di Gianni Burzi
Dal 2006 i cittadini italiani residenti all'estero hanno la possibilità di eleggere i propri rappresentanti alla Camera e al Senato.
Tutto lascia pensare che questo sia un diritto ormai acquisito e che non verra' rimesso in discussione (almeno nel corso di questa legislatura) nonostante le controversie su brogli e irregolarità imputati al voto per corrispondenza.
(Voto per corrispondenza, va detto, che e' invece pratica molto moderna, democratica e diffusa in moltissimi paesi democratici anche per i residenti sul territorio: io ho votato per decine di referendum in Svizzera senza mai vedere un seggio elettorale, e non si capisce perche' dovrebbe essere concettualmente impossibile fare la stessa cosa in Italia.)
Questa innovazione del voto all' estero, promossa originariamente con motivazioni nazionalistiche e nostalgiche, asseconda invece una tendenza molto diffusa tra i grandi paesi di emigrazione: quella di "riconnettersi" alle proprie diaspore nazionali, di modo da valorizzarne il network commerciale, industriale e culturale, di esercitare elementi di lobbying e influenza politica verso i paesi ospitanti e di esporsi alle correnti di innovazione che li percorrono. Questo processo, al quale paesi come la Francia e la Germania, ma anche la Russia o la Cina stanno dedicando significative risorse, e' estremamente avvantaggiato dall' utilizzo della tecnologia e delle telecomunicazioni (vedi anche qui).
Il fatto di potere eleggere direttamente la propria classe dirigente (e quindi di doverla selezionare, formare e valutare) pone il problema di come riorganizzare i partiti politici sui territori esteri. E' un problema che il PD sta affrontando in questi giorni, con i lavori per la preparazione dello statuto per il PD nel mondo.
Io vedo sostanzialmente due soli modelli possibili.
Il primo modello vuole che il partito in Europa sia una emanazione puramente organizzativa ed elettorale del partito in Italia. Non esisterebbe di conseguenza significativo dispiegamento del partito sul territorio dei paesi europei, ne' elaborazione politica autonoma in senso federale delle organizzazione estere del partito, che verrebbe quindi attivato solo in occasione di scadenze elettorali o congressuali come "esercito di riserva" (citazione incongrua, ma ci siamo capiti).
I sostenitori di questo modello partono da una considerazione paradossale ma veritiera: in Europa non serve un Partito Democratico politicamente e territorialmente forte per vincere le elezioni.
La analisi degli ultimi risultati dà sicuramente loro ragione. Gli eletti in Europa sono in buona parte espressione dell'associazionismo extra-partito, dai patronati alle ACLI, dalla Federazione delle Colonie Libere ai sindacati locali, e traggono principalmente da queste organizzazioni il loro consenso organizzato. Operazione, voglio dirlo con chiarezza, del tutto legittima ed opportuna: chi si e' guadagnato rispetto, consenso e credito gestendo bene un sindacato o un patronato ha pieno diritto (e forse l' obbligo) di tradurre tale consenso in voti, e l' associazionismo costituisce una risorsa elettorale insostituibile del PD in Europa. Ne sancisce però, secondo questo modello, anche l'irrilevanza politica.
Coerentemente con questo modello, le strutture centrali del PD nel Mondo (dirette da Maurizo Chiocchetti, basato a Roma) passerebbero dall'attuale ruolo di supporto organizzativo ad uno di coordinamento politico, aumentando la loro influenza e il loro peso a scapito della autonomia della "regione" estero, che sarebbe di fatto commissariata. Non esattamente una idea da "primarie sempre", direi.
Un secondo modello ritiene invece che il Partito Democratico in Europa non debba avere solo un ruolo meramente elettorale. Il ruolo del Partito Democratico dovrebbe invece essere quello di "produrre" politica, incidendo sulla realtà locale dei paesi in cui e' dispiegato come pure sulla realtà nazionale italiana.
Questo modello si basa sull'ipotesi che in molti paesi europei esista non solo lo spazio, ma anche la necessità della presenza di una forte organizzazione europeista, internazionale e riformista. Una forza che possa porre in evidenza, in accordo con le forze riformiste locali ma in proficua autonomia, i temi della cittadinanza, della mobilità, dell'Europa, dei diritti civili, delle migrazioni e dell'integrazione. Che sappia quindi immaginare un piano di riforme "pan-europeo", e che agisca per forzare le priorità e focalizzare l' attenzione delle forze riformiste locali su quei temi. Facendo anche leva, dove possibile (come in Svizzera, Belgio, Germania, Francia) su bacini elettorali bi-nazionali tutt'altro che marginali, e quindi valorizzando il contributo e il consenso che viene dall'associazionismo anziché facendosene fagocitare.
Un partito quindi "europeo ed europeista", la cui sola presenza attiva e organizzata in diversi paesi europei sarebbe incentivo e stimolo a processi di ulteriore integrazione sul continente, sia sul piano politico che su quello istituzionale. Processi dei quali sarebbero autori e protagonisti soprattutto gli italiani appartenenti ai flussi migratori più recenti, così come le seconde generazioni di italiani nati all'estero, veri e propri prototipi dell'autentico "cittadino europeo".
Un PD in Europa, forte e autonomo "da Roma", potrebbe anche avere un ruolo centrale di elaborazione e proposta politica su quello che è uno dei temi fondamentali della nostra epoca: migrazioni e sicurezza. Credo infatti che i vari "strati" di emigrazione italiana che si sono succeduti negli anni abbiano generato uno straordinario patrimonio di conoscenze, risorse ed esperienze sul piano culturale, sociale, normativo, comportamentale e persino linguistico sui temi della convivenza tra popoli e comunità. Questo patrimonio e' un potenziale straordinario del PD in Europa e all'estero e una risorsa per il partito nel suo insieme, ma rischia di andare sprecato se lo si mortifica negandogli la possibilità di tradursi in atti politici. Credo che anche alcune recenti posizioni del Partito Democratico sui temi dell'immigrazione si sarebbero giovate di una analisi meno grossolana a frettolosa di quella che è stata prodotta, se solo si fossero utilizzate le risorse intellettuali e culturali disponibili nel PD all'estero.
Ritengo quindi, nonostante i segnali iniziali non siano affatto incoraggianti (e mi riferisco al recente seminario di Parigi sullo statuto all'estero) che il PD in Europa dovrebbe organizzarsi secondo questo secondo modello: quello di un partito forte, dotato di una propria capacità di elaborazione politica autonoma in senso federale, in grado di provvedere al proprio finanziamento e alle proprie strutture e che sia posto in grado di produrre localmente politica, ossia contenuti, alleanze e classe dirigente a tutti i livelli, agendo su una realtà che è al contempo locale e sovranazionale e fornendo un contributo di straordinaria importanza ed originalità al Partito Democratico nel suo insieme.
Commenti (10)
tutto giusto, tutto bello. Ma la tua preferenza mal si concilia con le parole scritte a suo tempo da Marco Simoni su questo blog "la nomina del coordinamento e del governo ombra ci suggeriscono che non esiste alcuna attenzione per capacità di elaborazione politica e culturale, capacità di organizzare comunicazione, e anche di creare consenso, a meno che queste capacità non si facciano potere".
In poche parole, il PD oggi pare ben poco incline a dar spazio al patrimonio culturale dei piddini europei ed europeisti per le ragione espresse sopra. Come pensi bisognerebbe muoversi per risolvere questo problema e rendere il PD piu' ricettivo di quanto non sia ora all'elaborazione politica indipendente?
Inviato da Filippo | June 4, 2008 3:46 PM
Posted on June 4, 2008 15:46
Come italiano residente negli Stati Uniti, condivido con forza l'appello a dare autonomia al Partito Democratico all'estero, in Europa e non solo.
Il contributo che possiamo dare e' enorme.
Quella che prima poteva essere una nostalgia folcloristica, oggi e' divenuta una necessita' vitale. In un mondo globalizzato vince chi organizza meglio la propria diaspora e la trasforma in una strumento fondamentale di competizione e sviluppo. Come italiani siamo molto indietro, rispetto ad altre nazioni che questo lo hanno capito da tempo. Noi invece sprechiamo tutte le nostre risorse: (a) la presenza degli italiani all'estero (ognuno va per la sua strada), e (b) la presenza di tanti immigrati in Italia (di cui parliamo solo in termini di criminalita'). Invece il bilinguismo (degli italiani all'estero e degli stanieri in Italia) andrebbe coltivato e sostenuto come una delle grandi risorse su cui costruire il futuro del sistema Italia. Quella della costruzione di una rete capillare di doposcuola di italiano per la nostra diaspora e di doposcuola delle lingue degli immigranti nella scuola italiana dovrebbero essere delle priorita' nazionali. Su tutto questo il Partito Democratico non ha ancora una politica.
Inviato da Gabriele Boccaccini | June 5, 2008 2:37 AM
Posted on June 5, 2008 02:37
Da residente all estero sono contrario al voto degli italiani all estero per due motivi:
* Il voto dovrebbe essere concesso solo a chi paga le tasse e la maggior parte degli italiani all estero non le paga per definizione.
* sono frequenti nella circoscrizione in cui vivo (Londra) perdite di schede elettorali. Se alla inefficienza della burocrazia aggiungiamo talvolta la mala fede, in realtà il voto degli italiani all'estero è una presa in giro.
Non credo poi che le competenze e le capacità degli italiani all estero siano particolarmente notevoli. Essi hanno solo maggiori competenze linguistiche. La conoscenza di in altra cultura non è vista come una risorsa in più ma piuttosto come una pericolosa arma eversiva che può minare lo status quo
Inviato da aldo de rossi | June 5, 2008 12:33 PM
Posted on June 5, 2008 12:33
Da residente all estero sono contrario al voto degli italiani all estero per due motivi:
* Il voto dovrebbe essere concesso solo a chi paga le tasse e la maggior parte degli italiani all estero non le paga per definizione.
* sono frequenti nella circoscrizione in cui vivo (Londra) perdite di schede elettorali. Se alla inefficienza della burocrazia aggiungiamo talvolta la mala fede, in realtà il voto degli italiani all'estero è una presa in giro.
Non credo poi che le competenze e le capacità degli italiani all estero siano particolarmente notevoli. Essi hanno solo maggiori competenze linguistiche. La conoscenza di in altra cultura non è vista come una risorsa in più ma piuttosto come una pericolosa arma eversiva che può minare lo status quo
Inviato da aldo de rossi | June 5, 2008 12:35 PM
Posted on June 5, 2008 12:35
Da residente all estero sono contrario al voto degli italiani all estero per due motivi:
* Il voto dovrebbe essere concesso solo a chi paga le tasse e la maggior parte degli italiani all estero non le paga per definizione.
* sono frequenti nella circoscrizione in cui vivo (Londra) perdite di schede elettorali. Se alla inefficienza della burocrazia aggiungiamo talvolta la mala fede, in realtà il voto degli italiani all'estero è una presa in giro.
Non credo poi che le competenze e le capacità degli italiani all estero siano particolarmente notevoli. Essi hanno solo maggiori competenze linguistiche. La conoscenza di in altra cultura non è vista come una risorsa in più ma piuttosto come una pericolosa arma eversiva che può minare lo status quo
Inviato da aldo de rossi | June 5, 2008 12:35 PM
Posted on June 5, 2008 12:35
Filippo, io non sono molto d'accordo con la tua citazione di Marco Simoni. Io credo che in generale potere e consenso si identifichino, e che in particolare questo avvenga anche nel nostro partito. L' idea di una oligarchia autoreferente che rimane abbarbicata ai posti chiave del partito mortificando le ambizioni di cambiamento di grandi masse ingenue e disinteressate e' una visione falsa. E' la consolazione romantica di chi il problema del consenso non se lo pone neppure, vuoi per snobismo elitista o per limiti di proposta, o che quando se lo pone semplicemente non lo sa risolvere.
Nella fattispece, il probema e' ora creare consenso, nei circoli e nella costituente nazionale, su una organizzazione del partito all' estero che non sia meramente elettorale ed operativa, ma sia politicamente autonoma e capace. Questo risultato passa attraverso norme e meccanismi statutari: non bisogna chiedere nessuna concessione, basta proporre, convincere e votare. That's it.
Il concetto che propone aldo de rossi (rappresentanza solo dei contribuenti) e' un criterio di cittadinanza che si identifica con la appartenenza nazionale stanziale. Penso che sia un criterio superato, e lo sia da molto tempo, da fenomeni migratori e di convivenza tra comunita', e dalla interconnessione delle economie, delle politiche, delle societa'. Ovunque si decida su aspetti della vita di esseri umani senza richiedere il loro consenso e nemmeno la loro opinione, allora la democrazia e' in sofferenza. E in questo consiste l' aspetto "rivoluzionario" di essere democratici: riprendere il controllo, attraverso il voto e i meccanismi della partecipazione democratica, delle proprie vite. Non accettare che siano decise altrove, dove l' altrove e' di volta in volta il proprio paese d' origine, quello di residenza, quello di temporanea presenza, le istituzioni internazionali, magari persino paesi terzi.
Inviato da gianni | June 6, 2008 6:55 AM
Posted on June 6, 2008 06:55
gianni,
approvo e condivido in linea di principio quello che dici, ma mi sembra che il tuo entusiasmo rischi di andare a scontrarsi poi con la triste realta' di una comunita' frammentata e apolitica, poco interessata a votare e lontana col pensiero ai bizantinismi della politica Itaiana. Una politica incapace di risolvere le necessita' basilari di giustizia e di sopravvivenza del Meridione de Paese, perche' mai dovrebbe preoccuparsi degli Italiani all'estero, che dopodutto se la passano piuttosto bene?
Inviato da Aldo derossi | June 6, 2008 10:58 AM
Posted on June 6, 2008 10:58
gianni,
approvo e condivido in linea di principio quello che dici, ma mi sembra che il tuo entusiasmo rischi di andare a scontrarsi poi con la triste realta' di una comunita' frammentata e apolitica, poco interessata a votare e lontana col pensiero ai bizantinismi della politica Itaiana. Una politica incapace di risolvere le necessita' basilari di giustizia e di sopravvivenza del Meridione de Paese, perche' mai dovrebbe preoccuparsi degli Italiani all'estero, che dopodutto se la passano piuttosto bene?
Inviato da Aldo derossi | June 6, 2008 10:59 AM
Posted on June 6, 2008 10:59
Aldo, a parte che le condizioni di vita degli italiani all' estero sono moto differenti (si va dal relativo benessere medio della comunita' svizzera alla disperazione delle favelas sudamericane piene zeppe di italiani di prima o seconda generazione, anche se non viene detto spesso) io penso che la politica si debba occupare di tutti i cittadini. Considera poi che i diritti che sono stati conquistati dalle prime generazioni di migranti sono ora fruiti da altri cittadini che arrivano da situazioni molto piu' disagiate.
La diaspora italiana e' una delle piu' numerose ed una delle piu' attive politicamente: esercita il voto tipicamente con le stesse percentuali dei paesi ospitanti (quasi il 40% qui in Svizzera), e questo, considerando che la pressione mediatica in occasione delle elezioni e' ovviamente molto meno forte qui che in Italia, e' un segno evidente di interesse agli eventi del proprio paese d' origine.
Interesse che non e' solo identitario o nostalgico: le norme sulla cittadinanza, sul diritto di voto (sia nel paese di origine che in quello di destinazione), sulla mobilita' del lavoro e dei capitali, sul welfare e sulle pensioni, persino sull' imposizione fiscale nel paese di origine sono elementi centrali della vita anche di chi vive all' estero. E solo per questo fatto e' opportuno che su tali questioni i cittadini possano decidere.
Inviato da gianni | June 7, 2008 8:26 AM
Posted on June 7, 2008 08:26
oh qualche mese fa sul mio edonistico blog (come tutti i blog d'altronde)scrissi una cosa sulle elezioni argentine.
in sostanza la candidata vincitrice, tale Cristina Kirchner, moglie dell'ex-presidente, ed ora lei stessa presidente, c'aveva un bel sito web. sul sito c'erano un sacco di foto conn capi di stato ed autorità politiche straniere. spagnoli parecchi, di italiani nessuno. sarà una sciocchezza. ma per me quell'assenza voleva dire qualcosa.
questo é un errore che ha commesso lo Stato ITaliano. non so' se con la riforma Tremagli sia cmabiato il trend. sta di fattoo che io vedo la autorità spagnole, ed in pirmis basche, mantenere rapporti con le proprie comunità. programmi, fondi, scambi culturali a go-go. tutto questo evidentemente ha un importanza strategica (della qule Gianni parla). nel frattempo in Italia forse dormivano. o forse non mi sono reso conto.
Inviato da Filippo l'altro | June 7, 2008 5:37 PM
Posted on June 7, 2008 17:37