di Ivan Scalfarotto
L’Unità, 11 Gennaio 2008
Ho ricevuto l’ultima bozza del documento che il Comitato di Redazione che sta materialmente redigendo lo Statuto del Partito Democratico sottoporrà alla Commissione nella riunione plenaria di sabato prossimo, 12 gennaio. E’ una bozza che molto mi preoccupa, e non solo per i nodi ancora da sciogliere e le spinte a ricreare una forma-partito quanto più strutturata e potente possibile. Il tentativo di creare un partito leggero, privo di di nomenklature, basato sul consenso degli elettori invece che sulla gestione del potere da parte di un apparato strutturato è messo gravemente in pericolo dalle medesime nomenklature che – in maniera anche comprensibile, dal loro punto di vista – non intendono in alcun modo cedere spazio.
Così, mentre un nero ed una donna si contendono la candidatura a presidente degli Stati Uniti grazie ad un sistema in cui i partiti sono poco più che comitati elettorali destinati praticamente a sciogliersi dopo ciascuna elezione, da noi un ceto politico immutabile fatto sostanzialmente di sessantenni (quelli che io chiamo i “perpetui”: tutti maschi, tutti bianchi, tutti religiosissimi o in cerca di spiritualità, tutti perfettamente abili e, ça va sans dire, tutti sedicenti eterossuali) si gioca, con discrete probabilità di vittoria, la sua battaglia per la conservazione del posto e per l’occupazione delle istituzioni. Non deve stupire, in un paese, l’Italia, gestito da una classe politica giurassica, dove – in barba ad ogni elementare principio di responsabilità – il presidente di una regione sepolta dai rifiuti può essere ospitato in prima pagina su uno dei maggiori quotidiani nazionali per spiegare che ha fallito su tutta la linea e che quindi non si dimetterà.
Ma il problema non sta solo nella prevedibile resistenza degli apparatchiki. Il problema è che la bozza di statuto che il Comitato di Redazione ha partorito per la nostra discussione di sabato disegna un partito vecchio, farraginoso, obsoleto, anche lui totalmente indifferente al fatto che questo Partito ha l’età di un bambino appena nato e che ‒ come un neonato ‒ ha molto più bisogno di prospettive e di speranze che di un pignolissimo regolamento condominiale. E’ brutto da leggere, peraltro, il nuovo statuto. Avevo chiesto, nella prima e unica riunione della commissione tenutasi finora, che il partito fosse semplice, che si desse dei tempi compatibili coi tempi della vita dei propri aderenti, che fosse basato anche nella quotidianità sul rispetto dell’altro, e che parlasse una lingua certamente non piatta ma semplice, comprensibile. “Scrivete lo statuto nella lingua della nostra Costituzione”, avevo chiesto, “che la Costituzione del 48 può leggerla ed amarla anche un’adolescente”. E invece la bozza è scritta in una lingua circonvoluta, da iniziati, piena di termini perentori messi là solo per normare minuziosamente lo svolgimento di interminabili catene di atti di ordinaria burocrazia e la tessitura di efficientissime reti finalizzata alla paralisi operativa.
Lo Statuto si poi è dimenticato della rete. Insieme al gruppo de “iMille” (www.imille.org), avevo sottoposto al Comitato di Redazione un primo emendamento che prevedesse che le sezioni del Partito Democratico potessero essere costituite non solo sul territorio, ma anche on-line e che se proprio iscritti dovessero esserci, che ci si potesse iscrivere al PD anche aderendo ad una sezione on-line. Avevo poi suggerito che il PD si dotasse di un “Sistema per la partecipazione” che, utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dalla rete, consentisse il massimo dell’interscambio di idee ed informazioni all’interno del partito. Di questi due emendamenti non è rimasta traccia. Qui credo si siano sommate sia la forza di chi sostiene l’idea del partito come di un’entità tutta territoriale e basata su un micro consenso locale e sia la totale indifferenza alla rete e alle sue potenzialità presenti e future da parte della politica italiana. Fatto sta che il bambino nasce nel 2008, e, senza che nessuno se ne stupisca, si dota per il futuro di una carta fondamentale che non parla della rete e del web, se non in modo estremamente marginale. Normale, nel paese dei Perpetui.
Come normale è, per il paese dei perpetui, indicare nello Statuto la costituzione di un’organizzazione giovanile senza definire chi siano i giovani: la tecnica perfetta per impedire ogni ricambio generazionale per l’eternità e riservare ai nostri sessantenni e settantenni la gestione del potere fino all’intervenuta estinzione biologica. Con quest’organizzazione giovanile, i nostri giovani (si immagina anche gente di trentacinque anni, gente perfettamente in grado di gestire una multinazionale, per capirci, o di fare il primo ministro in paesi non lontani dal nostro) avranno un perfetto kinderheim nel quale sfogare i loro bollenti spiriti e i loro desideri di innovazione, lasciando il campo libero agli adulti, che sanno come si fa il lavoro. E lo stesso vale per le donne, che non avevano uno spazio nella primissima bozza, ma che invece sono state promosse ad avere una “Conferenza permanente” di genere nelle bozze successive: anche loro, che restino ai loro ministeri senza portafoglio, mi raccomando, e che non disturbino il maschio manovratore anche quando parla a vanvera della vita delle donne, vedi legge 194.
Chi invece non è degno di una conferenza permanente sono i gay, le lesbiche, i bisessuali e i transessuali del PD. Di loro non si parla mai, in nessuna bozza, né in quelle della Commissione Statuto, né in quelle della Commissione Valori. Per loro si è scelta la strategia mussoliniana, (oggi assai in voga anche nell’Iran di Ahmadinejad) per la quale, semplicemente, i gay non esistono e come tali non meritano nemmeno di essere nominati. Come i bambini, del resto, cui un gruppo di autorevoli persone sta chiedendo ‒ senza il minimo ascolto da parte dei miei colleghi ‒ che sia attribuito il diritto di voto (www.unatestaunvotoancheperibambini.org), mediante delega ai genitori, nella speranza, magari anche un po’ utopistica, che questo faccia della politica una cosa un po’ più permeata di speranze e di senso del domani. Ma, ad oggi, questo è uno Statuto che corre il rischio di chiudere invece di aprire, di tutelare le rendite di posizione invece che diluirle, che sembra voler più fotografare il presente, per quanto sgradevole sia, che progettare il futuro. Condivido con i miei 99 colleghi, non c’è che dire, una grande responsabilità: speriamo bene.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Apprezzo molto l’intervento,Grazie! In particolare è bene osteggiare l’uso del “latinorum” nello statuto: chi scrive “difficile” o ha le idee poco chiare o è in mala fede. Sono un po’ meno d’accordo sulla classificazione basata solo sull’età: giovani al kinderheim o anziani all’ospizio…Contano solo idee e azioni,pensiamo a Garibaldi, per esempio e visto che siamo iMille, ancora oggi inimitabile esempio di laicità, disinteresse personale,amore per l’Italia tutta (non “quella delle Regioni”).
Complimenti davvero, perché un articolo così chiaro e compatto era difficile scriverlo. E concordo su tutto.
C’è per fortuna da segnalare una piccola buona notizia che rende forse un po’ meno “in salita” il nostro percorso:
la bozza del 4 gennaio dello statuto (pubblicata l’8), cui si riferisce l’articolo di Ivan, e sulla base della quale tutti noi ci siamo preoccupati per la sparizione delle nostre proposte, aveva un comma 9 articolo 1 così formulato:
“9. Il Partito Democratico rende liberamente accessibili
per via telematica tutte le informazioni
sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, sulle
riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti.”
L’ultima bozza dice così:
“9. Il Partito Democratico organizza un sistema di
comunicazioni basato sulle tecnologie telematiche
adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare
rapidamente tutte le informazioni necessarie
a tale scopo. Esso rende liberamente accessibili
per questa via tutte le informazioni sulla sua vita
interna, ivi compreso il bilancio, sulle riunioni e le
deliberazioni degli organismi dirigenti.”
Forse, le nostre pressioni a qualcosa servono:)
Cristiana e Ivan , mi colpisce l’invettiva contro i “grandi”.
Mi sembra un tantino dettata da immaturità e dal bisogno di trovare un obiettivo politico per differenziarsi.
Mentre la differenza la può fare solo una competizione politica vera,aperta.
Su questo si dovrebbe insistere nello Statuto,piuttosto che demonizzare in principio i sessantenni.
I quali, se valgono,sono una grande risorsa.Se non valgono verranno lasciati a casa.
E’ quello che vediamo succedere in questi giorni in America.
Sarà il voto(certamente influenzabile,ma ampio e libero)dei cittadini a indicare i candidati dei due schieramenti.Saranno loro a decidere se si fidano di più di una sessantenne o dei quarantaplus di Barack.
O nell’altro campo,scegliere quale dei sessanta/settantenni dovrà portare la sfida.
A proposito,anche lì tutti abbondantemente over forty,probabilmente sintomo di decadenza in atto.
Direi quindi che la battaglia nel PD vada fatta sul ricambio e sulle modalità atte a consentire ai cittadini e non solo agli iscritti(apparati)di scegliere i leader.Siano trenta o sessantenni.Ciao,grazie dell’ospitalità.
ogni volta che si parla di quote, di rinnovamento, di apertura all’altro sesso, ai giovani, agli “altri” in genere, torna l’obiezione: la gioventù non è anagrafica, le donne se valgono vengono elette, i diversi sono uguali agi altri… e così via.
Le quote femminili, invece, hanno funzionato.
il discorso di antonio g., qui sopra, va rovesciato: rinnoviamo, ringiovaniamo, poniamo limiti di età, poi, se un “anziano” vale, si elegga pure!
Ve lo dice un anziano, che pure potrebbe dirsi giovane di spirito. Appunto.
Enzo, non mi sembra che la questione femminile e quella generazionale si pongano negli stessi termini.
La questione femminile riguarda sostanzialmente tutto il pianeta (e nella nostra fetta di mondo ci va ancora grassa) e riguarda più di metà dei cittadini in tutte le fasi del loro percorso esistenziale. Quando in Italia ci sono solo il 10.7% delle donne che partecipano ad assemblee elettive (dati Unione Parlamentare Internazionale) e solo l’ 1.8% che siedono in consigli di amministrazione di aziende (dati Women Business Network), allora il problema non e’ più l’ uguaglianza di genere, ma la vera e propria attuazione della democrazia: e’ una democrazia un sistema nel quale più di metà dei cittadini sono di fatto esclusi dai luoghi di decisione della politica e dell’ economia?
Le quote, in questo caso “massicce e temporanee” come dice Bersani, servono ad introdurre una “fisiologia” nella società, non una regola di attribuzione. Insomma, anziché mettersi pazientemente a pulire con il pennellino fine il meccanismo incastrato della selezione, tramite le quote gli si da’ una bella “scrocchiata” nella convinzione che poi girerà meglio da solo.
La questione generazionale riguarda invece solamente l’Italia, e riguarda una percentuale significativa ma non maggioritaria di cittadini che sono in una fase specifica della loro esistenza (ossia sostanzialmente all’ interfaccia tra scuola e lavoro: per me un trentacinquenne che lavora da almeno dieci anni gioca già in serie A, e non e’ più “socialmente” un giovane; lasciamo poi stare tutti questi arzilli “giovani” quarantenni). La risposta a questa questione è politica, non identitaria: riguarda il modo in cui una società seleziona la propria classe dirigente. Va risolta premiando il merito, non l’età, perché sono giovani anche il figlio del primario che viene assunto in ospedale, il figlio del notaio che diventa notaio e il figlio dell’ imprenditore che eredita la fabbricchetta dal papà (anziché quotarla in borsa per paura che azionisti veri vogliano manager veri anziché il rampollo, e quindi castrando innovazione e crescita), ma sono giovani che non risolvono la questione generazionale, che e’ in sostanza la questione della mobilità sociale basata sul merito anziché sulla rendita di posizione. Ci servono quote giovani piene di figli di papà?
Su questo blog qualche settimana fa c’era uno splendido articolo proprio su questo tema, che non riesco più a trovare.
Mi scuso per la lunghezza. Ciao.
Merito e valutazione di responsabilità in ogni momento della vita civile e naturalmente della competizione politica.
D’accordo con Gianni.
E i giovani devono lavorare duramente per affermare concretamente questo principio piuttosto che reclamare quote, chiedendo oggi al PD(ma vale per tutti i luoghi,compreso il lavoro)di rimettere candidature e nomine al voto dei cittadini elettori attivi.Questa è la battaglia che vale la pena di combattere.Ciao