Speakers’ Corner
di Corrado Truffi
Riuscire a vincere le elezioni con una campagna impostata sulla speranza e il futuro, in un paese psicologicamente depresso e mentre irrompono, a peggiorare la situazione, fortissimi venti di crisi: sembra un’impresa impossibile sia per Veltroni sia per Obama, e ciò spiega la strana inversione delle parti di cui ho scritto qualche giorno fa. In questi tempi di ferro che si annunciano, la leggerezza dell’innovazione, della speranza, della voglia di fare insieme suonano strane, quasi fuori quadro.
Ed infatti, nel giro di pochi giorni – i pochi giorni della rapida caduta del dollaro, del panico della FED intrappolata nella sua trappola della liquidità – sembra che il dibattito politico si stia spostando dal tema dell’innovazione al tema del protezionismo dei tempi bui. Tanto che il nuovo Tremonti protezionista trova seguaci anche a sinistra, a dar retta a certi articoli di giornale, sia pur parzialmente smentiti dall’interessato.
Provo a dire perché, secondo me, non bisogna farsi abbindolare da questo spostamento progressivo dell’attenzione dalla speranza alla paura.
Sul momento, la mia vena pessimista mi ha fatto intravvedere, come molti, una sinistra analogia con il 1929. Famiglie senzatetto in America, crisi nera dei consumi, dissesti finanziari e banche in fallimento. Ma un’analisi appena più attenta, stimolata prima di tutto dalla rilettura di uno dei rari libri capaci di prevedere con una certa precisione il futuro, e poi da una illuminante intervista del pragmatico Bersani (grazie Quartieri per la segnalazione), mi porta a dire che ci sono corpose differenze:
* Sebbene il liberismo feroce e la deregolamentazione abbaino tentato di smantellare i meccanismi di stabilizzazione finanziaria messi in piedi da Bretton Woods in poi, il funzionamento dei mercati finanziari non è in totale balia degli “spiriti animali” come era nel 1929. Restano solide istituzioni, resta la forza della BCE, restano le regole di Basilea2.
* Nel 1929 la crisi americana ha contagiato il mondo perché non c’era un altro possibile polo di sviluppo, con il terzo mondo ancora solo coloniale, e l’Europa indebolita dalla terribile grande guerra; oggi, la crisi americana testimonia solo della fine dell’impero prevista da Emmanuel Todd, con il doppio debito che, ormai, gli americani dovranno in qualche modo acconciarsi a pagare. Ma India e Cina sono un polo di sviluppo solido, e la vecchia Europa, con la sua moneta forte, con un’area di libero scambio interna che spiega la maggior parte delle esportazioni di ciascuno dei paesi europei, si trova nelle condizioni di subire qualche effetto non piccolo del declino americano, ma non per forza di esserne travolta.
C’è però un elemento nuovo e davvero preoccupante: la doppia crisi climatica ed energetica. Una doppia crisi che potrebbe portare il mondo al cataclisma, e non solo gli Stati Uniti verso un declino relativo. E però, paradossalmente, è proprio la presenza di questo elemento che dovrebbe indicare la via dell’innovazione radicale e della speranza.
Il messaggio di Veltroni e di Obama, e prima di loro di Al Gore, è in gran parte proprio questo: la scomoda verità va affrontata a viso aperto, adottando consapevoli contromisure, fidando in un uso per il bene comune della scienza e della tecnologia ambientale, chiedendo il contributo attivo di tutti.
Ma simili politiche, se da un lato richiedono un ruolo di nuovo crescente dello stato, degli organismi internazionali e delle politiche pubbliche (e in questo i “tremontisti di sinistra” hanno perfettamente ragione), dall’altro lato sono possibili solo in un quadro aperto di collaborazione internazionale, in una società aperta e innovativa, e perciò, qui in Italia, liberata da corporativismi e ingessature. Non certo in una logica di protezionismo e chiusura autarchica.
Coi dazi, con la paura si può magari salvare qualche capannone, ma il cambiamento climatico, come l’inquinamento, non lo fermi alle frontiere.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Tutto giusto, MA basteranno le doti della ragionevolezza e della lungimiranza per aver ragione della moda “ora e qui” che è tipica delle crisi ( vere o provocate che siano ) ?
Basterà replicare con il linguaggio della ragione e della speranza al populismo ( esempi nella Grande Magia Alitalia o nelle estenuanti ed auto-appaganti conversazioni da blog ) che pare domini?
Credo che il Progetto de iMille ( anche quello di Walter Veltroni ? ) abbia bisogno di tempi medi per trovare consenso e fiducia, che le elezioni di aprile siano da vincere anche perdendole, e che -invece- non fare abbastanza chiarezza, anche sgradevole, si pagherà caro. Una seria lettura delle tabulae di Mannheimer oggi sul Corriere della Sera: mi pare dicano quanto lontano è soprattutto il nostro linguaggio da quello di una gran parte di elettori. Aver ragione è solo la prima parte del film, la seconda ( ed il finale ) è parlare con la lingua di chi ascolta.
Poichè ritengono che buona parte dei consumatori/elettori abbiano “il cervello di un undicenne”, fanno leva sul senso di paura (il BauBau). E’ un fatto ricorrente nella storia (e nella cronaca), quando non si dispone di argomenti razionali: paura dell’inferno,paura del terrorismo,ecc.
La situazione oggi non è assolutamente paragonabile a quella nel mondo del 1929, come ben spiegato nel post di Corrado e nell’intervista dell’ottimo Bersani. E’ un mondo,oggi,con i soliti pericoli, ma anche con tante opportunità in più. L’Italia non può che massimizzare le sinergie con la CE e puntare su innovazione e qualità, focalizzata (Bersani) sull’esportazione, valorizzando i giovani talenti e smantellando le ingessature che bloccano la meritocrazia.Spero che la fiducia razionale spazzi via speranza e paura fasulle e strumentali !