Basterà il peer review a liberare i nostri ricercatori?

di Eleonora Bellini

nrg.jpg

Consultando la rivista scientifica Nature per il mio lavoro, ho
trovato questa interessante lettera scritta dal Senatore PD Ignazio Marino
dal titolo: Acceptance of peer review will free Italy’s research
slaves
.

«L’Italia deve investire più in scienza e tecnologia, sono
d’accordo con l’articolo di I. Bertini, S. Garattini e R. Rappuoli
pubblicato su Nature, 452, 605 (2008) (segnalato, tra
l’altro dai Mille di Boston – n.d.r.). Essi lamentano la mancanza, in
Italia, di risorse economiche e di un’adeguata attenzione politica per i
temi della ricerca, tecnologia ed istruzione. Come ricercatore, clinico e
accademico, condivido le loro preoccupazioni. Ciò nonostante, come
ex presidente della commissione sanità del Senato Italiano, ho da
ridire sul fatto che essi ritengono che nessuno dei principali partiti
politici riconosca che la scienza, la tecnologia e l’istruzione siano
cruciali per il futuro dell’economia della nazione.

Le leggi finanziarie del 2007 e del 2008, emanate durante il precedente
governo di centro-sinistra, hanno stanziato 96 milioni di euro per
progetti presentati da ricercatori con meno di 40 anni. Questi sono stati
giudicati da un comitato internazionale che includeva dieci scienziati con
età inferiore ai 40 anni – cinque dei quali provenienti da
istituzioni estere – selezionati in base all’impact factor e
ai citation index scores. Questo costituisce, di per sé, un
approccio rivoluzionario per il sistema italiano di assegnazione di fondi
per la ricerca, ancora privo di regole.

Nonostante tali progressi, l’Italia resta ancora molto indietro per
quanto concerne gli investimenti nella ricerca, e questo richiede delle
riforme. Ma il cambiamento cruciale non riguarda semplicemente
l’incremento dei fondi da stanziare. Il nuovo governo dovrebbe
intraprendere una riformulazione dei criteri di assegnazione dei fondi e
cominciare ad applicare a tutti i livelli la valutazione e la selezione
mediante il sistema del peer review. Tale sistema favorirebbe la
meritocrazia e renderebbe i ricercatori liberi dalla schiavitù
virtuale sotto la quale sono stati trattenuti dai vecchi accademici.

Applicando le regole internazionali del peer review e della
valutazione delle richieste di finanziamento solo sulla base del merito,
guardando i curricula e gli obiettivi, confrontando le liste di
pubblicazioni e valutando i risultati, verranno fornite delle
opportunità per gli scienziati italiani e di conseguenza si
procederà verso la promozione della crescita intellettuale,
culturale ed economica della nazione.»

I. Marino, Nature,
453, 449 (2008)

Questo articolo è assolutamente condivisibile, ed io stessa sono
favorevole all’introduzione del peer review sia per l’assegnazione
dei finanziamenti, ma anche per il reclutamento del personale accademico.
Una domanda che, tuttavia, mi sono posta, e che lascio aperta alla
discussione è la seguente: introducendo il sistema peer
review
senza che prima venga effettuata una adeguata riforma
universitaria e dell’organizzazione della ricerca, non si rischierebbe di
continuare a favorire quegli enti e quei ricercatori già
privilegiati dal vecchio sistema?

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Tags:

4 Commenti

  1. Alessandro tavano

    Sarebbe già un buon passo avanti. Poi occorrerebbe continuare sui progetti individuali, tipo quello menzionato da Marino, cui gli Istituti possano/debbano dare sostegno logistico ma con i quali non possano interferire.

    Insomma, autonomia e soldi per i giovani ricercatori, non strutturati. Autonomia (meno soldi perché già dentro i progetti europei ecc.) per i ricercatori strutturati. Comunque, ci voglio soldi. 96 milioni non sono che un timido inizio.

    Infine, introdurrei un contratto di collaborazione a progetto apposta per la ricerca, di durata non inferiore ai 3 anni, e che permetta automaticamente al ricercatore il riconoscimento anche economico dei frutti del suo lavoro (non solo il diritto d’autore morale, ma anche il diritto di sfruttamento tramite brevetto o pubblicazione). Al momento solo gli istituti universitari tutelano il ricercatore con il 50% degli eventuali utili da brevetto (o il 100% se l’università non li chiede in tempo), mentre gli Istituti biomedici italiani non hanno nessuna tutela: e la maggior parte della ricerca di livello viene svolta lì dentro, da gente pagata 1000 euro con contratti annuali.

  2. A Nanchino i ricercatori nel campo della chimica vengono assunti da multinazionali straniere come la BASF. La Cina sta imparando a fare prodotti molto sofisticati e non si limita piu’ solo ai giocattoli e alle magliette.

    http://janejacobs.wordpress.com/2008/06/13/nanchino-oggi/

  3. Andrea Ballabeni

    Eleonora,

    per quali motivi ti sorge questo dubbio? Lo potresti spiegare? Te lo chiedo perche’ immagino che hai dei validi motivi.

    grazie

    Andrea

  4. Eleonora, capisco il tuo dubbio, però una riforma di quel genere avrebbe effetti enormi nel medio/lungo periodo. E non dimentichiamo che abbiamo tantissimi ricercatori all’estero con fior di pubblicazioni che, in quel modo, potrebbero aspirare a tornare in patria con i finanziamenti per fare qui quello che vogliono…

    Secondo me è un po’ come per le primarie in politica: non sono una soluzione che risolve tutti i problemi da un momento all’altro, è chiaro che chi già è dentro il sistema resta favorito, ma intanto si crea un meccanismo per emergere diverso dalla sola cooptazione dall’alto. I risultati si vedranno nel lungo periodo.

Lascia un commento

Subscribe without commenting