AAA cercasi candidata/o per L’Europa

Speakers’ Corner
di Riccardo Spezia
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Le elezioni saranno il 13 aprile prossimo, e si voterà in Europa con lo stesso sistema di due anni fa, ovvero proporzionale con possibilità di esprimere ben due preferenze.

Gli eletti all’estero sono tutti esponenti della “vecchia immigrazione”, per vari motivi: organizzati in patronati e sindacati controllano capillarmente il territorio, sono tutti iscritti all’AIRE mentre gli immigrati “viaggiatori” non lo sono quasi mai, o molto raramente, e non hanno alcun luogo organizzato di aggregazione. O meglio, ne hanno uno ma non è reale, è internet.


È però indubbio, semplicemente per questioni anagrafiche, che questi sono il futuro dell’immigrazione italiana in Europa e nel mondo, anche se non sono ancora maggioranza.
Ma seppure “minoranza” (e soprattutto disaggregati) non meritano di essere totalmente dimenticati, tanto più che quasi sempre votano per il centro-sinistra (dal PD a Rifondazione).
Perché questa parte non trascurabile venga totalmente dimenticata, credo che almeno uno dei candidati per la camera debba poter rappresentare anche questa fascia di elettorato. Non una candidatura di rottura rispetto all’immigrazione storica, ma di ponte.
Provo a fare un profilo “ideale”:

- di età compresa tra 35 e 45 anni (così mi auto-escludo e nessuno può dire che lo faccio pro domo mia);
- che viva in Europa (non necessariamente nello stesso paese) da una decina d’anni;
- che abbia una certa esperienza di politica all’estero, ma non solo nei vecchi canali (Comites, CGIE, tutte sigle che per i nuovi immigrati normalmente non vogliono dire nulla);

Un “pontiere” che possa capire le richieste della vecchia immigrazione ma che sia al tempo stesso rivolto più all’Europa che al paese di origine. Una candidatura che non sia rappresentativa di uno stato, un candidato insomma non in quota Svizzera o Belgio o Germania o qualsiasi altro stato, ma un candidato “sovranazionale”, veramente Europeo.

Se la dirigenza del PD pigramente vuole semplicemente ricandidare gli stessi di due anni fa, commetterebbe un grave errore, rischiando anche di perdere una fetta di elettorato che potrebbe facilemente volgere il proprio voto verso un partito più di sinistra e più laico.

(l’immagine è presa da qui)
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

14 Commenti

  1. Riccardo, come sai io penso che il problema della rappresentanza della “nuova emigrazione” non si affronta ne’ risolve con candidati di pura testimonianza, senza alcuna possibilita’ di essere eletti, messi li’ a fare la foglia di fico per coprire da un lato il ritardo culturale del PD (e di tutti gli altri partiti) all’ estero, e dall’ altro (e’ una foglia di fico double-face) la marginalita’ e l’ irrilevanza di altre forme di aggregazione. Bisogna invece fare politica, riformando strutture e organismi obsoleti e imparando ad usarli. Vincendo anche diffidenze e incomprensioni, ed evitando puzzette sotto il naso. Bisognerebbe fare politica, appunto, ossia qualcosa che con la campagna elttorale non ha niente a che fare. Ce ne occuperemo dopo.

  2. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Concordo con Gianni.

  3. OT mi piacerebbe sapere cosa pensiate della fuoriuscita di Odifreddi dal PD.

  4. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Sciltian, pensiamo che sei offtopic. In questo post si parla dei candidati esteri. Tutto qua.

  5. Riccardo

    Se uno non e’ iscritto all’AIRE dopo un periodo all’estero superiore ad anno (quando cioe’ e’ obbligatorio farlo) vuol dire che non gliene frega niente delle Istituzioni italiane, quindi non vedo perche’ dovrebbe essere candidato alle elezioni.

  6. Vorrei giusto dire che ho scritto questo post circa un mese fa a candidature ancora da farsi.
    Ora le candidature sono fatte, e alla Camera almeno un paio di candidate della nuova immigrazione ci sono ….

  7. enzo

    certe volte giocate senza scopo. che discutiamo qui come dovrebbero essere i candidati all’estero, ammesso che raggiungiamo l’accordo e troviamo il candidato, cosa abbiamo risolto?
    allora: dove si decide chi candidare? quali sono le organizzazioni strutturate che possono influire? io conoscevo la filef; in svizzera i pugliesi hanno le faps; vi mando un indirizzo elettronico, si chiama piero stendardo, salentino, imprenditore in svizzera, lui conosce i dirigenti democratici dell’emigrazione:
    u.stendardo@freesurf.ch
    è un socio di libertà e giustizia, socialista che voterà pd, si firma piero43 e … dite che vi mando io. ma sbrigatevi, perché quei dodici deputati esteri servono.

  8. Filippo, sì, va bene, stai buono adesso.

    In attesa che qualcuno faccia un post di riflessione sul fatto che uno dei laici italiani più noti al mondo è uscito dal PD perché non poteva più convivere con la nuova svolta neoguelfa, penso potremmo parlarne anche in OT. A meno che a Filippo non crei degli sconquassi personali, ovvio.

  9. Riguardo al motivo per cui i giovani emigrati non si iscrivono all’Aire:

    1) è un obbligo all’italiana, ossia sprovvisto di sanzione;

    2) è un girone dantesco di burocrazia: ti iscrivi all’Aire e perdi subito il medico di famiglia in Italia, ma non ti danno subito un medico di famiglia nel nuovo luogo di residenza; se prendevi dei farmaci gratis dalla mutua, non te li danno più;

    3) se torni in Italia per 3-4 mesi all’anno, sei senza residenza, senza medico di famiglia e senza diritto di voto. Certo, potresti ritrasferire la residenza in Italia, ma non se abiti in un Comune grande dove queste operazioni richiedono tempo, pazienza e burocrazia su burocrazia.

    4) l’unico vantaggio dell’iscrizione all’Aire pare essere quello del poter votare all’estero. Una cosa che secondo me è sbagliata in nuce (se vivi all’estero, non è giusto che tu possa incidere su un Parlamento che non agisce sul territorio nazionale dove vivi).

  10. Tralascio gli aspetti burocratici, che mi sembrano irrilevanti nella sostanza e inefficaci come giustificazione della propria pigrizia e del proprio scarso senso civico (in quindici anni che vivo all’ estero, in quattro diversi paesi, saro’ entrato in un consolato non piu’ di tre volte, senza per questo dover rinunciare nemmeno a un pezzettino dei miei diritti e votando tutto il votabile, dai Comites al Parlamento Europeo).
    Ha piu’ merito invece l’obiezione politica, alla quale rispondo.
    Rispondo dicendo che non sono d’accordo. Ci sono tre fattori che fanno in modo che le diaspore nazionali stiano aumentando la loro importanza sia per il paese di origine che per il paese ospitante.
    La prima e’ la tecnologia, che permette di seguire ed essere pienamente informati sugli avvenimenti del paese di origine: tra internet e la televisione satellitare e’ quasi impossibile evitare le genialate di Cicchito persino volendolo. Senza contare che, seppure in termini tuttora marginali, le tecnologie permettono forme di aggregazione remota come quella da cui stiamo traendo vantaggio in questo momento. Alla quale, tra l’ altro, e meno banalmente di quanto potrebbe sembrare, stanno partecipando solo italiani.
    La seconda e’ la liberalizzazione dell’ accesso ai mercati (europei, ma non solo), che valorizza le capacita’ relazionali che una diaspora nazionale puo’ offrire per facilitare transazioni commerciali e relazioni industriali non banalizzabili. A volte (ma questo solo in Europa) la apertura economica si e’ accompagnata ad una ridefinizione di alcuni aspetti di cittadinanza, che ha reso le diaspore locali rilevanti anche per lobbying politico verso il paese ospitante (qui abbiamo eletto alcuni parlamentari svizzeri con il passaporto italiano, curiosamente tutti toscani, in stretti e trasparenti rapporti con l’ ambasciata italiana). Ovviamente il canale funziona anche in senso inverso, ed e’ il paese ospitante a volte che arriva persino a definire strutture e risorse per gestirlo.
    Il terzo fattore, infine, e’ la qualificazione professionale e la capacita’ culturale, che sembra essere una caratteristica inscindibile dalla mobilita’ per un segmento di cittadini europei che esprimono un sistema di bisogni nuovo (non piu’ il ricongiungimento familiare o gli orari dei consolati, bensi’ l’ uniformita’ dei concorsi per accedere all’ insegnamento, per esempio). Costoro non si pongono non piu in termini rivendicativi verso il paese ospitante (come faceva l’ emigrazione “storica”), ma si posizionano come i catalizzatori di un processo di ampliamento dei diritti che investe tutti i cittadini europei secondo criteri di reciprocita’, e che riguarda quindi tanto il paese d’origine quanto quello ospitante.
    Mi scuso per la logorrea, malattia senile.

  11. Scilitan,
    se uno vive 8 mesi all’estero e 4 in italia capisco i tuoi problemi pratici. Conviene a quel punto restare “italiano” cosi’ da avere la “mutua” in italia e l’assistenza sociale nel paese di arrivo (dove alle autorità non frega nulla di eventuali iscrizioni aire).

    Se invece uno viene in italia per vacanza basta fare come tutti i turisti ….

    E guarda che le procedure si stanno velocizzando molto, finalmente.

  12. …tra l’ altro non capisco il fatto di ridurre la partecipazione politica all’ esercizio del voto. In realta’ la politica e’ tutto quello che avviene sia prima che dopo il voto.

  13. Il bello di noi graduate student è appunto di poter fare vacanze di 4 mesi l’anno, Rick :-)

    Cmqe se fossi rimasto in Italia penso avrei annullato la scheda o votato PS, che non arriveranno al 4%, per cui non è che poi cambi di molto tra non votare e una di queste due scelte…

  14. Ah gli studenti ! che fortuna …. noi “lavoratori” ne abbiamo di meno, e poi magari non ce le facciamo sempre in italia. Cioé ci si prova.

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