di Aldo de Rossi
Ci si interroga spesso sul futuro di Milano e qualche volta capita di scordare il suo passato. Propongo un ritratto della citta’ pre “Milano da bere” raccontato da Luigi Barzini.
“All’inizio del novecento Milano era una citta’ occupata, dignitosa, pratica e ancora bella. C’erano poche strade davvero moderne. Erano strade costruite per ostentare la nuova prosperita’ generata dalle industrie che ricordavano un po’ la Berlino guglielmina o le avenidas dell’America Latina. Ma la maggior parte della citta’ rimaneva antica. Molti edifici, tra cui La Scala avevano uno stile neo-classico settecentesco, uno stile amato da
Maria Teresa d’Austria, da Napoleone, Eugène de Beauharnais e dal’Arciduca Ranieri. Guerre e rivoluzioni, gli Austriaci, i Francesi e poi ancora gli Austriaci si erano susseguiti l’uno con l’altro senza alcun particolare cambiamento nel gusto architettonico. Qua e la sorgeva ancora orgoglioso qualche palazzo rococo che apparteneva all’aristocrazia, famose chiese antiche, nascoste fra piccole strade che risalivano al Rinascimento o al Medio Evo, e che portavano il nome delle Corporazioni di quell’epoca. La cerchia interna della citta’ aveva ancora il proprio naviglio navigabile, sopra il quale apparivano vecchi giardini che lasciavano cadere romanticamente le foglie dagli alberi sull’acqua verde dei canali.
La modernita’ era rappresentata dalle biciclette che facevano suonare i loro campanelli, dai tram gialli e dai taxi rossi (Mussolini poi volle taxi verdi) e dalle alte e lustre macchine nere in cui si sedevano ricche signore ricoperte di pellicce e con appuntate al petto mazzi di violette di Parma, o seri gentiluomini con colli inamidati, barbe e baffi. C’erano ancora molti taxi a cavallo, e carrozze private, che si distinguevano dalla forma della frusta e dalla divisa del guidatore.
Alla mattina le signore andavano a fare compere nelle loro carrozze che si fermavano fuori ai rinomati negozi del centro. Fino alla Prima Guerra Mondiale c’erano molti piu’ veicoli a trazione animale che a motore e nelle mattine d’estate il rumore dei frustini, schioppettante come quello degli spari, saliva nelle case attraverso le finestre aperte.
Il mondo dei ricchi industriali stava iniziando a prevalere sul vecchio mondo aristocratico. Parte dell’aristocrazie aveva favorito l’Austria nelle precedenti guerre d’Indipendenza, un’aristocrazia profondamente cattolica e ora forse piu’ attaccata alla nuova casa regnante dei Savoia piuttosto che alla nuova Italia. Il vecchio e baffuto re Umberto I, che viveva nella vecchia villa dei vice Re a Monza, era stato intrattenuto in numerose occasioni dalle grandi famiglie di Milano in vari ricevimenti, d’dapprima con un certo imbarazzo, poi, mano a mano con maggior entusiasmo; qua e la’ in qualche ombroso cortile, c’erano placche che immortalavano un pallido ricordo di qualche sua visita in occasione di un elegante ricevimento nobiliare. I nobili erano prevalentemente occupati dai loro possedimenti terrieri. Come i popolani, anche gli aristocratici parlavano quasi sempre in dialetto, un dialetto duro parlato con una erre moscia, precisa e tagliente, cosi’ come il dialetto del popolo era aperto e cordiale. Solo i nobili ed i popolani ricordavano certi antichi e complicati riti connessi con la loro ricca terra, i tempi ed i modi in cui l’acqua sgorgava nei canali per irrigare i prati o per riempire le risaie, l’allevamento della grasse mucche da latte, le oscure regole che regolavano la proprieta’ dei corsi d’acqua, l’irrigazione dei canali (le doti delle giovani aristocratiche spesso includevano, fra le altre cose, tratti di canali ed un palco alla Scala).
I nobili piu’ in vista, molti dei quali non avevano antichi titoli nobiliari ma che avevano guadagnato le loro fortune dall’industria della seta e dalle loro proprieta’ nel diciottesimo secolo, o come fornitori dell’esercito Napoleonico, disprezzavano gli industriali, anche se invidiavano la loro nuova ricchezza e i loro modi meno formali. Allo stesso modo, spesso essi lasciavano che le loro figlie sposassero questi homines novi, che spesso si accontentavano delle loro modeste doti; le nuove spose portavano in dote relativamente poco denaro, ma arricchivano le nuove case con i loro modi e le loro abitudini aristocratiche e insegnavano ai figli le buone maniere della vecchia elite. I nobili mostravano senza imbarazzo il loro amore per gli Austriaci. Essi preferivano andare ai bagni di Bad Gastein, Karlsbad o Marienbad anziche’ a Montecatini o a Salsomaggiore. Andavano a caccia in Ungheria, Romania e Croazia. Le loro camice, le loro cravatte, i loro sigari “Virginia” (gli stesi fumati da Francesco Giuseppe), le loro maniere, il loro modo di fare la corte alle donne, il loro caffe’, le loro stesse facce avevano qualcosa di Viennese. La loro seconda lingua comunque era il Francese, non il Tedesco, poiche’ quella era la seconda lingua di tutta l’aristocrazia Europea e i nobili milanesi parlavano molto bene il francese, aiutati da quel loro dialetto cosi’ simile al Francese.
Il potere di Milano in quegli anni era nelle mani degli industriali che per lo piu’ lavoravano nell’industria tessile, in particolare del cotone. Questi industriali erano signori seri, quasi torvi. Avevano molto denaro, possedevano Il Corriere della Sera, esercitavano autorita’ morale e politica e avevano acquistato prestigio sociale. La loro esperienza e le loro macchine erano Inglesi. Essi quasi sempre parlavano in Inglese, cosi’ come i preti parlavano in Latino, il linguaggio della loro religione; spesso andavano in Inghilterra, in Lancastershire per affari e a Londra per piacere, cosi’ come i preti stranieri vanno a Roma. Vestivano secondo lo stile Inglese, compravano ogni articolo d’importazione al Bellini’s English Goods, un negozio nella Galleria; i loro abiti erano fabbricati da Prandoni con materiali e stili importati ogni anno dall’Inghilterra. Prandoni era un famoso sarto che aveva imparato il mestiere a Londra, dove vi aveva lavorato sino alla fine dell’Ottocento; nelle sue stanze sopra il teatro Manzoni aveva i ritratti autografati dei suoi nobili clienti Inglesi in cappotti rosa, come per assicurare tutti coloro che venivano li che se ne sarebbero andati via con un un aspetto piu’ Inglese di prima. Luigi Albertini. l’editore del Corriere della Sera, andava da Prandoni per i suoi abiti, e cosi’ faceva l’amministratore Eugenio Balzan. L’interno delle case dei cotonieri non era decorato in stile art nouveau che era ritenuto uno stile frivolo e privo di tradizione, ma in uno stile piu’ “decoroso” chiamato “Stile Inglese”, legno chiaro, cotone stampato, chintz e cretonnes comprati da Liberty a Regent Street.
Essi avevano maggiordomi che non parlavano mai (il personale di servizio degli aristocratici milanesi era allegro e amava chiacchierare con i loro “padroni”), e avevano stampe di caccia alla volpe e di gare a cavallo alle pareti di casa; bevevano the (con una goccia di latte freddo versata prima del the nella tazza); usavano pregiata carta da lettera con l’indirizzo all’angolo come a Bond Street; e avevano le collezioni rilegate di Illustrated London News e di Punch nelle loro librerie. Fino agli anni trenta Beppino de Montel, che non era un industriale del cotone, ma della seta, un’occupazione egualmente prestigiosa, possedeva stalle di cavalli da corsa (cosa c’era di piu’ Inglese che possedere cavalli da corsa?), era presidente del Clubino, il club dei giovani uomini, e mandava la sue camicie ad essere lavate e stirate a Londra, come i dandies del Secondo Impero. Era risaputo che solo gli Inglesi riuscivano a dare alle camicie inamidate la flessibile e morbida rigidezza considerata allora indispensabile. La maggior parte dei cotonieri erano liberali, allo stesso modo in cui lo era Albertini, il che significa conservatori, ma aperti alle nuove idee del ventesimo secolo. Il commercio, le banche, e le nuove industrie erano nelle mani di uomini tenaci e poco conosciuti, che stavano iniziando la loro ascesa nella societa’. Pochi di questi uomini erano gia’ conosciuti: i fratelli Bocconi, l’ingegnere Pirelli, i Broletti, i Falck.
La maggior parte di questi uomini arrivavano dalle campagne circostanti o dai laghi, dove le prime industrie fiorivano utilizzando la corrente elettrica generata delle cascate d’acqua. Molte di queste nuove attivita’ erano supportate dalle nuove banche, la Commerciale in particolare, che era finanziata dal capitale e che era gestita da due Ebrei tedeschi: Toeplitz e Goldschmidt. Molti di questi piccoli industriali infatti parlavano tedesco, non il tedesco soffice degli Austriaci, che solo pochi aristocratici con parenti a Vienna ancora conoscevano, ma il tedesco piu’ duro e tecnico di Guglielmo II, o il tedesco gutturale degli Svizzeri; alcuni avevano studiato ingegneria e finanza nella zona del Reno o del Palatinato; altri avevano studiato ingegneria a Zurigo. Tecnici e capi d’azienda Tedeschi erano assunti nelle nuove imprese produttive e commerciali.
Molti dei negozi che vendevano apparecchiature, macchinari e fissaggi vari erano Tedeschi, cosi’ come quelli che vendevano strumenti musicali. Molti chimici erano tedeschi. Un rinomato macellaio veniva da Praga. Giovani uomini che avevano studiato in Svizzera ed in Germania, dove erano diventati duri, precisi, puntuali e meticolosi, erano diventati direttori d’azienda; appena potevano essi consegnavano i loro figli alle cure di governanti tedesche, di cui c’era abbondanza fino al 1914. Il gas nelle case, tuttavia, era fornito da una societa’ francese dal nome elegante: Union des Gaz Universelle, e gli addetti alla misurazione del gas portavano cappelli con visiere piatte come quelli dei conducenti di treno o come i fanti dell’esercito della Terza Repubblica Francese. La cultura degli intellettuali, dei giornalisti, dei commediografi era Francese e gli intellettuali si davano del “voi” alla Francese anziche’ darsi del “lei” all’Italiana. Due o tre commercianti di cotone ed un paio di dentisti erano Americani, visto che l’ortodonzia ed il cotone del Sud degli Stati Uniti erano due cose in cui a quell’epoca gli Americani eccellevano.”
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




