di Marco Simoni, portavoce de iMille
(su l’Unità, 29 settembre 2008)
Quale rapporto tra i sindacati e la politica? Quale il ruolo del
sindacato nel disegno di politica economica alternativo al centrodestra?
Le vicende recenti, dalla manifestazione contro il governo, alla vicenda
Alitalia, agli attacchi di Berlusconi alla CGIL, hanno riportato queste
domande cruciali in primo piano.
Una cosa è certa, senza un chiaro rapporto con i sindacati
nessun partito o coalizione di centrosinistra può vincere le
elezioni e governare per il tempo necessario a spostare gli equilibri
della distribuzione nella direzione di una maggiore uguaglianza ed
inclusione. Questa conclusione deriva dalla semplice osservazione di
vent’anni di governi di centrosinistra in Europa.
Esistono, a grandi
linee, due modelli possibili tra cui l’Italia ha oscillato negli
ultimi quindici anni. Il primo è un modello nei quali i sindacati
rimangono lontani dalla politica. Esso tende a prevalere laddove il
sindacato è frammentato e diviso internamente, e il rapporto con i
governi di centrosinistra rimane episodico o relativo a specifiche
questioni di reciproco interesse. L’esempio tipico è quello
del governo del New Labour in Inghilterra. La maggioranza dei sindacati
inglesi ha sempre appoggiato Blair alle elezioni. Il suo governo ha
allargato i diritti dei lavoratori e le prerogative sindacali, molti
ministri e deputati avevano un passato da sindacalisti. Questo tuttavia
non ha significato un rapporto stretto di negoziazione su ogni questione
di politica economica perché, data la frammentazione del sindacato
inglese, le contrattazioni si sarebbero tradotte nella
impossibilità di concepire e attuare un disegno organico di
sviluppo economico e riforma dello stato sociale. Il modello opposto,
quello dei paesi del nord Europa, si basa al contrario su un sindacato
estremamente coeso, che fa del referendum tra i lavoratori il principale
strumento per risolvere le controversie interne al fine di raggiungere
sempre, se serve a maggioranza, una piattaforma unitaria. In questo
secondo modello è proprio la coesione interna a consentire al
sindacato di avere un ruolo centrale nella formazione delle politiche
economiche, cui tuttavia corrisponde una parallela responsabilità
nella gestione del mercato del lavoro, la partecipazione in strutture
bipartite locali di formazione professionale, la gestione delle
indennità di disoccupazione, e più in generale il governo
della "flessibilità". In questo secondo modello i
sindacati hanno minore libertà di azione nel mercato del lavoro, il
conflitto sociale è ridotto, in cambio di un ruolo centrale nella
formazione delle politiche. Nel modello inglese, i sindacati sono
più marginali nel dibattito pubblico, ma più liberi nel
conflitto sociale, riuscendo spesso a strappare salari medi più
alti, a fronte di uno stato sociale più debole. Questa lunga
premessa mi serve non per auspicare la prevalenza di un modello
sull’altro anche in Italia, ma per sottolineare come la reciproca
incertezza sulla strada da prendere, incertezza che ha riguardato tutti
gli attori coinvolti, abbia comportato due conseguenze molto serie. Dal
punto di vista economico stiamo soffrendo i difetti di entrambi i modelli
senza godere dei loro benefici. Elevata conflittualità sociale, ma
salari bassi. Grande influenza dei sindacati nelle aziende, senza
un’alta produttività. Estrema flessibilità del lavoro,
ma poche opportunità. Dal punto di vista politico, una mancanza di
chiarezza sul ruolo del sindacato ha impedito la costituzione di un blocco
sociale di sostegno alle politiche di centrosinistra, mantenendo
l’Italia nel guado politico ed economico in cui il centrodestra ha
interesse a rimanere: in cui le diseguaglianze aumentano, aumentano
esclusi e precari, le fratture sociali e territoriali si
approfondiscono.
Il periodo della concertazione negli anni ’90 aveva fatto
presagire lo sviluppo di un modello "coordinato" in cui i
sindacati fossero impegnati in prima linea a governare i fenomeni
economico-sociali connessi alla globalizzazione. Si trattò tuttavia
di un tentativo molto imperfetto perché l’unità
sindacale, condizione fondamentale, cessò presto di essere una
prospettiva ragionevole; perché i sindacati non assunsero funzioni
di governo del mercato del lavoro che corrispondevano al loro ruolo
nazionale; perché, di conseguenza, le politiche concertate
lasciavano fuori i nuovi occupati, i giovani e le donne, la parte moderna
che doveva trainare lo sviluppo dell’epoca globalizzata. A seguito
di ciò, le riforme degli anni ’90, aggravate da Berlusconi
certo, ma fondate dall’Ulivo, hanno fatto sviluppare un mercato del
lavoro duale, diviso tra protetti e precari, tra i quali è
fatalmente diventato impossibile trovare una sintesi che si tramutasse in
linguaggio politico comprensibile. La maggiore frammentarietà del
mondo del lavoro contemporaneo si è dunque tramutata in frattura
politica, sulla cui base hanno prosperato i miti di Berlusconi e la
propaganda della Lega. Non è un caso che le politiche di
centrodestra tendano ad approfondire la frattura, ad aggravare la
condizione dei precari, ad attaccare la funzione unificante della scuola e
dello stato sociale: è su queste fratture che si fonda la presa
della loro propaganda. Per questa ragione, l’idea di una politica
democratica di segno opposto sarà in grado di trovare il necessario
consenso elettorale e sociale solo attraverso una rinnovata chiarezza del
suo rapporto con il sindacato, e del ruolo economico e sociale delle
organizzazioni dei lavoratori.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Un articolo equilibrato e condivisibile. Bravo Simoni.
bravo marco
[...] Sto parlando dell’articolo di Marco Simoni sul rapporto tra partiti e sindacati… [...]
Bell’articolo. Complimenti.
Lucio