Conversazione su meritocrazia e ricambio generazionale

Proponiamo una sintesi di una conversazione avuta qualche tempo fa dietro le quinte del nostro blog sui temi della meritocrazia e del cambio generazionale nel nostro paese. A nostro avviso questa conversazione aiuta a fare il punto sulla situazione italiana ed a capire quali sono i punti nevralgici della crisi del paese.

Maria Cascella: “Uccidere il Padre”, una siffatta presentazione obbligherebbe noi ad accettare l’eventuale ricambio del PD non in nome della competenza, del merito, o di una diversa progettualità politica, ma solo quella generazionale

Giovanni Fontana: Ma scusa, Maria, allora se dicessimo che c’è più bisogno di donne nel PD (e l’abbiamo detto) ci obbligheremmo ad accettare un riequilibrio di genere, non in nome della competenza e del merito, ma solo di quella sessuale? E tra l’altro sì, vista la situazione attuale, meglio una donna incompetente che un uomo incompetente. Io non credo per nulla che l’essere giovani sia così pacificamente considerato un valore, che sia così ovvio, al di là delle aziende che hanno convenienza a pagare pochi contributi. Quello che tu dài per assodato, io mica lo riscontro.


Anzi, penso che se per iMille è un passo indietro concentrarsi sul tema del cambio generazionale, è un passo indietro sul tracciato che il paese non ha ancora segnato. In ogni campo, in particolare in politica, ma anche in tutt’altro come il calcio, c’è una supervalutazione dell’ “esperienza”. Tra l’altro, alcune volte mellifluamente confusa con la capacità di muoversi, l’essere scafati. L’abitudine a frequentare le zone grigie Sto dicendo che l’esperienza non conta nulla, ed è un disvalore? Ovviamente no, non sono scemo. Però ogni tanto può capitare che il saper quale sia una buona strada, inibisca la ricerca di una strada nuova, e magari – per avventura – migliore. E ti prego di credere che non parlo perché giovane: non è il mio modo di concepire la politica.

Gianni Burzi: Giovanni, ammetto che la mia visione della società italiana possa risentire del fatto che non ci abito da quindici anni, ma ne seguo le vicende e ci faccio affari. L’ esperienza “tattile” mi dice che non esiste alcuna questione giovanile: il nostro recruiter scarta senza leggerli tutti i CV di chi ha piú di 40 anni, anche per posizioni dirigenziali, e ogni volta che vado a visitare una azienda il CEO e’ il figlio o il nipote (trentenne) del fondatore. Uno studio del Sole 24 ore dice che questo il caso di quasi tutte le imprese che hanno più di un quarto di secolo, e le statistiche mi dicono che il nostro parlamento e’ più giovane di quello americano, francese o tedesco.

La questione anagrafica e’ una balla. Nessuno ti scarta perché sei giovane: ti scartano perché non “conti” un accidente, fregandosene di quel che “vali”. Il problema, infatti, e’ che ci sono là fuori venticinquenni che saprebbero dirigere una impresa molto meglio del figlio dell’imprenditore (che infatti non si quota in borsa proprio per paura che azionisti veri vogliano dirigenti veri), e che invece fanno i precari o si fanno schiavizzare in qualche azienda di consulenza solo perché hanno un altro cognome. Non e’ “freschezza contro esperienza”, e’ “merito contro appartenenza”.

Emidio Picariello: Gianni, la tua visione della società italiana risente del fatto che non ci abiti da 15 anni. Perché solo chi non vive in Italia può immaginare di sostenere che in Italia non ci sia un problema di gerontocrazia incancrenito. L’eccezione sono, e non sempre i “figli”. E tu dall’eccezione vuoi ricavare la regola.

Corrado Truffi: Oh mamma mia quanto sono d’accordo questa volta con Gianni! Dall’alto dei miei 51 anni, oso quindi autocitarmi:

http://www.imille.org/2007/09/laltra_faccia_della_gerontocra.html

Gianni Burzi: Una delle ragioni del ritardo di innovazione (per usare un eufemismo) del nostro capitalismo, e’ il fatto di finanziarsi quasi esclusivamente con capitale di debito. Ossia con strumenti che incentivano un approccio conservativo al rischio di impresa e richiedono beni a garanzia (ossia la villetta del papi) anziché buone idee da proporre al mercato. Per non parlare del carattere, diciamo così, “personalizzato” del credit assessment praticato delle banche commerciali italiane.

La ragione principale per la quale le imprese italiane scelgono i debiti con le banche invece di finanziare la propria impresa vendendone le azioni (ossia delle parti) ad investitori privati o al mercato (che cercano e premiano la crescita rapida, ossia il rischio e l’ innovazione), e’ proprio il timore di diluire la proprietà famigliare dell’ impresa. Nonché il timore che azionisti esterni impongano manager capaci, alla guida dell’ impresa, al posto del rampollo di famiglia (che dovrebbe quindi cercarsi un lavoro lasciando il suo posto magari ad un altro giovane, ma bravo).

Per cui, paradossalmente, e’ proprio un eccesso di attenzione verso i giovani (alcuni giovani, pero: i figli del papi), e non la loro emarginazione, una delle cause più importanti di declino della nostra società. E questa e’ la regola, Emidio, non l’ eccezione.

L’ Italia non e’ una gerontocrazia, quindi: e’ invece un’aristocrazia, ossia una oligarchia ereditaria. Per questo la valorizzazione del merito (come categoria economica, strutturale, non “morale”) e’ la chiave per cambiare questa società.

In sintesi: il merito e’ una categoria politica nel processo di selezione della classe dirigente, in quanto altera i rapporti di forza che la determinano. Nello stesso senso, l’ età anagrafica non e’ invece una categoria politica: e’ solo una chiacchiera vana.

Daniele Mazzini: Secondo me sono due aspetti della stessa medaglia. L’Italia diventa sempre di più un paese senza qualità, dove contano solo le paghe basse per chi produce e i rapporti amicali tra quelli che dirigono chi produce. Nella nostra gerontocrazia non conta l’esperienza nel saper fare le cose, ma la rete che ti sei costruito nel tempo: se è potente sei al sicuro, se non lo è….

Se sei il figlio del proprietario la rete amicale la erediti, per cui vai benissimo anche se poi non capisci molto il lavoro che dovresti fare.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

16 Commenti

  1. lorella

    Anch’io sono convinta che sia una questione di merito: le persone non vanno considerate per la categoria a cui appartengono (donne, giovani…) ma per ciò che sanno e sanno fare. In Italia non si mettono all prova i “nuovi” (che sono i giovani, ma anche i quarantenni che cercano lavoro in una nuova azienda…) perchè nella maggior parte dei casi i giochi sono già fatti.

  2. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Gianni Burzi da incorniciare.

  3. stefano vaccaro

    Se posso vorrei raccontare due esperienze personali. Io mi sono laureato in fisica nel 99 con una tesi sulla caratterizzazione della frazione fine del particolato atmosferico a Milano (PM10 e PM2.5, come vengono chiamate). La mia tesi al tempo era il primo studio sistematico a Milano su questa problematica (infatti piu` di un dirigente ARPA se la fece inviare) e fu poi proseguita da un’altra studentessa che ha approfondito la tematica e che io ho sempre considerato anche decisamente piu` valida di me. Ora, chi conosce la Milano e la Lombardia sa che quella e` “LA” problematica ambientale di quell’area, quindi si potrebbe immaginare che gli enti che di quello si occupano facessero la coda per accaparrarsi me o ancora meglio la validissima collega che aveva approfondito e svlluppato il lavoro… nessuno, invece, era minimamente interessato e, in caso di concorso, nessuna speranza poteva esserci in quanto (pur essendo in rapporti di collaborazione scientifica e conoscenza personale con varie persone nell’ente in questione) non eravamo il candidato di nessuno in particolare ed ognuno doveva “piazzare i suoi” vari tesisti, precari, contrattisti etc. che aspettavano il concorso da anni e poco importa se si erano occupati fino ad allora di rumore o onde elettromagnetiche dei telefonini (poi la mia occasione arrivo`, verso il fondo della graduatoria, ma anni dopo e in una congiutura spazio-temporale che non mi consenti` di accettare).
    Infine vorrei fare una confessione: sono stato figlio di “papi” anch’io, ma non esattamente come quelli descritti. Appena laureato (avevo lavorato un anno da informatico), pensai di entrare nell’azienda di famiglia (piccola azienda metalmeccanica in Brianza fondata da mio nonno, dove mio padre, che allora tento` in tutti i modi di dissuadermi, era responsabile del personale). Anche se io ed il direttore generale (mio zio) cercammo di far funzionare un approccio meritocratico, la cosa non funziono` in quanto si rivolto` in una de-meritocrazia nei miei confronti: al primo colloquio mi venne detto, sostanzialmente, “la tua laurea non esiste e non ha valore” e dopo qualche mese venni richiamato per eccessiva confidenza con mio nonno ottantenne e mio padre e per atteggiamenti (come il fare commenti in inglese con visitatori stranieri al laboratorio dove lavoravo), poco consoni al mio (basso)livello gerarchico. Non voglio fare la vittima, era chiaro che restando li` avevo delle prospettive in quanto “figlio e/o nipote di…”, ma per arrivare a questo dovevo, secondo la logica di chi dirigeva l’azienda a quel tempo (un manager esterno alla famiglia titolare) non studiare, ma “espiare il peccato”. Me ne andai e fu meglio per tutti.
    Entrambi i casi, mi pare, sono sintomi di un rapporto distorto con la categoria di merito da parte di chi valuta, in cui il “giovane” viene valutato per una serie di condizioni al contorno invece che per le competenze che porta e che e` in grado di acquisire con la preparazione da cui parte. In questo senso una questione generazionale (piu` che anagrafica) io credo che esista.

  4. stefano vaccaro

    Se posso vorrei raccontare due esperienze personali. Io mi sono laureato in fisica nel 99 con una tesi sulla caratterizzazione della frazione fine del particolato atmosferico a Milano (PM10 e PM2.5, come vengono chiamate). La mia tesi al tempo era il primo studio sistematico a Milano su questa problematica (infatti piu` di un dirigente ARPA se la fece inviare) e fu poi proseguita da un’altra studentessa che ha approfondito la tematica e che io ho sempre considerato anche decisamente piu` valida di me. Ora, chi conosce la Milano e la Lombardia sa che quella e` “LA” problematica ambientale di quell’area, quindi si potrebbe immaginare che gli enti che di quello si occupano facessero la coda per accaparrarsi me o ancora meglio la validissima collega che aveva approfondito e svlluppato il lavoro… nessuno, invece, era minimamente interessato e, in caso di concorso, nessuna speranza poteva esserci in quanto (pur essendo in rapporti di collaborazione scientifica e conoscenza personale con varie persone nell’ente in questione) non eravamo il candidato di nessuno in particolare ed ognuno doveva “piazzare i suoi” vari tesisti, precari, contrattisti etc. che aspettavano il concorso da anni e poco importa se si erano occupati fino ad allora di rumore o onde elettromagnetiche dei telefonini (poi la mia occasione arrivo`, verso il fondo della graduatoria, ma anni dopo e in una congiutura spazio-temporale che non mi consenti` di accettare).
    Infine vorrei fare una confessione: sono stato figlio di “papi” anch’io, ma non esattamente come quelli descritti. Appena laureato (avevo lavorato un anno da informatico), pensai di entrare nell’azienda di famiglia (piccola azienda metalmeccanica in Brianza fondata da mio nonno, dove mio padre, che allora tento` in tutti i modi di dissuadermi, era responsabile del personale). Anche se io ed il direttore generale (mio zio) cercammo di far funzionare un approccio meritocratico, la cosa non funziono` in quanto si rivolto` in una de-meritocrazia nei miei confronti: al primo colloquio mi venne detto, sostanzialmente, “la tua laurea non esiste e non ha valore” e dopo qualche mese venni richiamato per eccessiva confidenza con mio nonno ottantenne e mio padre e per atteggiamenti (come il fare commenti in inglese con visitatori stranieri al laboratorio dove lavoravo), poco consoni al mio (basso)livello gerarchico. Non voglio fare la vittima, era chiaro che restando li` avevo delle prospettive in quanto “figlio e/o nipote di…”, ma per arrivare a questo dovevo, secondo la logica di chi dirigeva l’azienda a quel tempo (un manager esterno alla famiglia titolare) non studiare, ma “espiare il peccato”. Me ne andai e fu meglio per tutti.
    Entrambi i casi, mi pare, sono sintomi di un rapporto distorto con la categoria di merito da parte di chi valuta, in cui il “giovane” viene valutato per una serie di condizioni al contorno invece che per le competenze che porta e che e` in grado di acquisire con la preparazione da cui parte. In questo senso una questione generazionale (piu` che anagrafica) io credo che esista.

  5. Secondo me il problema generazionale non e’ un problema di classi dirigenti, ma di debito e risorse.

    “L’Italia è una delle società in cui il sostegno delle famiglie ai giovani è più forte e in cui la permanenza dei figli tra le mura domestiche è più lunga. Ma il risultato di questa condizione eccezionale è che proprio gli italiani, sono fra tutti i paesi sviluppati, il popolo che più sta agendo contro i giovani. Si assiste alla più massiccia redistribuzione di risorse dalla generazione dei figli a quella dei genitori di cui si abbia traccia in epoca recente. In poco più di dieci anni abbiamo raddoppiato il nostro debito pubblico e promesso pensioni molto generose, nonostante il calo della fertilità e l’allungamento della vita: su ogni giovane italiano oggi gravano 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 euro di debito pensionistico. Lo abbiamo fatto non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell’istruzione o dei servizi, ma per pagare pensioni di invalidità, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere baby pensioni e pensioni di anzianità, cedere alle pressioni di rappresentanze di interessi specifici e di breve respiro. Questa combinazione di altruismo privato e di egoismo pubblico è diventata un freno molto forte alla crescita del paese e rappresenta una pesante ipoteca sul nostro futuro. La soluzione, secondo Boeri e Galasso, potrebbe dipendere, prima di tutto, dal coraggio dei quarantenni di oggi. Per questa generazione è arrivato il momento di imboccare la strada delle riforme nel mondo del lavoro, delle professioni, dei servizi e del welfare. (Da
    http://www.ibs.it/code/9788804571636/boeri-tito/contro-giovani-come)”

  6. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    @stefano vaccaro
    Me ne andai e fu meglio per tutti.

    Ti parra’ strano, ma qui in Olanda a consanguinei, mariti, moglie e partner non viene consentito di lavorare sotto lo stesso tetto, proprio per evitare situazioni come le tue. A parer mio non avresti dovuto provare a lavorare nell’azienda di famiglia da “normale”.

  7. sergio

    D’accordo con Gianni Burzi per la chiara e tagliente diagnosi sulle chiusure della società italiana. Per i figli di papi aggiungiamo pure il mondo universitario,molte professioni, la politica,ecc.ecc.

  8. Ritengo che la questione meritocratica e la questione generazionale abbiano implicazioni semantiche distinte.
    A prescindere dai meriti personali, con la senilità si tende a fissare la propria esistenza in un determinato momento storico, perdendo il contatto con l’evoluzione sociale e tecnologica.

    Personalmente, anelo ad un ricambio generazionale nella classe politica poichè quella attuale, salvo eccezioni statisticamente irrilevanti, non vive nel ventunesimo secolo: chi dovrebbe rappresentare i cittadini ha un’idea alquanto sfuocata dei temi che riguardano il futuro e pertanto non è in grado di prendere decisioni su questioni rilevanti per lo sviluppo del nostro paese (penso a proprietà intellettuale, digital divide, informatizzazione della Pubblica Amministrazione, diritti digitali, etc).

    Ci sono illustri esempi bipartisan nell’attuale legislazione di come l’incompetenza di chi cerca di inquadrare problemi nuovi con schemi vecchi finisca per generare dei pastrocchi incredibili. Questa incompetenza ci sta costando moltissimo e ci costerà sempre di più, se, come è probabile, il vettore del progresso tecnologico mondiale subirà un’ulteriore accelerazione dettata dai giganti orientali.

  9. stefano vaccaro

    @filippo zuliani: non so se ho capito esattamente cosa intendi, ma era esattamente l’obiezione che all’epoca mi faceva mio padre. Ma allora motivi affettivi ed ingenua inestperienza mi avevano illuso che le cose potessero andare diversamente.

  10. un po’ off-topic, ma per chi e’ appassionato di storia e ha 5 minuti per leggere uno straordinario esempio di vecchio leader piu’ valido di molti giovani, rimando ad un fulgido esempio nella storia d’Italia, piu’ precisamente di Venezia: http://janejacobs.wordpress.com/2008/08/05/il-piu-grande-doge-di-venezia/

  11. un po’ off-topic, ma per chi e’ appassionato di storia e ha 5 minuti per leggere uno straordinario esempio di vecchio leader piu’ valido di molti giovani, rimando ad un fulgido esempio nella storia d’Italia, piu’ precisamente di Venezia: http://janejacobs.wordpress.com/2008/08/05/il-piu-grande-doge-di-venezia/

  12. sergio

    Aldo@
    grazie per il link sul grande doge.
    La Marina, già con la R.N.Dandolo corazzata del 1878 e poi con due sommergibili, uno operante nella WW2, l’altro radiato nel ’96 ed ora all’Arsenale, non ha mai dimenticato questo intrepido veneziano.

  13. @ stefano vaccaro

    ti segnalo un nuovo sito che amo molto e trovo molto interessante:

    http://downtowncreator.wordpress.com

  14. Appartengo alla generazione dei quasi “vecchi” , anni 47.
    Pochi anni fa, ebbi uno scontro forte sul tema dell’esperienza con il direttore generale dell’azienda presso la quale lavoravo. Scrissi poi queste parole che poi divennero l’incipit del mio primo blog.
    Titolo: prigionieri dell’esperienza
    “L’esperienza è il nostro “patrimonio genetico”, ci rende unici, irripetibile. L’esperienza affianca alla novità la forza della replicabilità. MA, a volte diventa un inevitabile limite. Costringe gli uomini entro le gabbie della iterazione a ripetere. Allontana dalla dialettica e dalla ri-flessione che danno vita alla vita”.

    Quando ingegno ed esperienza trovano la giusta iterazione, di solito, si creano buoni team di lavoro e grandi relazioni per la vita.

    In gioventù il nostro cervello pieno di rapidi neuroni apprende e risponde con maggiore rapidità agli stimoli ambientali, fisici ed intellettuali. Tuttavia, al passare degli anni non sembra di aver lasciato sul selciato un sacco di neuroni cadaveri. Arrivano”dell’esperienza” , in soccorso, miliardi di sinapsi che mettendo in relazioni singole informazioni contribuiscono alla crescita della conoscenza.

    Uscendo dalla metafora neurologica, tutte le volte che si creano universi chiusi, tutte le volte che in nome di un diritto apperente si sacrificano le possibiilità del pensiero si compie un atto di “ingiustizia sociale”.

    Sono convinto che giovani e vecchi non siamo due categorie sociologiche

  15. Appartengo alla generazione dei quasi “vecchi” , anni 47.
    Pochi anni fa, ebbi uno scontro forte sul tema dell’esperienza con il direttore generale dell’azienda presso la quale lavoravo. Scrissi poi queste parole che poi divennero l’incipit del mio primo blog.
    Titolo: prigionieri dell’esperienza
    “L’esperienza è il nostro “patrimonio genetico”, ci rende unici, irripetibile. L’esperienza affianca alla novità la forza della replicabilità. MA, a volte diventa un inevitabile limite. Costringe gli uomini entro le gabbie della iterazione a ripetere. Allontana dalla dialettica e dalla ri-flessione che danno vita alla vita”.

    Quando ingegno ed esperienza trovano la giusta iterazione, di solito, si creano buoni team di lavoro e grandi relazioni per la vita.

    In gioventù il nostro cervello pieno di rapidi neuroni apprende e risponde con maggiore rapidità agli stimoli ambientali, fisici ed intellettuali. Tuttavia, al passare degli anni non sembra di aver lasciato sul selciato un sacco di neuroni cadaveri. Arrivano”dell’esperienza” , in soccorso, miliardi di sinapsi che mettendo in relazioni singole informazioni contribuiscono alla crescita della conoscenza.

    Uscendo dalla metafora neurologica, tutte le volte che si creano universi chiusi, tutte le volte che in nome di un diritto apperente si sacrificano le possibiilità del pensiero si compie un atto di “ingiustizia sociale”.

    Sono convinto che giovani e vecchi non siamo due categorie sociologiche

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