Abbiamo perso su tutta la linea. Anche la regione Friuli Venezia Giulia, guidata da Riccardo Illy per il centrosinistra, la cui riconferma era data per sicura. Il FVG era un laboratorio politico di grande importanza: governatore imprenditore, sostenuto da un’ampia coalizione di centrosinistra, guida illuminata e coerente, unità di intenti.
Collaborazione vera e attiva con il Veneto (PDL) per l’Euroregione. Caso unico in Italia, una parte del paese sarebbe veramente entrata in Europa subito, coalizzandosi con Carinzia e Slovenia, accelerando il ritmo produttivo e di civilizzazione, depotenziando al massimo il legame lombardo-veneto.
Illy ha fatto leggi che hanno aumentato di molto il benessere e il grado di civiltà della nostra regione: per esempio il reddito minimo di cittadinanza, per cui chiunque perda il lavoro ha un salario buono e vantaggi nell’accesso ai servizi, oltre che corsi di formazione obbligatori per il reinserimento sul mercato. Una piccola UK, da questo punto di vista.
Perché ha perso? Non c’è dubbio che l’accorpamento delle regionali alle politiche ha distrutto quei 6-10 punti di vantaggio netti che aveva sullo sfidante. Per rispondere occorre quindi riformulare la domanda: perché abbiamo perso il Nord? Ironia della sorte, Illy aveva già predetto questo esito, nel suo libro intitolato appunto “Così perdiamo il Nord”. In poco più di 100 pagine dice tutto quello che dovevamo già sapere:
1. Che il vero problema italiano è il Nord, che produce per tutti mentre manca urgentemente da anni di infrastrutture fondamentali (TAV, passante di Mestre), anche per ridurre l’inquinamento (più treni, meno camion, meno auto).
Con Illy, il FVG è diventata una regione leggera, flessibile negli intenti e inclusiva: da un lato ospita Innovaction, fiera internazionale dell’innovazione tecnologica, dall’altro favorisce la didattica in lingua madre nelle scuole. Futuro e identità.
2. Che il Nord è in Europa per tipo e ritmo di vita, mentre il resto dell’Italia, semplicemente, no.
3. Che molti esponenti delle classi dirigenti, soprattutto al di fuori della Lega, vedono nella secessione un mezzo ora veramente possibile nel quadro europeo per realizzare l’autonomia economica del Nord. Perché il Nord ha le dimensioni e l’omogeneità strutturale di un piccolo stato: oggi i piccoli stati come la Slovenia e l’Irlanda prosperano perché gran parte delle incombenze finanziare e economiche (Banca Centrale, moneta unica) sono risolte a monte dall’Europa, e per questi servizi tutti gli stati europei pagano in percentuale sulla popolazione. L’essere piccoli e agili, nel contesto attuale di un’Europa degli stati funziona, è un vantaggio. E sono proprio gli stati piccoli quelli che detassano massicciamente il reddito d’impresa.
4. Che la Lega non è che superficialmente il partito becero e xenofobo rappresentato dalle sparate di Borghezio, Calderoli, Bossi. La Lega in questi ultimi 10 anni ha investito in formazione dei propri quadri dirigenti e sul contatto immediato con il territorio. La Lega è un partito che ha un cuore dirigente che non si vede ma che è di altissimo livello, preparato sui temi economici e sociali, colto, capace di ascoltare Illy quando va a trovarli nella sede del loro parlamento del Nord, capace anche di concordare su alcuni punti, un gruppo dirigente moderno e vero. Il parlamento del Nord pare essere un posto a grandissimo effetto comunicativo, tipo alto ufficio di rappresentanza istituzionale, perfetto. Questo gruppo preparato raccoglie e utilizza le energie dei militanti, alcuni (solo alcuni) dei quali sono tenuti sempre in stato di coinvolgimento emotivo dalle sparate xenofobe.
Un ultimo punto importante per noi come Imille. Operai e giovani. Al Nord gli operai e i giovani 18/19enni han votato in massa lega. Anche i giovani che usano sempre internet. Forse questi due gruppi sociali l’hanno fatto per motivi simili. Perché la Lega mostra estrema coerenza: i suoi esponenti non si contraddicono giornalmente l’un l’altro (vedi Sinistra Arcobaleno); i suoi esponenti non mostrano i soldi in vestiti e compiacimenti collezionistici di lusso, o feste (vedi Sinistra Arcobaleno); i suoi esponenti sono sul territorio appena possono, e il territorio sono anche le fabbriche, le scuole, gli uffici, l’Università, e sono le persone che si lamentano del rincaro del pane, dei furti, dell’insicurezza, e non trattano queste percezioni come fole del popolo bue (vedi Sinistra Arcobaleno e una parte del PD); i suoi esponenti, infine, non danno l’immagine di essere solo gli amici di registi, intellettuali, gente di successo cui comunque vada va bene ecc. (vedi Veltroni e PD, purtroppo), ma di essere vicino alle persone comuni, che non sono cretine, accettiamolo, che ragionano, e di cui bisogna capire e incontrare le esigenze.
A poco è valso il viaggio in Italia, pur importante e ben costruito di Walter, o quelli avventurosi e esplorativi di Civati sull’A4, a ridosso delle elezioni: è stato bello, interessante, pieno di persone, ma erano tutti già dei nostri o quasi. È come arrivare ad un appuntamento dopo che son dieci anni che ti si aspetta.
Saprà il PD investire al massimo sulla nostra formazione come attuali e futuri membri dei gruppi dirigenti, a livello locale e nazionale? L’unica mia volta alle Frattocchie come dirigente nazionale Arciragazzi era anche l’ultima in assoluto, la stavano vendendo per il Giubileo. Mi son portato a casa il decalogo del buon comunista, quasi per scherzo. Ma attenzione! È tutto centrato sulla formazione. Da 10 anni il centrosinistra non fa formazione! Qui sta uno dei punti nodali della sua incapacità di leggere la realtà del territorio.
Sapremo noi come Imille analizzare questa realtà e intervenire non occasionalmente ma con un programma vero, articolato, a lungo termine? Sapremo agire su entrambi i livelli, e-politics e formazione della politica sul territorio, in sinergia di contenuti pur nella diversità dei metodi? Chi stacca l’e-politics dalla politica del territorio commette un gravissimo errore di analisi della situazione, tanto più grave per un gruppo come Imille. Sapremo, dunque, ripensare Imille in questa prospettiva?
È un lavoro duro, senza ricompense per la maggior parte di chi vi si impegnerà. Ma l’unico che seriamente ci può dare delle chances fra 5 lunghissimi anni.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ne butto giù un poche ma secondo me ha perso per:
1) accorpamento infausto con le politiche
2) politiche ambientali discutibili
1) Accorpamento infausto con le politiche, si è trascinato dietro tutte le rogne del confronto politico nazionale che ha avuto più visibilità mediatica.
2) Atteggiamento sui temi ambientali piuttosto discutibile.(TAV e rigassificatori tanto per dirne un paio)
Per il resto l’articolo mi pare abbastanza condivisibile.
Grazie.-
articolo abbastanza condivisibile. Ho qualche obiezione qua e la’ ma niente di trascendentale rispetto al senso del post.
sul futuro del PD, per citare Zoro: “Avrei preferito volti rodati ma un po’ più freschi, che mi piacerebbe vedere sul palco della sala stampa la prossima volta. Niki Vendola, Gianni Cuperlo, Nicola Zingaretti, per esempio.
A parte questi, apparentemente, dopo D’Alema e Veltroni c’è poco altro, quasi niente. C’è Scalfarotto che se non lo si riempie di etichette è bravo, c’è il discutibile protagonismo direttista di Adinolfi, poi giù giù ci sono la Madia e Colaninno, gente inadatta, inopportuna, non rappresentativa, percepita come distante, che nessuno avrebbe votato con un altro sistema elettorale.”
E allora? Beh, una buona idea sarebbe rispolverare le primarie, ma serie. E stavolta c’e’ il tempo di organizzarle come si deve, per estrarre volti nuovi.
Concordo. Analisi chiara e quindi dolorosa per chi “non ci aveva pensato”. Aggiungo: da quel che si legge sulla stampa nel dopo-elezioni mi sembra di intuire uno scambio,un accordo di fondo ai massimi livelli: il Nord (ma Emilia,Marche, Umbria, Toscana ?) ha autonomia fiscale, gli Schei restano dove nascono, si stringono relazioni con il centro-Europa. Al Sud le Grandi Opere,con i soldi della UE,gestiti dalla politica…E chissenefrega più dell’unità nazionale, si riscrivano i libri di storia, aggiungendo Asterix e cassando Garibaldi.
Partito di lotta e di governo, ca….. te vecchio stile o lezione da recuperare.
due limiti mi sembrano emersi dai risultati del pd. L’affermarsi delle leghe, nord ma anche sud, e la perdita del tessuto operaio. L’affermazione leghista dimostra che oggi dall’indebolimento di tutte le identità statali di classe ecc. identità territoriale diventa l’elemento Più a portata e quindi preminente. Dobbiamo lasciare alla lega questo portato della modernità o il sindacalismo territoriale con leadership locali credibili può essere uno spazio alla portata del Partito Democratico?
Ugualmente un patto tra produttori da Colaninno alla CGIL non elimina in un abbraccio buonista i conflitti in cui i lavoratori devono cercare di affermare i loro interessi e che devono trovare lo stimolo e il sostegno del Partito Democratico.Su queste due direttrici va recuperata l’iniziativa , non eliminando preventivamente il conflitto degli interessi parziali in campo ma riportandolo successivamente a mediazione e sintesi nella pratica di governo.Capitolo Più grande che riguarda la stessa natura del PD è rappresentata dal mancato sfondamento al centro che da oggetto di riflessione dovrà diventare analisi e discussione aperta al termine dell’elaborazione del lutto.
STRAcondivido il commento, praticamente in tutto, ma soprattutto sull’analisi del successo della Lega. Ricordo anche che la Lega è stata l’unica (oltre a qualche esponente dell’IdV) a NON votare l’indulto, e non è un caso. La Lega non ha rapporti con la mafia, con i grandi poteri, le grandi banche. La Lega non rappresenta i furbi ma la gente che si fa un c*** così. La Lega non propone soluzioni idealmente e filosoficamente complicate, ma concrete e spicciole e la gente ormai pensa prima alla pancia che a tutte le belle cose di un mondo che non esiste e non esisterà mai. E Veltroni è lui che ora comincia male, temendo il peso della Lega, perchè le parti sono chiare: questo è la Lega, e dall’altra parte stanno proprio i furbi e i farabutti. Io su questa linea non lo seguo.
Leggo ora anche il commento di Sergio all’articolo e mi suscita un altro pensiero: anche il Sud, che il PD ha sempre difeso, ha voltato le spalle…a questo punto dico che è legittimo pensare che si arrangino! E la butto anche lì: un Nord che dovrebbe comprendere fino a Toscana Umbria e Marche, dove invece che osteggiare la Lega il PD dovrebbe coalizzarsi con lei, per espellere invece tutti i malavitosi, i furbi, e i grandi poteri difesi dal PdL e che stanno sulle p**** agli stessi leghisti, e al PdL il Sud, che il PdL ha dimostrato di amare così tanto (guarda la Sicilia). Oltretutto, questo sarà proprio uno dei prossimi conflittl, ma ora INTERNO al governo: il ponte di Messina? Con i soldi del Nord MAI! La Lega non lo permetterà.
10 e lode per l’immagine
Bellissima analisi del problema, bel lavoro, leggerò il libro di Illy. Distrugge un po di stereotipi folcloristici sulla lega.
Da Siciliano mi piacerebbe leggere un’analisi cosi attenta anche dei motivi per cui non si riesce a vincere li. Si è dimostrato con queste elezioni che alla base popolare siciliana non bastano i discorsi sull’antimafia, ha bisogno di risposte sui problemi di tutti i giorni, ed evidentemente il Pd non riesce a dare una risposta convincente. Se li si vanno a guardare i risultati nei paesini anche più piccoli , li abbiamo preso una media del 20% dei voti, il resto era tutto dall’altra parte. Perchè? Perchè semplicemente li non esistiamo!
bel post, bella analisi, concordo… finalmente si inizia a parlare così…
concordo e supporto totalmente anche il discorso e-politics/territorio, la mia doppia appartenza mi ha permesso di toccare con mano la cosa (con grande rischio schizofrenia.. ;o)), bisogna capire cosa vogliamo fare da grandi…
estella
Sull’argomento suggerisco leggere articolo Giorgio Bocca in Repubblica di oggi 18/4, 1a pag. e seguito pag.45: “Milano nell’Italia che cambia”.
Sull’argomento suggerisco leggere articolo Giorgio Bocca in Repubblica di oggi 18/4, 1a pag. e seguito pag.45: “Milano nell’Italia che cambia”. http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-quattro/paese-cambia/paese-cambia.html?ref=search
Analisi ineccepibile salvo l’affermazione un po’ esagerata che il resto d’Italia NON è Europa. Emilia, Marche, Umbria, Toscana? Roma? (dove come noto il PIL cresce più in fretta che in tutto il nord, e l’occupazione anche buona pure?).
Poi, qua e là nei commenti sento un’aria di secessione e contrapposizione territoriale. Ogni secessione può essere paura e chiusura, ma può anche essere liberarsi di zavorra per svilupparsi e aprirsi (vedi Repubblica Ceca vs Slovacchia). Temo che sia questo il destino inevitabile della dissoluzione degli stati nel mercato: prima piccoli staterelli, e non solo in Italia (la Catalogna, le Fiandre, la Scozia…). Poi, niente stato e solo mercato, privatismo e individualismo.
Auguri a voi, ché per mia fortuna in quell’epoca io sarò già fra i più…
io non sarei cosi’ pessimista, Corrado. I piccoli statarelli sono piu’ reattivi ed efficienti nel fronteggiare i cambiamenti improvvisi del turbo-capitalismo. Tuttavia le repubbliche federali resistono bene e il turbocapitalismo non restera’ il modello economico all’infinito. Anche i mercati economici cambiano, assieme agli ordinamenti sociali.
Credo che l’affermazione della Lega, oltre che dal tema “sicurezza”, sia stata spinta anche dalla crescente insofferenza del nord verso il sud e le sue manifestazioni deteriori: dallo strapotere delle mafie, dal caso monnezza, dal clientelismo, dai mille politici-ras (senza per questo dire che il nord ne è esente).
Sia stata favorita dalla percezione che il sud sia irriformabile, che le cose lì non possano mai cambiare.
E credo anche che questa sensazione stia coinvolgendo sempre di più anche esponenti di primo piano del centro-sinistra (vedi ad esempio Bocca, Illy e in modo diverso Chiamparino o Cacciari).
La visione intransigente e romanocentrica di Veltroni non ha di certo aiutato.
Sono convinto ad esempio che un segnale forte contro la gestione Bassolino avrebbe portato molti più voti a nord.
In politica i simboli contano. Non basta fare a meno di invitarlo sul palco o ancor di più dire che non bisogna addossare la responsabilità solo ad una persona.