Post

Questa pagina contiene un singolo articolo del blog pubblicato il March 28, 2008 8:38 AM.

Il post precedente di questo blog è Perche’ e’ Sbagliato Boicottare Pechino 2008.

Il successivo post di questo blog è Intervista a Simona Milio.

Ne puoi trovare molti altri nella pagina principale o cercando nell'Archivio.

Powered by
Movable Type 3.31

« Perche’ e’ Sbagliato Boicottare Pechino 2008 | Indice | Intervista a Simona Milio »

La Pillola (Avvelenata?) del Protezionismo

chinesecup.jpgdi Raoul Minetti

Il dibattito sul protezionismo infuria nella campagna elettorale. Al grido di la “Cina é vicina” sono stati rispolverati termini (Protezionismo, Dazi) che, almeno in Italia, si leggevano solo nei libri di storia, nelle pagine dedicate alla Grande Depressione del 1929. Nell’approssimazione che spesso caratterizza i dibattitti di campagna elettorale (e non solo) vengono spesso messi sul piatto argomenti succosi senza verificarne la consistenza. Mi appoggio a una serie di interventi interessanti per cercare di fare un pochino di chiarezza (e sfatare un po’ di miti) nel dibattito “protezionismo sì o no”.

Il Protezionismo e la difesa dell’industria Italiana. Uno dei primi concetti che si impara nei libri di economia é che il protezionismo é la “Peste”. La Peste perché riduce il benessere dei consumatori Italiani, riducendo la concorrenza sul mercato dei prodotti, la Peste perché proteggendo le imprese Italiane ne favorisce il perpetuarsi dell’inefficienza e le disincentiva dallo specializzarsi nelle produzioni che meglio possono affrontare la concorrenza estera. È pero’ giusto ricordare come fa Michele Boldrin qui che in effetti gli argomenti standard che propone la teoria economica contro il protezionismo sono basati sull’assunto che le imprese Italiane siano in grado di riconvertirsi rapidamente a produzioni che meglio possono resistere alla concorrenza dei prodotti Cinesi e Indiani. Le imprese Italiane si stanno dimostrando drammaticamente incapaci a sostenere questi “costi di aggiustamento” e la riconversione industriale non sta avvenendo. Risultato: i costi di aggiustamento che la teoria economica tratta come marginali si stanno rivelando insormontabili in Italia e, secondo Michele, forse potrebbe avere senso configurare una qualche forma di protezione temporanea dell’industria Italiana, nella speranza che finalmente avvii la riconversione. Bisogna anche dire pero’ che non tutti gli economisti sono concordi su questa visione . Una visione piu’ ottimista di quella di Michele la sembrano avere ad esempio Bugamelli e Rosolia della Banca d’Italia che in uno studio in corso di pubblicazione (Bugamelli, M., e A. Rosolia, 2007, Produttivita’ e Concorrenza Estera, Rivista di Politica Economica) trovano che l’aumento della competizione dei paesi emergenti sta invece contribuendo ad aumentare la produttivita’ delle imprese in Europa.
Un problema connesso é “riconversione verso cosa?”. L’argomento che si sente spesso negli “approfonditi” dibattiti televisivi della campagna elettorale é che per fronteggiare la concorrenza Cinese e Indiana le imprese Italiane si dovrebbero riconvertire alle cosiddette produzioni hi-tech: la concorrenza cinese nei manufatti a basso costo (i famosi giocattoli) è insostenibile, si dice, e le imprese Italiane si devono riconvertire alle famose produzioni hi-tech. Un interessante studio del FMI (Amiti, M, e C. Freund, Finance and Development, IMF 2007) smentisce questo argomento tanto caro ai nostri futuri deputati. Le esportazioni Cinesi sono sempre piu’ di prodotti hi-tech e con un alto contenuto di lavoro qualificato. Se andiamo avanti di questo passo i giocattoli low-cost li produrranno le imprese Italiane e i micro-chips le imprese Cinesi.

Il protezionismo e la disuguaglianza del reddito (lezioni dagli USA). In un recente libro (The Conscience of a Liberal), l’economista Americano Paul Krugman, nota come la distribuzione del reddito in America sia tornata ai livelli di diseguaglianza degli anni venti. Nel 2005 il 10% della popolazione possedeva il 44.3% del reddito complessivo degli Stati Uniti, l’1% dei piu’ ricchi aveva uno share del 17.4%. Numeri sorprendentemente vicini agli anni venti, rispettivamente del 43.6% e del 17.3%.
La tentazione di rispondere a problemi interni con misure che rischiano di danneggiare gli altri paesi è ovunque forte. Ma è il protezionismo nell’interesse dell’uguaglianza del reddito? Secondo Michele Ruta, economista al WTO, la risposta è un sonoro “No”. Michele Ruta ci ricorda sì “che il commercio con paesi con abbondanti risorse di manodopera a basso prezzo tende ad abbassare i salari in termini reali dei lavoratori domestici poco qualificati. Tuttavia, l’evidenza empirica suggerisce che non sia il commercio internazionale (nemmeno nelle sue nuove forme di frammentazione dell’attivita’ produttiva in diverse parti del mondo –offshoring e outsourcing) ad aver determinato un aumento delle diseguaglianze in America (e negli altri paesi industralizzati). È invece il progresso tecnologico (congiuntamente con l’assenza di istituzioni adeguate nel mercato del lavoro, spese sociali ed una tassazione sufficientemente redistributiva, come discusso da Krugman) che ha prodotto effetti rilevanti sulla distribuzione del reddito, favorendo i lavoratori qualificati. L’imposizione di restrizioni al commercio internazionale non risolverebbe, quindi, il problema della iniqua distribuzione del reddito e non puo’ sostituirsi all’introduzione di appropriate reti di protezione sociale.”

Il protezionismo: lezioni di lungo periodo dalla storia. Concludo con questa interessante prospettiva storica che ci offre ancora Michele Ruta: “Curiosamente, cio’ che molto spesso non è compreso, dimostrare leadership vuol dire saper cedere –esattamente il contrario dell’imposizione. Così, la leadership francese negli anni cinquanta è consistita nell’offrire alla Germania appena uscita dalla guerra la possibilita’ di mettere in comune le risorse di carbone e acciaio nella prima comunita’ europea. La Germania all’inizio degli anni novanta ha dimostrato la propria leadership rinunciando alla propria moneta forte. In entrambi i casi, gli effetti positivi di queste scelte non sono mancati, sia per il sistema europeo nel suo complesso che per la Francia (negli anni cinquanta) e per la Germania (nei giorni nostri). Le scelte lungimiranti hanno anche il loro giusto tornaconto. Il sistema economico mondiale ha funzionato al meglio quando l'America ha saputo cedere, non chiedere. Si pensi ai primi anni del dopoguerra, alle risorse elargite attraverso il piano Marshall o al sostegno dato al mantenimento di un sistema monetario internazionale fino al 1971. Inutile dire che, anche nel caso degli Stati Uniti, le concessioni hanno coinciso con un interesse nazionale di lungo periodo, ma gli effetti positivi sono andati ben oltre i confini americani, trasformando le economie dei paesi coinvolti (Europa e Giappone principalmente). Il richiamo a politche di chiusura dei giorni nostri è, invece, un sintomo preoccupante di debolezza e, in una prospettiva di lungo periodo, un scelta gravemente sbagliata.”

TrackBack

TrackBack URL for this entry:
http://admin.imille.org/mt-tb.cgi/573

Commenti (4)

Bel post, che fa luce su tanti luoghi comuni errati.

Mario:

molto interessante, complimenti.

Filippo:

bellissima analisi.

Il finale di questo post va incorniciato, e va pure spedito a Tremonti.
Complimenti

Pubblica un commento