I 60 anni dalle Leggi Razziali e la via di Almirante

di Gabriele Boccaccini

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È noto che Giorgio Almirante fu tra i firmatari del Manifesto della Razza nel 1938 e come segretario di redazione della
rivista La Difesa della Razza esercitò tra il 1938 e il 1942 un ruolo di primo piano nell’applicazione della
politica discriminatoria del regime fascista. La circostanza è riemersa a margine delle polemiche sulla proposta del nuovo
sindaco di Roma Alemanno di dedicare una via al segretario storico del Movimento Sociale Italiano, quale uno dei protagonisti
della Prima Repubblica.

La vedova di Almirante, donna Assunta, ha cercato una maldestra difesa che, per quanto comprensibile dal punto di vista umano,
rivela tutta l’ambiguità dell’odierno revisionismo di destra: un “giovanissimo” Almirante non avrebbe fatto altro che
farsi portavoce di sentimenti che – per quanto deprecabili – erano allora comuni a “tutti”.

(1) È vero che l’antigiudaismo religioso fosse allora molto diffuso e radicato, alimentato in quegli anni dal clima di
rivincita generato dai Patti Lateranensi contro i protagonisti “laici” e non cattolici del Risorgimento. Tra i firmatari del
Manifesto della Razza troviamo non solo i capi e capetti del regime (da Mussolini a Starace) ma professori universitari, medici e
giuristi (Guido Landra, Gaetano Azzariti, Nicola Pende, Giuseppe Cocchiara…), giornalisti (Ermanno Amicucci, Mario Missiroli,
Giorgio Bocca…), scrittori (Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Giovannino Guareschi…) e un folto gruppo di esponenti di spicco
del mondo cattolico (padre Agostino Gemelli, Luigi Gedda, Romolo Murri, Amintore Fanfani…). Ci furono alcuni nobili voci di
dissenso, ma rimane un marchio di infamia collettiva l’indifferenza con la quale furono accolti i provvedimenti discriminatori, e
il conformismo servile con il quale in Italia ci si adeguò alle nuove direttive. Anche la Monarchia, la Chiesa Cattolica e
il Vaticano colpevolmente tacquero.

Tuttavia la trasformazione dell’antigiudaismo religioso in antisemitismo razziale fu un’operazione elitaria di evidente
forzatura ideologica che andava contro una tradizione consolidata di tolleranza. Per quanto il regime e Mussolini in persona lo
sponsorizzassero, nessuno fu costretto a firmare il Manifesto sulla Razza (anche se non mancarono le firme poste d’ufficio).
Nessuno fu “punito” per non aver aderito. I promotori dell’iniziativa agirono per convinzione o convenienza, non in
conformità al comune sentire di “tutti”.

Quando poi l’Italia fu occupata dai nazisti, allora anche i tanti che si erano adeguati all’antisemitismo razziale come ad una
specie di versione moderna e laica dell’antigiudaismo religioso si tirarono indietro di fronte alla prospettiva delle
deportazioni e dello sterminio. Per molti questo fu anzi uno dei motivi fondamentali di passaggio all’antifascismo militante, per
altri l’occasione di un riscatto personale (basti pensare alla trasformazione di alcuni degli stessi firmatari in antifascisti e
salvatori di ebrei perseguitati).

L’on. Fini alla Camera ha usato parole durissime contro l’Almirante razzista ma mettere il suo nome semplicemente nel
calderone di quanti aderirono nel 1938 ad una sciagurata politica discriminatoria fascista per poi prendere strade diverse
è fuorviante. Giorgio Almirante appartiene al ristrettissimo numero di “irriducibili” che dall’interno della Repubblica
Sociale continuarono la campagna di odio e antisemitismo militante che portò alla morte di 6,000 ebrei italiani. Di tale
tragedia essi portano una speciale responsabilità morale.

La colpa di Almirante (e dei razzisti della Repubblica Sociale) è resa più forte proprio dal fatto che in quegli
anni la maggioranza della popolazione italiana non solo non collaborò attivamente alla caccia agli ebrei ma
–contrariamente a quanto avvenuto nel 1938 – oppose un generalizzato atteggiamento di resistenza passiva che rese
possibili atti di resistenza attiva (anche da parte di molti repubblichini ed ex-fascisti) e la salvezza dell’80% degli ebrei
italiani. Più di 400 italiani non ebrei sono oggi riconosciuti ufficialmente dall’Istituto Yad Vashem di
Gerusalemme come “giusti tra le nazioni” per aver personalmente e disinteressatamente, a rischio della propria vita, contribuito
a salvare la vita degli ebrei perseguitati. Essi sono solo la punta dell’iceberg di un esercito innumerevole, al comando della
propria coscienza, del quale fecero parte i vescovi di Genova (Boetto), di Firenze (Dalla Costa) e Assisi (Nicolini), i nunzi
apostolici Rotta e Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII), personaggi popolarissimi come il ciclista Gino Bartali, eroi oggi da
tutti conosciuti come Giorgio Perlasca o Giovanni Palatucci, e soprattutto tanta brava e coraggiosa gente comune (sacerdoti,
medici, funzionari di polizia, operai, contadini, donne, ragazzi).

(2) Ma Almirante – dice donna Assunta – era allora “giovanissimo.” Ida Brunelli di Monselice aveva 15 anni quando
si trovò improvvisamente da sola a fare da mamma a tre bambini ebrei orfani di poco più giovani di lei. Una
servetta senza soldi, senza istruzione, lontana ella stessa dalla propria famiglia, avrebbe potuto abbandonarli al loro destino o
consegnarli dietro ricompensa ai tedeschi, invece scelse di condividere con loro i pericoli, la fame e gli affetti fino alla
Liberazione.

A 15 anni si ha già la capacità di distinguere tra bene e male, di capire che amare e aiutare il prossimo
è un dovere morale. Il “giovanissimo” Almirante di anni allora ne aveva esattamente il doppio (30, era nato nel 1914), ma
evidentemente non erano sufficienti per comprendere che ci fosse qualcosa di sbagliato in una feroce caccia all’ebreo che
includeva anziani, donne e bambini inermi.

Lo ricordano, il sindaco Alemanno e la sig.ra Almirante, che delle centinaia di bambini italiani che furono deportati
perché qualcuno diceva che erano “di razza ebrea”, nessuno, dico nessuno, è tornato vivo in Italia? Finirono
quasi tutti subito nelle camere a gas il giorno stesso del loro arrivo a Auschwitz. Alcuni (come il piccolo Sergio De Simone)
furono selezionati per atroci esperimenti medici finché non furono soppressi per pietà dai loro stessi carnefici
con un’iniezione di morfina prima di essere impiccati al filo di ferro nello scantinato di una scuola di Amburgo.

Ci perdoni, donna Assunta! Non sto accusando Almirante di crimini contro l’umanità che non ha connessi, ma ci sono
delle corresponsabilità morali che non devono esser giustificate né possono essere minimizzate. Rimangono tali in
tutta la loro nefandezza. Perché è tanto ladro chi ruba e chi para il sacco. Se poi il politico Almirante del
dopoguerra si sia meritato un qualche riscatto di fronte al tribunale della storia, con il suo rinnegare apertamente, e senza
cercare di accampare scuse, il proprio passato razzista e addirittura favorendo un processo di riconciliazione nazionale: questo
è un discorso diverso che non cancella però l’orrore e gli errori di quegli anni.

C’è troppo fretta di assolvere e troppo zelo nel minimizzare. Si renda prima di tutto pienamente onore alle vittime, e
si celebrino coloro che allora seppero fare scelte giuste e coraggiose, poi si potrà anche cominciare a discutere sul
pentimento dei carnefici e dei loro cattivi maestri e sul loro riscatto seppur tardivo. Questo vale per gli ex-repubblichini come
per gli ex-brigatisti: è parte del “pentimento” l’autocoscienza delle proprie responsabilità e dei propri tragici
errori che niente può giustificare o minimizzare.

Qualche anno fa, l’on. Fini ha scritto la prefazione a un bellissimo libro dedicato ai giusti italiani: I Giusti d’Italia:
I non ebrei che salvarono gli ebrei
(ed. Liliana Picciotto; Mondadori). Seguendo il suo esempio il sindaco Alemanno farebbe
cosa più saggia a cominciare a rendere onore uno per uno e a intitolare qualche strada ai tanti romani che durante il
periodo dell’occupazione nazista si sono guadagnati un posto nel paradiso dei giusti, e salvando una vita hanno salvato il mondo
intero in un’ora di tenebre; per esempio, Angelo De Fiore, i coniugi Bulgari (sì, quelli della gioielleria), Carlo Arturo
Jemolo, padre Benedetto Maria, il pastore Cupertino, Giuseppe Caronia, ecc. ecc.

O potrebbe intitolare una via o una scuola al piccolo Sergio De Simone (1937-1945), lui sì un grande italiano, la cui
brevissima esistenza e tragica morte appeso a quel filo di ferro sono un messaggio universale di coraggio e dignità, un
grido insopprimibile al diritto di ogni essere vivente alla libertà e alla vita.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

11 Commenti

  1. Luigi

    a viterbo c’è già

  2. Barbara

    Grazie.

  3. raoul

    Grazie Gabriele, un post veramente bellissimo e informativo

  4. Sergio

    Vorrei proprio vedere se questo “dibattito” potrebbe avviarsi, oggi, in Germania !

  5. Paolo

    Spiegatelo al vostro uomo di partito violante.
    VIOLANTE: ALMIRANTE PRESE DISTANZE DA “DIFESA DELLA RAZZA”

    Ci ricordiamo di Almirante che firma i manifesti con la condanna a morte per i partigiani.
    Ci ricordiamo Almirante protetto da picchiatori fascisti fuori dalla statale.
    Ci ricordiamo molto, quasi tutto.
    Qualcuno nel Pd continua a dimenticare volutamente.
    Come è stata dimenticata la strage di Peteano e il ruolo di copertura offerto proprio da almirante.
    Non stiamo parlando del 44, ma del 71.
    Altro che riconciliazione, quello era un assassino. e fine.
    Poi se per magheggi politici Violante lo vuole riabilitare questa è una altra storia.
    SVEGLIA!!!

  6. Eleonora

    Il post è veramente molto bello e toccante in alcuni punti. Grazie per averci raccontato questa pagina di storia…

  7. Gianni

    Anche io voglio ringraziare Gabriele per i bei contributi che ci regala, sia nei suoi post che nei commenti. Mi aiuta davvero a capire meglio, a mettere in parole pensieri che mi girano in testa.

  8. giuseppe

    non so se qualcuno l’ha detto

    Almirante è stato capo di gabinetto al ministero della cultura popolare di Salò. Questo è un fatto. Non sono articoli scritti in gioventù.

  9. felice

    Grazie

  10. gIULIO DE FIORE

    Non c’é Futuro senza Memoria. Giusto così mi ha insegnato mio nonno, Giusto di Israele. Non dimentico il dolore e la rabbia; non dimentico l’ingiustizia e l’indifferenza; non dimentico il qualunquismo ed il razzismo.
    Abbiamo il dovere e l’onore di non dimenticare e non far dimenticare la Storia e ciò che è stato e che non deve essere più.

    Il Comune di Roma ha già deliberato a maggioranza che a mio nonno sia dedicata una strada di Roma. Non so quando lainaugurerà e sarebbe bello se a farlo potessero esserci i figli e noi nipoti che senza tregua ci dedichiamo quotidianamente al non dimenticare. Ma dicono anche che dovrebbe essere attorno al Museo della Shoah ed il tempo pare essere nemico. Non resta allora che augurarci che non sia vicino alla via Almirante: sarebbe troppo!

    Grazie per non dimenticare; grazie per ricordare.

    Giulio De Fiore, Roma

  11. gIULIO DE FIORE

    Non c’é Futuro senza Memoria. Giusto così mi ha insegnato mio nonno, Giusto di Israele. Non dimentico il dolore e la rabbia; non dimentico l’ingiustizia e l’indifferenza; non dimentico il qualunquismo ed il razzismo.
    Abbiamo il dovere e l’onore di non dimenticare e non far dimenticare la Storia e ciò che è stato e che non deve essere più.

    Il Comune di Roma ha già deliberato a maggioranza che a mio nonno sia dedicata una strada di Roma. Non so quando lainaugurerà e sarebbe bello se a farlo potessero esserci i figli e noi nipoti che senza tregua ci dedichiamo quotidianamente al non dimenticare. Ma dicono anche che dovrebbe essere attorno al Museo della Shoah ed il tempo pare essere nemico. Non resta allora che augurarci che non sia vicino alla via Almirante: sarebbe troppo!

    Grazie per non dimenticare; grazie per ricordare.

    Giulio De Fiore, Roma

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