E’ di ieri la notizia che l’Italia è tanto per cambiare il fanalino di coda Europeo in termini di crescita economica (e l’Europa già impallidisce al cospetto di USA, Cina e India). In questa eccellente analisi Michele Boldrin e Pierangelo de Pace (NoisefromAmerika), ci spiegano che il dramma dell’Italia di oggi è la sua drammatica improduttività. La produttività è infatti sistematicamente calata (o al più rimasta invariata) in quasi tutti i settori economici negli ultimi 20 anni. E se il Sud vanta il tristissimo primato dell’improduttività, anche il Nord fa piangere: il Nord-Est, ad esempio, segna drammaticamente il passo con una produttività praticamente stazionaria negli ultimi 15-20 anni. Se qualcuno dei nostri politici è all’ascolto… è ora di svegliarsi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
– 22/02/2008Pubblicato in:





il link dell’eccelente analisi da un errore!!
si appunto … Noisefromamerika spiega …
ma attenzione a ben capire e a ben leggersi tutta la spiegazione,anche le parti per i secchioni e per i secchioni +++ e i 33 e più commenti che seguono. E magari anche andarsi a cercare su google le definizioni delle grandezze definite comme “fatti”.
Perché di fronte a notiziole di questo genere la reazione del politchese medio é di dire che la questione degli stipendi non puo’ trovar soluzione in un paese in cui la “produttività” diminuisce.
tanto il poitichese non sa neanche cos’é il fine mese.
E l’insigne economista italoamericano forse lo imparerà presto, ma per ora preferisce ritenere che il problema siamo noi ” vari sindacalizzati d’ogni risma …, i maestri ed i dipendenti pubblici …, i pensionati sussidiati …, i cari abitanti del Sud che sono pure sussidiati …, tutti questi ed altri ancora, a sentire che sono loro e non necessariamente il signor BS la causa del declino italiano, potrebberro prendersela e smettere di votare PD … il che ovviamente farebbe danno alla dirigenza del PD.”
aurora, purtroppo è vero che nessuno ha il coraggio di dire agli italiani che “vere riforme” vuol dire che loro devono cambiare qualcosa (per non dire molto) nel modo in cui vivono/lavorano. Quasi tutti preferiscono pensare che la colpa sia tutta di “altri”, e che quindi siano solo questi “altri” a dover pagare il cambiamento. Non è così.
Corrado, link fixato.
certo..dobbiamo cambiare tutti, a partire dai privilegiati. Bisogna aumentare la mobnilità sociale.
Come dice Giavazzi siamo un paese con i salari greci e i prezzi tedeschi.
Di certo pagare 4 soldi (con contratti spezzatino) giovani laureati non aumenta la produttività.
C’è un nesso tra salario basso, contratto precario e produttività che diminuisce.
@daniele
sono d’accordissimo con te, sul fatto che tanta strada c’é da fare nel modo di vivere e di lavorare in italia.
Ma quel che l’articolo mette in evidenza , nella sua analisi che va dal più generale al particolare, é che il calo della produttività in italia é probabilmente da attribuire in buona parte proabilmette a fattori organizzativi ( qualcuno nei commenti cita la dispersione del sistema produttivo, i “negozietti”) che devono anche leggersi come caratteristiche del tessuto sociale.
Caratteristiche che non si possono cambiare cosi’, bidibiddobidibu, senza costi sociali enormi.
Non mi é poi chiaro nell’articolo( ma vado a rileggermelo) il ruolo , o il non ruolo, svolto dagli investimenti in questo calo della produttività : perché é difficile essere più produttivi se i mezzi di produzione non si rinnovano, se non si investe in nuove tecnologie, ecc ecc
Si vede (sempre in uno dei commenti) il ruolo giocato in queste statistiche, negli ultimi anni della regolarizzazione di immigrati prima clandestini (a pil uguale, aumento delle ore lavorate, quindi calo della produttività; ore lavorate a basso valore aggiunto peraltro).
Ma si puo’ pensare che c’é stato un effetto di sostituzione, che ha indotto nell’ultimo quindicennio a intensificare l’uso di capitale umano ( ..a basso costo) invece che rinnovare e modernizzare e quindi portare l’italia verso produzioni a più alto valore aggiunto?
Certo é solo un post in un (buon) blog, non si puo’ chieder troppo…
Ma, ripeto, ho paura delle scorciatoie , soprattuttose prese imboccando la strada aperta da eminenti signori che, sencondo me, non sono poi cosi’ neutri nelle loro analisi…
sono d’accordo con aurora, temo che il ricorrere alle braccia umane piuttosto che al riammordenamento delle attrezzature,il non attrezzarsi per un maggior uso delle tecnologie avanzate con relativa formazione del personale, abbia bloccato enormente la crescista e lo sviluppo produttivo italiano.
un economista sarà naturalmente portato a calcolare i vari flussi e le varie perdite , monetizzabili e quantificabili.
ma il mondo del lavoro non è solo economia, c’è una società alle spalle da valutare e vagliare.
quelal italian è verticistica, familista e blindata in cartelli non concorrenziali, si può sicuramente affermare protezionistica verso categorie spefiche , senza temere alcuna forma qualunquistica , perchè importiamo manodopera solo di basso livello?
Se ciò avviene è perchè il lavoro offerto non solo non è di qualità, quindi non è neanche appetibile ,ma poichè controllato e rigidamente assegnato , per l’ottenimento dei posti di lavoro dignitosi e ben retribuiti si creano delle sacche di dipendenza con conseguente continua rincorsa alla raccomandazione e alla tutela garantista.
Oltre che un economista in questa discussione vedrei bene anche il ruolo di un sociologo e anche di un sindacalista.
devo dire che io invece non ho capito nulla dell’analisi di Aurora, che mi sembra faccia una grossa confusione (senza offesa)
Ho appena sfogliato l’articolo e mi riservo di “studiarlo”.
Ma come si tiene conto della parte “sommersa” della ns. economia? Le % sarebbero elevatissime(20-30%,a seconda delle regioni).Aggiungerei che oggi la produttività,in un paese industrializzato, si incrementa non con la “frusta”, ma investendo nel capitale umano(scuola,formazione,motivazione), nella innovazione di prodotto e di processo,nell’ottimizzazione delle infrastrutture,…e aggiungiamo pure sicurezza/controllo del territorio per alcune parti (considerevoli)del territorio.
Rispondo brevemente a Sergio.
Istat tiene conto del sommerso nei suoi dati ufficiali. Le documentazioni relative ai dati che vengono periodicamente pubblicati, purtroppo, non sono illuminanti a riguardo. Dovrebbero esistere diversi criteri di stima e diversi ricercatori italiani (che lavorano ad Istat) che se ne occupano. Presumo che vengano in qualche maniera utilizzati anche i dati sulla lotta all’evasione e sul recupero del gettito fiscale inizialmente evaso.
Sulla produttivita`. E` vero quello che dici. Per far crescere un Paese occorre innanzitutto capitale umano e progresso tecnologico. Riguardo al primo siamo messi male: i migliori emigrano e le attuali leggi sull’immigrazione (insieme alle condizioni pietose del nostro mercato del lavoro) scoraggiano l’arrivo di immigrati qualificati o il rientro dei cervelli in fuga. Che piaccia o no, riusciamo ad attirare solo lavoratori con scarsa specializzazione e livelli di produttivita`/educazione bassi.
Sul progresso tecnologico, discorso simile. Ricerca generalmente infima, con pochissimi picchi di eccellenza (che ovviamente sono cosi` isolati e ridotti in numero da non poter contribuire seriamente alla crescita del paese). Universita` pubblica inefficiente, inadeguata, clientelare e baronale, che produce poco o nulla. Tessuto industriale italiano basato sulla piccola e media impresa, che generalmente non innova e non e` spinta alla ricerca. Forse qualcosa si muove oggi, date le nuove pressioni del mercato globale, ma si resta nell’ampia insufficienza (basta guardare alla “crescita” recente della produttivita` totale dei fattori…).
Infine, l’articolo non propone di incrementare la produttivita` del lavoro con la frusta. Da che mondo e` mondo i rendimenti marginali dei fattori (capitale e lavoro) sono decrescenti. Solo si descrive perche` i salari reali sono bassi e non crescono. I media ed politici italiani sembrano essersene accorti solo ora e si domandano pure il perche`, fornendo risposte ed analisi sbagliate e, di conseguenza, soluzioni di cui e` meglio non discutere.
Quello che bisogna fare e` incentivare la produttivita`, di tutti i fattori (non solo il lavoro). Nella seconda parte dell’articolo, di prossima pubblicazione, Michele ed io cercheremo di illustrare le nostre proposte.
Anche se, e qui penso di affermare l’ovvio, senza riforme serie in quelle realta` di cui parlavo sopra (mercato del lavoro, ricerca ed universita`, immigrazione,…), ma anche in altre, non si va da nessuna parte.
pierangelo scusami ma una domanda, tu affermi che i media e la politica italiani non ha nno saputo decodificare l’impasse economico che si è venuto a creare.
converrai con me, quindi,nell’affermare che un’analisi puramente economica non sarebbe sufficiente a trovare le risposte corrette.
se un piccolo artigiano o commerciante è costretto a rincorrere affannosamente il mercato è perchè il sistema protezionistico in vigore impedisce di fatto l’accesso al credito e ai finanziamenti per le nuove imprese.
ti faccio un esempio pratico.
se uan ragazza o ragazzo , volesse avviare un’attività commerciale o artigianale , facendo prestiti anche regionali per l’imprenditoria femminile e giovanile, può ottenere un prestito solo su determinate garanzie, questo potrebbe anche essere giusto, ma è ingiusto cominciare la restituzione di tale prestito entro 12 mesi dall’ottenimento, quando si sa perfettamente che qualsiasi impresa neo-impianta ha bisogno di tempo per cominciare a rodare e a produrre reddito.
ecco perchè affermo che c’è un cartello che impedisce, per le nuove generazioni, la possibilità di rischiare e di andare oltre la ricerca del solito posto fisso.
Altrettanto riguarda l’impianto di ristrutturazione per la sicurezza e la formazione del personale, la thyssen torinese, pur essendo un’azienda florida, in forte attivo , non curava più la manutenzione degli impianti in uso, e nonostante un improvviso picco di produzione non ha messo in atto la corretta turnazione degli operai.
Se un’azienda multinazionale, ultra miliardaria non provvede al minimo dei propri obblighi , come potremo mai pretenderlo da aziende piccole e sofferenti per la scorretta concorrenza in atto?
raoul, io non mi offendo, senz’altro sono meno chiara delle domande di sergio e della risposta di pierangelo, ma , sul fondo della questione sono d’accordissimo con loro,e , mi sembra che in fin dei conti ci sia ormai da un po’ di tempo un certo consensus sulla questione.
Grazie Pierangelo per le osservazioni. Da quel che vedo, nella vita quotidiana che mi circonda, in Italia il “nero” è fenomeno continuo e rilevantissimo e se l’ISTAT pensasse di valutarlo utilizzando come driver i dati da lotta all’evasione e recupero del gettito fiscale…,beh, ci siamo capiti! Per il resto concordo: anche per l’innovazione, la formazione, ecc. occorrerebbe raggiungere una “massa critica”, ma non vedo segnali.
Maria, per risolvere un problema economico, l’analisi economica e` quello che serve.
Se la produttivita` non cresce, non basta (anzi, e` sbagliato) affermare che occorre aumentare i salari (o diminuire i prezzi) per porre rimedio alla questione, come fanno i nostri politici e qualcun altro. Bisogna invece comprendere quali sono i meccanismi che il governo puo` attivare per incentivare la produttivita`, dati gli strumenti a disposizione.
Certo, ha ragione quando afferma che il credito e` significativamente razionato nel nostro Paese, che i prestiti sono piu` costosi al sud che al nord, che le garanzie richieste sono piu` numerose per alcuni individui rispetto ad altri. Di tutto questo, per esempio, lamentiamoci con chi per anni ha impedito la concorrenza nel settore bancario e non ha permesso l’arrivo di banche straniere sul suolo italico. Quello che vediamo, purtroppo, e` anche la conseguenza diretta di politiche protezionistiche che hanno sottratto le banche italiane alla concorrenza estera, a tutto vantaggio loro e svantaggio dei consumatori. Discorsi simili valgono anche in altri ambiti; sarebbero da guardare con sospetto coloro che continuano ad invocare politiche anti-mercato nel commercio estero… ma qui si va off-topic.
Ovviamente non so quali siano le responsabilita` della Thyssen di Torino. Il problema della sicurezza e` certamente tra i piu` importanti. Mi sembra di capire che lei attribuisca al tentativo di aumentare la produttivita` dei propri operai da parte dell’azienda la causa dell’incidente (parla di cattiva turnazione). Ecco, di nuovo, l’analisi economica ci fornisce una risposta. Come scrivevo nel messaggio precedente, non e` spremendo la forza lavoro che si puo` sperare in incrementi di produttivita` permanenti, ma producendo ed utilizzando tecnologia. Se la Thyssen non ha rispettato le norme sulla sicurezza paghera`, su questo non dovrebbe esserci disaccordo.
Se individui ed imprese non rispettano la legge in Italia, si parli di assenza di stato dagli ambiti in cui dovrebbe essere piu` presente e funzionante, non si invochi il suo intervento laddove l’individuo dovrebbe avere ampia liberta`.
pierangelo non metto assolutamente in discussione l’operato, l’importanza dello studio economico sia nell’analisi dello sviluppo industriale che quello produttivo nazionale, non solo dell’Italia naturalmente.
Io riflettevo sulla paralisi della crescita sociale che secondo me ha influenzato , influenza ancora notevolmente la ripresa economica e produttiva.
Per questo richiamavo la necessità di fare anche un’alisi sociologica su nostro tessuto umano, urbano per capire cosa è successo in questi anni che hanno portato l’Italia ad arrancare, non solo all’interno della crisi e recessione mondiale, ma anche a perdere colpi rispetto alla spagna, all’irlanda, alla grecia e anche del portogallo.
L’economia è in grado di dare risposte sul perchè invece di favorire lo sviluppo e il rinnovamento tecnologico si risparmi sulla ricarica degli estintori nella fabbrica della thyssen?
Mi perseguita questa domanda da mesi oramai, in germania sede centrale dell’azienda, sarebbe mai potuto succedere una cosa simile?
Se può succedere in una multinazionale, in forte attivo,che ha triplicato il fatturato rispetto agli anni precedenti, cosa potrebbe mai succedere in una fabbrichetta con pochi dipendenti in regola, di cui molti in nero, schiacciata tra la competività sul mercato e la propria sopravvivenza?
non pensa sia il caso, di sedersi al tavolo della discussione partendo sì dal tema economico ma per scendere ad abbracciare , con tutti gli strumenti possibili, anche tutti gli altri volti del mondo del lavoro e del modo di come si fa e si concretizza la produttività italiana?
Appassionante discussione.Potrei affermare, per pluridecennale (ahimè, sono datato)esperienza nell’industria in Italia e all’estero, che abbiamo leggi sulla sicurezza del lavoro a livello europeo, ma poca CULTURA DELLA SICUREZZA. E’ una cultura che dovrebbe essere diffusa a partire dalla scuola fino ai luoghi di lavoro in modo da essere “metabolizzata” a tutti i livelli, dal lavoratore al dirigente all’imprenditore, alla casalinga e all’automobilista, ecc.E’ certo che lavorare in sicurezza migliora la produttività, poichè (senza dimenticare il primato dell’etica) essa è un aspetto della Qualità. Pare che in Italia ci siano 3 caduti al giorno sul lavoro,ed un numero angosciante di invalidi: se si andassero ad esaminare le cause, quasi sempre si riscontrerebbe che la “fatalità” non esiste, ma solo il non-rispetto delle norme.
Maria, mi pare che non dai all’analisi di Pierangelo il giusto peso. E’ ben noto che il problema del mercato del lavoro italiano e’ un problema di investimenti e innovazione. Tuttavia gli investimenti hanno bisogno di accesso al credito, settore in Italia bloccato come non mai per il corporativismo bancario nazionale che ha impedito l’accesso alla concorrenza estera. Niente credito, niente investimento (tanto i monopoli protetti dallo stato guadagno lo stesso). Niente investimento e niente aumento di produttivita’. Niente aumento di produttivita’, niente lavoro. Ecco la tua risposta. La “spremitura” degli operai e’ una costola del problema, non il problema stesso.
filippo è probabile che non mi sia saputa esprimere compiutamente, ma anch’io richiamavo il grande “gap” che l’accesso al credito determina come una delle cause dello scarso sviluppo italiano.
Ma penso e lo ripeto, che nella nostra esplorazione circa le cause dell’arresto produttivo, vada fatto uno sforzo ulteriore, per farlo dobbiamo capire anche le cause che bloccano il sistema, giusto per rimuoverle.
il protezionismo, i cartelli , le clientele, verso certe categorie sociali hanno a che fare con strutture collaudate e coorporative che risalgono all’epoca dei comuni e delle coorporazioni di arti e mestieri.
dobbiamo andare a mettere le mani lì dentro se vogliamo creare una vera liberalizzazione e aprire la strada per una sana competività