Per non dimenticare la Thyssen

di Maria Cascella

boccuzzi.JPGGiorni fa ho avuto il piacere di conoscere Antonio Boccuzzi per rivolgergli alcune domande a nome degli iscritti del primo circolo on line del PD Barack Obama.
Intervistarlo è stato un momento unico per vari fattori, le domande erano fatte direttamente, non mediate da alcun filtro nè testata giornalistica, si è reso disponibile a rispondere a intervistatori di cui non conosceva nulla, con cui ha condiviso la ricerca dei perchè e delle soluzioni per gli infortuni sui luoghi di lavoro.
In quel pochissimo tempo a nostra disposizione era naturalmente emerso il ruolo politico di Antonio, capolista per il Pd in Piemonte, proiettato in Parlamento in modo inaspettato e doloroso.


La sua candidatura non è nata da una selezione di nomi, non è nata nei corridoi della partitocrazia, ma è brutalmente sbocciata da un fatto luttuoso a cui lui stesso è sopravvissuto, la morte bianca che ha colpito i suoi 6 compagni di lavoro nella Thyssen-Krupp sede di Torino.
Leggendo le domande e le risposte pubblicate sul blog e sul ning Obama era emersa la volontà di non andare al Parlamento giusto per occupare una poltrona, ma per elaborare proposte, riforme, progetti. Ma di sè non ha parlato.

Di Antonio non si sa molto, neanche dalle innumerevoli interviste edite dal recente dramma è emerso nulla, non so neanche se a qualche giornalista interessasse sapere chi fosse realmente Antonio al di là di essere l’unico sopravvissuto alle fiamme. Me l’hanno chiesto alcuni referenti del circolo e per tale ragione gli ho ancora chiesto un po’ di disponibilità nel risponderci.
Antonio nasce a Torino il 27 luglio del 1973 da genitori immigrati dalle Puglie, madre casalinga e papà operaio alla Fiat, dopo gli studi da perito elettronico si iscrive alla Facoltà di Giurisprundenza, mentre frequenta l’università un amico lo informa che un’azienda controllata dalla Thyssen sta assumendo.La domanda di lavoro va a buon fine e nel 1992 entra in azienda a soli 19 anni, giovanissimo tra lavoratori anziani che l’accolgono come un figlio o fratello minore.

Si trova subito a suo agio, l’ambiente è ospitale ed accogliente, per due anni fa lo studente-lavoratore, poi a causa dei turni sceglie il lavoro, lasciando per sempre l’università, dove comunque aveva anche dato alcuni esami. Alla mia domanda sul perchè avesse optato per tale scelta, mi ha risposto che suo padre si sarebbe sacrificato purchè continuasse a studiare, ma lui per non gravare sulla famiglia scelse la fabbrica. Nel 1995 la Thyssen ha bisogno di assumere manodopera, ma non potendolo fare perchè nel contempo mette in pre-pensionamento molti lavoratori, assorbe i lavoratori dei gruppi da essa controllati. Antonio pertanto entra ufficialmente nell’azienda madre, il rapporto tra colleghi è sempre ottimo.
Anche con la ditta vige un confronto collaborativo, tanto è vero che pur rivestendo il ruolo sindacale di delegato Uilm la sua permanenza in fabbrica in quegli anni non è mai stata oggetto nè di ritorsioni nè di problemi personali.

A testimonianza di ciò, devo ammettere che è stata proprio la serenità di Antonio ad avermi colpito, già il giorno dopo la manifestazione a Torino, a tragedia appena avvenuta, quando prese la parola sopra il palco della prefettura in Piazza Castello. Aveva sfilato fianco a fianco del papa di Bruno Santino morto a soli 26 anni, che mostrando la foto di suo figlio urlava il suo dolore per tutta la durata del corteo, Antonio con il volto bruciato lo stringeva abbracciandolo. Al momento dello scioglimento del corteo, prese la parola, usò parole forti ma pacate, era chiaro che misurava ogni singola sillaba, la manifestazione era in procinto di esplodere per la rabbia e la sofferenza, nessun sindacalista potè parlare senza essere sommerso dai fischi, nessuna autorità potè manifestare il dolore nè a nome proprio nè a nome della Città, neanche l’amatissimo sindaco Chiamparino. Potevano scoppiare disordini, eppure fu proprio la serenità di Antonio a spingere i manifestanti a defluire senza dare avvio a proteste facilmente strumentalizzabili. Per questa ragione gli ho subito creduto quando mi ha detto che i rapporti tra colleghi e azienda erano buoni e corretti.

O almeno lo sono stati fino al 6 giugno 2007, quando durante la notte tra il 6 e il 7 l’azienda decreta la crisi e fa affiggere ai cancelli, senza alcun preavviso, l’elenco con i nomi dei lavoratori posti in cassa integrazione. Da quel momento cominciarono i problemi, molti lavoratori cercarono lavoro altrove, la manuntenzione degli impianti fu lasciata al minimo, nonostante le denunce fatte nessun intervento utile fu messo in atto per evitare il disastro poi accaduto. Gli unici accorgimenti erano mirati a mantenere le strutture attive e pronte per il trasferimento e il riutilizzo a Termini Imerese. Il resto era lasciato all’improvvisazione e alla buona volontà di coloro che erano rimasti a mantenere in vita quel poco di produzione rimasta, che poi è ritornata improvvisamente ad avere picchi troppo alti per mantenere i necessari standard di sicurezza.

Ho chiesto ad Antonio quale domanda lo avesse maggiormente disturbato e ferito tra quelle rivoltegli in questi mesi. Mi ha risposto che era il dubbio che molti giornalisti avevano insinuato, che si fosse appropriato di un ruolo di vittima a dispetto dei suoi compagni morti, di Antonio Schiavone con cui usciva anche per andare a ballare con le relative mogli, amiche tra loro, di Giuseppe De Masi detto meis con cui andava in birreria, anzi proprio il giovane Giuseppe l’aveva trascinato per pub e convinto ad uscire dopo che Antonio si era per un po’ isolato e aveva diradato le uscite dopo lavoro.

Antonio Boccuzzi ha un duro lavoro davanti a sè, essere testimone vivente della denuncia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, uno sfruttamento cieco ed ottuso, foriero di morte e dolore. Quanto sarebbe pesante questo fardello se dovesse ritrovarsi solo nella sua denuncia?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. maria cascella

    rettifico il numero dei morti, per errore ho digitato 6 ma purtroppo sono stati 7.

  2. estella

    che bel post…
    estella

  3. lupoAlberto

    grazie, maria, per il tuo impegno e per la marmorea ma “calda” serenità della tua testimonianza! continua così… ci servi in-gamba come sempre, a marcare pietra dopo pietra il sentiero tortuoso ed in salita della “bella politica”, anche per non dimenticare, mai. Un abbraccio affettuoso e, perchè no?, “pasquale”…

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