“Milano che fu” [Parte Seconda]

di Aldo de Rossi

milano_2.jpgProseguo il ritratto della citta’ pre “Milano da bere” raccontato da Luigi Barzini (la prima parte potete trovarla qui):

“All’inizio del secolo Milano sembrava ancora quello che era, una vecchia citta’ Europea, una citta’ fatta di piccoli industriali, mercanti, artigiani e finanzieri. Vecchie case, vecchie strade, vecchi archi e chiese antiche; le ville erano circondate da vecchi giardini e da centinaia di giardini segreti nel mezzo della citta; il fiorire di hotels che aveva conosciuto Stendhal;, la Scala, i ristoranti che risplendevano di ottoni e di velluti rossi (uno di essi portava il nome di un cuoco Egiziano al seguito di Napoleone nel viaggio di ritorno da Alessandria verso Milano); la gentile onesta’ di persone bene educate; lo spirito pieno di risorse e piacevole delle classi operaie; buon cibo; cavalli ben curati; carrozze leggere; case ospitali; tutto indicava che Milano era una citta’ commerciale, ma anche una citta’ ricca, acculturata e civile. Le fabbriche fumose erano in periferia; le grandi strade simili a quelle di Berlino o dell’America non erano molte. Uomini d’affari affamati di successo vivevano in case nuove, in nuovi distretti separati, senza essere notati, e l’odio sociale correva come in un fiume sotterraneo per sprigionarsi in superficie nei momenti di crisi, quando i lavoratori scioperavano.



I vecchi membri del piu’ vecchio club di Milano, l’Unione non si sentivano al sicuro. Spesso i suoni soffusi e distanti dei tumulti arrivavano alle finestre del club assieme al suono della tromba quando un Commissario di polizia, con fascia tricolore e bombetta disperdeva un assembramento di operai in protesta ed il suono degli zoccoli dei cavalli che correvano sulle strade simile a quello della grandine. I nobili proprietari di terre, case di campagna e di grandi case in citta’, gli uomini del cotone e i banchieri, i grandi mercanti e gli industriali dell’elettricita’, della chimica, del ferro e delle apparecchiature meccaniche si chiedevano chi fosse ad infiammare cosi’ il popolo. Era un fatto noto che se le classi operaie fossero lasciate a se stesse esse sarebbero state rimaste fedeli alla Chiesa, alla casa reale, fedeli a Sant’Ambrogio, il Santo patrono della citta’, rispettose dei ricchi, nuovi e vecchi, attaccate alle migliori tradizioni, lavoratori indefessi al pari delle classi medie e anche degli aristocratici, per la verita’ e sempre pronti a lasciare il passo ad una bella carrozza o a qualcuno con un aspetto autoritario. I ricchi si chiedevano cosa potesse indurre i poveri a dimenticare il loro tradizionale atteggiamento prudente di obbedienza alla legge, e invadere le strade sconfiggendo la cavalleria, cosi’ come avevano sconfitto la cavalleria ed i cannoni del Generale Bava Beccaris durante le rivolte del

1898.

Chi fossero questi agitatori era chiaro, essi non avevano fatto alcuno sforzo per nascondersi. Essi erano scrittori di scarso successo, avvocati senza clienti, giornalisti affamati e piccoli politici che arrivavano da non si sa dove con rasatura, cravatte allentata, cappelli a larghe tese e con idee radicali e di scarsa praticita’. Si chiamavano radicali, repubblicani, democratici, positivisti, progressisti, socialisti, massoni, materialisti, atei. Pubblicavano piccoli giornali, pubblicavano manuali di scienza basati sul Darwinismo o traduzioni di testi rivoluzionari stranieri; organizzavano cooperative, societa’ di mutuo soccorso, e sindacati. Alcuni convivevano con emigrate Russe nichiliste senza contrarre matrimonio (Filippo Turati, il capo del Partito Socialista, convisse con Anna Kuliscioff, o Mussolini convisse piu’ tardi con Angelica Balabanoff). C’erano anche alcuni preti in questa nuova Italia secolare, preti che sotto il dominio Austriaco sarebbero stati presi per pazzi e sospesi a divinis dall’arcivescovo, scomunicati senza alcun indugio e denunciati alle autorita’ civili, ma che ora, nella confusione delle anime dopo la conquista di Roma da parte dei Savoia, non venivano toccati ne’ messi in discussione.

Anche se erano uniti di fronte alle rivolte e agli scioperi popolari, i nobili, i cotonieri, e i nuovi industriali rimanevano sospettosi gli uni degli altri. I nobili erano stanchi di vedere crescere a dismisura le fortune degli industriali; gli industriali di seconda e terza generazione rifiutavano di credere che la classe media, cosi’ svergognata ed aggressiva e pronta ad arricchirsi ovunque potesse, sarebbe durata a lungo. Ad esempio prendevano in giro i fratelli Bocconi, che avevano aperto un grande negozio a piu’ piani in Via Santa Radegonda dove vendevano vestiti gia’ confezionati e dicevano che si occupavano di “nastrini e lacci delle scarpe”; ridevano dei Pirelli, che facevano “tacchi di gomma”. Continuavano a vivere le loro vite separate, salutandosi per strada con freddezza, ritenendo che bastasse lasciare i nuovi ricchi fuori dall’uscio di casa, escluderli dai loro eleganti inchini, o dalla lista degli ospiti dei loro ricevimenti per cancellarli dalla storia. Si guardavano l’uno con l’altro con curiosita’, i nuovi ricchi imitando le maniere dei vecchi ricchi la classe media imitando i ricchi, ognuno cercando lentamente di penetrare la classe superiore alla propria. Inevitabilmente vi erano infiltrazioni. Tra i pochi collegamenti vi erano le scuole tatali, che univano i giovani di classi diverse; a Milano (come in altre parti d’Italia) le scuole private all’inglese, dove le buone famiglie educavano i loro figli ad essere coscienti della loro superiorita’ sociale, e attraverso ala quale gli uomini di ogni livello trovavano compagni di scuola piu’ tardi nel corso della vita, non fu mai un successo. Poi c’erano gli affari, dietro i quali ognuno cercava di arricchirsi, senza preoccuparsi troppo da dove i compratori o i venditori venissero; e c’erano i matrimoni, che gradualmente mescolavano i vecchi e i nuovi ricchi, i nobili alle classi medie , in modo tale da tramandare i loro vizi e le loro virtu’ ai propri discendenti. Ad esempio, Giuseppe Visconti di Modrone sposo’ la nipote di Carlo Erba, fondatore di una grossa impresa chimica.”

Improvvisamente arrivo’ la tempesta della Prima Guerra Mondiale. Nei mesi in cui l’Italia fu neutrale molti nobili, molti conservatori borghesi e molti Cattolici tra cui anche molti della classe operaia (piu’ o meno le stesse classi che non avevano preso parte alle Cinque Giornate di Milano del 1848 contro Radetsky) favorivano la Triplice Alleanza o almeno la neutralita’. Alcuni erano spaventati dalla Guerra in generale; altri non avevano fiducia nella solidita’ della nuova Italia; altri erano rimasti fedeli, se non all’imperatore stesso (che era lo stesso uomo che da giovane aveva combattuto per la difesa della Lombardia nel 1859) almeno l’idea di governi gerarchici ed autoritari, perche’ difendevano i valori tradizionali Dio, Patria, Famiglia, Religione e Proprietà senza che la societa’ collassasse e la vita perdesse i suoi valori tradizionali.

I cotonieri, che erano liberali ed anglofili, come l’aristocrazia piu’ moderna, erano interventisti; stavano dalla parte del re, del concetto di Nuova Italia come “Potenza Mediterranea, per D’Annunzio, l’Inghilterra ed il giovane Principe del Galles che era accorso al fronte con i propri soldati. Molti dei nuovi industriali erano in favore della guerra perche’ pensavano che questo fosse l’unico modo per far sedere l’Italia al fianco delle grandi potenze industriali Europee. I radicali, gli avvocati e molti intellettuali erano per la Sorella Latina, i “sacri principi” e la battaglia per la democrazia che veniva combattuta nelle Fiandre. Con loro anche molti altri fanatici socialisti, alcuni di essi per le piu’ confuse ragioni; alcuni speravano di vedere la Guerra trasformarsi in una conflagrazione mondiale che avrebbe dischiuso il potere del proletariato in tutto il pianeta. Ma i piu’ seri e responsabili di loro erano per la pace e per la neutralita’. Essi si erano trovati dalla stessa parte dei vecchi filo-Austriaci e di molti cattolici on idee diverse da loro. Ma dopo che l’Italia entro’ in guerra nel 1915 calo’ il silenzio ed i Milanesi combatterono generosamente e con disciplina e la cita; sacrifico’ enormi quantita’ di denaro e di vite. D’altro canto, l’industria diede un contributo decisivo e molti milanesi si arricchirono con la guerra.

Poi arrivo’ il fascismo….
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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