I barbatrucchi per ostacolare i giovani avvocati

di Manuela Mongili, vicepresidente Associazione Nazionale Giovani
Avvocati

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Con il regolamento per la formazione professionale continua, deliberato
dal Consiglio Nazionale Forense il 13/7/2007 ed entrato in vigore dal 1
gennaio 2008, è stato introdotto l’obbligo, per gli avvocati iscritti
all’albo e per i praticanti abilitati al patrocinio, di mantenere ed
aggiornare la propria preparazione professionale, partecipando a “eventi
formativi” che siano stati direttamente promossi ed organizzati dal Consiglio
Nazionale Forense o dai Consigli dell’Ordine territorialmente competenti, o
che siano stati comunque da questi previamente accreditati (senza che
tuttavia risultino chiariti i presupposti sulla base dei quali tale
accreditamento è possibile).

L’obbligo formativo è permanente, ossia grava sul professionista
per l’intera durata della sua vita professionale, con verifiche e controlli
triennali, e con gravi sanzioni disciplinari non meglio precisate in caso di
inadempimento. Gli elevati costi e l’enorme dispendio di tempo necessari per
adempiere al nuovo obbligo formativo impongono ai giovani avvocati ed ai
praticanti abilitati oneri estremamente gravosi da sostenere in proprio, e
costituiscono quindi una ulteriore barriera all’accesso alla professione,
rendendo così impossibile di fatto, o comunque ancora più
difficile di quanto già non sia, l’ingresso dei giovani nel mercato e
lo svolgimento dell’attività professionale in forma indipendente ed
autonoma.

L’effetto che, in concreto, questa nuova regolamentazione andrà a
produrre non sarà quello di garantire la competenza e la
professionalità dell’avvocato, che di fatto non possono essere
garantite dalla mera partecipazione a master e corsi dai contenuti peraltro
distanti dalla quotidianità della vita professionale. L’effetto
potrà invece, se mai, essere quello di determinare una riduzione,
illegittima ed arbitraria, del numero degli iscritti all’albo o aspiranti
tali, o comunque quello di far desistere i giovani dalla assunzione di
qualsiasi rischio di impresa, inducendoli invece a ragionare in un’ottica per
così dire “impiegatizia”, ossia a mettere la propria
professionalità a disposizione di strutture e studi professionali
organizzati che, garantendo un fisso mensile (peraltro in molti casi
addirittura insufficiente a vivere dignitosamente) e senza fornire alcun tipo
di garanzia, rendano però possibile sostenere costi annui fissi ed
elevati quali sono, all’evidenza, quelli necessari per assolvere l’obbligo
formativo.

La formazione, per come è stata pensata e viene in concreto
realizzata (per i suoi contenuti, i costi, la qualità dei soggetti
accreditati; le esenzioni e le agevolazioni previste; il tempo necessario per
assolvere all’obbligo, i soggetti deputati ai controlli ed alle verifiche) va
in senso contrario rispetto allo spirito delle liberalizzazioni e alla
riforma delle professioni introdotta con il decreto Bersani 4/6/2006 poi
convertito in legge, e costituisce il tentativo di paralizzare qualsiasi
processo di rinnovamento della classe professionale e qualsiasi nuova e
più equa distribuzione del lavoro e della ricchezza. Queste ulteriori
limitazioni all’accesso professionale non possono certo essere create dal
Consiglio Nazionale Forense né dai Consigli dell’Ordine locali,
là dove manca una legge dello Stato in tal senso, e là dove,
anzi, la legislazione nazionale ha indicato, con la normativa in materia di
liberalizzazione delle professioni, una strada contraria, che va verso
l’apertura del mercato e la rimozione di una serie di divieti (divieto del
patto di quota lite; divieto di obbligatorietà di tariffe fisse o
minime; divieto di pubblicità; divieto di fornire servizi
interdisciplinari) che costituivano ostacoli di matrice corporativa e che
inibivano una effettiva concorrenza tra i professionisti, a tutto discapito
sia dell’utente finale sia dei giovani avvocati.

A questo proposito occorre quindi interrogarsi seriamente sulla
legittimità degli obblighi introdotti dal Consiglio Nazionale Forense
in assenza di una legge autorizzativa dello Stato. Peraltro, in una libera
professione quale è quella dell’avvocato, l’unica reale formazione
è quella che si realizza giorno dopo giorno nelle aule del Tribunale e
nello studio del singolo caso; è la stessa vita professionale a ad
imporre un costante, approfondito e moderno auto-aggiornamento, ed è
il mercato stesso che relegherà ai margini quei professionisti che si
riveleranno incapaci di fornire una risposta soddisfacente alle diversificate
istanze di tutela.

Del resto non si vede in quale modo la mera partecipazione a simposi e
conferenze, peraltro con contenuti astratti e lontani dalle concrete
problematiche che pone l’esercizio della professione, potrebbe costituire una
garanzia per il potenziale cliente e per la salvaguardia dell’interesse
pubblico al corretto esercizio della professione.

In conclusione, si ha il timore che questo nuovo obbligo deontologico
dissimuli, dietro l’esigenza di garantire il costante aggiornamento del
professionista e di tutelare l’interesse collettivo, il tentativo di
salvaguardare interessi corporativi che la legislazione nazionale vuole
invece smantellare; il regolamento del Consiglio Nazionale Forense si muove
quindi in una direzione contraria rispetto a quella indicata dalla Legge con
la riforma Bersani, e di fatto introduce oneri che sono tanto più
pesanti ed insostenibili quanto più il professionista è giovane
e cerca di esercitare la professione in forma realmente
indipendente.

Mentre, di contro, si ha il timore che tale obbligo formativo vada a
costituire, per le associazioni professionali economicamente e mediaticamente
“potenti” (che non sono però realmente rappresentative della categoria
nella sua interezza, ed in particolare non rappresentano i giovani) e per i
grossi studi professionali già organizzati e già forti sul
mercato, una risorsa e una ulteriore fonte di lavoro e di guadagno, potendo
tali studi e tali associazioni essere accreditati quali organizzatori di
corsi di formazione, e fornire dunque tale formazione a pagamento ed a carico
dei giovani professionisti.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Tutto giustissimo e condivisibile.

    Però, sommessamente chiedo: non sarà che questo e altri bizantinismi, alla fine, derivino anche dall’allucinante sovrannumero di avvocati per abitante che caratterizza in nostro inutilmente litigioso e per definizione ingiusto paese?
    Non sarà ora di consigliare vivamente, almeno per un po’, i nostri brillanti giovani a dedicarsi che so, allo studio dei nuovo materiali, all’ingegneria meccanica, o a qualcosa di simile?

    (vedi link:
    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/06/avvocati-esubero-cancellazione-albi.shtml?uuid=4c2421e0-4500-11dd-b46d-36bc0e0262b3&DocRulesView=Libero )

  2. Siccome la maggior parte dei parlamentari sono avvocati, dubito che una riforma incisiva in materia di soppressione dell’Albo degli avvocagi verra’ mai presa.
    E vista la velocita’ del ricambio dei parlamentari, dubito che vedremo questa riforma nei prossimi 50 anni.
    Sarebbe gia’ qualosa abolire l’ordine dei notai, dei giornalisti e dei commercialisti.

  3. Oscar

    Non credo sia tutto nero, io sono giovane avvocato con un piccolissimo studio di provincia e i corsi su il codice del consumo e sul processo esecutivo tenuti da magistrati di Bologna e Roma del mio ordine mi sono serviti molto, ma il mio ordine in Abruzzo offre gratuitamente questi corsi di aggiornamento professionale, quindi più che la norma deontologica è nel tuo ordine che devi fare la battaglia, che ci fanno con i soldi che gli dai?
    Infine io conosco farmacisti, medici, consulenti del lavoro ecc. ecc. tutti fanno, e da molto prima di noi, questi corsi non vedo perché noi non dovremmo farli, i giovani avvocati sono sicuramente discrimanati ( pensa alla cassa forense ) ma su questo punto proprio non mi pare.
    Ciao!

    P.S. che il numero di avvocati moltiplichi il numero di cause e una vecchia stupidaggine ( ti invito a leggerti l’enciclopedia Einaudi sulla storia delle professioni ) sostenuta dal Sole24ore per far entrare i grandi studi internazionali in Italia.

  4. Oscar

    Non credo sia tutto nero, io sono giovane avvocato con un piccolissimo studio di provincia e i corsi su il codice del consumo e sul processo esecutivo tenuti da magistrati di Bologna e Roma del mio ordine mi sono serviti molto, ma il mio ordine in Abruzzo offre gratuitamente questi corsi di aggiornamento professionale, quindi più che la norma deontologica è nel tuo ordine che devi fare la battaglia, che ci fanno con i soldi che gli dai?
    Infine io conosco farmacisti, medici, consulenti del lavoro ecc. ecc. tutti fanno, e da molto prima di noi, questi corsi non vedo perché noi non dovremmo farli, i giovani avvocati sono sicuramente discrimanati ( pensa alla cassa forense ) ma su questo punto proprio non mi pare.
    Ciao!

    P.S. che il numero di avvocati moltiplichi il numero di cause e una vecchia stupidaggine ( ti invito a leggerti l’enciclopedia Einaudi sulla storia delle professioni ) sostenuta dal Sole24ore per far entrare i grandi studi internazionali in Italia.

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