in collaborazione con MondocheCambia
di Michele Loizzo
Gramsci (o era Andreotti?) diceva che non è vero che la Storia non insegni; siamo spesso noi che non impariamo dalla Storia. La storia dell’energia ha dimostrato che esiste un “fil rouge” che collega la politica internazionale e le tre crisi energetiche che il mondo ha attraversato; e la terza è ancora in corso.
Apparentemente i fattori scatenanti delle crisi (i cosiddetti trigger events) sono stati molto diversi. Tradizionalmente si considera che la prima crisi energetica, più o meno contemporanea alla crisi degli accordi di Bretton Woods, fosse originata dalla guerra arabo-israeliana e dall’embargo delle forniture energetiche agli Stati Uniti da parte di alcuni paesi arabi produttori di petrolio. Fu il primo caso ufficiale di uso (con esito positivo) del petrolio come arma politica secondo la vulgata corrente.
Di fatto, un’interpretazione più accreditata fa dipendere quella crisi dall’espansione dei consumi energetici nei paesi europei che videro una profonda trasformazione socio-economica dagli anni ’60 che in seguito ebbero come effetto anche la modifica, che si consolidò fino nella decade successiva, della struttura dei consumi energetici, ridimensionando in questo modo, se l’interpretazione fosse vera, l’arma del petrolio alla funzione di mosca cocchiera di trasformazioni strutturali di tutt’altra natura dei mercati dell’energia. Qualche anno dopo alleanze diverse tentarono, ma con minore successo, di usare il petrolio come arma politica per accelerare la crisi del regime sudafricano, ma si capì rapidamente che l’arma aveva limiti ristretti, non era flessibile e tutto sommato aveva effetti molto limitati. Ancora piu labile si è recentemente dimostrato l’uso del “gas naturale come arma politica”, come ci si sta rendendo conto, ma questa è un’altra storia.
La seconda crisi energetica fu scatenata probabilmente dalla concorrenza di un fatto endogeno ai paesi produttori, la crisi politica iraniana e la successiva guerra Iran-Iraq dalla fine degli anni ’70 agli inizi degli anni ’80 e l’incombente crisi del socialismo reale, sistema politico-economico che aveva da sempre sottovalutato (anche) la componente energetica. Da allora, con sospetta frequenza si sono manifestati fenomeni di tensioni, per la maggior parte sub-critici, ma ogni tanto molto critici, in aree e paesi che producono energia, che avevano come effetto collaterale la limitazione della produzione e tensioni sui mercati internazionali dell’energia.
Gli ultimi eventi, che hanno condotto alla terza crisi energetica si fanno comunemente risalire ai due uragani Katrina e Rita che nel 2005 colpirono il Golfo del Messico, mentre hanno radici ben più lunghe e profonde dalla fine del secolo scorso, segnando di fatto una crasi tra le politiche energetiche delle “Super-Majors” e quelle di alcuni paesi produttori. Il cambiamento maggiore della struttura dei mercati energetici internazionali questa volta sembra dipendere dalla (poco prevista) espansione dei consumi di alcuni paesi asiatici nell’ultima decade.
Lenin (o era Andreotti?) sosteneva che a pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca. Non esistono (ovviamente) relazioni di causa ed effetto dimostrabili tra tensioni politiche e tensioni dei mercati energetici e nemmeno relazioni tra organizzazioni di produttori di energia e gruppi politici ufficiali e spontanei che operano in aree critiche. Da un paio d’anni, anche formalmente l’OPEC ha stabilito di essere un’organizzazione di natura economica e non politica e di rifiutare l’uso del petrolio come arma politica. Di fatto l’energia, che una trentina d’anni fa era considerata nei
paesi produttori un capitale non rinnovabile (non recoverable asset), è ormai comunemente definita una “merce”, una commodity anche se avente una forte connotazione strategica, tanto da essere diventata oggetto di valutazioni politico-strategiche con una maggiore presenza decisionale di componenti politiche nelle aziende energetiche e maggiore attenzione ai termini di sicurezza, di
disponibilità e di costi. Per l’energia distribuita in rete, quindi sostanzialmente per l’elettricità ed il gas naturale, le logiche di gestione si fanno sempre più complesse, si parla di livelli di affidabilità delle forniture, di obblighi di servizio pubblico e quindi di fatto si superano i limiti tradizionali di comportamento delle “commodity”. Imprevista
conseguenza, si assiste ad una profonda differenzazione nei metodi, nella gestione e nei mercati delle “international oil companies” e delle “utilities”, anche se almeno per buona parte convivono in settori contigui e, in entrambi i casi, come registrano gli utenti radiotelevisivi, l’energia sono loro.
Come una reazione a catena, le materie prime interessate da questa ristrutturazione non sono solo quelle d’origine fossile ed energetiche, ma sono coinvolti anche i settori che hanno direttamente od indirettamente collegamenti con l’energia, e naturalmente i mercati finanziari. Lo scenario che si intravede somiglia piu ad un pasticcio concepito da apprendisti stregoni che al “nuovo ordine mondiale” descritto dai libri di lettura del secolo scorso, ma probabilmente c’era da aspettarselo. Molti equilibri si sono destabilizzati nel corso dell’ultima decade, e molti altri li seguiranno; l’unica speranza è che i cambiamenti non siano brutali e cruenti.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




