Durante il quarantennale del ’68, forse leggeremo o sentiremo spesso “loro sì che erano tosti, noi siamo dei bamboccioni”. A Federico Mello, bastano due-domande-due per avviare una profonda riflessione sul ruolo dei “giovani” nell’Italia del 2008:
- Perchè i “giovani” di oggi dovrebbero essere più rincoglioniti di quelli di quarant’anni fa? Cos’è stato? Colpa di Bim Bum Bam, o degli Swatch, o della mani appiccicose che si trovavano nella patatine?
- E perchè poi gli italiani soltanto, [..] mentre gli inglesi, e i francesi, e gli americani, e gli indiani, e i cinesi, no?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
– 11/02/2008Pubblicato in:





“Perchè i “giovani” di oggi dovrebbero essere più rincoglioniti di quelli di quarant’anni fa?” forse proprio perchè hanno avuto come padri quelli di 40 anni fa che erano più bravi a fare la rivoluzione che il padre
I giovani di oggi sono stramega viziati; fanno ciò che vogliono dove, come, quando gli pare.
A cosa si dovrebbero ribellare?
giancarlo sei un fine burlone.
I giovani di oggi sono distratti e disillusi.
Distratti da cosa? Da modelli da inseguire che sono tanto insensati, quanto irragiungibili (e quali siano o siano stati non c’è bisogno di ricordarlo: sono gli stessi che hanno fatto delle generazioni precedenti dei frustrati ed insoddisfatti). Non è un caso che quello di buono che si sta risvegliando muove dal presupposto che le vane ambizioni sulle quali si è finora costruito il futuro siano da rinnegare quasi totalmente.
E disillusi perché? Dal senso di impotenza di un sistema che ostacola ogni sorta di tentativo di cambiamento. La regola è: dire di cambiare tutto per non cambiare nulla. Non è vero che nessun giovane sia interessato a cambiare la realtà, ma trova ostacoli imponenti che ridicolizzano ogni suo tentativo, svuotandolo di ogni energia positiva e propositiva. E così la sua disillusione, pagata a cara prezzo, viene scambiata per “bambocciaggine”. Tout ce tient.
Non si tratta però di cercare alibi, ma anzi solo di evidenziare la principale causa o concausa: l’ambiente nel quale le nuove generazioni si formano, gli esempi, i modelli di riferimento, le mete da raggiungere con cui ogni giovane si trova obbligatoriamente a confrontarsi.
Sintesi di banale osservazione: l’ambiente (socio-economico) in Italia è malato, malatissimo. Prenderne seria consapevolezza e rinnegarne i presupposti sui quali continua a poggiarsi (il primis il totem “denaro/potere/competizione” è, a mio avviso, necessario ed obbligatorio. Per il futuro di tutti, non solo per dare respiro e possibilità alle energie vitali e propositive dei giovani che c’erano, ci sono e ci saranno sempre. E’ così, non come le fallimentari e bulimiche generazioni che ci hanno preceduto vorrebbero farci credere. Punto.
saluti
massimo.b
Massimo ha straragione e ha spiegato molto bene il concetto che io riassumo nella definizione di “generazione senza maestri” : gli italiani e le italiane dai 40 anni in giù sono generazioni senza maestri, i padri hanno interrotto, forse distrutto, la trasmissione del sapere e dell’esperienza, mentre i figli ne hanno sottovalutato l’importanza.
che non contiamo un fico – non può che essere contestata una condotta omissiva, che i 60enni & co. si assumano le loro responsabilità nel declino di questo paese, assunta con condotte commissive ed omissive frutto di scelte consapevoli e,soprattutto, commesse da chi si considera depositario perpetuo delle leve del comando, che ignora deliberatamente un principio cardine : il moto ondoso del potere che va e viene, passa di mano, si diffonde e rimescola tutto, garantendo la sopravvivenza sua e dei suoi “esecutori”
Lo so che qualcuno sosterrà che la contrapposizione tra generazioni non porta a niente, che tutti i mali non risiedono lì: verissimo, però bisogna passare anche da lì, perchè se a noi -accusati di essere dei bamboccioni
@Emanuela: i 60enni & co. è una definizione che non vuol dire niente, infatti la tua affermazione può tranquillamente essere ribaltata: i 60 enni & co (cioè i nati a cavallo della 2.da guerra mondiale), sono quelli che che hanno rimesso in piedi questo paese dalle rovine del fascismo e della guerra. Quanto al moto ondoso del potere hai ragione da vendere, solo che in Italia “calma piatta su tutti i mari”.
Giancarlo, la tua replica ad Emanuela permette forse un’ulteriore riflessione:
la generazione del secondo dopoguerra è stata obbligata a fare qualcosa. Intendo dire che non aveva scelte alternative ed ha dovuto fare i conti con un vuoto da riempire con tutte le energie e capacità possibili. E sì: ha permesso di rimettere in piedi un Paese devastato dalla Guerra, così come è successo in tutti gli altri paesi europei che si trovavano nella medesima condizione.
Quella generazione, che ha avuto il grande merito di aver superato il dramma della guerra da bambini e del dopoguerra da adulti, ha avuto nell’ottimismo della volontà la sua molla e nella libertà di azione lo strumento di riscatto generazionale.
Ecco, il punto è che oggi le generazioni più giovani non sono spinte da necessità così drammaticamente urgenti (la cosiddetta “società del benessere” svolge un ruolo di paradossale freno); l’ottimismo della volontà è umilato nei termini e con le finalità cui sopra ho fatto rapido cenno; e la libertà di azione è relegata a puri slogan di propaganda elettorale, a parole effimere, inutili ed illusorie.
Se si è sinceri con se stessi, non si può non ammettere che anche la generazione del secondo dopoguerra ha rinnegato i (dis)”valori” e punti di riferimento della generazione che li ha preceduti (quella che ha portato al secondo conflitto mondiale). Ecco: così è sempre stato e così DEVE essere di generazione in generazione, senza aver timore di perdere per strada quanto di buono è stato costruito in passato.
E se oggi quel “vuoto” che è necessario per riempire di nuovi contenuti il futuro pare non essere così evidente come in passato, occorre crearlo, perché nessun cambiamento è realmente possibile per semplice sovrapposizione. Anzi.
saluti
massimo.b
PS – Ad un occhio attento, il vuoto comunque c’è. Ed è enorme.
un aneddoto:
Enzo Biagi disse che, finito il tirocinio come giornalista negli anni 40, firmò un contratto che gli permise di avere uno stipendio quasi doppio rispetto a quello del padere, operaio da una vita.
Ora succede praticamente il contrario.
Tanti giovani che conosco si accontentano, non lottano, cercano sponde torbide, sono abulici anche perchè hanno genitori più ricchi di loro, con una casa di proprietà, un lavoro mediamente più stabile e redditizio.
In mancanza di un conflitto generazionale si mette anche da parte la volontà di lottare… “tanto mamma e papà qualcosa mi daranno”…