del suo paese, verrebbe meno il senso di avere una moneta unica. Alle riunioni del board, i governatori delle banche centrali nazionali devono raggiungere un consenso “euro-centrico” senza preoccuparsi che, una volta tornati in patria, i politici nazionali li accusino di non aver fatto gli interessi di bottega. Da qui la segretezza dei verbali.
    (bisogna dire che nel link proposto da Marco, Buiter risponde a questa obiezione – secondo me pero’ lo fa in modo poco convincente)

    Un altro motivo per la forte indipendenza della BCE e’ la vocazione anti-inflazione: il suo mandato dichiara esplicitamente che l’obiettivo della politica monetaria e’ mantenere l’inflazione sotto, ma vicina, al 2%. Al contrario, la Fed deve perseguire sia la crescita economica che la lotta all’inflazione. La differenza e’ sostanziale.
    E’ noto a tutti che i politici, posti di fronte al dilemma “crescita vs bassa inflazione”, tendono a scegliere la crescita. I modelli economici ci dicono che i politici sbagliano perche’ in questo modo optano per benefici di breve corso e mettono a repentaglio la credibilita’ del sistema nel lungo periodo (vi ricorda qualcuno?).
    La BCE deve fare i conti con una forza lavoro, quella europea, molto piu’ sindacalizzata, in cui i contratti di categoria si estendono facilmente a milioni di lavoratori. In questa situazione, il rischio di innestare spirali inflazionistiche e’ molto maggiore. Una volta decollata l’inflazione, la credibilita’ della banca centrale e’ compromessa – e la BCE e’ un’istituzione troppo giovane per permettersi di rischiare su questo fronte.

    Last but not least, l’attuale crisi viene dagli Stati Uniti, non certo dall’Europa. Quindi mi sembra fuori posto approfittarne per attaccare il modello europeo della BCE, che – a quel che mi sembra dai dati inflazionistici e dalla salute delle istituzioni finanziarie – finora ha funzionato meglio degli altri.

  11. antonio g.

    Mi chiederei se i problemi finanziari di cui si parla e che originano dagli USA non siano anche frutto proprio del diverso ruolo che ha lì la FED.

    La quale attraverso i flussi monetari ha responsabilità sia del controllo dell’inflazione che dello sviluppo dell’ economia.

    Questa seconda parte dei compiti affidatigli evidentemente può creare grandi opportunità ma anche grandissimi rischi.Specialmente nel caso di rapporti troppo “intimi”con il potere politico continuamente alla ricerca del consenso.

    In Europa la BCE nasce con la sola responsabilità di tenere sotto controllo l’inflazione.Non ha,quindi,il compito di allargare le maglie dei flussi secondo le spinte del governo,o meglio di ventisette governi.

    A mio giudizio,nonostante talvolta sembri procurare qualche frustrazione,la BCE ,così come è ,rappresenta un elemento di stabilità in un Europa politicamente ancora frammentata e tirata da una parte e dell’altra dai politici.

    Un saluto

  12. @raoul: io non sono così sicuro che l’indipendenza delle banche centrali ci abbia assicurato stabilità e crescita. Mi sembra che forse in Europa ci ha assicurato stabilità (dei prezzi dei beni, non dei prezzi degli asset = inflazione finanziaria = bolla speculativa), ma non certo crescita. E quanto agli USA, l’indipendenza di Greespan e la sua politica accomodante, col senno di poi, certo, non è che si possa considerare proprio un capolavoro.

    Secondo punto, e più sostanziale: l’indipendenza è una soluzione pensata per evitare che governi che operano nel breve periodo del ciclo elettorale guidino la politica monetaria verso soluzioni irresponsabili altrettanto di breve periodo. Però non è che indipendenza debba significare irresponsabilità e non render conto. E mi sembra ci sia un grosso problema di democrazia. Perché i “tecnici” dovrebbero avere sempre titolo di fare quel che vogliono in decisioni che sono prima di tutto politiche e che hanno effetti sociali? Santa polenta, tu, Marco e pure io (anche se in tempi remoti) – e immagino anche Antonio che non conosco – abbiamo tutti studiato una materia che si chiama economia politica, non una scienza esatta ma una scienza sociale dove le ideologie prevalenti hanno un peso eccezionalmente importanti. Si vorrebbe che chi si professa di sinistra si ricordasse di questi fatti e, pur dando il giusto peso e il giusto valore alla “tecnica” della sua materia, ricordasse che dietro la tecnica ci sono spesso e volentieri vere montagne di giudizi di valore.

    Ecco, mi sembra che Marco molto opportunamente ci ricordi che l’indipendenza della BCE è un valore ma non un valore assoluto, e che se è vero che c’è una crisi di sistema, perché il modello di globalizzazione finanziaria in atto è oggi alla frutta, forse è la politica che deve indicare i lineamenti della soluzione, e non la semplice tecnica.

  13. Flash per Philippe et al.
    1) non si capisce per quale ragione la segretezza delle discussioni riduce la capacità dei governi nazionali di far pressione sui propri governatori e/o propri nazionali nel consiglio direttivo. casomai è esattamente il contrario.
    2) pur senza compromettere il livello dei prezzi, lo statuto della BCE prevede ESPLICITAMENTE un sostegno alla crescita e all’occupazione (http://www.ecb.int/ecb/orga/tasks/html/index.en.html) naturalmente i confini di tutto ciò diventano il cuore del problema politico/economico
    3) non ho attaccato il modello europeo, suggerito che questa congiuntura può esser utile per aprire una discussione, la cui conclusione auspicabile, secondo me, non è meno indipendenza della banca, ma più trasparenza e più politica economica europea accanto alla banca. (ora, è un flash, quindi non polemizzate con questo che senno’ devo scrivere altre due cartelle e per oggi ho esaurito il tempo :)
    4) Corrado mi sembra abbia colto lo spirito del mio pezzo.

    Bella discussione comunque.

  14. @Antonio e Philippe: ecco, l’argomento che la BCE funge da unificatore dell’Europa (e per questo deve essere un po’ opaca) ha effettivamente senso. Concordo. Mi sembra che il punto importante, come sempre, non è tanto la trasparenza assoluta delle decisioni BCE, ma che i 15 (non 27, l’euro mica ce l’hanno tutti…) abbiano una politica economica più coordinata, oltre che una politica monetaria unica. Ma questo, appunto, è un problema politico come un problema politico è come governare l’attuale crisi finanziaria globale…

    Quanto all’obiettivo unico dell’inflazione al 2% affidato per statuto alla BCE, potrei anche essere d’accordo (ma allora mi dovete spiegare le continue lamentazioni di tutti sulla bassa crescita di lungo periodo dell’Europa…). Però mi piacerebbe sapere (davvero!) cosa ne pensate voi valenti economisti praticanti dell’inflazione degli asset finanziari e della totale incapacità e mancanza di strumenti per governare quel tipo di “inflazione”.

    Che, ricordo, è il cuore concreto del problema attuale: tanto per scendere terra terra, abbiamo scritto pagine e pagine nel wikiprogramma de iMille per immaginare come dare casa ai giovani in epoca di prezzi altissimi delle case e lavori precari. Ma i prezzi altissimi delle case, ben al di là del loro valore, hanno modificato sia la composizione dei redditi, sia le possibili scelte di vita, sia dato illusioni di ricchezza a molti generando spesa a debito. Insomma, nessuno che si sia mai occupato seriamente di queste cose, e tutti a terrorizzarsi per ogni aumento del costo del lavoro appena superiore al 2%. E intanto la distribuzione del reddito peggiorava….

  15. @Corrado:
    la questione dell’inflazione degli asset e’ complicatissima. Se io ti dicessi: “ok, cerchiamo di frenare il prezzo delle case”, dovrei alzare ulteriormente il tasso di interesse (rendendo i mutui meno convenienti). Ma poi tu verresti da me arrabbiato a dirmi “ma se mi alzi il tasso mi riduci la crescita economica!”
    Per farla breve: non so rispondere alla tua domanda, c’e’ molta incertezza su questi meccanismi (come faccio sapere se e’ in corso una bolla, oppure i prezzi sono alti perche’ l’economia va meglio?)
    Proprio per questo le regole semplici come “tieni l’inflazione sotto al 2%” sono attraenti. Sono come dei punti di riferimento.

  16. raoul

    Corrado, detto tutto con simpatia, non saprei neanche da dove iniziare a risponderti. Introduci le ideologie nella gestione della politica monetaria…E sfoci in concetti come la crisi della globalizzazione (di tremontiana memoria)…Parli di mettere sotto tutela dei politici i tecnici cattivoni delle banche centrali… Boh, non so neanche da dove iniziare. Marco dice che hai colto il senso del suo articolo, se cosi’ e’ il mio consenso con l’articolo di Marco passa da 0 a -1 …

  17. Bella discussione.

    Credo che avere una banca centrale indipendente, con una regola semplice come “tenere l’inflazione poco sotto il 2%”, sia una cosa buona. Toglie alla politica la tentazione di risolvere tanti problemi proprio attraverso un’alta inflazione, una soluzione molto comune ma che alla lunga crea più problemi di quelli che risolve.

    Questo però vuol dire che la politica deve risolvere quei problemi in altri modi. E in questo sono d’accordo con Marco – ma non mi pare che altri fossero in disaccordo – che servirebbe una controparte politica, una politica economia europea. Che non dovrebbe controllare la BCE, ma utilizzare tutte le leve disponibili alla politica una volta che si sia tolta quella monetaria. O almeno coordinare il loro uso da parte dei singoli stati, tanto per cominciare…

    I problemi che segnala Corrado andrebbero affrontati con una politica fiscale e degli investimenti, e con un certo grado di regolamentazione; anche volendo non credo che si possa risolvere con gli strumenti monetari (come già è stato detto). Per farlo però bisogna risolvere il problema della concorrenza fiscale e (de)regolamentare tra gli stati sugli investimenti finanziari: proprio per questo una politica su scala europea potrebbe fare qualcosa che è impossibile a scala nazionale.

    Se gli investitori fossero puri esseri razionali, e se l’economia fosse una scienza esatta, forse la totale libertà di movimento dei capitali auspicata dal liberismo funzionerebbe bene come sostenuto da quell’ideologia. Ma mi sembra abbastanza evidente che non è così…

  18. raoul

    Lascio iMille

  19. @Raoul. Non arrabbiarti e prova a non fraintendermi, e a non fraintendere Daniele. Non introduco le ideologie nella politica monetaria, semplicemente constato che le ideologie esistono, anche nella politica monetaria. Non mi sembra che la differenza fra le politiche monetarie proposte dalla scuola di Chicago e quelle neokeynesiane (lo so, mi riferisco a roba vecchia,devi aver pazienza per l’età veneranda…) sia solo una questione di modelli economici astratti, ma anche si assunzioni valoriali, di visioni del mondo, appunto di ideologia. O davvero credi che l’economia sia una scienza esatta?

    Quanto alla crisi della globalizzazione finanziaria, non è che l’ha inventata Tremonti. E’ sotto gli occhi di tutti, ne parlano in modo vario da anni gente come Stiglitz, e Tremonti fa solo il furbetto aggiungendosi e dandone una interpretazione per i suoi comodi. Noi – noi Mille,io compreso – siamo profondamente convinti che la globalizzazione sia utile, opportuna ed anche inevitabile, non fosse che per l’effetto di apertura culturale e mentale che genera.Il buon Tremonti la usa come clava per incutere paura e ricostruire piccole patrie chiuse e perdenti. Però mica perquetso ci dobbiamo bere qualunque apologia di un libero mercato dei capitali che è tutto tranne che libero e,sopratutto, ben funzionante.

    Poi,anch’io continuo ad essere convinto che nelle condizioni date l’indipendenza della BCE sia un valore (ma non assoluto, appunto),e che come dice Daniele,ci sia bisogno di politica economica europea.

    E comunque ricorda che abbiamo due belle crisi gemelle,quella finanziaria e quella energetico/climatica. La quale probabilmente sfida molto di più dell’altra la tenuta dei nostri modelli economici consolidati.

    Chiudo,a rischio di convincerti che non sono che un maledetto no global, consigliandoti una visitina qui:http;//crisis.blogosfere.it. Condivido meno della metà delle cose scritte su quel blog, però credo sia una lettura moltostimolante per avere un “diverso parere”.

  20. Non si puo’ fare una politica monetaria a livello Europeo ed una politica fiscale a livello nazionale. E’ un concetto che non ha alcun senso, nonostante dietro al progetto dell’euro ci siano buone intenzioni.

    Per questo motivo o fallira’ il progetto dell’Euro (nel senso che gli stati piu’ deboli dell’Euro come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo usciranno dall’euro) o l’Italia andra’ avanti ad essere il fanalino di coda dell’Europa, con citta’ spopolate, corruzione, poverta’ e mancanza di posti di lavoro. L’Italia e’ cambiata in peggio da quando c’e’ l’Euro (e sia ben chiaro che non e’ solo colpa dell’euro, per carita’).

    Se l’Italia restera’ agganciata all’euro nei prossimi decenni diventara’ arretrata rispetto all’Europa come oggi il Meridione d’Italia e’ arretrato rispetto alla nazione Italiana. Anzi, ancora di piu’.

  21. Dai, Raoul, non esageriamo. Spero che non sia per la mia definizione del liberismo come ideologia. Io mi riferivo a quelli che dicono che il mercato risolve da solo tutti i problemi, che basta deregolamentare e detassare e tutto va a posto. Secondo te quello non è un atteggiamento ideologico? Già ti avevo proposto di affrontare il tema dei diversi significati che si da al termine “liberismo”, forse è il momento giusto per farlo…

    Attento che poi io, Marco e Corrado non diciamo esattamente le stesse cose.

    @Aldo: l’Italia è cambiata in peggio da quando c’è l’euro, ma sarebbe cambiata in molto peggio se l’euro non ci fosse stato. Avremmo avuto tassi d’interesse molto più alti, con un costo del debito insostenibile, saremmo stati soggetti ad attacchi speculativi ad ogni occasione e con grandissima probabilità saremmo precipitati in una crisi di tipo argentino. Negli anni 80 ci eravamo illusi di poter accumulare debiti senza pagare il conto, ed ora ne paghiamo le conseguenze…

  22. @ daniele

    essere esposti alle intemperie dei mercati internazionali anziche’ ai comodi dettami del trattato di Maastricht avrebbe potuto mantenere molti piu’ posti di lavoro e spronare i governi ad agire piu’ velocemente sugli squilibri del debito pubblio.

    L’euro invece ha nascosto i problemi sotto il tappeto. Cosi’ i governanti non hanno fatto niente. L’Argentina e’ fallita e si e’ ripresa.

  23. daniele mazzini

    @aldo: ma ti rendi conto di quali costi sociali abbia avuto la crisi in Argentina? “The economy bottomed [2002] out that year, with real GDP 18% smaller than in 1998 and almost 60% of Argentines under the poverty line.” Non scherziamo, se quella ti sembra una soluzione migliore dell’euro…

  24. antonio g.

    Francamente le tesi sostenute da Marco nel suo articolo,opinioni e niente di più,non dovrebbero portarci così lontano nella discussione.Nè avrebbero dovuto suscitare l’uscita secca di Raoul.

    Sarebbe bastato accettare che da una parte c’è la FED con i suoi obiettivi e dall’altra la BCE con i suoi.E soprattutto che non si deve confondere il ruolo degli organi che governano la moneta con quelli politici.

    Tanto vero questo proprio nel momento in cui stanno venendo drammaticamente al pettine i nodi della confusione di ruoli creatasi in USA negli ultimi dieci anni almeno, sotto il regno di Greenspan.

    Il denaro regalato è servito a negare i problemi di crescita laggiù e ad esportare debito e finanza malata.La questione vera è che la politica non poteva accettare rallentamenti e perdite di posti di lavoro mentre non aveva idea di come rilanciare lo sviluppo.

    Ha scelto quindi la scorciatoia, ma il giocone le è sfuggito di mano anche a causa della “flessibilità ” istituzionale della FED.

    Continuo a credere in sostanza che una politica monetaria rigorosa sia semplicemente una garanzia e che i politici debbano fare un lavoro più professionale per assicurare sviluppo e naturalmente equità.

    Tanto per dire,l’uscita dell’Italia dall’Euro spesso minacciata da Forza Italia e Lega sarebbe proprio la scorciatoia gioiosa che ci ucciderebbe una volta per tutte.
    Inflazione e sviluppo facile per qualche mese e poi
    Chapter 1 anche per l’Italia.

    E,poi,veramente qualcuno può credere che Trichet faccia tutto da solo e in un vacuum??

    Ciao

  25. antonio g., se l’Italia uscisse dall’Euro si renderebbe conto del suo vero valore. Rendersi conto della realta’ e’ un processo doloroso ma utile, come sta dimostrando la crisi finanziaria in corso. Piu’ si ritarda la conoscenza della verita’, piu’ si soffrira’ nel momento in cui si devono fare i conti con essa.

  26. L’Italia ha bisogno della sua moneta per capire il suo vero valore. Credere che l’Italia stia meglio nell’Euro che fuori significa mettere la testa sotto la sabbia. Non riconoscere la realta’ non aiuta a risolvere i problemi, ma li dilaziona.

  27. antonio g.

    Aldo,il valore dell’Italia è già chiaro così.

    Al momento siamo ultimi tra i grandi d’Europa per PIL,per competitività per ammontare del debito,per ricerca e qualche altra cosa che certamente dimentico.

    Tutte cose che richiedono politiche saggie e investimenti di lungo periodo,senso dello stato e sacrifici ben distribuiti.

    Uscire dall’Euro per scoprire cosa,quindi?
    Soprattutto,per fare cosa?

    Svalutazione della moneta(da chiamare scudo o fiorino,baiocco o semplicemente farlocco)aumento delle esportazioni di beni( e di capitali),tassi di interesse alle stelle,debito pubblico alla malora,blocco del mattone.

    Di sicuro ricchi più ricchi,poveri più poveri.
    Senza la concreta possibilità di trovare una politica che ci faccia riprendere un cammino di crescita.

    Perchè a quel punto saremmo totalmente isolati,pronti per l’autarchia e l’orbace.

    Ciao

  28. Se l’Italia non fosse mai entrata nell’Euro, forse i nostri politici avrebbero fatto piu’ attenzione al fatto che il paese si indebita per piu’ d quello che produce e avrebbero gia’ provveduto velocemente a ridurre il debito. Oggi siamo probabilmente ad un punto di non ritorno.

  29. Aldo, veramente proprio per entrare nell’euro e per rispettare i tanto deprecati parametri di Maastricht l’Italia ha smesso di indebitarsi per più di quello che produce. Solo con il governo Berlusconi siamo tornati ad azzerare l’avanzo primario, ma prima e dopo il debito in rapporto al pil è sceso…

    L’Italia ha avuto una sua moneta per tutti gli anni 70 e 80, e non mi sembra che questo ci abbia aiutato in quel periodo.

    Io mi chiedo se tu ti renda conto di cosa vuol dire affrontare una crisi SERIA, tipo l’Argentina. Mia moglie è russa, lei sa cosa vuol dire dover avere un orto per riuscire a mangiare tutti i giorni. Tu ti auguri questo per gli italiani? E poi ovviamente sarebbero i poveri a rimetterci di più…

  30. Daniele, moltissimi Italiani sono gia’ in miseria e lo saranno sempre di piu’. E’ solo che e’ una miseria piu’ lenta, strisciante e che fa meno notizia di un crack finanziario drastico come quello dell’Argentina o della Russia. Il declino dell’Italia dentro l’Euro e’ come la tortura della goccia perche’ avviene in maniera lenta ed impercettibile, pero’ avviene e continuera’ ad avvenire se non si fara’ nulla per fermarlo e si fara’ sempre finta che l’euro e’ una cosa buona.

    Se si interrompesse questo declino con un avvenimento come l’uscita (possibilmente ordinata) dall’Euro, l’Italia si riprenderebbe un pezzo della sua sovranita’ e fisserebbe i tassi secondo i bisogni dei suoi cittadini.

  31. Questo dibattito sull’Euro e l’Italia in coda a questo post è davvero surreale. Aldo, riesci a confondere cause con effetti, come ha notato Daniele. Ma, sopratutto, sono veramente e sinceramente stupito di sentir parlare di “recupero della sovranità” tramite il fiorino o baiocco (o farlocco). Nell’era globale, proprio quando il dollarone scricchiola e forse si può pensare a un ordine monetario globale di tipo multipolare basato anche sull’Euro (e sappiamo che una delle chiavi della crisi attuale è l’eccesso di signoraggio del dollaro che ha consentito i deficit gemelli USA), tu vorresti far uscire l’Italia dall’euro perché così “impariamo”? Ma suvvia….

  32. Antonio

    Aldo De Rossi, collaboratore dei mille, credo abbia sbagliato partito. La Lega lo accoglierebbe a braccia aperte, Tremonti ne farebbe il suo vassallo. Il recupero della sovranita’, magari popolare, sono parole che starebbero bene in bocca a Borghezio.

  33. Antonio

    Corrado, tu scrivi “forse si può pensare a un ordine monetario globale di tipo multipolare basato anche sull’Euro”.
    Ti do’ un inside trading: ci avevano appunto pensato qualche tempo fa, quando il cambio euro/dollaro navigava ai massimi storici. Sono arrivati a tanto cosi’ dal cambio di cui parli, poi gli americani sono riusciti a mantenere la leadership.

  34. Antonio, lo so bene. Ma visti i recenti avvenimenti, direi che PER ORA sono riusciti a mantenere la leadership…

  35. Antonio, lo so bene. Ma visti i recenti avvenimenti, direi che PER ORA sono riusciti a mantenere la leadership…

  36. Francesco Carnesecchi francesco c.

    Sì surreale è la parola giusta per definire la discussione.
    Una domandina semplice Aldo, visto che noi importiamo quasi tutte le materie prime e buona parte dell’energia che utilizziamo quanto mi sarebbe costata la bolletta o il pieno di benzina con le continue svalutazioni della lira?
    Certo il nostro paese sarebbe stato avvantaggiato nelle esportazioni, ma io avrei potuto solo esportare me stesso.
    L’ingresso nell’Euro è una delle poche cose che mi sento di difendere con forza, senza quelle scelte e quei sacrifici non voglio pensare dove si troverebbe oggi il nostro paese.

  37. Ciao Francesco c.,

    rispondo brevemente alla tua domanda.

    Se l’Italia si fosse resa conto per tempo della sua dipendenza energetica e delle potenzialita’ delle energie rinnovabili avrebbe potuto investire anni fa producendo in logo impianti di energia alternativa. Magari i nostri ingegneri sarebbero rimasti in Italia a progettare pannelli fotovoltaici a Catania o Palermo da vendere alle case ed imprese siciliane. Invece con l’euro, la Sicilia importa si limita a raffinare il petrolio arabo. Se un giorno la Siciia iniziera’ ad investire nelle energie alternative lo fara’ comprando macchinari prodotti in Danimarca, Germania e Cina, credendo di pagarli poco perche’ c’e’ l’euro, ma cosi’ facendo non crea ricchezza, perche’ non rimpiazza le importazioni e non crea posti di lavoro produttivi.

    Mi rendo conto di avere alcune idee in materia economica poco ortodosse con il pensare comune. Tuttavia credo di esporre le mie idee con educazione e vi prego di farmelo notare se pensate altrimenti.

    Posso senz’altro dire che tutti i miei interlocutori sul sito a partire da Daniele Mazzini sono sempre stati molto educati ed e’ un piacere discutere anche se poi non si finisce per cambiare la testa del proprio interlocutore.

  38. Antonio

    investire nelle energie alternative come sostitutivo del petrolio-carbone-gas naturale, onde usare la moneta locale come leva solo nell’esportazione?
    a) le materie prime non le importi piu’? per fare le auto e i tir che trasportano le merci, tanto per fare un esempio, servono acciaio e alluminio. Li prendiamo dal sole? I poli industriali/scientifici della chimica tedesca, che noi non abbiamo, li prendiamo dalle maree?
    b) anche nei paesi piu’ all’avanguardia le energie rinnovabili sono ancora oggi largamente insufficienti a colmare la domanda dei molto piu’ performanti combustibili fossili. Non si prevede che la situazione cambi di molto prima del 2015-2020. Ergo, resteremmo comunque dipendenti dalle esportazioni estere, anche se in misura minore.

    Questi sono concetti economici e produttivi elementari. Con educazione, direi che hai parecchie lacune da colmare.

  39. @ Antonio:

    a) forse i poli dell’industria chimica in Italia li avremmo ancora se fossimo stati in grado di vendere prodotti meno cari (cosa impossibile visto l’euro)

    b) in alcuni paesi le energie rinnovabili sono in proporzione anche il doppio che in Italia. Uno di questi e’ la Danimarca, paese che non e’ entrato nell’euro.

  40. Antonio

    a) dunque l’emigrazione e la fuga del capitale umano avviene per colpa dell’euro, che facilita le speculazioni in Cina? Basterebbe tornare alla lira allora si’ che vedremmo fioccare gli investimenti in Sicilia.
    b) il doppio di uno e’ due, il triplo tre. Su cento fa poca differenza. E’ facile, prova ad usare le dita se ti sembra difficile.

    Chiudo qui. mi sono stufato di continuare a discutere su argomentazioni demagogiche da bambini dell’asilo.

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