Riceviamo e pubblichiamo da Luigi Guiso, professore di economia all'Istituto Universitario Europeo e tra i fondatori de laVoce.info, questa proposta scritta con Tito Boeri per la riduzione delle tasse e
il rilancio della crescita del nostro paese. Perché ridurre le tasse, stimolare la crescita e rilanciare i salari sono obiettivi pienamente compatibili tra loro. La sfida può essere vinta: buona lettura e - naturalmente - diteci la vostra.
UN PIANO PLURIENNALE INVECE DELLE PROMESSE ELETTORALI
Tito Boeri e Luigi Guiso
Ricomincia la campagna elettorale e piovono le promesse. La novità questa volta è che si parla più di tagli fiscali che di nuove spese. Ma, come sempre, si evita accuratamente di spiegare dove si troveranno le risorse. Silvio Berlusconi promette l’abolizione dell’Ici, la detassazione degli straordinari e delle tredicesime e preannuncia lassismo fiscale (elogia i condoni e assicura che la lotta all’evasione fiscale “non sarà estrema”). Walter Veltroni pone al centro del suo programma la questione salariale proponendo il varo di una significativa detassazione dei redditi da lavoro dipendente. Nel frattempo i sindacati sono sul piede di guerra per la restituzione del “tesoretto” e assediano un ministro dell’Economia che assomiglia sempre più al generale Kuster. Promesse e richieste vengono fatte guardando solo indietro, confidando sui primi risultati dall’azione di risanamento dei conti pubblici avviata dal governo Prodi e in buona parte ignorando le compatibilità di bilancio e l’evidente rallentamento della nostra economia. C’è un modo di evitare di buttare via i risultati ottenuti negli ultimi due anni nel migliorare i conti pubblici e anzi consolidare definitivamente la politica di risanamento senza per questo rinunciare a rispondere alle giuste aspirazioni degli italiani di veder tornare finalmente a crescere il loro reddito disponibile?
CI VUOLE UNA TORTA PIÙ GRANDE
Il malessere che i lavoratori lamentano trae origine dalla combinazione di bassa crescita e elevato debito pubblico. In una economia che non cresce non vi sono risorse da redistribuire; non ve ne sono per migliorare le condizioni di vita, non ve ne sono per pianificare il proprio futuro. In un’economia oberata dal debito pubblico, il peso della tassazione (e delle contribuzioni) lascia poche risorse disponibili ai consumatori limitandone la capacita di spesa.
Proprio per questo non si possono risolvere i problemi del nostro paese solo con una redistribuzione delle risorse oggi esistenti. Le difficoltà resterebbero immutate e l’unico risultato sarebbe quello di avere l’anno successivo un’altra categoria pronta a porgere il cappello. Gli squilibri della finanza pubblica rimarrebbero gli stessi di prima o peggiorerebbero. L’unica via d’uscita ai problemi del paese e al malessere degli italiani è che l’Italia riprenda a crescere a tassi sostenuti, facendo cosi aumentare sia occupazione che salari. La detassazione dei redditi va perciò inquadrata all’interno di un programma economico che coniughi crescita e stabilizzazione fiscale. La tassazione eccessiva e l’elevato debito pubblico causano bassi tassi di crescita. Ricondurre l’una e l’altro verso livelli “normali” contribuisce, come è accaduto in Irlanda, ad avviare una ripresa della crescita economica. Ma come coniugare una significativa riduzione della pressione fiscale con la stabilizzazione dei conti pubblici?
UN PROGRAMMA SOSTENIBILE DI RIDUZIONE DELLA PRESSIONE FISCALE
Per perseguire entrambi gli obiettivi bisogna adottare un programma pluriennale che guardi in avanti come si fece durante la virtuosa stagione della lotta all’inflazione e dell’entrata nell’unione monetaria, quando le parti sociali furono spinte a rendere compatibili le loro richieste con il raggiungimento di questo obiettivo.
Ecco un esempio di come potrebbe essere strutturato un programma sostenibile di riduzione della pressione fiscale in Italia:
1. Si congela la spesa pubblica in termini reali. Questo significa garantire l’offerta dei servizi pubblici ai livelli oggi prevalenti, non tagliare la spesa, ma contenerne rigorosamente l’evoluzione. La spesa pubblica sarebbe indicizzata all’inflazione ma non al reddito reale. Cosi, ad esempio, se il Pil nominale cresce del 5 per cento e l’inflazione del 3 per cento, la spesa pubblica può crescere del 3 per cento.
2. Invece, gli incrementi di gettito derivanti dalla crescita reale (non dall’inflazione) e quelli derivanti dal recupero di evasione fiscale vengono restituiti sotto forma di minori imposte ai contribuenti. Cosi, nell’esempio precedente, il gettito in più dovuto alla crescita reale del Pil del 2 per cento verrebbe reso ai contribuenti, nel modo più trasparente possibile: ad esempio con una riduzione del prelievo alla fonte o un abbattimento dell’Irpef, più o meno proporzionale, a seconda degli obiettivi distributivi.
3. Questa pratica dovrebbe essere adottata come regola e perpetuata per diversi anni in modo che i cittadini, lavoratori o imprenditori, possano contare sui benefici fiscali in modo credibile e stabile e quindi tenerne conto nelle loro scelte correnti di spesa e investimento.
4. Poiché il bilancio pubblico presenta ancora un disavanzo, la restituzione dell’extragettito nella fase iniziale potrebbe essere parziale (ad esempio, due terzi), destinando la rimanenza alla eliminazione del disavanzo e alla costituzione di una riserva per finanziare le fluttuazioni cicliche della spesa pubblica.
Una politica di questo tenore non solo è compatibile con il vincolo di bilancio dello Stato ma stabilizza i conti pubblici. Ogni punto di crescita del Pil reale si traduce in un più basso rapporto spesa pubblica su Pil, imposte su Pil e debito sul Pil. Ovviamente impone un vincolo stringente alla spesa pubblica di cui è necessario essere consci. Ma non è un vincolo irrealistico: lo dimostrano i primi dati sull’andamento della spesa nell’ultimo anno. Riallocazioni di spesa da un capitolo all’altro sarebbero non solo possibili, ma anche desiderabili. Come pure possibili sono rivisitazioni dei meccanismi di determinazione dei salari dei dipendenti pubblici (la grossa componente della spesa) in modo da premiare chi lavora di più e meglio. È questo peraltro l’unico vero modo con cui il governo può favorire il miglioramento della contrattazione nel settore privato: deve dare il buon esempio nel legare salari a produttività nel settore pubblico. Eventuali aumenti salariali in termini reali dovrebbero provenire da guadagni di efficienza e risparmi di spesa.
PROMESSE DA MARINAIO?
Siamo consapevoli del fatto che molti governi hanno preso in passato impegni di restituzione di imposte che non sono poi stati rispettati. Un vantaggio di un patto di questo tipo è che creerebbe una constituency favorevole a stimolare politiche che aumentino la produttività e, al contempo, contengono la spesa pubblica. Ciò riporterebbe al centro del confronto riforme a costo zero per le casse dello Stato, come le liberalizzazioni dei servizi, l’adozione di sistemi di valutazione del sistema educativo e dell’università, che oggi sono ai margini di un confronto tutto incentrato sul fisco. Al tempo stesso, tanto più bassa la spesa, tanto più basso il livello di gettito necessario per coprirla, tanto più elevato l’extragettito che verrebbe restituito ai contribuenti. È un impegno di cui tutti possono verificare il rispetto. Al contrario di molte promesse generiche fatte negli ultimi anni.
Commenti (10)
Il ragionamento, in linea teorica, non fa una grinza, ma temo di non aver afferrato bene il concetto esposto nell'esempio.
O meglio, di non aver capito come dovrebbe funzionare il meccanismo con dei dati macroeconomici un po' più vicini alla realtà di quelli dell'esempio e cioè con un tasso di crescita del PIL che non riesce ad eguagliare il tasso di inflazione.
Perchè il punto centrale della questione credo che sia quello di come, con quali misure concrete (al di là delle facili e stucchevoli promesse elettorali) innescare il processo virtuoso che porti davvero il tasso di crescita al 5%.
La riduzione dell'aliquota IRES dal 33% al 27,5%, secondo me va, nella direzione giusta, come pure le agevolazioni IRAP finalizzate a ridurre il cosiddetto "cuneo fiscale".
Ma il dubbio è che queste siano misure comunque insufficienti nel quantum (ed anche un po' tardive) rispetto al contesto economico globale in cui si muove il sistema Italia.
Mi sa che serve anche qualcosa di più drastico (del semplice congelamento del livello) anche sul versante della spesa, anche perchè di inefficienze e di sprechi da tagliare ce ne sono ancora tanti, e sotto gli occhi di tutti, mi pare ....
Quando un leader politico o un partito avranno il coraggio di promettere anche in Itali "lacrime e sangue", invece che l'abolizione dell'ICI?
Inviato da mARIO | February 19, 2008 8:12 PM
Posted on February 19, 2008 20:12
mah, si vabbé, un pò troppo semplicistico però.
Il merito del post è quello di puntare l'indice sul vero grande, insormontabile problema dell'Italia: la spesa pubblica corrente.
Altro merito quello di segnalare i guasti della ocntrattazione nel settore pubblico: la spesa per i dipendenti è la componente più pesante di quella spesa pubblica corrente.
Detto questo però non si può non ricordare che l'arresto della spesa pubblica corrente non è certo una novità nel dibattito politico, anzi è da anni patrimonio comune, a parole, di tutti i partiti, di tutti i governi, di tutte le campagne elettorali: mitica araba fenice inseguita da tutti e mai "acciuffata" da nessuno.
Vorrei allora sapere COME si fa DETTAGLIATAMENTE a bloccare la spesa pubblica in termini reali. Scrivendolo forse così, paro paro in un articolo in finanziaria?
Volete scherzare?
Non può funzionare (e di fatto non funziona: già ci hanno provato a fare robe simili) per un motivo molto semplice: che la spesa pubblica deriva da NORME DI LEGGE che creano nel pubblico dei cittadini-utenti dei DIRITTI a determinate prestazioni.
Ora è del tutto inutile scrivere in finanziaria "la spesa pubblica l'anno prossimo non potrà superare tot (in cifra o in percentuale rispetto a qualche aggregato di finanza pubblica non cambia nulla)": resta solo un puro, inane tratto di penna.
Perchè se poi nella gestione concreta si spreca, si spende male, non si fa efficienza, non si risparmia ecc. ecc. e, poniamo, al 30 settembre hai già raggiunto il limite scritto in finanziaria per quell'anno, che fai? cominci a non erogare più assistenza sanitaria? allunghi le vacanze per gli studenti fino a Natale e riapri le scuole il 1 gennaio dell'anno dopo? e via dicendo.
Allora vediamo di essere più concreti e specifici per cortesia. L'idea di ridurre la spesa corrente è una bella idea, certo, lo sappiamo benissimo. Ma se ne è parlato fino alla noia per anni senza mai riuscire nemmeno a sfiorare l'obbiettivo. Quindi è inutile "ripresentare", diciamo così, l'idea. Occorre presentare i "piani attuativi" dell'idea per così dire.
Inviato da Piergiorgio | February 19, 2008 11:59 PM
Posted on February 19, 2008 23:59
@ Piergiorgio
La proposta propone un "patto" che impegni governo e parti sociali. L'obiettivo di un patto e' di definire delle linee guida chiare e trasparenti e degli obiettivi pubblicamente condivisi e soprattutto coerenti tra di loro. Un patto cosi' chiaro e' cio' che manca nel dibattito di politica economica in Italia, dove si fanno spesso (specie in campagna elettorale) promesse e affermazioni del tutto incoerenti tra di loro. Non e' ovviamente compito di un "patto" entrare nei dettagli. Insomma, per usare un paragone giuridico, sarebbe un po' come voler chiedere alla Costituzione di entrare nei dettagli dei contenziosi amministrativi piuttosto che definire le linee guida di uno stato.
Inviato da raoul | February 20, 2008 12:18 AM
Posted on February 20, 2008 00:18
Proposta sensata e ragionevole quella di Boeri e Guiso. Non so fino a che punto sia praticabile - non c'e' riuscito il trattato di Maastricht a contenere la spesa pubblica, non mi e' chiarissimo perche' dovrebbe avere piu' successo una norma emanata dal governo poi incaricato di spendere i soldi - ma manderebbe sarebbe comunque un segnale forte da parte del governo di impegnarsi a contenere la spesa.
Inviato da Matteo | February 20, 2008 5:09 AM
Posted on February 20, 2008 05:09
@mario: attenzione che la proposta parla di crescita del pil nominale, non del pil reale; ad esempio, con una crescita 0 del pil reale (è questo il dato di cui si parla sempre sui giornali ed in tv) e un'inflazione del 3%, il pil nominale cresce esattamente del 3%. Per questo ha senso fare la sottrazione di cui si parla nell'articolo.
Riguardo l'efficacia del patto, poi, io credo che essa ci sarebbe solo se fossero previste delle conseguenze precise in caso di sforamento dei parametri: conseguenze che dovrebbero colpire i "colpevoli" dello sforamento.
Inviato da Daniele | February 20, 2008 10:59 AM
Posted on February 20, 2008 10:59
@ Piergiorgio (e non solo)
Lavoro nella pubblica amministrazione e vi assicuro che E' POSSIBILE ridurre la spesa pubblica.
Perchè la PA italiana ha gli stipendi più bassi d'Europa e i costi di gestione è più alti?
Non dobbiamo pensare che meno spesa pubblica significa sempre meno diritti e meno servizi.
Ci sono dei margini enormi per la riduzione dei costi della politica e dell'amministrazione.
Anche se purtroppo in questi ultimi decenni la spesa si è gonfiata a dismisura e oggi è difficile smontare carrozzoni e mandare a casa persone.
link utile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/spesa_pubblica_libro/
Inviato da giuseppe | February 20, 2008 12:20 PM
Posted on February 20, 2008 12:20
L'articolo è interamente condivisibile, ma a mio avviso è opportuno aggiungere una chiarificazione e un'aggiunta.
La chiarificazione riguarda le implicazioni politiche di una politica di stabilizzazione della spesa pubblica in termini reali. Come ricordano giustamente Tito e Luigi, una grossa parte della spesa pubblica è data dai salari dei dipendenti pubblici. Stabilizzarla significa quindi o bloccare la crescita dei salari reali dei dipendenti pubblici o ridurre il personale pubblico a fronte di aumenti dei salari reali. L'implicazione politica è quindi che ci sarà una feroce opposizione da parte dei sindacati, in particolare quelli del settore pubblico.
L'aggiunta che a mio avviso andrebbe fatta è che il settore pubblico italiano è ancora troppo grande, con tante imprese che non svolgono alcuna funzione se non fornire alla casta politica l'occasione per ottenere rendite indebite (si pensi alla Rai). Una seria politica di privatizzione, oltre a eliminare tali rendite indebite e quindi soddisfare elementari criteri di giustizia, può aiutare a ridurre il debito e quindi la spesa per interessi, che è tuttora enorme. Se tali risparmi per interessi vengono restituiti ai contribuenti, si rafforza l'interesse dell'elettorato a sostenere il programma di stabilizzazione proposto da Luigi e Tito.
Inviato da sandro brusco | February 21, 2008 2:09 PM
Posted on February 21, 2008 14:09
Tutto molto bello e interessane, se non fosse per un gravissimo e madornale errore di fondo: il generale si chiama Custer, non Kuster :)
Inviato da sergio | February 22, 2008 12:19 PM
Posted on February 22, 2008 12:19
il testo é bello, ma teorico.
Siamo tutti d'accordo che la spesa pubblica va tagliata, ma il punto non sta nel "cosa fare" ma nel "come fare". Senza parlare poi del fatto che il problema della PA non é solo che costa troppo, ma anche che funziona male :se col costo che ha funzionasse bene, l'economia italiana intera ne trarrebbe beneficio.
Quindi tagliare si, ma con senno e non per pura ideologia.
le proposte concrete , comprenisibili (dal comune mortale), con obbiettivi facili da apprezzare continuano a mancare ...
Inviato da aurora | February 22, 2008 4:02 PM
Posted on February 22, 2008 16:02
concordo
in ogni caso per far funzionare bene la PA ci vorrebbe una RIVOLUZIONE. Gestionale, nei contratti, nella mentalità, nelle opportunità.
Un nuovo patto in sostanza...ma è possibile in Italia?
PS. sempre per quanto riguarda la questione generazionale e lavorando in una PA noto che generalmente i giovani sono più preparati e motivati.
Gli over 40 di livello medio-basso in media aspettano la pensione
Inviato da giuseppe | February 22, 2008 4:10 PM
Posted on February 22, 2008 16:10