Questa volta ne parliamo riportando un articolo di Marco Simoni dall’Unità di questa mattina
Quante cose non sappiamo della vicenda Alitalia? Decisamente troppe tenuto conto che al momento la compagnia sta volando grazie a un prestito di fondi pubblici già praticamente esauriti: dalla giornata di ieri si deduce che a meno di conigli dal cappello, tra una settimana circa non vi saranno più i soldi per far volare gli aerei. Sarebbe confortante sapere che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha una idea di cosa succederà. Quanti giorni dovranno passare prima che un gestore straniero rilevi le rotte che al momento vengono coperte da Alitalia? Quante settimane dovranno passare perché i collegamenti aerei in Italia tornino a corrispondere alla domanda di voli? Le autorità competenti hanno un’idea di cosa accadrà il primo ottobre se, come sembra probabile, non vi sarà alcun compratore di tutta la azienda, ma solo offerte sui pochi asset rimasti (aerei, tratte, personale qualificato)? Per la maggior parte degli italiani queste domande ormai sono pressanti, e sarebbe, ripeto, confortante, sapere che il governo ha almeno una idea di ciò che ci si può attendere.
Dal 1999, anno in cui l’Alitalia ha smesso di generare utili e dunque ha iniziato la parabola che ha portato al disastro attuale, ogni attore coinvolto nella vicenda ha collezionato una serie di torti sufficiente da consentire ad ognuno, a turno, di poter recriminare. La punta di irresponsabilità verbale si è tuttavia registrata ieri, quando il signor Berti, rappresentante dei piloti, ha paventato incidenti aerei a seguito dello “stress psicologico” a cui sono sottoposti. Seriamente, bisognerebbe vergognarsi se si avesse un barlume di idea di come ci si comporta, da adulti responsabili, in consessi civili. Tuttavia, appunto, quando nessuno è immune da colpe e nessuno decide di fare un passo indietro, la vicenda si avvita a spirale fino al fallimento. Fare un passo indietro è rischioso perchè può darsi che la controparte ne approfitti. Per farlo, dunque, bisogna fidarsi, mentre in questa vicenda, verrebbe da dire in questo paese, la fiducia è ai minimi storici.
Per questa ragione appare fantascientifica l’idea che nello spazio di una settimana si metta insieme una cordata nuova, con al centro i piloti ed altri partner, basata sul modello di compartecipazione della Lufthansa. La fiducia tra le organizzazioni sindacali e manageriali, che è anche fiducia tra le persone, operai, quadri, dirigenti, è al centro del modello tedesco di relazioni industriali, e fonte del vantaggio competitivo della Germania. Fiducia di cui, qui, non appare traccia.
Anche le frasi irresponsabili non sono una esclusiva di nessuno. L’intera vicenda degli ultimi mesi è cominciata da un’idea falsa e traditrice, una trappola logica mai contestata: che sia un bene che Alitalia rimanga in mani italiane. E perché? Non esiste alcun ragionevole argomento, nè di buon senso, nè di senso incerto, che giustifichi un sacrificio collettivo, come quello che il governo ha imposto a tutti gli italiani, al fine mantenere la proprietà della compagnia aerea nelle mani di signori col passaporto italiano. Si aggiunga inoltre che tale condizione, secondo voci mai confermate da documenti ufficiali, non sarebbe comunque durata per più di altri cinque anni. Dunque a che pro i sacrifici? Per quale ragione metter su una cordata di cui fanno parte molti imprenditori legati a concessioni pubbliche, a cui si garantiscono condizioni fuori mercato che probabilmente, dopo un tempo burocratico non breve, le istituzioni europee avrebbero sanzionato? Per nessuna ragione trasperente. A cominciare dalla campagna elettorale, la retorica di centro-destra sull’importanza della proprietà italiana non è stata mai seriamente contestata, nessuno ha avuto la forza politica o la autorevolezza professionale per dire che si trattava di una falsa priorità, di un obiettivo inutile, di un fine senza alcuna consistenza.
Basata su queste premesse, con sacrifici asimettrici tutti a svantaggio dei lavoratori, e nel disinteresse totale dei viaggiatori, la trattativa con i sindacati era destinata a fallire, come è puntualmente avvenuto. Dal punto di vista dell’interesse generale, inteso come una miglior gestione delle risorse pubbliche presenti in Alitalia, non c’è dubbio che fosse meglio chiudere la trattativa piuttosto che farla saltare. La ragione è semplice: in una situazione finanziaria deteriorata come quella di Alitalia, ogni offerta è migliore dell’offerta che viene dopo perchè nel frattempo si sono bruciati altri milioni di euro. Era anche interesse dei lavoratori più deboli e meno qualificati, per una ragione molto simile. Ogni offerta successiva sarebbe stata certamente peggiore e, in caso di fallimento, i lavoratori meno qualificati o precari hanno certamente meno probabilità di trovare un’altra occupazione in tempo di crisi.
Nelle condizioni che si sono determinate è ormai improbabile che un compratore si faccia avanti: piuttosto che acquisire un’azienda caratterizzata da un personale diviso in fazioni, in crisi di liquidità, e con il governo che appare stupito e confuso della situazione in cui ha spinto la compagnia, conviene aspettare che Alitalia fallisca per poi rilevarne gli asset a prezzi vantaggiosi.
Un prezioso articolo di Giuseppe Provenzano sull’Unità di Sabato ci spiegava la necessità che la politica torni ad usare un lessico comprensibile e quotidiano. Il signor Berti, ci informa ieri il Riformista, guadagna oltre 120mila euro l’anno. Chiamare “sindacalista” una persona con un reddito di questo livello significa confondere drammaticamente i piani della regolamentazione delle professioni, della rappresentanza del lavoro e della difesa dei diritti. Le organizzazioni confederali, se sono consapevoli del conflitto che hanno davanti e della crisi di legittimità in cui il centro-destra vuole farle affondare, dovrebbero avere molta più cura e tutela delle proprie parole.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Buon articolo nella prima parte. Numerosi svarioni nella seconda. Scivolone finale sui 120mila euro all’anno del “sindacalista” Berti, rigorosamente tra virgolette: non si capisce perche’ se Berti guadagna 120mila euro all’anno non puo’ fregiarsi dell’appellativo di “sindacalista”. Non si capisce nemmeno come un “professore alla LSE” possa dissertare assennatamente sui problemi dei lavoratori non qualificati, con quel che guadagna.
Discordo infine sul fatto che la trattativa Alitalia fosse meglio concluderla anche nella condizioni attuale, all’unico fine di salvare posti di lavoro, non importa il resto. Invece di cercare surrogati a spese della collettivita’ e a (smodato) vantaggio dei capitani coraggiosi, a mio parere e’ meglio puntare su ammortizzatori sociali degni di questo nome e assenti in Italia. Chi e’ sicuro di avere una buona rete di protezione sociale in caso di bisogno non si preoccupa a morte se perde il posto di lavoro. Pare pero’ che l’autore abbia frullano la scalfarottiana idea di mercato meritocratico con la bertinottiana difesa del posto di lavoro, anziche’ del lavoratore.
Faccio inoltre notare che scrivere “non c’è dubbio che fosse meglio chiudere la trattativa piuttosto che farla saltare” – il virgolettato e’ giusto – quando nell’immaginario collettivo la trattativa e’ saltata per colpa della CGIL, e’ un insperato regalo alla destra e Berlusconi.
La chiusura retorica su Berti e’ veramente imbarazzante e getta un ombra lunga su tutto il pezzo del Simoni, in parte condivisibile. Non si comprende davvero la relazione che passerebbe tra reddito personale, rappresentanza sindacale e difesa dei diritti. Possiamo solo immaginare a che tipo di strane conclusioni si arriverebbe se la stessa parabola la si applicasse a ben altri protagonisti della nostra vita pubblica.
Concordo con Antonio quando dice che non si sente davvero la necessita’, qui dalla opposizione, della ennesima analisi stracca della faccenda che, strizzando l’occhio alla vulgata popolare anti-sindacato, si preoccupi di distribuire le responsabilita’ in equa misura a tutti, dimenticando di sottolineare quelle esorbitanti e cialtrone dell’attuale governo.
Segnalo che un tribunale di Tel Aviv ha dichiarato fallita l’Alitalia in Israele e ha ordinato il pignoramento dei suoi beni, incluse le auto aziendali.
http://www.reuters.com/article/euMergersNews/idUSLL30462420080921
mah. essendo l’Alitalia la perfetta metafora del paese immagino che un fallimento disastroso e sanguinoso potrà avere anche degli effetti pedagogici.
è solo la prima delle discontinuità che ci aspettano, stante l’incapacità del paese ad auto-riformarsi (non ce ne sarebbe più il tempo, ormai).
siamo fortunati che sia toccata prima all’Alitalia.
Trenitalia causerà danni peggiori.
e quando si arriverà all’INPS…
Proprio di cattivo gusto il riferimento allo stipendio del Com.te Berti, che non si riferisce ovviamente alla delega sindacale, ma al ruolo di 1° pilota.Oggi, purtroppo, in Italia tutti parlano di tutto e lo stile “spot-sequel” dilaga.Per il resto molte parti dell’articolo sono condivisibili.
nel mondo accademico, incluso in UK, ricchi non si diventa ed all’inizio li sogni 120.000 euro di stipendio.
L’articolo non aggiunge nulla a quanto si è detto e scritto a fiumi in questi giorni.
E scivola ingenuamente e in modo che imbarazza sullo stipendio del Berti.
Se si voleva sostenere la responsabilità DECISIVA(?) dei piloti,si è scelto un argomento di nessun peso,anzi controproducente.
Si poteva semplicemente ricordare che sei mesi fa si sono fidati delle promesse di Berlusconi facendo saltare un negoziato assai equilibrato e molto più favorevole a loro e ai cittadini.
Bastava e avanzava.
Ciao
L’articolo non aggiunge nulla a quanto si è detto e scritto a fiumi in questi giorni.
E scivola ingenuamente e in modo che imbarazza sullo stipendio del Berti.
Se si voleva sostenere la responsabilità DECISIVA(?) dei piloti,si è scelto un argomento di nessun peso,anzi controproducente.
Si poteva semplicemente ricordare che piloti e assistenti sei mesi fa si sono fidati delle promesse di Berlusconi facendo saltare un negoziato assai equilibrato e molto più favorevole a loro e ai cittadini.
Bastava ed avanzava.
Ciao
@tutti, sullo stipendio del “sindacalista” Berti:
l’autore dell’articolo, con il suo imbarazzante parellelo tra stipendio e ruolo di Berti (120mila euro all’anno non fanno un sindacalista) paga il prezzo di un populismo da quattro soldi per guadagnare una marketta a Giuseppe Provenzano (chi e’?).
Lascia ben sperare che il suo articolo sia finito in prima pagina dell’Unita’, nonostante lo scivolone inpubblicabile. Tra qualche tempo, non esclude che sull’Unita’ potra’ trovar spazio financo un articolo di Francesco Costa.
Un rappresentante sindacale avrà come stipendio quello stabilito dal suo contratto di lavoro, oppure stiamo dicendo che si può stabilire una riduzione per i delegati sindacali?
Ogni accordo è migliore di quello successivo, vero sicuramente per alcuni lavoratori dell’Alitalia, ma per la collettività?
Continuo a pensare che l’accordo CAI consentirà a pochi imprenditori di arricchirsi a spese del contribuente per poi cedere l’azienda a pezzettini dopo 5 anni. Consentirà inoltra al management passato e presente di sfuggire alle proprie responsabilità.
E’ appena arrivata una lettera di Veltroni alla Presidenza del Consiglio
http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/alitalia-30/lettera-pd/lettera-pd.html
buona nell’analisi, povera nelle richieste.
o comunque scusate, ma a me, scivolone e meno che sia dirlo in un articolo, appare proprio un’incorerenza fra difendere i diritti dei lavoratori e guadagnare quel popo’ di quattrini.
io se fossi un lavoratore mi incaz…. davvero
ua casa mia la chiamavano “gauche caviar”……
PS.: “Gauche caviar” in francese vuol dire “sinistra caviale”, si tratta di un esperessione dell’ex primo ministro francese Edouard Balladur, cantrista e mentore di Nicolas Sarkozy. Balladur, nel corso di un intervsita, credo fosse il 1993, stigmatizzo’ il comportamento di una certa sinistra definendola cosi’.
Un articolo eccellente, scritto in italiano e – soprattutto – senza paura. Bravo Simoni.
Grazie Ugo.
Sulla questione dello stipendio di Berti, forse un po’ troppo sinteticamente, non ho posto un problema “morale” o altro (che sta forse negli occhi di chi legge), ma semantico. Infatti la mia frase e’ (scusate se la ripeto):
“Chiamare “sindacalista” una persona con un reddito di questo livello significa confondere drammaticamente i piani della regolamentazione delle professioni, della rappresentanza del lavoro e della difesa dei diritti.”
Le categorie che guadagnano quelle cifre, ci sono, si chiamano “ordini professionali” come gli avvocati, i notai, i medici, etc. Quei guadagni implicano non tanto diritti, ovvi, quanto responsabilita’ maggiori.
Altrimenti, si finisce col dire che un operaio che guadagna 1500 euro e’ un privilegiato. Questa confusione semantica e’ foriera di disastri soprattutto per i piu’ deboli.
Mah!
Sig.Simoni, speriamo che (oltre a Ugo) ne sia convinto almeno Lei della sua replica.
Definire un “ordine professionale” sulla base di un livello di reddito invece che su uno statuto di autogoverno riconosciuto e istituito per legge, deve essere una delle tante novita´ socio-politiche-giuridiche-lessicali alle quali IMille ci stano trainizzando dall´interno del PD.
L´Anpac, per rimanere sul semantico, e´una associazione di categoria che svolge “anche” rappresentanza sindacale in ambito contrattuale; i suoi associati sono lavoratori dipendenti sottoposti a contratto, i dirigenti di questa, nelle loro funzioni di rappresentanza, si chiameranno sindacalisti quando contrattano e … piloti quando volano.
Un pilota, a differenza di quanto accade ad un avvocato, ad un medico privato e a un notaio ma analogamente a quanto accade ad un qualsiasi operaio, viene assunto, contrattualizzato, licenziato, necessita pertanto di coperture sindacali simili a quelle di un lavoratore dipendente.
Sono le maggiori responsabilita´ professionali, nel caso dei piloti civili, che implicano i guadagni maggiori, agganciarle a posteriori a maggiori responsabilita´ morali mi sembra davvero scorretto.
E´il ruolo politico-sociale che si riveste che impone la responsabilita´ morale dei propri comportamenti, non il livello di reddito, che di per se non ci chiama a nessun particolare impegno, nonostante gli avvertimenti minacciosi contenuti nel Vangelo di Matteo ma non credo che Lei si riferisse a questi ultimi.
Rimanendo in tema di confusioni: provi a sciogliere quella che ha contribuito a generare nella mente di Filippo, gli spieghi che l´Anpac non e´ esattamente una organizzazione combattente marxista-leninista.
Saluti
Prima di “giudicare” il livello di retribuzione degli altri occorrerebbe sempre approfondire, con un po’ di umiltà…
Suggerisco leggere a questo link l’intervista ad un pilota di Alitalia: può aiutare a capire i risvolti professionali e umani.
http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/alitalia-30/crosetti-pilota/crosetti-pilota.html
Porca miseria, e io che pensavo che l’Anpac fossero i cugginetti dei guerrilleros del Tupac-Amaru!
Comunque ora ho capito, da grande faccio il guerrigl…. anzi il sindacalist… ops…. euhhhhh…. ma come cavolo si definiscono questi gentili difensori dei lavoratori!
Hasta la pagnotta!Siempre!
La tripa llenada jamàs serà vacia! La tripa llenada! Jamàs serà vaciada!Nanannananananana! Na na na na na!Na!Na! Scusate ma non mi ricordo piu’ il canto di battaglia dei nostri amici dell’Anpac-Amaru! Na na na na!
Managgia! Come faro’ ora che Leo Perutz mi ha rotto il mio sogno sindacalista-marxisto-stalinista come faro’! Ed io che sognavo con gli eroi dell’Anpac-Amaru! Chi riprende piu’ sonno ora….
Sottoscrivo in pieno le parole di Leo Perutz. Aggiungo solo che il carico di responsabilità affidato ad un comandante (vite umane + valore dell’aeromobile) è enorme se comparato a quello di un notaio e che il costo di un brevetto da pilota commerciale supera i 200.000 Euro. Ed in ogni caso gli stipendi li fa il mercato….
P.S. nessuno si è accorto in passato che esiste persino un sindacato calciatori ?
Ehilà Luca! Chi si rivede!Quanto tempo! Come va?
Tutto bene?
Per Giove, Filippo l’altro. Cinque o sei minuti di pensieri per risposte di tal calibro? Non mi sorprende, dunque, che concordi con le mearivlgiose argomentazioni di Marco Simoni sulla problematica coesistenza degli appellativi “sindacalista” e “pilota”.
Uffa siete proprio dei noiosi! Comunque invito l’amico Antonio e rileggersi i miei post non ho mai parlato di sindacalisti o di piloti. Ho parlato di “sogno sindacalista-marxista-leninista” ma era una battuta….
Banda di noiosi!
PS.: Comunque potete dire quello che volete, ma l’italiano medio, quello che voi dispregiate tanto, se scopre che un sedicente “difensore dei lavoratori” guadagna sto stipendio si stupisce. Non dico che sia sbagliato guadagnare cosi’. Dico solo che rimarrebbe stupito? Non é vero? Beh forse allora vivete in delle torre d’avorio.E questo non vuol dire pensarla come Marco Simoni, Marco Rossi, o chissochi, questo non significa essere di destra o di sinistra, questo significa vivere nel mondo reale. Detto questo ricordo che la definizione della “gauche caviar” viene da destra non dalla sinistra.