Leggende sulla grande crisi

tokyo.jpgdi Raoul Minetti

La crisi finanziaria sta assumendo proporzioni ampie. Accanto ai commenti di numerosi eccellenti esperti, ascoltiamo in questi giorni anche delle leggende messe in giro da commentatori un po’ meno esperti. Senza entrare nei dettagli tecnici di una crisi complessa, che richiederebbe ben altro che un post, faccio anch’io un piccolo sforzo per cercare di sfatare miti e leggende che alcuni commentatori ci stanno propinando.


1) La leggenda degli ideologi: il libero mercato USA ha partorito il mostro.
Chi attribuisce connotati ideologici ai fenomeni economici generalmente prende fischi per fiaschi. Basti pensare che crisi della stessa identica natura hanno scosso negli ultimi venti anni paesi con una declinazione del capitalismo assai diversa da quella USA. E’ il caso dei socialdemocratici paesi del Nord Europa (specie Svezia e Finlandia), che nei primi anni ’90 furono messi in ginocchio da una crisi generata da un’eccessiva esposizione delle banche al mercato dei mutui. A quel tempo i soloni dell’ideologia se la presero con il “fallimentare modello di welfare dei paesi Nordici”, che ben poco aveva a che fare però con l’esposizione delle banche nordiche al mercato delle case. Analogo discorso per la crisi del sistema bancario giapponese (anch’esso massicciamente danneggiato da contrazioni dei prezzi delle case) che mise in ginocchio il Giappone negli anni ’90, e i cui effetti si riverberano anche oggi sull’economia del Sol Levante. I soloni dell’ideologia se la presero allora con il modello consociativo giapponese. Oggi gli stessi soloni suonano a morto le campane per il liberismo USA. Dire che ci sono state delle grosse mancanze nella regolamentazione e nella vigilanza di istituzioni e mercati finanziari è ben altra cosa che mettere sul banco degli imputati il libero mercato. I soloni dell’ideologia confondono solo le idee.

2) La leggenda dei nazionalisti: la globalizzazione ha partorito il mostro.
Questo è l’argomento caro a Tremonti. Due cose.
a) Un fatto è vero: la crescita esponenziale dei legami tra istituzioni finanziarie avvenuta con la grande diffusione della cartoralizzazione e degli strumenti derivati ha accresciuto enormemente gli effetti domino: la crisi di un’istituzione finanziaria si propaga a catena coinvolgendo altre istituzioni sia all’interno della stessa economia che all’estero. Questi legami erano assai più blandi 20-30 anni fa e di certo la globalizzazione dei mercati finanziari ha aumentato i rischi di contagio. Gridare “a morte la globalizzazione” è però un po’ come cercare di prevenire il rischio di epidemie influenzali abolendo permanentemente il traffico aereo.
b) Le accuse alla globalizzazione non se le è certo inventate Tremonti. Numerosi studiosi puntarono il dito sulla liberalizzazione finanziaria dei paesi nordici come responsabile del boom creditizio nel mercato delle case che portò quei paesi alla crisi dei primi anni ’90. Analogamente, la globalizzazione dei mercati dei capitali e l’influsso di capitali esteri a breve termine fu additata come responsabile della massiccia esposizione delle istituzioni finanziarie del sud est asiatico al mercato delle case, che poi fu una delle cause della crisi di quelle economie nel ’97-98. Come ben messo in evidenza a suo tempo da Raghuram Rajan, fino allo scorso anno capoeconomista del Fondo Monetario, la soluzione del problema non andava certo cercata nel bloccare gli influssi di capitali ma nel vigilare sulla loro struttura e sul loro utilizzo da parte delle istituzioni finanziarie.

3) La leggenda dei moralisti: l’avidità dei rampanti di Wall Street ha partorito il mostro.
Specie dopo che ci hanno informati che le lap dancer di New York non hanno più i clienti danarosi di Wall Street (ribattezzati già da alcuni la “Lehman Generation” – risparmiateci questi neologismi, please), c’è chi grida alla distruzione di Sodoma e Gomorra. Anche qui dietro i moralismi dell’ora dopo, si cela una realta’ economica molto piu’ complessa.
a) I mutui subprime non sono esattamente la roulette. Non va di moda dirlo ora ma molte famiglie americane sono riuscite a comprarsi una casa con i mutui subprime (anche se una parte di esse la stanno abbandonando in fretta e furia). Ovviamente i mutui subprime si sono rivelati un’arma a doppio taglio, ma non erano socialmente parlando la stessa cosa che puntare soldi alla roulette. Va piuttosto trovato un giusto equilibrio tra accesso al credito anche per i meno abbienti e stabilità finanziaria.
b) I derivati e i legami finanziari non sono la roulette. La sopra-citata diffusione degli strumenti derivati e l’ispessimento dei legami tra istituzioni finanziarie sono un ottimo modo per incrementare l’efficienza dei mercati finanziari e del credito. Eccellenti lavori scientifici dimostrano che questi legami consentono alle istituzioni finanziarie di fronteggiare piuù efficamente problemi di liquidità specifici alle singole istituzioni e quindi svolgono una funzione stabilizzatrice. Espongono però il sistema bancario e finanziario a crisi sistemiche (“effetti domino”), come stiamo purtroppo sperimentando questi giorni. L’uso dei strumenti derivati e della cartolarizzazione non sono la stessa cosa che puntare soldi alla roulette. Anche qui va piuttosto trovato un giusto equilibrio tra gli indubbi benefici di questi strumenti e stabilità finanziaria.
Ovviamente queste due considerazioni sono altamente impopolari questi giorni ma suggeriscono che il moralismo non è un buon approccio per prevenire le crisi.

Chi ha partorito il mostro? La disattenzione. La disattenzione di policy-makers e regolamentatori, politici, e tecnici (economisti in primis). E la disattenzione si paga molto cara. Torneremo su questo presto.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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23 Commenti

  1. un primo rapidissimo commento, che poi ci torno con più calma. Sul punto 3) a): quindi concordi che la causa della instabilità è un mercato del lavoro sempre più precario, ossia troppa gente con troppo poco reddito che ha comunque bisogno di una casa ed è comunque un appetibile consumatore.
    In breve, troppa ingiustizia sociale genera le crisi.

  2. Antonio

    anche io rapido sul punto 3: l’autore parla di “crisi sistematiche” proprio per l’uso dei derivati, suggerendo che la crisi attuale sia uno, forse il piu’ grave, dei molti effetti domino inevitabilmente creati dai derivati.
    In conclusione pero’ si parla di disattenzione, che avrebbe portato alla creazione della crisi subprime, l’ultimo degli effetti domino.

    Quel che non si capisce dall’articolo e’ se tali effetti domino siano inevitabili oppure se basta un po’ di attenzione.

  3. Beh, non è che la regolamentazione in materia di controllo (in USA ed Europa) sia proprio leggerina… Forse agire solo sui controlli non basta ed il problema non è solo di “disattenzione”.

  4. mARIO

    Mi domandavo giusto se un argomento di questa portata potesse ancora latitare su questo blog, anche se non ho avuto il tempo di leggerlo molto, ultimamente.
    Quello che mi piace dell’articolo di Raoul, e che lo differenzia da molti altri articoli – pur molto belli ed interessanti – è che non va alla ricerca di facili capi espiatori.
    Quello che sta succedendo è un disastro assoluto, dal quale non si sa ancora se e come si uscirà.
    E se è vero che di questo disastro le maggiori responsabilità le porta chi ha avuto grandi responsabilità (vogliamo parlare di agenzie di rating? di manager dalle buoneuscite stellari? di Banche centrali? di promotori finanziari bancari in giro a “spacciare” derivati e investimenti in conflitto di interessi come se fossero caramelle? ecc. ecc. ecc.) è anche vero che nessuno si può chiamare fuori davvero dal “sistema” che ha partorito l’odierno buco nero.
    Guardiamoci intorno: avete per caso notato meno gente al bar a fare colazione, o al ristorante, o in pizzeria, negli ultimi anni, da quando il lavoro ha cominciato a spostarsi sempre più verso est?
    Avete per caso visto spuntare come funghi iniziative di car sharing fai-da-te quando è impazzito il prezzo del barile?
    Non mi pare, no?
    E allora forse vuol dire che la giostra, fino a che è girata, andava bene un po’ a tutti:
    il mutuo a finanziare anche il 120% del valore della casa, la carta di credito al limite un mese sì e l’altro pure, i contanti che scivolano dalle mani come se fossero cosparsi di sapone.
    E adesso che la giostra si è rotta, tutti a scagliarsi contro il libero mercato, la globalizzazione, l’avidità dei rampanti di Wall Street, la FED, la SEC, la BCE ecc. ecc. ecc.
    Fino a quando sbatteremo il muso contro la realtà più semplice, al limite del banale e cioè il fatto che se 3/4 del mondo ormai globalizzato vive, lavora e consuma con un decimo di quanto facciamo noi, siamo noi che dovremo finire per adeguarci a loro, non loro a noi, per un paio di generazioni almeno.
    Speriamo che non faccia troppo male, perchè l’Austria sta già cominciando a ripercorrere la sua storia.

  5. mARIO

    Mi domandavo giusto se un argomento di questa portata potesse ancora latitare su questo blog, anche se non ho avuto il tempo di leggerlo molto, ultimamente.
    Quello che mi piace dell’articolo di Raoul, e che lo differenzia da molti altri articoli – pur molto belli ed interessanti – è che non va alla ricerca di facili capi espiatori.
    Quello che sta succedendo è un disastro assoluto, dal quale non si sa ancora se e come si uscirà.
    E se è vero che di questo disastro le maggiori responsabilità le porta chi ha avuto grandi responsabilità (vogliamo parlare di agenzie di rating? di manager dalle buoneuscite stellari? di Banche centrali? di promotori finanziari bancari in giro a “spacciare” derivati e investimenti in conflitto di interessi come se fossero caramelle? ecc. ecc. ecc.) è anche vero che nessuno si può chiamare fuori davvero dal “sistema” che ha partorito l’odierno buco nero.
    Guardiamoci intorno: avete per caso notato meno gente al bar a fare colazione, o al ristorante, o in pizzeria, negli ultimi anni, da quando il lavoro ha cominciato a spostarsi sempre più verso est?
    Avete per caso visto spuntare come funghi iniziative di car sharing fai-da-te quando è impazzito il prezzo del barile?
    Non mi pare, no?
    E allora forse vuol dire che la giostra, fino a che è girata, andava bene un po’ a tutti:
    il mutuo a finanziare anche il 120% del valore della casa, la carta di credito al limite un mese sì e l’altro pure, i contanti che scivolano dalle mani come se fossero cosparsi di sapone.
    E adesso che la giostra si è rotta, tutti a scagliarsi contro il libero mercato, la globalizzazione, l’avidità dei rampanti di Wall Street, la FED, la SEC, la BCE ecc. ecc. ecc.
    Fino a quando sbatteremo il muso contro la realtà più semplice, al limite del banale e cioè il fatto che se 3/4 del mondo ormai globalizzato vive, lavora e consuma con un decimo di quanto facciamo noi, siamo noi che dovremo finire per adeguarci a loro, non loro a noi, per un paio di generazioni almeno.
    Speriamo che non faccia troppo male, perchè l’Austria sta già cominciando a ripercorrere la sua storia.

  6. un applauso a mARIO!!!

  7. Raoul, avrei molte cose da dire sul tuo pezzo, e le dirò appena ho un attimo di tempo, perché è molto interessante ciò che dici, e che condivido e non condivido assieme. Però, intanto, ti consiglio vivamente (e consiglio a tutti) la lettura di questo “diverso parere”. Magari sarà ideologico, però fa pensare: http://blogs.it/0100206/2008/09/30.html#a8321

  8. Francesco Carnesecchi francesco c.

    Raoul, mi fa piacere rileggerti su queste pagine dopo un po’ di tempo.
    Grazie delle interessanti riflessioni, che sono utili a decostruire il discorso comune, ma non mi pare che spieghino sufficientemente la situazione.
    Se come scrivi tu deriva tutto dalla “disattenzione” perché ne vediamo i risultati soltanto adesso?
    Oggi sul blog di PDObama ho linkato gli editoriali dei tre importanti quotidiani internazionali dove si criticava in maniera forte il Congresso per aver respinto il piano Bush.
    Come potranno questi 700 miliardi di dollari risolvere il problema di disattenzione di cui parli?

  9. Wow…quindi se volessi dire un’eresia che ha un senso, la gestione della Banca d’Italia dell’epoca Fazio, col senno di poi ci sta parando il sedere :-)

  10. raoul

    Corrado, ho aperto il link che hai messo. Permettimi, senza offesa per nessuno: non e’ “ideologico”, e’ semplicemente un delirio di scemenze.

  11. francesca

    A proposito di deliri di scemenze, consiglio questo fondo del Corriere

    http://www.corriere.it/economia/08_ottobre_01/fubini_crisi_e_profezie_cantonate_da_nobel_ad742446-8f78-11dd-83b2-00144f02aabc.shtml

  12. francesca

    Preciso: il delirio di scemenze e’ del giornalista, non dei nobel

  13. raoul

    @ Francesco C.: il post era gia’ lungo. Molto presto mi riprometto di scriverne un altro sul piano di bailout e sulle soluzioni che in queste settimane vengono discusse
    @ Giacomo Cariello: non so come e’ spuntata “la gestione della Banca d’Italia”. Cio’ che mette al riparo l’Italia e’ il sostanziale conservatorismo e avversione al rischio delle banche Italiane.
    @ Luca Gambetti: il tuo commento e’ abbastanza generico e quindi non so a cosa ti riferisci quando parli di “controlli”. La regolamentazione e’ di numerosissime forme e la stessa regolamentazione finanziaria e creditizia ha molteplici dimensioni.

  14. Raoul, perché sarebbe un delirio di scemenze? Mi sembra che, purtroppo, prevalentemente quel post racconti una serie di fatti abbastanza noti. Certo, usandoli per darne una interpretazione di parte molto netta, anti-repubblicana e anti Bush, e adottando un linguaggio molto retorico.

    Davvero, mi piacerebbe capire secondo te quali sono le scemenze di quel discorso, e quali le interpretazioni valide, e quali i dati di fatto. Perché se no, davvero, mi viene il sospetto che secondo te viviamo nel migliore dei mondi possibile…

  15. raoul

    Sospetto errato, non penso certo che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma reitero: quel blog contiene una montagna colossale di scemenze, 500 concetti pseudo-economici, il 90% sbagliati, affastellati uno sull’altro, senza un legame logico, con dei grafici buttati li’ senza una interpretazione degna di questo nome. Una cosa oscena, Corrado, oscena

  16. Antonio

    nell’attesa che Raoul risponda al mio quesito mi dico d’accordo con lui. Il post segnalato da Corrado pare uno dei polpettoni copia/incolla di Travaglio, attraverso i quali si puo’ sostenere con cognizione di causa ogni causa e il suo contrario, sempre a giochi fatti.

  17. @raoul;
    Quando faccio riferimento alla legislazione americana faccio riferimento al Sarbanes-Oxley Act del 2002, ed all’Internal Control – Integrated Framework. In Europa faccio riferimento a Basilea II.
    In che cosa questa legislazione / regolamentazione è carente, e dove è possibile migliorarla per evitare “distrazioni” ?

  18. Ho scritto un po’ di elucubrazioni su questo post qui: http://corradoinblog.ilcannocchiale.it/2008/10/02/leggende_sulla_grande_crisi_e.html

  19. raoul

    Corrado, a mia conoscenza, e se comprendo correttamente l’argomentazione che sostieni, questa idea che scrivi

    “Quindi concordi che la causa della instabilità è un mercato del lavoro sempre più precario, ossia troppa gente con troppo poco reddito che ha comunque bisogno di una casa ed è comunque un appetibile consumatore”

    e a cui ti riferisci anche nel tuo simpatico post con alcuni link esterni a giornali (ma non voglio fare polemica con persone che non conosco) non si poggia su analisi-teorie economiche comunemente accettate dalla comunita’ scientifica degli economisti (cioe’, “ortodossa”). Sono al corrente di teorie puramente qualitative “eterodosse” che sostengono una argomentazione del genere, senza pero’ supporto teorico o empirico. Chiaramente, si ha tutto il diritto di avere fiducia nell’omeopatia ma la medicina scientifica “ortodossa” non la riconosce. Piu’ o meno siamo nella stessa situazione.

  20. Infatti. E’ proprio un problema di ortodossia. Se, a forza di seguire l’ortodossia ci si trova nella simpatica situazione economica attuale, forse qualche aggiustamento andrà pure fatto…

    Quello che continua a sfuggirmi, è se pensi che questi lunghi anni di egemonia della destra economica siano in fondo non così diversi dal modo precedente di governare il capitalismo, o se invece – come io penso – ne abbiano modificato profondamente la qualità. E se l’egemonia politica della destra economica non sia in grado di piegare l’ortodossia economica a suo vantaggio.


    Un’ultimissima cosa e poi giuro che la smetto, che se no diventiamo entrambi stucchevoli: mi sembra che tu interpreti l’economia come fosse una scienza. Io penso che sia una scienza sociale, per definizione soggetta a pesanti giudizi di valore. Tutto qui.

    Aspetto con curiosità il tuo prossimo post sulla “disattenzione”.

    Buone cose

  21. giovanni peluso

    Ciao Raul,
    sono d’accordissimo con te (anche se non sono andato a chiedere alle stripper come va , ma penso che il business e’ sceso).
    Meno sul terzo punto : non e’ disattenzione ma scelte sbagliate.
    Comunque le regole bancarie per me derivati o derivati sono le stesse dai Medici ad oggi : se presti denaro devi avere le riserve per poterlo fare e non puoi farlo con multipli troppo alti senno’ devi rientrare.
    Principi che furono alla base anche delle Leggi sulle Securities del 1933 e 1934 (prime nel mondo) ancora oggi in vigore e guarda caso fatte , come LA SEC , dopo il crollo del ’29.

    Quindi dicevo non distattenzione ma sbagli e grossi : IL fatto e’ che un bel giorno del 2004 alcuni rappresentanti delle grandi investment banks, tra i quali un certo Paulson capo di Goldman Sachs andarono da Tesoro USA e dissero cambia la Regulation D e dacci la possibilita’ di tenere un debt ratio che puo’ arrivare anche a 35 a 1.
    Cosi’ loro hanno fatto miliardi sponsorizzato mille operazioni soltanto che poi i casttelli quando sono di carta cadono. E quindi se non c’erano il Congresso che ha sbagliato con Freddie e Fannie (altre cose mostruose) e la possibilita’ di indebitarsi 33 volte per 1 dollaro “vero” che la banca aveva tutto questo non sarebbe successo.
    La cosa piu’ tragicomica e’ che adesso quel certo Paulson ha fatto il piano salvabanche per cooreggere anche i suoi sbagli . Io penso che nacora non sappiamo come andra’ a finire e che nel migliore dei casi le conseguenze le vedremo per anni ma che le regole sono alla base di tutto.
    Se io permetto di truffare….

  22. raoul

    Ciao Giovanni,

    come va? grazie dell’ottimo commento. In effetti “disattenzione” e’ una parola decisamente mild. Hai spiegato molto bene il problema del drammatico leverage (oltretutto tutto short term debt). Se ti va e hai tempo perche’ non ci scrivi un piccolo post non troppo tecnico su questa cosa cosi’ lo mettiamo sul nostro blog? Ma non so se hai tempo…

    Un saluto, Raoul

  23. FLOHR

    CRISI IMMOBILIARE 2009

    INVESTIRE IN CAMPAGNA? UN PESSIMO AFFARE

    A mio avviso il mercato, ora morto, può riprendersi solo se i prezzi calano ulteriormente. Chi mette in vendita ai prezzi assurdi di 2 o 3 anni fa , IN REALTà NON VUOLE VENDERE, non ha bisogno di vendere: ASPETTA IL POLLO, IL FESSO DA SPENNARE.
    Una casa è vendibile solo se il venditore richiede un PREZZO DI RIVENDIBILITà, ovvero se a quel prezzo, al prezzo al quale compra, il compratore riuscirà a sua volta a rivendere l’immobile.

    Mi sembra che i casi più eclatanti di IRRIVENDIBILITà presenti sul mercato siano quelli delle case di campagna, cascine, casolari, coloniche, rustici ecc. OGGI ASSOLUTAMENTE INVENDIBILI, specie se restaurate.
    I prezzi delle country house REALMENTE IN VENDITA stanno crollando verticalmente.
    Posto al riguardo un articolo, per intero perché l’edizione di settembre del mensile che lo ha pubblicato non è più on line, che ben illustra la situazione delle country house dell’italia centrale e meridionale.

    “ Country house: Inglesi in fuga.

    Gli Italiani sono stufi del caos urbano, delle città riempitesi di immigrati clandestini, di spacciatori, prostitute, locali notturni della criminalità, di furti, scippi, stupri, estorsioni, ovvero di quell’inferno, quell’incubo in cui sono state colpevolmente trasformate le nostre aree urbane.
    Il rapido deterioramento della qualità della vita nelle città ha spinto negli anni passati molte famiglie a esplorare le campagne in cerca di oasi di tranquillità e sicurezza. Ma la speranza di trovare una migliore vivibilità nelle campagne si è rivelata illusoria: soprattutto nelle zone rurali prossime a strade provinciali, a discariche e tralicci o a zone industriali il degrado è simile se non superiore a quello cittadino, con una popolazione locale composta prevalentemente da clandestini magrebini e da Rumeni, e da qualche agricoltore in pensione, troppo vecchio per cambiar casa e scapparsene via.
    Tuttavia se oggi ci si allontana dalle provinciali e ci si addentra nelle campagne e nei piccoli borghi più sperduti si ha una duplice sorpresa: i casolari più isolati e inaccessibili sono stati comprati nello scorso decennio da Inglesi, e, guarda caso, ora questi Inglesi stanno vendendo in massa.
    La moda che negli anni scorsi sembrava irrefrenabile, per cui i sudditi di Sua Maestà Britannica correvano a comprare a prezzi assurdi le più scassate e scatafossate bicocche per restaurarle e corredarle di piscina, è finita. Ed è finita decisamente male per gli Inglesi, che ora devono rivendere case scomodissime e costose, case che nessun Italiano vuole, almeno a quei prezzi.
    La trascorsa decennale epopea delle case di campagna comprate dagli Inglesi è tutta da ridere, roba da commedia all’italiana. Beandosi della sterlina allora forte, i Britanni compravano quasi a occhi chiusi cascine, rustici, i cosiddetti casolari tipici umbri, marchigiani, pugliesi. Tali umide, maleodoranti e malferme catapecchie erano state abbandonate negli anni ’60 e ’70 dai nostri agricoltori i quali, godendo di tutti i benefici e i privilegi creditizi e fiscali loro concessi a piene mani dalla Bonomiana in cambio del consenso elettorale alla Democrazia Cristiana, si erano fabbricati moderni edifici, autentiche ville e palazzi dotati di ogni confort. Questi contadini, così beneficiati dal (nostro) pubblico denaro, non immaginavano certo di essere colpiti da un’altra imprevedibile fortuna: la moda inglese dell’italian dream, il sogno italiano della country house nel Bel Paese.
    L’Italiano è furbo, ha l’occhio lungo, il contadino in particolare, scarpe grosse e cervello fino, con alle spalle una secolare tradizione di ruberie al padrone, agli antichi proprietari terrieri (quelli, per intenderci, che avevano appoggiato il fascismo, poi nel dopoguerra sterminati dalla DC a favore dei contadini stessi).
    Ebbene, il furbo vergaro italico, magari col figlio geometra o mediatore, ha colto al volo e ben sfruttato l’ingenua moda britannica: capanne e ruderi di tufo o di altro materiale scadente, in luoghi scomodissimi, lontani da ogni tipo di servizi, che prima degli Inglesi nessuno voleva nemmeno in regalo, venduti per centinaia di milioni di lire a eccitati (“excited”!) sudditi britannici. Poi le famiglie contadine festeggiavano l’insperato affare crapulando in oceanici banchetti ai quali venivano invitati parenti e amici, e, ovviamente, i “chicken” britannici ben spennati.
    Ma l’affare non finiva lì: il neoacquistato rudere doveva essere ristrutturato. Tutti conosciamo lo scarso fairplay italico quando si tratta di differenziare i prezzi per turisti stranieri dai prezzi per Italiani: nelle campagne tale differenziazione è stata elevata all’ennesima potenza. All’ingenuo acquirente, reso ancor più fidente da abbondanti “lunch” e da tanta falsa accoglienza iniziale, veniva consigliato per i lavori il cugino geometra, il cognato muratore, il genero idraulico, la nipote titolare dell’agenzia per le pratiche burocratiche, l’amico rivenditore di materiali per l’edilizia. Case del valore finale reale di 100.000 – 200.000 euro venivano a costare 400.000, 500.000, 600.000 euro. Una pacchia, una vera manna per i nostri campagnoli che, giustamente, ne approfittavano, in base al principio: “Finché si trovano i polli…”.
    Poi arrivò l’anno domini 2008, l’anno dei subprime, del crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dei fallimenti a raffica di banche e assicurazioni inglesi, del governo britannico che per turare le falle nel sistema creditizio si svenava e stampava sterline come se fossero volantini pubblicitari. E la sterlina contro l’euro crollava, crollava, sempre più in basso, sempre più in fondo: 1.7, 1.4, 1.3, 1.1 … E gli Inglesi residenti nelle bicocche con piscina restaurate a caro prezzo, che avevano redditi in sterline, convertivano quelle sterline in sempre meno euro, e cominciavano a chiedersi: “Ma non ci converrà ritornarcene in Gran Bretagna (“go back home”), visto che qui in Italia con le nostre sterline svalutate non ci compriamo più nulla?”. Oltretutto i Britanni si erano nel frattempo stufati di coltivare stentate erbette e verdurine per le talpe, di scorazzare inutilmente coi loro fuoristrada con targa gialla e guida a destra per le nostre campagne, belle sì, ma prive di servizi, di vita sociale tra gente sopportabile, di comodità, così desolate durante le lunghe invernate, e, in fin dei conti, noiose da inedia. Si erano stancati di attendere l’ispirazione artistica raccogliendo in continuazione col retino insetti, formiche, vermi di mosche e altra campagnola sporcizia galleggiante nell’acqua delle loro piscine. Si erano accorti che l’Italia, la vagheggiata Italia, l’italian dream, più che un sogno era un incubo di clandestini, malavita, tasse, burocrazia, servizi pubblici scadentissimi, rapine e stupri in villa…
    E allora hanno pensato: “Ma se vendiamo questo nostro casolare tipico toscano umbro marchigiano che abbiamo pagato centinaia di migliaia di euro, e convertiamo queste centinaia di migliaia di euro in sterline, poi con tutte queste sterline in Inghilterra torniamo a vivere da signori”. Ed ecco allora gli Inglesi affollare le nostre agenzie immobiliari, ecco i mediatori riempire bacheche, siti internet e giornaletti immobiliari di casolari tipici ristrutturati con piscina in vendita… ma, ma….
    Ma nessuno compra.
    Nessun Italiano con famiglia, con figli e/o anziani, può andare a vivere in quelle lande isolate e sperdute, vicino a qualche spopolato paesetto di vecchi, senza servizi, senza scuole, senza ospedali. Nessun Italiano è disposto poi, anche se libero dalle necessità di una famiglia, a pagare un immobile tre, quattro, cinque volte il suo reale valore. Anche perché l’acquirente italiano, sempre con l’occhio lungo, pensa: “Ma un domani, se dovrò rivendermi questa bicocca in campagna, quale fesso me la comprerà?”. Senza contare infine che sul valore delle aree rurali incombe il 2013, l’anno in cui, in ossequio ad accordi liberisti di commercio mondiale già siglati, tesi a favorire le esportazioni agricole di paesi emergenti, l’Europa toglierà agli agricoltori quei sussidi che finora ne avevano permesso la sopravvivenza, con conseguente futuro deprezzamento e cambio di destinazione (a pascolo) dei terreni.
    Devo dire che il riconosciuto senso pratico, il tradizionale empirismo britannico, sta inducendo i venditori inglesi a una corsa al ribasso dei prezzi, spesso in concorrenza tra connazionali. In questo i Britannici si stanno dimostrando più realisti e lungimiranti di quei vergari nostrani ai quali il casolare tipico, il rustico, è rimasto ancora invenduto, e che continuano a chiedere prezzi superiori ai 100.000 euro, non comprendendo che, finita la moda degli Inglesi, il mero valore di cubatura delle loro catapecchie è di 10.000 – 20.000 euro al massimo. E per questi 10.000 – 20.000 euro devono ringraziare certe demenziali e antilibertarie normative statali e regionali che impediscono tirannicamente al cittadino la libertà primaria di costruire sulla sua proprietà, sulla sua terra, o lo taglieggiano imponendogli oneri di fantomatiche urbanizzazioni e altre tasse assurde. In mancanza di tali leggi vessatorie e predatorie, in un regime di libero mercato, il valore delle dette bicocche sarebbe negativo: il costo della loro demolizione.
    Rimangono pur tuttavia come acquirenti dei casolari tipici i Magrebini e i Rumeni, a prezzi ovviamente magrebini e rumeni. “

    (Articolo di Filippo Matteucci su ItaliaReale di Settembre)

    I miei consigli per gli acquisti di case di abitazione sono i seguenti, pochi ma sicuri:

    comprate solo a un PREZZO DI RIVENDIBILITA’, cioè assicuratevi che vi sia la concreta possibilità di rivendere la casa almeno allo stesso prezzo che state pagando,
    evitate gli acquisti di moda (dal finto borgo marinaro al romantico-bucolico-agreste): andate invece sul sicuramente rivendibile,
    evitate come la peste le case di campagna, cascine, casolari, coloniche, rustici ecc. OGGI ASSOLUTAMENTE INVENDIBILI, specie se restaurate,
    comprate invece al centro, o nelle zone di immediata o prossima espansione urbanistica,
    comprate nelle città capoluogo di provincia o nelle cittadine turistico-balneari più richieste,
    comprate case costruite negli anni ’60 e ’70: hanno una qualità costruttiva migliore e stanze più grandi rispetto alle nuove costruzioni pur costando un po’ meno, non hanno bisogno di grandi ristrutturazioni e sono più vivibili di certi loculi-alveari a caro prezzo,
    guardate allo spazio a disposizione: più ce n’è e meglio è, corti, giardini, parcheggi, garage (meglio se doppi), e non alle finiture o alla jacuzzi o alla robotica&domotica (dà solo problemi),
    riscaldamento rigorosamente autonomo,
    se avete sufficiente capitale, compratevi case singole con corte e giardino, vivrete meglio…. altrimenti studiatevi il regolamento di condominio: più divieti (di comportamenti da cafoni) ci sono, più il condominio e l’immobile sono di sicura qualità,
    fate attenzione a tralicci, ripetitori radiotelevisivi e di telefonia cellulare, piste di motocross, strade e linee ferroviarie trafficate: se sono presenti vicino all’immobile difficilmente lo rivenderete senza rimetterci,
    massima attenzione alla stabilità dell’immobile e del terreno su cui è edificato: i soldi per una perizia privata (sicuramente più affidabile di quelle pubbliche…) del vostro geologo di fiducia non saranno mai spesi meglio.

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