di Elena Pasquinelli
Tartarughe, termiti e flussi di traffico è il titolo di un classico nel mondo dell’educazione e delle scienze della mente ispirate ad una nuova corrente di intelligenza artificiale (Mitchel Resnick : Turtles, termites and traffic jams, MIT Press, 1997). Me ne vorrei ispirare per proporre un modello per il PD, come partito dinamico, forte di un’intelligenza collettiva e della capacità di immaginare. Che cosa dice questa corrente ?
Molto in breve : che gli organismi naturali che conosciamo e anche quelli artificiali che progettiamo nei laboratori di robotica non hanno necesariamente bisogno di un cervello centrale. Il cervello centrale, che opera su una serie di simboli, è il modello delle scienze cognitive e dell’intelligenza artificiale dette classiche. Questo modello è stato messo alla prova su compiti di ragionamento « alto » : giocare a scacchi, risolvere problemi complessi. Ma fallisce, o quanto meno : si rivela pesante e inutile, quando si tratta di costruire enti capaci di adattarsi ad ambienti dinamici, che cambiano nel tempo.
Troppo pesante è fornirgli una descrizione dettagliata dell’ambiente in cui si dovrà muovere, simboli per tutte le incognite che potrà incontrare in quell’ambiente che lui stesso modifica con le sue azioni. Allora meglio, secondo il grande ispiratore della sezione di robotica del MIT, Rodney Brooks, fare a meno di questo cervellone e di tutte queste rappresentazioni e renderlo capace di utilizzare l’informazione che viene dall’ambiente (Rodney Brooks : Intelligence without representation, Artificial Intelligence 47 (1991), 139-159).
E del resto : come fanno gli uccelli a volare in gruppo per chilometri e chilometri senza sbagliare traiettoria ? Come fanno le termiti a costruire enormi grattacieli con celle frigorifere, orti, canali di aerazione ? Nessun cervello centrale detta la strategia da seguire per tutti, non ne avrebbe le capacità, così come mancherebbero le capacità per comunicare informazioni complesse. L’osservazione delle azioni dell’animale vicino e poche istruzioni di base inserite nel DNA sono sufficienti a creare sistemi organizzativi complessi, dal funzionamento perfettamente regolato. Gli organismi lavorano su compiti specifici, ognuno portando avanti la propria linea di condotta e aggregandosi localmente all’organismo vicino sulla base dell’affinità di linea di condotta e forme di comunicazione locale. La grande rete si crea da sola, per le affinità che i membri di un gruppo hanno con membri di altri gruppi, e così via. Di individuo in individuo, di gruppo in gruppo a forza di affinità locali emerge un comportamento complesso, che ha l’apparenza di un comportamento guidato dall’alto, centralmente, ma non lo è.
Mi piace immaginare il PD che funziona come un termitaio. Operoso, concreto nel costruire azioni quotidiane. Con basi solide e comuni a tutte le sue termiti, iscritte nel proprio DNA di termite, ma poche e semplici come le istruzioni del DNA sanno essere. E con la capacità di operare insieme al proprio vicino, di aggregarsi nella costruzione di un pezzo di grattacielo, e magari di aggregare in quella operazione altre termiti che passavano di là.
Un PD che è il frutto di un’intelligenza collettiva, in cui gruppi di membri si aggregano localmente, invece che intorno ad un’idea centrale. Che non vuol dire un PD senza idee, ma con tante idee, non necessariamente identiche l’una all’altra. Idee diverse, portate avanti da gruppi di membri che si associano intorno alla costruzione di un pezzo del grattacielo, piuttosto che di un altro. Un gruppo aggregato dalla rivendicazione sulla laicità ma scettico sulle centrali nucleari. Un gruppo unito dalla redistribuzione dei salari, ma non dalla laicità.
Un Partito dinamico, che non vuol dire senza cervello ma capace di reagire in tempo reale ai cambiamenti del proprio ambiente, senza il fardello di rappresentazioni del mondo intoccabili, di modelli che rischiano di non saper tenere dietro e comprendere il mondo che cambia. Ma perché questa reattività sia intelligenza e sia davvero appropriata alle condizioni del proprio ambiente bisogna che il cervello di ognuno dei suoi componenti sia capace non solo di osservare il mondo, ma di estrarne le informazioni rilevanti per prendere le sue scelte. Ci vogliono allora apparati percettivi efficaci, apparati per guardare e per capire. Strumenti di analisi della società, della natura.
I risultati di queste forme dinamiche e collettive di intelligenza sono grandiosi quando si pensa alla magnificienza di un termitaio, alla capacità di comprensione e azione di un robot inviato su Marte.
Certo, non si può sempre e solo navigare a vista. Gli esseri umani hanno sviluppato strumenti potenti per andare al di là del contingente, del quotidiano che limita le termiti a costruire sempre e solo termitai. Gli esseri umani hanno la capacità di programmare, di pensare al domani e di anticiparlo. Di staccarsi dalla costrizione di ciò che vedono e sentono per usare strumenti più fini, di analisi, di ragionamento libero. Si tratterà allora, periodicamente, di allontanarsi cò che si è riusciti a costruire e di guardare il grattacielo da lontano, di osservare come cresce, quale direzione prende e farsene, sempre insieme, architetti. E di usare quella capacità della mente umana che è apparentata alla ragione ma che Musil chiamava il « senso della possibilità » (Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi/Mondadori). E’ la capacità di immaginare quello che non è, di pensare al congiuntivo e non solo all’indicativo. Di vedere, dove alcuni vedono solo un albero, una foresta.
E la coerenza del Partito ? La sua identità unitaria, quella che lo fa essere diverso dagli altri partiti ? E’ possibile che tutto questo resista alla perdita di un’ideologia e di una linea comune che detta tutte le scelte del partito e dei suoi membri – il cervellone ?
Io credo di si. Credo che in gioco ci siano due modelli di identità, non la garanzia e la perdita di identità. Da una parte l’identità intesa come una testa, col suo cervello e il suo volto, e in questa testa tanti omuncoli che si passano le informazioni e progettano le azioni del grande organismo. Dall’altra parte un’identità come una foto di famiglia, in cui il figlio somiglia al padre per gli occhi ma ha la bocca della madre. In cui il cugino somiglia al figlio per il naso e alla madre per gli occhi (Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi). E certo, il cugino può non aver nulla del padre, ma essergli legato attraverso la somiglianza col figlio.Che bisogno c’è di uccidere il padre o la madre quando se ne stanno lì, tranquilli nella loro foto di famiglia, in buona compagnia di figli, nipoti, zii, cugini ?
Un’organismo complesso come un partito difficilmente potrà avere un’identità diversa da quella di una foto di famiglia, tanto cara a noi wittgensteiniani.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Veramente interessante. E’ un po’ il contrario di quello che sostiene Curzio Maltese, cioe’ che la politica ormai si fa solo con i leader carismatici e i mass media, i partiti, i termitai operosi non servono piu’ a niente. Devo essere sincero: la tua tesi, Elena, e’ piu’ romantica ma quella di Maltese mi convince molto di piu’.
Barack Obama che ne pensa?
Mi piace moltissimo il modello proposto da Elena per il Partito Democratico, dalle termiti alle foto di famiglia, e la buona notizia e’ che mi sembra funzioni gia’ tutto esattamente in questo modo.
I “leader carismatici” non servono per fare funzionare un partito e fare politica. Al massimo servono per fare le campagne elettorali, ossia per condurre degli eventi di marketing quadriennali che, come sappiamo, con la politica non proprio hanno nulla a che vedere.
Gianni, ma se tutto gia’ funziona secondo il modello “a termite”, cioe’ nei migliore dei modi mi par di capire, mi spieghi come mai il PD ha preso 9 punti di distacco alle ultime elezioni?
Domanda numero 2: cosa succede nel modello “a termite” se un ex-leader carismatico, oggi magari non piu’ cosi’ carismatico anzi, pretende di condurre gli eventi di marketing quadriennali che sono le elezioni nonostante tutto? Quali sono le reazioni in un partito organizzato “a termite”?
Anselmo, come ripeto sono convinto che politica e campagna elettorale siano due attivita’ diverse, anzi, opposte: la prima cerca di trovare un accordo con chi la pensa in maniera diversa per cambiare la vita di tutti, la seconda ha lo scopo di enfatizzare anche le differenze piu’ microscopiche al fine di eleggere un numero elevato di irrilevanti funzionari strapagati.
Inoltre, la prima dura cinque anni, la seconda due mesi.
Di conseguenza, trovo personalmente piu’ utile ed interessante occuparmi di politica che di campagne elettorali. Per cui preferisco un partito nella quale ciascuna “termite” costruisca un pezzo di paese contando principalmente sull’ aiuto di chi le sta accanto, senza stare ad aspettare il business plan del capo.
Per le elezioni non lo so, ci penseremo quando ci arriveremo. Un capo carismatico lo troveremo ben da qualche parte, a me va bene anche George Clooney.
beh, Gianni, se secondo te funziona tutto “a termite”, cioe’ benissimo ma che dico nel migliore dei modi, allora in Italia siamo tranquilli. Il precariato scomparira’ a breve, il sistema pensionistico verra’ riformato e i treni arriveranno pure in orario in meno che non si dica. Mi chiedo in paese vivi. Ah si’, in Svizzera. Ma pensa.
Si, ma cosa fanno le termiti? Termitai. E perché? per riprodurre termiti, che faranno altri termitai.
Un partito che serve solo per riprodurre se stesso (ha ragione Gianni, il PD assomiglia già a un termitaio, anche se non mi sembra di cogliere il gioioso brulichio di indaffarati, operosi, militanti) mi sembra massimamente inutile.
Infatti non farà scomparire il precariato, non riformerà il sistema pensionistico, non farà arrivare i treni in orario. Si riprodurrà, come una colonia di brave termiti.
Buon lavoro.
Mi piace l’analogia. Certo deve essere presa come una provocazione. L’agenta termite e quello umano sono molto diversi e quindi la complessita’ emergente potrebbe emergere in modo molto diverso.
Ad esempio, il noto “sapiens paradox”. Da sessantamila anni circa siamo geneticamente gli stessi per il 90% del tempo della nostra permamenza sulla terra, l’umanita’ e’ rimasta la stessa.
Come mai?
Tornando al PD. Nei parlai anche durante le giornate a roma dei imille, del modello organizzativo analogo al corpo umano (con cervello centrale e terminazioni nervose, le sezioni) o quello di centri di elaborazione diffusa (tanti luoghi di elaborazione e decisione locali anche per responsabilizzare).
Comunque, bello lo spunto di Elena.
Stimolante la metafora dell’intelligenza distribuita.
Il modello descritto sembra evocare il “vecchio” modello della partecipazione a cui mi sento culturalmente più affine rispetto alla visione della politica come scontro tra leader.
Stimolante il tentativo di individuare modelli di relazione che consentono l’addensarsi di idee senza guida eteronoma. Una specie di processo che crea “luoghi di stabilità” , di ordine, agli immediati margini del caos.
Questi modelli, presi in prestito dalla biologia e dalle scienze naturali sono frequentemente usati anche in discipline che si occupano di organizzazione aziendale.
La nuova visione dei mercati come sistemi non lineari sviluppa riflessioni e risposte che sembrano garantire flessibilità superiore rispetto ai modello gerarchico/verticistico tradizionale.
La visione dell’organizzazione a testa unica tipica del fordismo/taylorismo superata dalla produzione snella di Taiichi Ohno (padre del sistema toyota) prima e dalla visione per processi degli anni “80 poi, ha tagliato la testa unica delle organizzazioni.
Da un po’ di anni si sono diffuse riflessioni sulle organizzazioni rizomatiche; la rete come modello di aggregazione- distribuzione della conoscenza ha offerto notevoli stimoli in questa direzione.
Il rizoma, in biologia, contrappone, al “verticistico” sviluppo a radice della strutture arborea una crescita senza testa, per nodi tipica di alcune piante erbacee che nascono in condizioni sfavorevoli, vedi ad es.le piante acquatiche.
La metafora del rizoma è anche usata per rappresentare uno sviluppo del pensiero contrapposto alla filosofia tradizionale, il cui pensiero segue un processo lineare e gerarchico.
Applicazioni di simili concetti sono inoltre presenti nelle architetture dei sistemi informativi moderni.
Alla visione centralistica , monistica, tipica dei grandi mainframe si sono sostituite architetture decentralizzate-distribuite che hanno indotto a sviluppare sistemi basati sulla tecnologia degli agenti intelligenti distribuiti fondati sui meccanismi di autoapprendimento sul modello delle reti neurali.
Insomma grande fermento intorno al tema centralizzazione e decentralizzazione dell’intelligenza.
Se portiamo queste riflessioni sull’idea di un partito che si forma come il frutto di un’intelligenza collettiva lo spunto è interessante e merita riflessione approfondita
Ma lo sviluppo della riflessione non convince su alcuni punti fondamentali e nei suoi esiti finali.
Il primo punto riguarda il ruolo eccessivo ruolo che nel dibattito corrente viene dato ai “sensori” d’ambiente.
Il continuo inseguire i “sentimenti” della gente,l’uso ricorrente dei sondaggi sono la prova di questo approccio.
Accade tuttavia che nella formazione delle percezioni collettive si faccia uso frequente della pratica del pregiudizio. Il giudicare senza aver compiuto approfondita analisi è pratica diffusa del nostro tempo.
Percezioni indotte che addensano falsa coscienza.
Analisi, giudizio, percezione, conoscenza e poi di nuovo analisi , giudizio… Questo cerchio della conoscenza si spezza quando una di queste fasi è percorsa in modo incompiuto perchè a velocità troppo elevata.
Insomma, la deriva pericolosa di questo approccio è che il tutto si limiti alla presenza di buoni percezioni ed una auspicata capacità di adattamento dell’organismo, ponendo in secondo piano il contenuto di “senso”
Il secondo riguarda la foto di famiglia.
Credo che il padre sia già stato ucciso, nel PD sicuramente, nella sinistra non ancora ma con i medesimi effetti nefasti.
La morte è il destino naturale degli uomini.
Tuttavia restiamo orfani in caso di morte violenta, prematura, non in caso di morte naturale.
La morte che non consegna eredità ai vivi.
Questa morte ha lasciato i vivi dimenarsi in discussioni, prive di “senso”, sulle migliori buone pratiche nelle gestione dell’esistente.
Intendo dire che tutti i ragionamenti che riguardano il miglioramento dell’efficiente della vita di un organismo, un’impresa, o un istituzione rappresentano “livello 2″ , quello che arriva dopo l’identità.
L’identità è ciò che descrive il modello di società che vogliamo, quella che riteniamo debba fare “uomini felici”
Ci si domanda a proposito dell’identità del PD:
“E’ possibile che tutto questo resista alla perdita di un’ideologia e di una linea comune che detta tutte le scelte del partito e dei suoi membri – il cervellone ?”
A me verrebbe di rispondere di no, al contrario di quanto sostenuto da Elena Pasquinelli.
Pretendiamo che la sinistra ritorni a pensare, discutiamo del limite filosofico dell’elaborazione marxista. Non ammazzando frettolosamente il padre, in una posizione difensiva ma di crescita culturale.
Proviamo a dire con chiarezza che cosa pensiamo del marcato come unico valore di regolazione delle relazioni.
Da qui in poi cominciamo a dire che società vogliamo.
Vedremo che la differenza si consuma tra chi pensa ad un modello di sviluppo basato sulla crescita e chi ne vede uno basato sulla ricchezza , sulla felicità, incidentalmente sulla decrescita.
Insomma corriamo il serio rischio di rimanere schiacciati da un lato dalle nostalgiche passioni giovanili di qualche dirigente politico e dall’altro dall’approccio di “veloci riformisti” che hanno dimenticato la buona e “lenta” pratica dell’analisi. Perché i tempi del consenso non non lo consentono.
Insomma tutta la sforzo delle riflessioni sembra prestare attenzione all’efficienza degli organismi o delle organizzazioni.
Poche riflessioni sul senso, vero cemento di identità.
Chi compie riflessioni sul “management di un organismo non pone domande del genere perché la domanda è pleonastica perché la risposta è già data ed è la più semplice: il profitto.
Abbiamo ammazzato il padre e lo abbiamo cancellato rapidamente dalla foto di famiglia, per vergogna.
Abbiamo ammazzato il padre prima che ci spiegasse come fare a lanciarsi in volo ma, come il gabbiano di Giorgio Gaber, abbiamo perso “l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito”.
Spunto interessante, anche se parlare di “intelligenza collettiva” per un termitaio mi sembra abbastanza fuorviante: al termitaio manca esattamente quella che noi definiamo comunemente intelligenza, la capacità di pensiero cosciente, simbolico ed astratto, che caratterizza gli esseri umani. Capacità che poi interviene solo in un numero limitatissimo tra tutte le interazioni che abbiamo con l’ambiente, e che per essere utile richiede ad ogni singolo individuo – secondo me necessariamente – la possibilità di “mettere in pratica” idee logicamente in contrasto le une con le altre: proprio ciò che i fondatori della disciplina dell’intelligenza artificiale probabilmente non avevano capito.
Da un punto di vista politico, credo anche io fermamente che la presenza in un partito di idee diverse, e anche di raggruppamenti – preferibilmente non fissi e trasversali, come dice Elena – sia utile e necessaria. Buona parte dell’azione di un partito avviene, come per il singolo essere umano, senza il controllo diretto di un centro, ed è giusto che sia così. Migliaia, milioni di azioni e decisioni devono essere attuate ogni giorno, e non si può stare ad aspettare ogni volta l’intervento di un centro: questa è la forza principale di un modello a rete.
Però per svolgere il compito fondamentale di un partito riformatore, ovvero produrre cambiamenti nella società, è anche necessario che determinate azioni siano svolte in modo forte e coordinato. E’ qui che serve l’intervento di un centro, di un’idea, di una leadership che logicamente non sarà condivisa da tutti, ma che deve essere in grado di guidare – soprattutto attraverso l’ispirazione e l’esempio – i cambiamenti possibili in una direzione precisa scelta democraticamente.
Il PD deve imparare a conciliare la presenza di molte idee forti e anche in contrapposizione tra loro, di un dibattito culturale vivace e anche aspre battaglie per conquistare la maggioranza, con la capacità di esprimere (ai vari livelli) leadership efficaci in grado di ispirare e guidare un disegno riformatore. E’ proprio nell’attuare cambiamenti rispetto al tran-tran quotidiano, nel prendere decisioni importanti che il ruolo del “cervello” è fondamentale. Senza il cervello bisogna aspettare che sia l’evoluzione naturale a portare ad un nuovo e migliore adattamento all’ambiente, e non credo che possiamo/vogliamo aspettare le centiania di generazioni necessarie per questo…
“anche se parlare di “intelligenza collettiva” per un termitaio mi sembra abbastanza fuorviante” : non sono ovviamente d’accordo, in primis. Tu descrivi l’intelligenza solo in termini di organismo autocosciente (o che crede di essere tale) in contrapposizione ad altri che non ci dicono di esserlo, o meglio ancora siamo noi che non sappiamo di una eventuale loro autocoscienza. Il formicaio, per parafrasare un noto esempio, dialoga con il formichiere con perfetto garbo ed educazione, per la felicità di entrambi.
Ma poi, un partito politico deve essere come un essere umano? con una autocoscienza e una volontà forte? Una formica si trova meglio in un formicaio o in una entità super-formica? Per ritornare ai partiti, gli uomini che fanno parte di un partito preferiscono esercitare totalmente e democraticamente la loro libera coscienza o vogliono da un partito la soluzione a tutte i problemi dell’universo?
Sappiamo (o dovremmo sapere) che una verità universale non esiste in nessun campo, e quindi una soluzione univoca e omogenea che rispecchi un granitico corpus di dogmi non esiste, o meglio non può che essere un imperio soffocante. Un partito democratico quindi, a mio modo di vedere, non può che essere un libero e paritario luogo di sviluppo e discussione che proietti poi, e si nutra a sua volta, tutto ciò nell’amministrazione quotidiana.
Scusa Riccardo ma proprio non ho capito, il formichiere che si mangia le formiche è secondo te intento ad intrattenere un garbato dialogo con il formicaio?
Io poi non ho detto che un partito “deve essere” come un essere umano, mi sono limitato a rimanere all’interno della metafora del “cervello”, e non mi sono mai neanche sognato di dire (o di pensare) che esiste una “soluzione univoca ed omogenea” ai problemi. Al contrario, ho detto che esistono approcci diversi e che in un partito è normale che essi coesistano, ma che poi per produrre dei cambiamenti bisogna prendere delle decisioni in modo coerente, e qui è necessario un ruolo di coordinamento e di indirizzo – ruolo che va ricoperto in base a scelte democratiche e, aggiungo qui tanto per chiarire, a termine.
Poi sarà forse l’effetto delle vacanze, ma non ho neanche capito cosa voglia dire “un libero e paritario luogo di sviluppo e discussione che proietti poi, e si nutra a sua volta, tutto ciò nell’amministrazione quotidiana”.
Daniele, era una non dotta citazione (vaga peraltro) dell’amicizia tra il Formichiere e il signor Furio-Caio barone di Monteformica. Achille, comune amico, si stupisce dell’amicizia tra un Formichiere e un formicaio, ma il primo spiega bene che le due cose non sono in contraddizione. Trovi tutto in Hofstadter, Goedel, Escher & Bach, nell’edizione Adelphi, in particolare il Formichiere, il formicaio e altri intellettualismi formicolanti nel dialogo “mirmecofuga” (pag 337).
Per il resto non mi riferivo a te, ma alla tendenza generale di cercare una “linea di partito”.
L’ultima frase la possiamo sviscerare meglio domani sera dal vivo, con una birra per far scivolare meglio i pensieri.
Ok, non conoscevo la citazione – per il resto ne parliamo stasera
Ok, non conoscevo la citazione – per il resto ne parliamo stasera