Ambientarsi – Ancora sul nucleare… ed altro /2

tavazzano.jpgin collaborazione con MondocheCambia
Intervista con Tommaso Sinibaldi (seconda parte)

Seconda parte dell’intervista con Tommaso Sinibaldi. Vi invito a rileggere la prima parte dell’intervista, dato che qui porteremo alle luce alcuni dati rilevanti ma poco noti sul parco centrali italiano.

- Il quadro che hai tratteggiato (la settimana scorsa, ndr) per il futuro del settore termo-elettrico europeo è tutto sommato abbastanza “tranquillizzante”: servono pochi nuovi impianti, la gran parte di quelli che ci sono potranno continuare a funzionare validamente per decenni… Questo vale anche per l’Italia?
Purtroppo no. E questo a causa di un inispiegabile e tragico errore commesso 45 anni fa.


Nel 1962, quando fu costituto l’ENEL, la produzione elettrica italiana era ancora basata sull’idroelettrico (per l’80% circa), ma i consumi erano in vorticoso sviluppo e le potenzialità dell’idroelettrico erano ormai al limite. Si sapeva quindi che si sarebbero dovuti costruire molti grandi impianti termoelettrici negli anni a venire. Il neocostituito ENEL programmò e costruì questi impianti (naturalmente impianti a ciclo vapore) ma li progettò con una caratteristica tutta particolare: li progettò con caldaie che potevano bruciare solo olio combustibile (caldaie c.d. “compatte” o “ad alta velocità dei fumi”). Praticamente nessun paese al mondo costruiva grandi impianti termoelettrici con caldaie di questo tipo: ovunque vi erano delle leggi che imponevano per i grandi impianti termoelettrici l’obbligo di costruirli in modo da poter essere alimentati sia da combustibili solidi che liquidi (che da gas: l’alimentazione con gas è praticamente sempre possibile). La “ratio” di queste norme è evidente e del tutto fondata: si vuole con esse assicurare la flessibilità, l’economicità e la sicurezza dell’alimentazione del parco termoelettrico di un paese. Anche in Italia esisteva dagli anni trenta una legge di questo tipo: gli impianti ENEL sono stati a lungo fuori legge, finché, nel dicembre del 1973, con un comma di due righe inserito silenziosamente in un provvedimento di emergenza (era appena scoppiata la crisi del Kippur), questa situazione fu legalizzata.

Con questa caldaie gli impianti termoelettrici italiani venivano indissolubilmente legati all’olio combustibile (cioè al petrolio). Questa poco nota circostanza ha pesantemente influito sul settore termoelettrico italiano (ed sul nostro portafogli) per i successivi quarant’anni. Negli anni settanta, quando l’olio combustibile divenne assai più caro del carbone, tutti gli altri paesi europei, che avevano impianti con caldaie policombustibile, “girarono la chiavetta” e passarono al carbone: l’ENEL non potè farlo e questo ci è costato (e ci costa) assai caro. Ho definito più sopra “inispiegabile” questo errore strategico dell’ENEL. In realtà a pensar male… negli anni sessanta le compagnie petrolifere stavano facendo dell’Italia la “raffineria d’Europa”. Allora la raffinerie producevano fatalmente un 40% di olio combustibile (oggi non più) il cui principale mercato di sbocco erano appunto le centrali termoelettriche. Avere un cliente grande e vincolato era evidentemente vantaggioso. (nota a margine: ieri eravamo la raffineria d’Europa e oggi paghiamo le salate conseguenze dell’essere stati terra di conquista delle compagnie petrolifere. Oggi l’Italia si sta votando massicciamente al gas, con ENI e Gazprom a farla da padroni indisturbati con tariffe tra le piu’ care d’Europa. Aprire il mercato del gas alla concorrenza e’ indi cruciale per una seria politica energetica nazionale)

Quindi l’Italia non è come gli altri paesi europei: l’Italia purtroppo ha un parco termoelettrico “sbagliato”. Pur avendo infatti un parco prevalentemente costituito da centrali a vapore (come gli altri paesi europei), queste centrali hanno caldaie che possono bruciare solo olio combustibile (o gas). Bisogna convertire queste caldaie “compatte” in caldaie policombustibile. E’
precisamente quanto si sta facendo ad esempio a Civitavecchia. Si dice correntemente che a Civitavecchia si sta costruendo una centrale a carbone. Non è esatto: si sta modificando una centrale a ciclo vapore “sbagliata” rendendola capace di essere alimentata da carbone, olio o gas. E’ poi vero che concretamente si sta costruendo una centrale nuova: questo perché l’età della parte restante della centrale (al di là della caldaia) e soprattutto la logistica necessaria per il carbone rendevano più praticabile e conveniente il rifacimento dell’intera centrale. Ma questa operazione serve a correggere un disgraziato errore di un passato lontano e semplicemente a renderci “come gli altri”.

– E’ una storia interessante e poco conosciuta, direi. Ma torniamo al nucleare. In Europa si faranno pochi nuovi grandi impianti termo-elettrici, la gran parte di quelli esistenti (a ciclo vapore) avranno ancora lunghissima vita… Concederai almeno che si costruiranno centrali nucleari in sostituzione di quelle che ci sono, quando giungeranno alla fine della loro vita fisica?
Questo è il punto cruciale per capire se il settore nucleare in Europa ha un futuro oppure no. Come già detto Germania e Svezia hanno già deciso che non costruiranno centrali nucleari in sostituzione di quelle che hanno, quando giungeranno alla fine della loro vita fisica. Questo traguardo temporale è lontano e naturalmente queste decisioni possono essere riviste. Il punto focale è ciò che farà la Francia: ma anche per la Francia il problema non si pone a breve.
Se ne potrà riparlare tra dieci, quindici anni.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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