Post

Questa pagina contiene un singolo articolo del blog pubblicato il 12.03.08 09:30.

Il post precedente di questo blog è 17-17-17.

Il successivo post di questo blog è Candidarsi.

Ne puoi trovare molti altri nella pagina principale o cercando nell'Archivio.

Powered by
Movable Type 3.31

« 17-17-17 | Indice | Candidarsi »

Fare-well, Well-fare

bricks.jpgdi Giuliano Taffoni

Un ricercatore che non sa dove sarà fra un mese, che non sa se potrà portare a termine il proprio lavoro perché forse il contratto non sarà rinnovato e che non può contare su se stesso per cercare i fondi necessari alla sua attività non può fare bene il suo lavoro.
Ho deciso di parafrasare un documento presentato tempo fa, riguardante la situazione della scuola, per portare l'attenzione sui giovani ricercatori del nostro paese. Sono tanti, sono bravi, e sono precari.
Ma forse sarebbe meglio dire che è il concetto di precarietà su cui vorrei soffermarmi.

Il non avere una posizione a tempo indeterminato è una condizione comune a tanti ricercatori in Europa e negli Stati Uniti. A Cambridge (UK) solo il 10-20% di chi lavora nelle università e negli istituti di ricerca ha un contratto senza scadenza, ma gli altri, quelli che "scadono", si sentono precari?
A sentire loro no. Il fatto è che c'è precarietà e precarietà, anzi c'è precarietà e temporaneità.
Chi ha fatto esperienza di lavoro all'estero avrà notato che i posti si dividono in "temporary positions" e "permanent positions", ma il lavoro, i diritti, i doveri, le possibilità, la libertà le opportunità, le tutele sono simili.
È in Italia che il concetto di posizione temporanea si colora di instabilità ed incertezza. Non è nell'idea di temporaneità che io vedo un male, è la sua realizzazione italiana che mi preoccupa.
Parlo con un collega inglese che mi racconta la sua storia, mi dice che lui non ha un posto permanente, non sembra preoccupato. Dopo il PhD ha lavorato per qualche anno all'Università poi ha deciso di accettare un posto in una industria dove ha messo in pratica le sue conoscenze, poi si è stufato e ha trovato un lavoro (temporaneo ovviamente) presso un istituto di ricerca. Ha vinto un finanziamento che gli permetterà di fare ricerca per altri tre anni, poi...beh ne chiederà un altro. Nel frattempo applicherà anche per permanent positions.
Penso alle differenze con la situazione italiana. La prima cosa che mi colpisce è la permeabilità tra università ed industria, la facilità di passaggio tra i due mondi. Non solo l'industria ha riconosciuto l'alta formazione e il lavoro svolto nel mondo accademico sia in termini economici che di carriera, ma anche il mondo accademico ha riaccolto il mio collega senza problemi dopo molti anni di assenza.
In Italia è un processo quasi impensabile (spero di sbagliarmi ma la mia esperienza mi dice il contrario).
È vero che nel nostro paese il mondo industriale investe poco in ricerca, ma è altrettanto e tristemente vero che investe poco nei giovani che hanno ricevuto una alta formazione (Dottorato, post doc, etc.) che invece negli altri paesi sono considerati una risorsa su cui contare. Nella City avere un Dottorato di ricerca in materie scientifiche è un buon passaporto per un posto di lavoro in ambito finanziario, da noi se hai un dottorato, fuori dal mondo accademico, hai perso tempo prezioso.
D'altra parte, dei tanti colleghi che hanno deciso di lasciare il mondo della ricerca a pochissimi è stato permesso di tornare indietro.
La permeabilità tra mondi diversi arricchisce entrambi, ma noi preferiamo i compartimenti stagni. Non mi soffermo sui vantaggi che avrebbero industria e università da scambi e sinergie, questi sono stati discussi e lo saranno ancora da chi è sicuramente più preparato di me, io invece mi vorrei concentrare su quanto questo influenzerebbe la vita dei giovani ricercatori e di coloro che intraprendono la via dell'alta formazione.
La precarietà prenderebbe connotati diversi, la via dell'alta formazione non sarebbe una strada a senso unico ma aprirebbe sbocchi di carriera diversi ed allettanti.
Ma torniamo al mio amico inglese. L'altro aspetto che mi ha colpito riguarda la possibilità di contare su se stessi, lui può fare domande di finanziamento: le fa lui con il suo nome in prima pagina. Lui propone il progetto di ricerca, lui definisce la metodologia, lui stabilisce i fondi, lui li gestirà. Ma lui non è parte del personale dipendente, ha solo un contratto a termine.
In Italia questo non è possibile. Io non posso fare domande di finanziamento se non sono dipendete. Un giovane con un assegno di ricerca dipende totalmente dal professore che potrà rinnovarglielo o meno, perché lui, il professore, si che può chiedere il finanziamento.
Data questa situazione non stupisce che quando l'Europa ha deciso di assegnare fondi a giovani ricercatori, attraverso un meccanismo basato esclusivamente sul merito e garantito da una rigorosa peer review (i così detti fondi ERC), l'Italia abbia registrato un record di domande. Per molti si è trattato della prima volta in cui potersi mettere in ballo in prima persona. Una cosa che negli Stati Uniti accade normalmente, per noi è stato un evento straordinario e quasi insperato. Un momento per sentirsi liberi: liberi dai propri capi, liberi di mettersi in gioco e mettere in gioco il proprio futuro sulla base della propria bravura.
Possibile che in Italia non si riesca a pensare un modo per permettere ai giovani di accedere direttamente ai finanziamenti per la ricerca, tanto più che poi le idee nuove sono proprio i giovani ad averle.
Del racconto del mio amico inglese annoto un'ultima cosa. Lui mi parla di contratti di uno due anni minimo. Penso che in Italia ci sono ricercatori che hanno contratti che scadono ogni 6 mesi, che sino all'ultimo giorno non sanno se gli saranno rinnovati, che passando da un contratto all'altro variano il proprio stipendio in maniera quasi casuale. Troppo spesso l'esperienza e la formazione non hanno peso.
Questa per me è la precarietà.
Ovviamente andare all'estero è una soluzione, ma ciò non toglie che dovremmo cercare di cambiare le cose, se non per noi, per chi verrà dopo di noi. E basterebbe poco.
Basterebbe guardarsi un po' attorno ed imparare dai nostri vicini d'Europa.
Basterebbe introdurre dei meccanismi di finanziamento che possano essere accessibili anche ai giovani ricercatori

TrackBack

TrackBack URL for this entry:
http://obi-wan.kenobi.it/mt3/mt-tb.cgi/6169

Commenti (2)

Filippo Zuliani:

saro' schietto e conciso (oggi ho poco tempo): io non penso che sotto il marcio delle baronie ci sia il buono di un'universita' che lavora.

Penso che il sistema universitario in italia sia marcio fino alle radici. Penso che vada spianato introducendo un nuovo organigramma piu' vicino al mondo anglosassone, che sappia premiare il merito e valorizzare gli spin-off. augh.

Kerub:

1) bombardamento dei dipartimenti con granate atomiche.

2) poi si fanno passare i Sardauker a finire i sopravvissuti.

3) un metro di sale a decantare per 10 anni.

e intanto si va a studiare e lavorare all'estero.

Pubblica un commento