di Marco Simoni
Il PD ha perso, Berlusconi ha vinto, la Lega ha stravinto. La Sinistra Arcobaleno è rientrata nell’alveo dei punti percentuali che una forza di quel tipo consegue normalmente nei paesi sviluppati.
A parte che dare la colpa al PD per il risultato basso di un altro partito è una fesseria logica, queste elezioni hanno tolto di mezzo l’altra fesseria (che aveva una ragione nella precedente organizzazione irrazionale del sistema partitico di centrosinistra) per la quale tante persone votavano Rif o Verdi per “riequilibrare a sinistra il governo”. Il riequilibrio non avveniva perché non si può fare la media tra chi fa l’anticapitalista teorico e il piccolo cabotaggio pratico e, invece, chi vuole un organico programma progressista moderno. Il risultato era la paralisi totale e masochistica del governo Prodi due.
Il PD ha perso perché, come osservano tutti, pur facendo il pieno di voti delle persone di sinistra, non ha conquistato nemmeno un voto ex berlusconiano o leghista. In tre mesi di “nuova stagione” Veltroni ha convinto tutta la sinistra a seguirlo, in blocco, ma non ha spostato un voto dall’altra parte. In tre mesi, dopo due anni di Mastella-Pecoraro-Ferrero: diamo una dimensione alle cose.
Fin dal 1994 chi per larga parte ha diretto il centrosinistra italiano ha pensato che per sfondare al centro bisognasse incorporare le priorità espresse dalle forze politiche che prendevano quei voti. Quindi siamo diventati tutti federalisti, siamo diventati contro il laicismo esasperato, abbiamo imitato modi, toni e contenuti col prevedibile esito di non spostare un voto perché giustamente le persone preferiscono l’originale all’imitazione.
Veltroni non ha seguito questa linea rivelatasi fallimentare, ma ha assunto un programma tendenzialmente acchiappatutto, parlando di tutti i problemi, e facendo perno su quelli più grandi, quelli sentiti dalla maggioranza relativa di persone (aumentare i salari!) orientando la sua leadership a parlare a tutti. Così facendo ha compiuto una notevole sintesi politica e di linguaggio che gli ha consentito di raggruppare la sinistra (a parte quel fisiologico tre per cento che mai e poi mai vorrebbe governare). Il limite di questa impostazione, come di molte analisi che sto leggendo, è che non lavora ai margini.
Non ha senso analizzare il voto, come si legge quasi ovunque, considerando il 47 per cento e rotti del centrodestra come un corpo uniforme e omogeneo che si può descrivere in due paragrafi. Primo perché non è così la società, la società ha tante sfaccettature molto importanti e marcate: parlare di quel 47 per cento con gli stessi toni con cui nel novecento si parlava della borghesia industriale, ossia come un insieme omogeneo di idee, pensieri, comportamenti, significa non avere alcuna idea di come sia fatta la società contemporanea. Il secondo motivo è che se fosse vero, sarebbe impossibile vincere le elezioni. Per vincere le elezioni in questa società, non si deve rincorrere il voto mediano che è la solita media che non esiste, non si fa avvicinandosi in toni e contenuti all’immaginario omogeneo votatore del centrodestra. Le elezioni si vincono ai margini. Blair le ha vinte hai margini, Zapatero le ha vinte ai margini, George Bush le ha vinte ai margini, nonostante l’inchiostro sprecato per spiegarci che Bush era in sintonia con l’America profonda. Ma per piacere.
Per vincere le elezioni bisogna convincere un 4-5 per cento degli elettori della destra a votare PD. Non bisogna convincere tutti, non bisogna parlare a tutti. Una volta che la sintesi del 33 per cento, zoccolo duro, sia stata fatta, certo ampia e moderna, certo non faziosa e certo nazionale, tutti gli sforzi vanno spesi non in messaggi generici o mediani, ma a convincere quel 5 per cento. A questo servono i professionisti e i sondaggi, e a questo serve la campagna per target. E anche a questo deve servire la riorganizzazione del PD: ad avere una struttura che sappia uscire fuori dai recinti e NON a parlare a tutti, NON a diventare più leghisti della lega, ma dopo che i professionisti avranno capito da chi è composto quel 5 per cento potenziale, a veicolare messaggi puntuali e provare a uscire per la prima volta dai recinti della sinistra, da quel 33-34 per cento che sembra invalicabile.
Forse nessuno dei voti della Lega è marginale, o forse solo una piccolissima percentuale, ma a naso queste cose non si fanno, ci vogliono sondaggi, focus group, e altre cose che fanno storcere il naso per ignorante snobismo gran parte del centrosinistra tradizionale, quello che sostiene la necessità di “parlare al Paese” (con la P maiuscola).
Un’altra cosa che si può fare nel frattempo è iniziare a dire che il federalismo leghista è un principio del cavolo perché è solo un modo elegante per dar fiato ai provincialismi, alle clientele localistiche e alle pulsioni xenofobe. Che la cultura del merito e della responsabilità devono essere applicate ugualmente in tutto lo stivale e se le amministrazioni del Sud non funzionano, lo Stato le deve commissariare, altro che federalismo. Che la cultura di Berlusconi è divisiva e punta alla parcellizzazione sociale totale, punta a schiacciare chi ha meno, a dare opportunità a chi le ha già, salvo un biglietto della lotteria ogni tanto. Quella cultura politica non ci piace perché noi abbiamo valori molto diversi, e ora abbiamo tempo e modo di declinarli, facendo apparire chiara la nostra diversità. Per esempio dicendo che abolire l’ICI serve solo a spostare un altro po’ di soldi verso chi ne ha di più: a continuare la redistribuzione in atto da quindici anni che toglie ai giovani (che affittano casa e avrebbero bisogno di risorse in ricerca, sussidi, formazione) per darle ai vecchi (che sono proprietari di case). Questa non è un tema mediano, forse in media non è popolare, ma i giovani senza casa la capirebbero al volo e se ne ricorderebbero.
Questo utile esercizio servirà probabilmente ad alienarci qualche Calearo, che non fa la differenza comunque, ma darà un profilo netto a quel 33 per cento. Poi, ad un anno dalle prossime elezioni, bisognerà concentrarsi su quel 5% da spostare, che normalmente non viene attratto da partiti e identità sbiadite (come durante le scorse elezioni, quelle che dovevamo vincere alla stragrande e poi abbiamo pareggiato), ma da idee decise e forti di sé.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Scusate… rileggo più volte l’analisi di Marco…
la sintetizzo, spero senza impoverire troppo, in punti chiave:
1) noi abbiamo perso;
2) gli altri hanno vinto, in particolare la lega;
3) per vincere bisogna prendere i voti degli altri, presumibilmente quelli dei “margini” (oltre a non perdere i propri aggiungerei…);
4) servono i professionisti tecnici della scienza della politica per capire quali sono i margini e come conquistarli e su questo dobbiamo fare autocritica.
i punti 1,2,3 mi pare rientrino a pieno titolo nella categoria HWD (Hot Water Discovery, senz’offesa… sempre in amicizia…).
Il 4 (il punto nodale) è una questione metodologica che, per quanto giustamente possa appassionare, non mi pare aggiunga nulla su quanto accaduto, nel senso che credo siano considerazioni già nelle corde di chi ha progettato la campagna PD e quindi forse non costituiscono proprio il più prezioso dei suggerimenti possibili. E’ vero che WV ha proposto un messaggio a spettro largo (necessariamente… nessuna campagna per il governo è incentrata su un tema solo per il target del 3% da espugnare) ma evidentemente modulato in alcuni punti per meglio mirare al target dei margini.
Inoltre un messaggio chiave della campagna di WV voleva passare nel modo, nel “come partecipare”, nel “come intendere” la competizione politica: anche questo è parte del progetto; messaggio nel significante diremmo, e direi orientato a raccogliere la domanda di “normalità” di un elettorato moderato disilluso.
La campagna non è finita, almeno dove ancora si è in ballottaggio per le amministrative, e spero che l’ispirazione per l’ultimo sforzo ci trovi umili a comunicare un senso di fiducia e di non estraneità per “i margini” che sono i nostri vicini di casa o di autobus, una disponibilità ad ascoltarli ed a far sentire che noi stiamo partecipando ad un progetto che vuole migliorarsi passo dopo passo, anche con il loro contributo.
Questo contatto (declinato sul territorio che non è solo uno spazio geografico) serve. Sennò i potenti new media diventano un bel passatempo 2.0 dove giocare al piccolo presidente del consiglio (gioco che magari mi piace), creando una bella rete di relazione in cui rimpallarsi parole come “merito”, “innovazione”, “solidarietà”, che però rimangono imbrigliate nel flusso di pacchetti sulla rete.
Ignorante sono ignorante. Snob non mi ci sento e spero di non esserlo davvero. Non direi manco di rappresentare uno del “centrosinistra tradizionale”… ma temo che sometimes, immagino involontariamente, si comunichi un senso di saccenza che forse non ci aiuta (almeno ora che siamo ancora in ballottaggio).
Mi raccomando. Ancora non è finita.
“Dovunque arriveremo, ci arriveremo per tentativi ed errori, come è sempre stato”…CHE PAGHERANNO SEMPRE LE STESSE PERSONE (scusa il maiuscolo!).
Comunque, ti ringrazio della disponibilità e di avermi considerato. Saluti
Filippo, è un peccato che tu abbia bisogno di esempi pratici per comprendere la teoria, ma ti vengo in contro e ti faccio l’esempio pratico.
Alitalia: io, Stato, l’avrei messa sul mercato anni fa. E l’avrei fatta comprare ad Air France allora. Se per caso non ero io il responsabile ieri e lo ero oggi, l’avrei fatta comprare ad Air France per molto meno denaro.
Ma se domani sono sempre io lo Stato, e Alitalia non se la compra nessuno, anziché farla fallire ci metto dentro i soldi delle tasse e la tengo in piedi finché qualche altra compagnia internazionale, europea e forte non se la voglia comprare.
In questo modo, tutelo i lavoratori di Alitalia, MA ANCHE il presitigio dello Stato a non avere una compagnia di bandiera che porta i libri in tribunale.
Mi puoi dire: ma l’Europa Unita non te lo consente. E ti posso rispondere: allora i soldi li dia la UE. Oppure li faccia dare allo Stato, che eventualmente pagherà la sanzione per aver sostenuto con denaro pubblico un’azienda quasi pubblica in via di fallimento.
Questo singifica essere socialdemocratici e non liberali.
Caro Anelli, questo significa essere dei folli, non dei socialdemocratici. Il prestigio dello Stato sta nell’utilizzare i soldi in maniera proficua, non buttandoli in un buco nero. Le risorse non si creano dal nulla, quante cose si fanno con 360 milioni di euro in un anno, le perdite Alitalia nel 2007?
Caro Anelli, il partito che per Alitalia vuole fare come dici tu c’è già. Si chiama PdL. E’ al governo. Tout va bien!
Sciltian, e’ veramente un peccato che io abbia bisogno di esempi pratici per capire la teoria. E’ anche un vero peccato che la maggior parte degli italiani non siano laureati e/o PhD. Peccato invero, cosi’ va il mondo.
Sul resto concordo con Raoul e Daniele sulla follia finanziaria del tuo piano. Non si capisce come mai, qualora oggi AirFrance non voglia comprare Alitalia, se io tengo in vita alitalia a suon di soldi pubblici un domani AirFrance se la piglia. L’unica alternativa avrebbe potuto essere la nomina di commisari speciali per curare la crisi (e depennare la zavorra per ridare credibilita’ all’azienda), ma mi pare sia stato abbondantemente tentato con risultati risibili. Tu stesso ti sei oltretutto risposto da solo: le regole della UE non lo consentono. Se non ricordo male, la politica dovrebbe anche e soprattutto dare il buon esempio, al di la’ delle ideologie.
http://www.corriere.it/economia/08_aprile_18/alitalia_intesa_bipartisan_bc436b88-0d07-11dd-9f4c-00144f486ba6.shtml
prestito di 100 milioni per allungare la vita di Alitalia. Come voleva Sciltian.
Dunque e’ confermato. Viviamo in una socialdemocrazia. Ottimo.
Filippo, si va direttamente nel socialismo reale: “Berlusconi apre ad Aeroflot”.
allora di che vi lamentate? il socialismo come lo sognate voi in italia mi pare ci sia gia’ con Berlusconi e il PdL.