Antefatto
La provincia di Napoli, tre milioni di abitanti, è più
densa, dal punto demografico, del comune di Roma. L’area metropolitana si
estende su almeno due province e include decine di comuni, più di tre milioni e
mezzo di abitanti. Questa è Napoli, non un capoluogo importante del
mezzogiorno, ma una città regione. I
frammenti urbani si mescolano ad aree industriali, ad aree agricole (a volte
fazzoletti di terra) fertilissime che raggiungono il centro della città, a
parchi, centri storici, siti archeologici unici al mondo. E’ la città più
giovane d’ Europa, una delle più povere, sicuramente quella con il tasso di criminalità più alto. Il tasso di
disoccupazione sfiora il 30%, il tasso di abbandono scolastico è (forse
conseguentemente) altissimo a sua volta, la qualità dell’istruzione è
bassissima. In questo contesto, iper-complesso, si inserisce e trova spazi
inimmaginabili la criminalità organizzata; una forza destrutturante,
autodistruttiva, onnipresente, riconosciuta, il cui territorio ha i suoi
centri, le sue periferie. La camorra vuol dire prima di tutto un atteggiamento
delle persone, uno sguardo cinico sulle cose: la fine del senso di comunità, di
società.
La politica dovrebbe offrire un’alternativa ai modelli
camorristici: l’abuso edilizio, la speculazione pura, l’inquinamento, il
furtarello, la piccola furbizia, la lagna e le proteste di disoccupati veri e
fasulli. La politica ha gli strumenti per farlo, tiene in mano la borsa della
spesa amministrativa e sanitaria, i fondi europei, i regolamenti urbanistici
(sembra un’ossessione quella dell’urbanistica, ma è fondamentale) è portatrice
di valori, è uno strumento di comunicazione e di diffusione di pratiche,
influenza la vita quotidiana. Per offrire un’alternativa bisogna semplicemente
avere un progetto e unirsi attorno ad esso. La classe dirigente campana si è invece
essenzialmente impegnata negli ultimi dieci anni in lotte interne; i singoli
protagonisti si sono scannati tra loro, non hanno disdegnato nessun tipo di
accordo per il proprio tornaconto, non hanno mai esitato a cambiare casacca né
coalizione. Nella furia della battaglia sono saltati i ruoli di cui ha scritto
Simona Milio: i politici e gli intellettuali a loro vicini si sono sostituiti
ai tecnici; nessuno si è accollato il lavoro faticoso di regista, nessuno si è
occupato di ordine pubblico, né di efficienza amministrativa. Le persone sono
rimaste sempre più sole. Senza un progetto si cade nelle emergenze. E la
condizione di crisi perpetua determinata dall’emergenza è perfetta perché
continuino le peggiori pratiche (senza scuorno, senza vergogna), per
l’acuirsi delle lotte, per la confusione della quale i criminali approfittano
per segnare punti, guadagnare terreno.
Cosa è successo in
questi giorni.
Attacco ai campi Rom
Ponticelli è un quartiere del comune di Napoli, un tempo era
una realtà a sé (ancora oggi si dice “vado a Napoli”). E’ la roccaforte del
clan Sarno, il più potente dopo la guerra con i Di Lauro. Il clan controlla
completamente un intero rione, il De Gasperi, dove non si può entrare senza
essere perquisiti. Il parco della città è chiuso perché gli LSU non vanno a
lavorare. La stradina principale, semi-pedonale, dove ha sede la Casa del
Popolo (PD), dopo le otto di sera è off-limits per tutti: diventa un supermercato
dello spaccio. Gli alberi piantati spuntano da aiuole infestate di erbacce alte
un metro. Interventi di edilizia popolare, di scarsa qualità, si sono
affiancati disordinatamente sui terreni agricoli, molto spesso non collegati
tra loro né con il centro. Negli spazi di risulta, lì dove da quindici anni si
aspetta un intervento di riqualificazione urbana, già finanziato, si sono negli
ultimi anni insediati decine, poi centinaia di rom. Vicinissimi alle case, i
rom determinavano ovviamente qualche apprensione e molti fastidi alla
popolazione: scaricavano rifiuti sui cigli delle strade, bruciavano di notte la
plastica dei fili elettrici rubati, qualche piccolo furto. Ultimamente si era
deciso per lo spostamento di questi campi: mesi per individuare una struttura
idonea (non ne mancano per niente). Nei prossimi giorni scadrà il termine per
l’inizio dei lavori di riqualificazione dell’area. Si dice che la camorra si
sia infiltrata nell’operazione- sino ad ora bloccata per la presenza dei campi.
Di qui l’episodio -da molti considerato fasullo- del rapimento di un bimbo. Di
qui l’escandescenza, le molotov, che ovviamente non sono opera di cittadini
comuni (e probabilmente neanche della camorra in maniera diretta), ma da
delinquenti in concorrenza con gli stessi Rom, che hanno agito con il
beneplacito dei capi.
Si tratta di supposizioni (i fatti vanno ancora verificati),
ma sembrano molto più plausibili delle ricostruzioni sentite al telegiornale.
Come al solito le cose non sono chiare, restano indistinte, perché non c’è mai
stato nessuno che sentisse il polso della situazione e che facesse qualcosa per
risolvere il problema.
A Ponticelli lo stato non esiste (letteralmente: non ci sono
i vigili, non c’è la polizia), figurarsi un’idea di futuro. Ogni famiglia è
lasciata sola, ogni bambino, ogni studente; ed in queste condizioni saltano
anche i metri di giudizio, salta un po’ tutto. Quel che è certo è che, dopo le
molotov, nessuno ha avuto il coraggio di andare sul posto, condannare le
violenze, farsi carico della soluzione immediata.
Rifiuti
Il famigerato contratto unico per la gestione del ciclo
industriale è stato siglato in base ad una gara che premiava più la convenienza
economica rispetto alla qualità ed all’esperienza delle aziende in concorso. La
sovrapposizione di ruoli e competenze, le lotte tra coalizioni, l’ideologia
della nostra sinistra (quella che non ha un progetto però ti da ‘a mmagna’)
hanno fatto sì che si costruisse un sistema complicatissimo di società miste,
consorzi, cooperative che di fatto costa circa 800 milioni di euro
all’anno. La politica senza progetto
(che porta con sé l’amministrazione dei raccomandati) non ha vigilato, poi ha
preferito scomparire dietro ai commissari- molto spesso perfetti ignoranti in
materia, ma sempre espressione di fazioni politiche. Non esisteva, per
contratto, nessun incentivo alla raccolta differenziata, né vantaggi per quei
territori che si accollano l’onere di ospitare le discariche o i
termovalorizzatori. Terreno perfetto per le manifestazioni, per i veti. Quindi
la spazzatura in strada, l’improvvisa scoperta per i cittadini, di vivere un
territorio inquinato, dove l’incidenza dei tumori è doppia rispetto al resto
del paese.
Il nuovo governo ha stilato l’ennesimo piano d’emergenza:
trovare dieci discariche, costruire quattro (prima erano due, poi tre)
inceneritori. Tutto l’impianto delle responsabilità non viene toccato, non
esiste un nuovo tavolo tecnico, i consorzi vari non vengono smantellati. Ancora
pasticci. Dietro ad ogni scontro ci sarà sempre un tornaconto, del singolo
politico, del clan, del capopopolo, ma c’è principalmente l’assenza di una
controparte. Il fatto è che oramai la politica non può più metterci la faccia,
perché non ha credibilità, non esiste: non ha presidi sul territorio, non ha
mai fatto nulla per questa gente; quindi, anche nelle emergenze, non ha il
coraggio di farsi vedere. Infine Bertolaso ha addirittura affermato che la
situazione è peggiore rispetto a un anno fa!
In una realtà così complessa e compromessa diventa fondamentale
l’individuazione di obiettivi chiari da raggiungere nel lungo periodo. Bisogna
creare un movimento che dal basso raccolga tutte le realtà che si riconoscono
nel progetto delineato. Tutte le associazioni, i comitati di quartiere, i
gruppi di protesta dovrebbero avere un luogo, magari virtuale, di confronto,
discussione e promozione di pratiche. Dovrebbero poter selezionare la propria
classe dirigente ed influenzarne le scelte. Per questo immagino, ad esempio, un
Partito Democratico più impegnato ad accogliere tutte le realtà opposte alla
Napoli informe, che non a delineare nuove coalizioni (che qui si trasformano in
contrattazioni tra interessi diversi), esperimenti politici ecc.
In Sardegna il progetto è stato portato dall’alto (non a
caso il partito di Soru si chiama Progetto Sardegna), ma rischia di arenarsi
per lo scarso radicamento e la mancanza di una comunicazione efficace. In
Campania potremmo provare il percorso inverso: mettere insieme tutti, disegnare
il futuro e vedere chi vuole farlo proprio. Se il Partito Democratico sarà
capace di trarre forza da chi si impegna volontariamente, potrà sperare di
riprendere la guida della regione (non sono ancora stati costituiti i circoli
territoriali). Altrimenti sappiamo benissimo chi e come vincerà le prossime
elezioni.. inutile dire che la destra campana è peggiore di quella nazionale.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





bellissimo articolo. Dovrebbe stare su Repubblica o Corriere, a mio avviso.
concordo, e molte di queste considerazioni potrebbero essere estese a tutto il sud italia
Alla Calabria senza dubbio.
Un bell’articolo, grazie Davide.
veramente bel post. grazie davide
Scusate ragazzi, ma dell’invito di veltroni a non usare la forza che ne diciamo? Io francamente sono un po’ perplesso da questo cerchiobottismo del segretario. PRemesso che ovviamente auspichiamo tutti che non sia necessario usarla, ma che significa preventivamente dire no al suo uso? A me sembra l’ennesima strizzata di occhiolino verso il nimbysmo che trionfa in campania se non peggio direttamente alla camorra. Siam per la raccolta, ma anche per la non raccolta evidentemente.
La forza è nel novero, sebbene l’ultimo, degli strumenti a disposizione dell’autorità e non si capisce perchè non debba essere usata per raccogliere la monnezza dalle strade (anche se parimenti in un paese normale non si capirebbe perchè dovrebbe essere usata).
Un conto è dire ai cittadini di Chiaiano che possono controllare cosa viene sversato, un conto è implementare insieme a loro sistemi di tracciatura della provenienza della monnezza (roba ordinaria in città come Treviso dove i camion sono monitorati con il GPS e la monnezza pesata casa per casa) in modo tale che siano rassicurati del fatto che i veleni della camorra no nfiniranno nel loro sottosuolo. Tutto un’altro conto è per l’ennesima volta arrendersi di fronte ai veti egoistici di piccole comunità che la monnezza la vogliono produrre in grandi quantità, che non hanno nessuna intenzione di fare la differenziata (la percentuale come sapete è a napoli a livelli da barzelletta) e che evidentemente vorrebbero che qualcun’altro si facesse carico dei loro rifiuti.
segnalo l’articolo di D’Avanzo di oggi su Repubblica:
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/rifiuti-9/citta-vizi/citta-vizi.html
Succedeva a Napoli piu’ di 200 anni fa:
http://janejacobs.wordpress.com/2008/05/27/quando-napoli-era-governata-da-un-inglese/
Succedeva a Napoli piu’ di 200 anni fa:
http://janejacobs.wordpress.com/2008/05/27/quando-napoli-era-governata-da-un-inglese/
Troppo gentili, davvero! Ho cercato di inquadrare un po’ la situazione perché si capissero meglio i fatti.
L’articolo di D’Avanzo è molto chiaro: specialmente, a mio avviso, nella descrizione della deriva sociale che comporta il non avere un futuro davanti.
L’articolo linkato da aldo racconta uno dei tanti capitoli della storia della Napoli Borbonica; mentre nel resto d’Europa i sovrani diventavano “illuminati”, il regno delle due sicile restava immobile e periferico.
Troppo gentili, davvero! Ho cercato di inquadrare un po’ la situazione perché si capissero meglio i fatti.
L’articolo di D’Avanzo è molto chiaro: specialmente, a mio avviso, nella descrizione della deriva sociale che comporta il non avere un futuro davanti.
L’articolo linkato da aldo racconta uno dei tanti capitoli della storia della Napoli Borbonica; mentre nel resto d’Europa i sovrani diventavano “illuminati”, il regno delle due sicile restava immobile e periferico.
Su ponticelli, scritti degli abitanti:
http://ponticelli.wordpress.com/
http://comitatolettieri.wordpress.com/