“Milano che fu” [Parte Terza]

di Aldo de Rossi

Eccovi la terza ed ultima parte della “Milano che fu” raccontato da Luigi Barzini:

milano_1.jpg“Poi arrivo’ il fascismo. e nessuno seppe cosa pensare. Molti milanesi indossarono la camicia nera per convinzione, conformismo o senso di disciplina e gridavano gli slogan fascisti. I nobili, i cotonieri, gli industriali, i radicali, i sindacalisti, i Cattolici, i socialisti, i paesano, i poveri – tutti trovarono una risposta nel fascismo, il quale sembrava adeguarsi ad esigenze diverse e sembrava soddisfarle tutte. Nella confusione di quei vent’anni tra le due guerre, tra un discorso del Duce ed un altro, tra una battaglia e l’altra per aumentare la produzione del grano o per aumentare il tasso di natalita’, le vecchie divisioni in classi continuarono e i vecchi processi sociali continuarono, ma senza che nessun gruppo sociale potesse portare il proprio nome, leggere il proprio giornale di riferimento o essere chiaramente consapevole di cosa fosse e cosa provasse a fare. L’idea fascista di autarchia aveva incoraggiato le industrie della periferia di Milano, ma aveva anche incoraggiato la passivita’ della gente di Milano davanti all’arroganza delle decisioni che venivano dal regime a Roma. Questo voleva dire che la classe dirigente milanese, che un tempo era stata gelosa della propria autonomia, si adatto’ (o cerco’ di adattarsi) alla burocrazia di Roma e inizio’ ad abituarsi a prendere treni notturni per vedere i ministri nella capitale e a chiedere favori per la risoluzione dei loro problemi, cosa che in passato riuscivano a risolvere fieramente da soli.”


I vecchi proprietari terrieri che producevano riso, seta e latte, nonostante il loro vecchio prestigio e dei loro nomi gloriosi, ora contavano molto poco.Le loro ville ed i loro palazzi cadevano in rovina e venivano venduto a imprese commerciali o convertiti in appartamenti che venivano dati in affitto. Le nuove classi non cercavano piu’ di imitare i gusti e le abitudini dei nobili. Molti industriali (specialmente quelli che si erano arricchiti di recente e non avevano tradizioni familiari da preservare) erano fascisti, o si adattavano senza problemi al regime fascista perche’ garantiva loro protezione per fare affari, arricchirsi e consolidare il loro potere. Anche se le camicie nere e le uniformi erano le stesse, le differenze fra classi sociali si inasprivano. Questa forse era la caratteristica dominante dell’epoca. I Milanesi non si capivano piu’ l’uno con l’altro. Era pericoloso parlare con chiarezza, tranne che quando si parlava con amici intimi; le sole idee che erano concesse erano le idee conformi al regime. La vecchia Milano Cattolica, provinciale e reazionaria continuava a sopravvivere, certa che in qualche modo il fascismo avrebbe impedito il suo collasso. La Milano dell’Expo del 1906, quella progressiva, industriale e commerciale anch’essa sopravvisse, in quanto il Duce voleva proteggerla e rafforzarla. La Milano dei sindacati e dei proletari anch’essa sopravvisse, legata alle sezioni del partito fascista e a varie correnti interne. Ma segretamente, senza che gli altri gruppi lo sapessero, ogni classe sociale nutriva la propria resistenza alla tirannia, ogni gruppo minoritario, ognuno ispirato dai propri particolari ideali. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale esse sfogarono il proprio risentimento unite contro il regime fascista. Ma dopo che il fascismo collasso’, quasi nulla li teneva piu’ assieme. Alcuni volevano una restaurazione dell’autorita’ della Chiesa; altri volevano il ritorno della monarchia costituzionale; altri volevano una repubblica; altri ancora volevano il trionfo del Marxismo e la dittatura del proletariato.

Cio’ che univa tutti i Milanesi era la passione per il lavoro. Milano e’ l’unica citta’ in cui ci si saluta augurandosi Buon lavoro. Nei periodi piu’ confusi della sua storia, quando nessuno sapeva piu’ cosa sarebbe accaduto, i Milanesi di ogni classe sociale si ritrovavano l’uno con l’altro nella cultura del lavoro, un lavoro duro che faceva dimenticare loro le lotte interne, l’amarezza e la paura. Il lavoro, non il guadagno. Le nuove industrie erano costruite sulle vecchie industrie, si creavano reti di vendite in tutto il mondo per i beni prodotti a Milano e i riformavano grandi banche. Per la seconda volta nella storia d’Italia era il lavoro di Milano che salvo’ il Paese. (La prima volta era stata dopo il 1870, quando il capitale accumulato poco a poco durante il diciottesimo e diciannovesimo secolo dal grano, dal riso, dalla seta, dal latte, dalle tasse e dal commercio finanzio’ quasi interamente la modernizzazione dell’Italia, la costruzione delle ferrovie, la ricostruzione di Roma distrutta e lo sviluppo delle industrie)
Ancora una volta Milano aveva tentato di difendere la sua esistenza nei modi che conosceva. Molto prima, quando gli spagnoli avevano insediato il loro primo vicere’ in citta’, i Milanesi impararono l’arte di accontentare i suoi lontani governatori e a guadagnasi rispetto e una certa dose di indipendenza, un’arte perfezionata sotto gli Austriaci. La corte Spagnola, in quella sua capitale oltre le montagne e oltra ai mari, non doveva nutrire sospetti su cio’ che i Milanesi facevano, e soprattutto non doveva interferire. Milano inviava suoi tributi e i suoi ambasciatori, organizzava manifestazioni e parate entusiastiche per i vicere’, organizzava ricevimenti e spettacoli e corrompeva i vari governatori con la piaggeria e il denaro. E questo si faceva semplicemente al fine di andare avanti nei suoi affari, in cio’ che era veramente importante per la citta’ – lavoro, produzione, amministrazione dei fondi pubblici e privati, costruzione di fabbriche, consolidamento del potere delle grandi famiglie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Milano tratto’ Roma esattamente come l’aveva trattata durante il Fascismo, o come aveva trattato prima Vienna, Parigi e Madrid.

Nel breve periodo, questo rese la vita semplice e pacifica ma questo non era del tutto soddisfacente. Milano non avea mai imparato ad esercitare il potere politico in proporzione alla sua importanza economica. Il Regno d’Italia voleva soldi per le armi che il Paese non poteva affrontare nella conduzione di guerre senza senso. Con i soldi della Lombardia la Repubblica Italiana spesso in maniera inefficiente, finanziava progetti spesso futili e qualche volta dannosamente utopici. Milano e’ quieta, accetta la situazione, applaude, e segretamente continua a costruire, produrre, ad iniziare nuovi progettati senza chiedere grazie a nessuno. Davvero, spera che nessuno a Roma si accorga di come qualcuno di questi progetti fiorisca, evitando cosi’ di essere ulteriormente caricata di tasse e invischiata in leggi di complessità Bizantina.

Questa e’ la citta’ in cui sono nato e ce ho visto durante la mia vita. L’ho vista trasformarsi in una ricca citta’ agricola, orgogliosa dei suoi formaggi e della musica del suo teatro e delle sue splendide case e chiese, in una citta’ industriale simile e Duesseldorf o St. Louis. In circa cinquant’anni ha attraversato uno sviluppo che le citta’ Inglesi e Francesi attraversarono in due secoli. Ha fatto miracoli. Ha anche avuto un’indigestione di eventi storici e politici. Gli uomini, le famiglie e le classi sociali hanno di decennio in decennio dovuto adattarsi a nuove responsabilita’, nuovi compiti e nuovi stili di vita. La citta’ doveva assimilare ondate mai viste di immigrati di culture e usi molto diversi da quelli dei Milanesi. (Questa e’ storia antica. La citta’ e fatta di discendenti di immigrati, trapiantati a Milano nel corso dei secoli. Ma fino al 1914 era il caso di gente che arrivava in citta’; dale campagne circostanti, dalle vali, dai laghi e dal vicino Veneto, gente che poteva facilmente trasformarsi in Milanesi e che erano ispirate dagli stessi ideali dei milanesi).

L’improvvisa e mostruosa crescita, l’aumento della popolazione e della ricchezza, l’incredibile livello di attivita’ di ogni genere hanno messo in pericolo il carattere della citta’. I nuovi distretti, molti di essi costruiti sopra i vecchi vicoli intricati, sono anonimi e senza carattere, fatti da corporazioni per corporazioni, non da uomini per uomini, come si faceva prima. La naturale diffidenza dei Milanesi per la politica significa che anche in citta’ le posizioni di autorita’ sono affidate a uomini esterni, nelle mani di una burocrazia che viene da altre parti d’Italia; e questo non ha portato via alla citta’ la propria onesta’, i bisogni e le tradizioni fondamentali che hanno lasciato spazio alla “corruzione Romana”. Tuttavia, ci sono segni che l’antico spirito di Milano sopravvivera’; questo potrebbe gradualmente trasformare gli immigrati in Milanesi e fare in modo che anche Roma ascolti. Cosa cambio’ lo spirito di quelli che vivono a Milano e’ il lavoro, che nessuno puo’ evitare. La domanda di un lavoro ben fatto, a tutti i livelli, forza uomini diversi ad adottare simili stili di vita. La furbizia, gli intrighi ed i brogli amministrativi sono utili altrove; la disonesta’, la prudenza eccessiva e la mancanza di fiducia in se stessi non si adattano bene al ritmo delle macchine, all’enorme quantita’ di esportazioni e al progresso tecnologico. E’ il lavoro che ha fatto i Milanesi cio’ che sono e che un giorno eventualmente riuscira’ a trasformare gli immigrati in Milanesi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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