di Michele Ruta
L’esito
negativo del referendum in Irlanda sul trattato di Lisbona ha
riaperto il dibattito sulla crisi dell’integrazione Europea. Le
difficolta’ nel chiudere il Doha Round sotto gli auspici del
WTO fanno spesso parlare di crisi del sistema multilaterale su cui si
basa il commercio mondiale.
Cosa hanno in comune Doha e Lisbona?
Globalizzazione
ed integrazione regionale non sono la stessa cosa. Tuttavia, la
storia dal dopoguerra ad oggi mostra che i paesi che stringono
rapporti economici con i propri vicini tendono anche ad aprirsi al
resto del mondo. Il processo d’integrazione europea e’
coesistito con la liberalizzazione degli scambi commerciali
attraverso il GATT (il predecessore del WTO) e, in qualche modo, i
due processi si sono alimentati a vicenda (Baldwin, 2006). Il motivo
di questa correlazione ha a che fare con la percezione di ampi strati
della popolazione che l’apertura al resto del mondo portasse
benefici. Gli effetti positivi sulla crescita nell’Europa
occidentale della riduzione delle tariffe ha creato i presupposti di
una maggiore integrazione economica ed istituzionale a livello
regionale (Atto Unico e Trattato di Maastricht) e globale (Uruguay
Round).
Le
aspettative sugli effetti dei processi d’integrazione appaiono oggi
di segno opposto ed uno strato sociale consistente guarda con
sfiducia ad una maggiore apertura al resto del mondo. Le teorie
economiche tradizionali (Heckscher-Ohlin) chiariscono che il
commercio internazionale ha importanti effetti redistributivi. In
assenza di politiche adeguate (reti di protezione sociale, un
efficiente sistema educativo e di riqualificazione, ecc.), gli strati
piu’ deboli delle economie avanzate possono peggiorare la
propria posizione per il diminuire dei salari o, in presenza di
rigidita’ sul mercato del lavoro, per l’aumento dei rischi di
disoccupazione. Tali effetti non agiscono naturalmente da soli (si
pensi allo sviluppo della tecnologia e alle nuove opportunita’
introdotte da un mercato piu’ ampio), ma contribuiscono ad
accrescere le paure dell’apertura al resto del mondo (si veda
WTO, 2008, per una rassegna della letteratura sugli effetti della
globalizzazione). Evidentemente, oggi questi gruppi non si sentono
sufficientemente inclusi nei benefici dei processi di integrazione
(europea e mondiale), come la recente evidenza empirica sembra
suggerire (Mayda e Rodrik, 2006, e O’Rourke e Sinnott, 2006).
Perche’? E che fare?
I
nostri giorni sembrano caratterizzati da due errori di valutazione e
da due paradossi.
Il
primo errore consiste nell’illusione che invertendo i processi
d’integrazione, dell’Europa e delle varie economie del mondo,
si possa cristallizzare il benessere che la rimozione delle barriere
ha apportato in passato. Il secondo errore di valutazione e’
che una crescita inclusiva possa essere ottenuta solo attraverso
l’esclusione degli altri, in particolare dei paesi emergenti, e
non attraverso adeguate scelte politiche che diano ampio accesso ai
benefici derivanti dall’integrazione economica.
Il
primo paradosso e’ che un’Europa divisa, e quindi meno
efficiente, cresce meno di guanto desidererebbe (si veda Ruta, 2008,
sulla divisione politica e le promesse non mantenute dell’Agenda
di Lisbona). Ma per unirisi l’Europa ha bisogno del supporto
dei suoi cittadini che solo un processo di crescita, cioe’ il
miglioramento delle prospettive economiche per un ampio strato della
popolazione, puo’ dare. Il secondo paradosso e’ che
l’emergere di nuove potenze economiche (Cina ed India in
particolare) ha aumentato le paure legate alla globalizzazione (si
veda una recente rassegna condotta dal German Marshall Fund).
Tuttavia, la presenza di questi nuovi attori ha moltiplicato il
numero e l’entita’ dei canali d’interdipendenza tra le
varie parti del mondo, dai mercati finanziari, ai prezzi dell’energia
e degli alimenti, agli standard sanitari, fino alle malattie
infettive ed ai cambiamenti climatici. A cio’ non corrisponde
un pari aumento nella capacita’ di regolare e coordinare le
politiche. Ma, nuovamente, il riequilibrio tra strumenti e obiettivi
domanda proprio quei nuovi accordi internazionali che le paure della
globalizzazione rendono piu’ difficili.
In
definitiva, sia il Trattato di Lisbona che il Round di Doha si
presentano (rispettivamente all’Unione Europea ed al WTO) come una
situzione con equilibri multipli: allo status quo e’ preferibile una
maggiore integrazione, ma l’incertezza sulla distribuzione dei
benefici rende difficile il passaggio dal primo al secondo
equilibrio. Anche qualora (auspicabilmente) sia il Trattato di
Lisbona che l’accordo di Doha diventino realta’, dare risposte a
questa incertezza (cioe’ liberarsi dei due errori di valutazione
discussi sopra) sembra indispensabile per mantenre un ampio supporto
per i processi d’integrazione.
Riferimenti:
Baldwin,
2006, Multilateralising Regionalism, The World Economy, 29,
1451-1518.
German
Marshall Fund, 2007, Perspectives on Trade and Poverty Reduction.
Mayda e
Rodrik, 2005, Why are some people (and countries) more protectionist
than others?, European Economic Review, 49,1393-1691
Ruta, 2008,
Why Lisbon Fails, in corso di pubblicazione, CESifo Economic Studies.
O’Rourke
e Sinnott, 2006,The determinants of individual attitudes towards
immigration, European Journal of Political Economy, 22, 838-861.
WTO, 2008,
World Trade Report 2008: Trade in a Globalizing World.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Aggiungerei un terzo paradosso: che gli Irlandesi – che hanno bocciato il Trattato di Lisbona – sono stati tra i cittadini europei che hanno ricevuto i maggiori benefici dell’integrazione. Questo terzo paradosso ha in comune con gli altri due una dimensione: quella della percezione.
Allora mi chiedo: non sarebbe opportuno, sul piano del policy making, accelerare l’integrazione tra quei paesi che all’integrazione già credono? E attraverso l’esito positivo di questo processo attirare anche gli euroscettici? In questo modo, tra l’altro, non si susciterebbe “il timore” dell’esclusione in quei Paesi che oggi l’integrazione la vorrebbero frenare?
http://www.sindacospa.it
Rob, quello che dici sembre interessante. Pero puoi’ spiegarmi in latre parole cosa intendi quando dici “sul piano del policy making, accelerare l’integrazione tra quei paesi che all’integrazione già credono”
Vuoi dire i suddetti paesi dovrebbero spingere, creando un nucleo e anndado avanti su quei terreni dove gli altri non volgiono andare. Un po’come l’euro, no?
Sì, Filippo, parlo della cosiddetta “Europa a due velocità”. Unire tutti vuol dire non integrare nulla. Allora penso che andrebbe favorita l’integrazione tra quei paesi che condividono obiettivi, sensibilità, modelli di sviluppo. Un nucleo che marcia spedito e ottiene buoni risultati può segnare la strada e trascinare gli altri.
Immagino che possano esserci anche controindicazioni di principio a questo modello, ma questa mi sembra una soluzione adatta ai tempi, se non vogliamo restare nello stallo attuale.
Eh no, la soluzione non è liberarsi dei due errori di valutazione, ma dei due paradossi: rendere partecipe una più ampia parte della popolazione (=tutti) dei benefici derivanti dalla globalizzazione (ma questa è una politica di sinistra che non va più di moda). Altrimenti è e sarà naturale che chi perde il proprio lavoro in favore di posti di lavoro extranazionali sarà contrario a questo processo.
E faccio notare a Rob che in Europa solo il popolo irlandese ha espresso la sua opinione con referendum, al contrario di tutti gli altri stati che intervengono con ratifica parlamentare. Se anche in Italia (e in altri stati) ci fosse stato il referendum siamo sicuri che avrebbe vinto il SI al trattato?
Dopo una lunga chiaccherata sul Lisbon Treaty in un post precedente mi ero ripromesso di non intervenire, ma…. lo faccio di nuovo
Secondo me il Trattato non può essere inghiottito così com’è, a mò di pillola di antibiotico. Anche perché contiene parti francamente non condivisibili (vedi altro post). E non è giusta l’equazione “vuoi discutere il Trattato” = “sei contro l’Europa”. La Costituzione Europea prima ed il Trattato poi sono stati bocciati già tre volte. Occorre informare, approfondire e dibattere con tutti i cittadini europei. Ci vorrà del tempo, ma il risultato sarà migliore.
Tra l’altro mi hanno fatto (giustamente) notare che iMille sono sempre stati a favore dei referendum sul Trattato…
Riccaru’ ha ragione. Parlare di “Europa a due velocita’” implicherebbe riconoscere che certi paesi sono piu’ convinti di altri. Esistono questi paesi? A me sembra che anche in Francia o in Germania (cosi’ come in Italia) la gente sia piuttosto scettica.
Un grande scoglio che gli europeisti si trovano davanti e’ quello comunicativo. Se, come e’ stato giustamente notato, persino gli Irlandesi hanno votato contro nonostante tutti i vantaggi che l’Europa gli ha portato, e’ evidente che chi doveva pubblicizzare questi risultati non ha fatto il suo dovere fino in fondo.
Si esistono paesi piu’ convinti di altri. E’innegabile. Qualcuno pensa che davanti un referendum vinca ovunque il no? Se é cosi’ si sbaglia. I tempi sono quelli che sono. Il No conoscerebbe un boom. Ma non tutte le realtà europee sono le stesse.
La percezione della gente é quella che é. La gente riversa sull’Europa i propri malumori. Un po’ perché essa funge da parafulmini, un po’ perché rimane enigmatica.
Quanto allo scoglio comunicativo, io invito a rileggersi l’ultima riga del mio ultimo post. Le classi politiche europee, nella maggior aprte dei casi, hanno interesse a far si che l’Europa resti una chimera, per poter utilizzare da capro espiatorio. Che interesse a che la gente partecipi, conosca?
Il fatto é che manca una visione del futuro a lungo termine. Manca una classe politica capace di vedere piu’ lontano. Se qualcuno l’avrà non tarderà ad agire.
Il cammino della costruzione europea é ad un giro di boa.
Un altro elemento da tenere in considerazione è che la classe politica temo non abbia alcuna voglia di fare harakiri (leggi : perdere visibilità) trasferendo gran parte del proprio potere attuale ad un organismo sovranazionale.
Luca quello che dici é vero. Ma in certi settori, già ora si é costretti a trasferire competenze. Perché da soli i singoli paesi europei poco potrebbero fare. E sopratutto poco otterrebbero in un futuro negoziando soli con i giganti Asiatici e Sudamericani. Si farebbero schiacciare: da li’ l’interesse a trasferire alcune competenze.
Che le si trasferiscono o meno, resta comunque molto utile non comunicare, non spiegare l’Unione Europea, e far si che essa rimanga una chimera per i propri cittadini. Se la gente non la conosce é piu facile poi fare gli scarica barile.
Questa funziona “parafulmine” di Bruxelles é troppo comoda per i politici. Perché rinunciarvi.
Quello che succede é che senza questo lavoro di base, si minano le basi dell’edificio. Qualcosa cmabierà, ma sempre rimarrà un po’ di ambiguità.
“C’e’ il rischio di un autunno durissimo per molte famiglie’. L’aumento dei tassi Bce riguarda ’500 mila famiglie che rischiano di precipitare nella poverta”.”
Virgolettata un’ANSA di oggi. Se davvero Veltroni ha detto queste cose ha fatto della demagogia, giusto quella che stiamo stigmatizzando in questo post. Perché ?
1) Perché l’aumento dei tassi, se la BCE ha ragione (e supponiamo che ce l’abbia) serve a raffreddare l’inflazione, che è quella che fa precipitare le persone nella povertà
2) Perché non è affatto detto che le banche trasmettano l’aumentano del tasso sui mutui, e se lo fanno la legge Bersani, con la clausola di reciprocità e la possibilità di disdire il contratto entro 60 giorni senza spese, dà alle famiglie la possibilità di difendersi.
Questa ANSA trasmette agli italiani il messaggio che sia la BCE ad impoverirli.
Anche l’editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica lancia siluri contro la BCE;
“È possibile che la sola vera motivazione della dissennata decisione della Banca di Francoforte (…l’aumento del tasso di sconto…) sia quella di rafforzare la sua indipendenza dai governi europei. Dunque una motivazione di pura immagine. Se questo fosse il movente una decisione scriteriata sarebbe stata presa per sole ragioni d’immagine. Noi italiani non siamo nuovi, purtroppo, a politiche determinate da questioni d’immagine ma speravamo che in Europa le cose andassero diversamente. Un’altra disillusione tra tante. ”
Luca siamo perduti, se anche la sinistra, che si veltroni che sia la repubblica scalfariana, insegue la demagogia berlusconiana in chiave anti-europeista.
Non dovrei dirlo , perché non é carino, ma mi viene da vomitare.
Ed in effetti mi sembra un pò strano sentirmi più europeista di Eugenio Scalfari… Comunque appena ho tempo approfondisco le dichiarazioni ufficiali della BCE e metto su una risposta.