Esiste un assistenzialismo del Nord?

di Enzo Ligori

Quelli come me stavano dalla parte della classe operaia, per provenienza sociale, per scelta politica e perché comunisti, quando il Pci si definiva (ma già non lo era più) partito della classe operaia.

Destinati all’opposizione a vita, ci preoccupavamo poco delle compatibilità del Bilancio di Stato, nelle cui cifre cercavamo di ritagliare fette da destinare alle classi popolari: assecondati, in questo, da governanti che meno di noi si preoccupavano dell’indebitamento pubblico, della svalutazione, dell’inflazione, per quella specie di patto perverso per cui io governo per grazia di Dio e della geopolitica, tu non fai azioni violente o “rivoluzionarie”.


L’altra sponda della sinistra nel Governo era la sinistra democristiana e socialista, quella delle partecipazioni statali, dell’Iri, come si chiamava allora il capitalismo di Stato utilizzato fondamentalmente per i salvataggi industriali e dei posti di lavoro.

Finché le partecipazioni si limitarono all’industria pesante, all’acciaio, alla meccanica, distorsioni a parte, si poté ragionare. Poi il capitalismo di Stato entrò dappertutto, dalla chimica fino agli alimentari. E quando si trattò di salvare Motta e Alemagna, e i posti di lavoro, e le famiglie del nord, fu fatto, e nacque il panettone di Stato.

Lo scalone della riforma delle pensioni di destra penalizzava principalmente quei lavoratori che avevano cominciato a lavorare da ragazzi, a quindici anni, negli anni del boom economico, cioè nelle fabbriche del Nord. Oddio: anche i braccianti del sud avevano cominciato, non da ragazzi, ma da bambini, a lavorare nei campi, ma erano meno fortunati dei fratelli del Nord. Qui non c’era la fabbrica, non ti mettevano i contributi, e senza quelli è come se non hai lavorato.

Dunque la riforma del welfare, nel capitolo pensioni, operata dalla sinistra metteva rimedio, e faceva giustizia, fondamentalmente a beneficio di famiglie del Nord.

Io non ho letto (e non saprei leggere) le offerte di AirOne e di AirFrance per Alitalia. Ho letto soltanto che AirOne è molto più piccola di Alitalia e non ha prodotto grandi profitti; mentre AirFrance è la compagnia più in salute e tra le prime nel mondo.

Ora, l’offerta dei francesi si dice sia più freddamente imprenditoriale, e prevede un ridimensionamento dello scalo milanese a favore di quello romano. Dicono che Alitalia debba gran parte dei suoi problemi anche al personale, troppo, troppo pagato, troppo potente sindacalmente. Probabilmente sui costi pesa anche la sicurezza, ma nella sfiducia dicono pesi anche l’inefficienza dello scalo milanese (per non dire dei furti di bagagli).

E’ certamente legittima la levata di scudi in difesa dello scalo milanese: per le imprese, per la regione, per i lavoratori.

La domanda che pongo, a chi ne capisce più di me, è: ma quanto costa all’Italia l’assistenzialismo del Nord? Quanto abbiamo speso in incentivi alla meccanica, alla chimica, alla cantieristica per non aggiungere l’alimentaristica del Nord, rispetto ai salvataggi delle cattedrali del Sud (peraltro poi chiuse)?

Nel Salento si coltivava l’80% del tabacco levantino, impiegava centinaia di migliaia di addetti, dallo scolaro alla nonna. Le giuste azioni positive dell’Unione europea contro il fumo hanno cancellato quella coltura e quegli occupati: ma noi non abbiamo la fabbrica, le lobbies, i braccianti non sono piloti. Questi sono tornati a casa.

Ma quanto ci costa l’assistenzialismo del Nord?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Sarebbe da aggiungere che una quota rilevante degli incentivi agli investimenti industriali nel Sud (Cassa del Mezzogiorno,ecc.)sono stati incassati da aziende del Nord…,ma dovremmo superare la diatriba Nord/Sud ed Est/Ovest! L’italia ha un numero di abitanti simile alla provincia di Shangai…Uniamoci di più e “serrate”!

  2. Paola

    Oltre lle diverse forme di assistenzialismo del nord, che comprende anche quello a favore delle grandi imprese che hanno operato al sud grazie al flusso di finanziamenti per le grandi opere, aggiungerei l’assistenzialismo generazionale, di cui hanno beneficiato i nati fino a metà degli anni ’50, la generazione “anti scalone”, i graziati dalla riforma Dini.
    Ovvero coloro che, spesso laureati con riscatto a poco prezzo degli anni di studio, andranno in pensione a 57 anni con sistema retributivo (80% dell’ultimo stipendio, perlopiù elevato dato il titolo di studio), incassando il loro TFR per intero.
    Chi pagherà?
    Le generazioni dai quarantenni in giù, spesso con lavori precari e a bassa remunerazione del titolo di studio, scarsa possibilità di accumulazione e risparmio, che andranno in pensione ben oltre i 60 anni, con sistema retributivo (mediamente 50/60% dell’ultimo stipendio) e dovendo utilizzare il TFR per integrare la magra pensione.
    Siamo un paese che invecchia e gli anziani costano molto al sistema sociale (sanità, assistenza, pensioni); pensiamo davvero che sia stata una misura giusta e popolare eliminare lo scalone favorendo in particolare la generazione del ’68 e un pugno di voti a favore della sinistra radicale, di fronte alle prospettive che abbiamo di fronte e il carico sociale che si sta accumulando sulle generazioni a seguire?

  3. Caro Enzo, permettimi di dissentire dall’impostazione del tuo articolo. Sicuramente l’assistenzialismo c’è anche al Nord, ma chiedere polemicamente “quanto ci costa” mi sembra molto fuori luogo. Infatti il più recente dato che ho trovato dice che, di tutte le tasse pagate in Italia, il Nord ne paga il 55,8%, mentre il totale della spesa pubblica assorbita è del 47% (la popolazione è pari al 44,2%). In cifre assolute, al Nord tornano 70 miliardi di euro in meno di quanti ne paga (dati Secit del 2005).

    E’ giusto che ci sia una perequazione tra le regioni più ricche e quelle più povere? Secondo me si. Però prendersela contro l’”assistenzialismo del Nord” mi sembra veramente fuori luogo: elimina l’assistenzialismo in Italia, e non sarà certo il Nord a piangere.

    Detto questo io credo che Malpensa potrà attirare voli anche senza Alitalia, e che prima lo Stato si libera di quello scandaloso mostro mangiasoldi, meglio è.

    PS Io ho vissuto 14 anni al nord, 16 al centro e gli ultimi 3 al sud

  4. enzo

    La mia provocazione in tutti i modi si può leggere tranne che come la classica lamentela o piagnisteo meridionalistico. La mia domanda è: le regole di mercato valgono sempre o solo se si tratta di tagliare i rami secchi del sud? Esiste una questione meridionale, o una questione settentrionale, o non piuttosto una questione nazionale?
    So bene che i rifiuti di Napoli vanno smaltiti inventandosi le soluzioni a Napoli, ma è questione napoletana o nazionale, se, quando le discariche del sud venivano colmate con i rifiuti di chi intanto costruiva i termovalorizzatori al nord, ora non sono in grado di recepire più niente?
    E se la Lombardia paga più tasse: è questo il metro che misura il contributo allo sviluppo economico di un Paese? Se Telecom paga le tasse a Torino, produce il gettito a Torino o in Italia? E se Milano si sviluppa con la manodopera a basso costo importata un tempo dalle campagne del sud, oggi dall’est o dall’Africa; oppure produce reddito grazie agli incentivi a delocalizzare al sud o costruendo infrastrutture al sud, è il nord che contribuisce allo sviluppo o questo benedetto UNICO Paese chiamato Italia?
    Le tasse stanno a valle, caro Daniele. I bilanci aziendali si fanno e si depositano là dove si ha sede legale: il lavoro, quello che produce beni e servizi, lo si fa negli scantinati di Napoli o del Basso Salento da dove vengono calze e cravatte, guanti e borsette…
    La domanda che mi pongo, e che pongo, è: esistono ancora le questioni regionali? o dobbiamo imparare a misurarci con un’unica questione nazionale? E se il sud deve contare su se stesso, e prepararsi a misurarsi con un mercato meno protetto (olio, grano, una volta tabacco…) il nord vuole considerare le quote latte? E se nel 2010 il Mediterraneo sdoganerà i prodotti del Nord Africa (voi capite cosa significa per il sud…) è possibile difendere Malpensa se l’Europa o AirFrance dicono che è antieconomico?
    Insomma: l’olio delle ulive pugliesi deve farsi migliore per reggere la concorrenza di quello marocchino: perché Malpensa non deve seguire la stessa strada e farsi migliore di Francoforte o di Orio al Serio?

  5. PAOLO

    Enzo,

    scrivere UNICO paese (in maiuscolo??) in un messaggio che dice che tutti i problemi del Sud sono colpa del Nord mi sembra inutile (e pure un po ipocrita)
    Le regole del mercato valgono per tutti nel bene e nel male (da Malpensa agli scantinati di Napoli) e non mi sembra che nessuno nei iMille la pensi diversamente
    Quanto a tutta la parte sui poveri braccianti e la manodopera a basso costo e il Nord che vive di rendita e assistenzialismo mi sembra demagogia oppure ignoranza
    Le questioni regionali esistono ancora (di nuovo, nel bene e nel male) e tu lo dimostri appieno

  6. enzo

    paolo
    lo so che non sei tu ad esser razzista, ma io ad esser negro, cioè sei tu che sai leggere e io che non so scrivere.
    Insomma: dove hai letto che tutti i problemi del sud sono colpa del nord? Semmai contesto che voi lavorate e noi no, se permetti.
    E che esistono le questioni regionali sei tu a dimostrarlo, non io, che sono e mi sento perfettamente italiano, efficiente almeno quanto tutti i miei pari, milanesi inclusi, tranquillamente disposto al mercato, in grado di spiegarti qualcosa. Ancora.

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