Daughter and Father

Cat Stevens scrisse 37 anni fa una celeberrima canzone che si chiamava Father and Son. La canzone iniziava con un padre che diceva a suo figlio così: “It’s not time to make a change / Just relax, take it easy / You’re still young, that’s your fault”.
Sarà che in tutti questi anni le cose sono molto cambiate – o più probabilmente che sono cambiate troppo, troppo, poco – ma qui i ruoli si stanno invertendo.
È la trentenne Cristiana Alicata a lamentarsi dell’opposto, dice: è ora il momento di cambiare, non ci possiamo rilassare. E aggiunge anche: voi siete troppo anziani, è questo il vostro errore.
Le risponde un padre fittizio, Corrado Truffi, che ha quasi vent’anni di più, ma che vorrebbe tante delle stesse cose che vorrebbe Cristiana. E pensa che, nella sua invettiva, la più giovane amica e interlocutrice abbia sbagliato qualche bersaglio.

Solitamente nel nostro gruppo di discussione si animano molti dibattiti, qualche scorno. Spesso troviamo un punto di vista comune, e ne offriamo la sintesi – a chi abbia voglia di leggerci – pubblicando qui sul sito. Per una volta ci sembra giusto mostrare un piccolo dietro le quinte di questo bello e trasparente scambio di vedute.
Buona lettura. / la Redazione.


Non sopportiamo più

di Cristiana Alicata

Siamo i figli di quelli con l’eskimo e gli ex amici di quelli con l’eskimo, quelli che non tiravano le bombe, non inneggiavano alla rivoluzione sessuale ed oggi non siamo né direttori di giornali, né facciamo parte dei poteri forti.

Non sopportiamo più i maschi e vecchi al potere che facevano i giovani ai “tempi loro”: in Parlamento. All’università. Negli ospedali. Che comandano, seguiti dai codazzi, che fanno battute sulle tette delle poche donne che ci sono intorno o si mettono spalle al muro se passa un collega effeminato scambiandosi battute degne di un paese in preda alla barbarie

Non sopportiamo i maschi e i vecchi che pontificano sulle donne, sull’aborto, sulle coppie omosessuali, sui bambini (loro che i figli li hanno lasciati alle ex-mogli) sul futuro. Che non sarà il loro.

Non sopportiamo più di fare la fila al pronto soccorso e vedere gli amici del primario passare avanti a tutti anche se hanno solo un dito rotto.

Non sopportiamo più di non avere un contratto o di averlo a tempo, o di lavorare in nero, senza sicurezze.

Non sopportiamo di fare le segretarie con una laurea in storia dell’arte e una specializzazione

Non sopportiamo più di fare la fila alla posta per ritirare raccomandate il sabato mattina. Le poste si organizzino per consegnarle quando la gente è a casa: non sopportiamo più che in questo paese non si faccia efficienza

Non sopportiamo più la falsità dei concorsi pubblici, la scuola per insegnanti fatta dagli insegnanti di oggi che contestavamo ieri come incapaci

Non sopportiamo più i colleghi degli uffici pubblici che fanno 10 pause sigarette e 10 pause caffè ovviamente separatamente

Non sopportiamo più di vedere 2 persone che lavorano su 10

Non sopportiamo di lavorare per manager incapaci e superpagati

Non sopportiamo i sindacati che difendono i privilegi e non i precari

Non sopportiamo più parlamentari che difendono la sacra famiglia e fanno festini negli alberghi e hanno relazioni con i propri assistenti del loro stesso sesso: lo facciano alla luce del sole.

Non sopportiamo di non potere essere omosessuali, di non poterlo dire alle famiglie, nei luoghi di lavoro, agli amici.

Non sopportiamo più di fare le “panze in fuga”, altro che cervelli, pagati a NY per parlare di arte del ’600 italiano o in Canada di greco antico

Non sopportiamo più che nessuno si vergogni, che nessuno chieda scusa, che nessuno si faccia da parte

Non sopportiamo più di dovere chiedere la raccomandazione per una visita medica

di essere donna e non potere fare un figlio se non al costo della carriera e a volte anche del lavoro

non sopportiamo più che nessuno in Italia ricordi mai di chi è la responsabilità dei fatti

non sopportiamo più quelli che dicono di no a tutto

non sopportiamo più di non sapere la verità

non sopportiamo più la vigliaccheria

non sopportiamo più di fare mutui con le banche straniere

di dovercene andare in un altro Paese

di avere i capi di Stato Stranieri tra le lenzuola

di sentire telegiornali faziosi e genuflessi

Noi, non sopportiamo più la mancanza di coraggio.

Noi vogliamo e chiediamo:

Una legge elettorale maggioritaria.

Primarie obbligatorie in tutti i partiti in cui sia rispettata la parità di genere ed una distribuzione generazionale adeguata (forma gaussiana: picco sui 40 anni e i 60enni devono essere quanti i ventenni)

Meritocrazia in tutti i luoghi pubblici, nelle scuole e nelle università: criteri di valutazione: se non lavori o se lo fai male te ne vai.


Un paese sopportabile

di Corrado Truffi

Abbiamo superato i cinquanta. Siamo cresciuti con molti miti, molte idee balzane e semplificatorie. Indossando l’eskimo.
Ma non siamo cresciuti tutti allo stesso modo.
Non eravamo tutti estremisti nel fatidico ’68, o negli anni bui (che gli anni ’70 fossero così bui, poi, io non lo ricordo: mi sembra ci fosse molta vita, molte idee, molta ricerca della felicità…). E non siamo diventati tutti moderati e non siamo tutti passati nelle file di Forza Italia.
Né siamo andati tutti al potere. Insomma, siamo maschi e vecchi, ma non tutti abbiamo il potere.

Vorremmo un Paese sopportabile, e non ci piace essere malsopportati da chi ha molti anni meno di noi.
Ci terrorizza la tendenza alla semplificazione.
Le generazioni: chi ha fatto il ’68 (io ero troppo piccolo allora). Ed è colpevole in blocco di essere ora ai posti di comando. Chi ha fatto il ’77. Anche lui ormai ai posti di comando, con un’aggiunta di tendenza ai piccoli traffici derivante dalla minor “grandezza” storica di quel periodo.
Le generazioni che dovrebbero spiegare tutto.
Cosicché basta cacciare una generazione e metterne un’altra per aver risolto i problemi.
Dimenticando il valore dell’esperienza. Ma dimenticando anche che certi trentenni sono forse anche peggiori, o superficiali oppure cinici. Fatti di denaro e successo. E magari coca.

Ecco, se ci mettiamo su questo piano, andiamo davvero poco lontano. L’attuale classe dirigente – non solo politica, ma tutta – è certamente arrivata al capolinea. E’ ora che passi la mano al più presto. Se non altro perché i nostri imprenditori, dagli anni ’90 in poi, si sono fatti irretire dall’idea che non ci fosse più il ciclo economico, né la produzione. Che bastasse giocare con la finanza per far ricco il paese e se stessi. E hanno svenduto pezzi di industria, competenze. E hanno moltiplicato canagliesco sfruttamento e incidenti sul lavoro.
E perché la classe politica ha equivocato la rottura dell’89 e, soprattutto, quella del ’92. Credendo, a sinistra, che bastasse il nuovismo e il repulisti giudiziario a fare una nuova Repubblica. E, a destra, semplicemente credendo che fosse possibile sostituire la politica con l’impresa. E l’impresa con il controllo mediatico delle menti, che è l’idea di fondo di Berlusconi.

Tuttavia, passare la mano non significa per forza scomparire. Un Paese ridotto a uccidere i padri non è un Paese sano. Un Paese che non riesce ad utilizzare bene i padri (e i nonni) non è un Paese con grande futuro. Ma con troppo passato.

Troviamo il modo per cambiare, ma proviamo a farlo tutti insieme. Chiediamo che chi ha sbagliato si faccia da parte, ma non sprechiamo quel che chi ha sbagliato – se lo ha fatto in buona fede – può insegnarci.

E, in particolare in questo momento davvero difficile, proponiamo pure cambiamenti nettissimi per il PD, ma proviamo a convincere tutti della necessità di questi cambiamenti, invece di lanciare messaggi che sembrano dire: toglietevi dalle scatole. Perché in quel caso, invece di ottenere ciò di cui c’è davvero bisogno, otterremo solo una guerra per bande. Quello che vuole il Caimano.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

59 Commenti

  1. Non è possibile rispondere a Cristiana senza analizzare le responsabilità pregresse. Questo non per minimizzare i progressi che pur ci sono stati (non so se le famiglie vivevano meglio negli anni ’60, certamente le donne no); ma senza quell’analisi – che qualcuno doveva fare molti anni fa, e non in un blog – si sono reiterati gli stessi errori, contribuendo sempre più a bloccare il Paese. E magari si parla, come qualcuno ha fatto in questi commenti, a trentenni che pongono un serissimo problema con il tono paternalistico che si userebbe con un ragazzo di 11 anni… che non sa cos’è la vita, che vuole tutto subito, ecc.ecc.
    E credo che la maggiore responsabilità della mia generazione – che è la stessa di Truffi, per intenderci – sia stato di non cogliere le occasioni, che pure si sono presentate, per imporre modalità coerenti e trasparenti di ricambio delle classi dirigenti, in politica ma non solo. Siamo stati complici di un sistema fondato sul familismo da un lato e sulla cooptazione dall’altro: un sistema che fino ad un certo punto aveva forti motivazioni politiche ma che, venute meno queste, non siamo stati capaci di rinnovare.
    Abbiamo sempre trovato buone ragioni per non provarci: la DC, il mondo diviso in blocchi, l’opportunità, il momento storico, le emergenze che si susseguivano l’una all’altra, Berlusconi… Il nostro peccato originale è di essere stati tanto dentro a questo sistema bloccato da percepirne faticosamente le storture, e comunque da non riuscire a scalfirlo; negarcelo non serve a niente, se non a rendere più difficile l’opera di chi, questo ricambio, lo vuole fortemente. E a trovare buone scuse per non tirarsi da parte.
    L’ultimo esempio, in ordine di tempo, di questa incapacità direi quasi “generazionale”, è stata la stagione dei girotondi; che, ammetterete, è stata fatta da noi, diciamo adulti – il famoso ceto medio riflessivo, che i giovani stavano a guardare, credo, incuriositi. Moretti in Piazza Navona disse: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”, e aveva ragione, anche se un paio di volte ancora occasionalmente si è vinta qualche elezione. Ma che quei dirigenti non avessero più la capacità di immaginare un progetto politico vincente, fossero ormai esausti e incapaci di proiettarsi nel futuro, è cosa oggi tristemente evidente. Da quella piazza nacquero i girotondi e credete forse che si siano impegnati per cambiare quei dirigenti, per imporre nuove modalità di selezione delle candidature, le primarie, o il limite temporale ai mandati, la parità di genere, ecc. ecc. (i pochi che si sono sgolati per queste cose, appena tollerati)? Nemmeno per sogno, si sono sfiniti nell’antiberlusconismo, accontentandosi di infilare qualcuno dei loro nelle liste elettorali, accettando ancora una volta la cooptazione e il paternalismo. Come se la presenza di qualche girotondino avesse il potere di “cambiare dall’interno” la politica. Questo “cambiare dall’interno”, quante volte l’ho sentito ripetere, e quasi sempre significava “tu aspetta il tuo turno che fino ad allora ci pensiamo noi”. Così, cara Cristiana, mi sono convinta che un sistema bloccato come il nostro non si cambia dall’interno, ci vuole una rivoluzione. E, francamente, se la tua generazione ci provasse, sarei dalla sua parte. A costo di perdere patrimoni di esperienza e tradizioni millenarie, purché si mettano al loro posto patrimoni di creatività e fuochi di artificio di innovazione.

  2. Spero di non fare niente di sconveniente (non è molto che mi occupo di blog, e potrebbe sfuggirmi qualche elemento di netiquette: se dovesse essere così, ditemelo e cercherò di rimediare); vorrei copincollare la lettera di Cristiana sul mio blog, a supporto di un ragionamento sul ricambio della classe dirigente che stiamo sviluppando. Grazie

  3. lucio

    @manuela
    nulla di sconveniente nel riprenderere la lettera di cristiana. l’importante è sempre citare e linkare autrice e fonte.

  4. Manuela, non voglio insistere sui punti rispetto ai quali mi sono già espresso, ma lasciami chiarire un paio di cose che introduci nel tuo post e che mi sembrano inesatte.

    Dalla famosa frase di Moretti a Piazza Navona non abbiamo più perso un’elezione. Nemmeno una: tre tornate amministrative, un’europea e una politica in cinque anni, tutte vinte. E questo nonostante venissimo da una grave sconfitta elettorale, in cui il segretario del maggiore partito della sinistra era (fino alla fuga) un certo Walter Veltroni. Al quale, curiosamente, oggi nessuno chiede di farsi da parte.
    Non che non ci sarebbero state alternative, eh: per esempio, alle primarie si poteva votare per Adinolfi: un trentenne che senz’altro non è “compromesso” (qualunque cosa voglia dire) con l’attuale classe dirigente.
    Ora, io ho votato per Veltroni e sono contento che abbia vinto lui: mi sorprende che lo abbiano votato e siano altrettanto contenti anche coloro che ritengono che il problema centrale sia il ricambio della classe dirigente, e che imputano principalmente a questo mancato ricambio anche sofferenze personali devastanti, così liricamente esposte in queste pagine.

    Sono particolarmente contento e soddisfatto di avere votato per Veltroni anche perché mi sembra la persona più adatta per portare avanti il progetto del Partito Democratico: si tratta di un progetto innovativo, “vincente”, “proiettato nel futuro”, visionario e di grandissima portata, che si pone l’obiettivo di superare divisioni storiche, vecchie di quasi un secolo, tra i riformisti italiani. Un progetto che ha impegnato centinaia di migliaia di persone anche lo scorso weekend, altrettante oggi e domani, e che mi sorprende tu non abbia notato accadere in queste settimane.

    Alla luce di questi fatti, se c’e’ un aggettivo per la tua stagione dei girotondi che penso si possa usare contando su un diffuso e generalizzato consenso (persino da parte di Moretti), è “irrilevante”. E’ una stagione che non ha lasciato nulla, ne’ in termini di proposta politica, che di innovazione culturale che di classe dirigente. Sull’ultimo aspetto, che sarebbe poi il topic di questa discussione, faccio sommessamente notare che un movimento che non riesce a imporre una sua classe dirigente, ma che piagnucola perché gli altri non si sono fatti spontaneamente da parte, è un movimento che da’ semplicemente pubblico spettacolo del proprio fallimento.

    Mi sembra quindi che il problema del ricambio della classe dirigente, che in Italia esiste anche (soprattutto?) fuori della politica, ed è più grave e acuto che in molti altri paesi, andrebbe affrontato in altri termini. In termini politici, come ho provato ad argomentare, e non in termini identitari. E soprattutto, come dicevo a Enzo e mi permetto di riproporre a te, è un argomento che non trovo leale usare come strumento di riscatto generazionale…da parte della generazione “vecchia”: l’ opportunità per fare la vostra, di “rivoluzione”, l’avete già avuta.

  5. andros

    Arrivo in ritardo, ho letto forse velocemente le varie risposte e non capisco. NON CAPISCO.

    Non bisogna eliminare i vecchi? Ma chi l’ha detto? Piuttosto bisogna ribadire che non bisogna eliminare i giovani. Esperienza, maturità, giovani/vecchi e vecchi/giovani … Sarei anche d’accordo in teoria ma basta citare un dato per smontare il tutto. Da noi si diventa qualcuno in politica quando all’estero si finisce di essere qualcuno in politica. L’età media della nostra classe dirigente POLITICA è molto superiore a quella dei paesi paragonabili al nostro. Vuol dire che in genere se un altro paese (Spagna, Francia, Germania, USA, …) decide di scegliere qualcuno per guidarlo in genere ritiene che il giusto mix esperienza/”freschezza” si ha tra i 45 e i 55 anni. Sbagliano tutti a parte noi? Possibile, ma improbabile. Si chiede di vietare per legge capi di stato over 50? NO, si chiede di considerare adeguatamente il problema.

    C’è anche da aggiungere che qualsiasi organizzazione che funzioni bene e voglia continuare a funzionare prevede dei meccanismi di creazione della nuova dirigenza. Questo è vero per gli stati, per i partiti, per le imprese, per le squadre sportive. Non ci deve essere sempre bisogno di una rivoluzione anzi se c’è bisogno di una rivoluzione il sistema è inceppato.

    @Gianni: non sono sicuro di aver colto tutte le sfumature del tuo discorso ma penso che uno dei due si perde qualcosa. “imputano principalmente a questo mancato ricambio anche sofferenze personali devastanti, così liricamente esposte in queste pagine”? Qui si sta parlando di gente che emigra, di gente che muore per l’assenza di meritocrazia e di onestà (sanità della Calabria, rifiuti della Campania), di gente con la vita peggiore perché non ha il posto che avrebbe meritato di avere, etc. etc.

    Tu ti dici contento per un progetto vincente. Io sento gente che dice “Io ho votato il centrosinistra perché pensavo che facesse alcune cose. Non le ha fatte, perché lo devo rivotare?”

  6. maria cascella

    io continuerò a dire all’infinito per esperienza, per l’analisi di ciò che vedo , percepisco e vivo che non è questione generazionale, o almeno se è vero che il vecchio tende a conservare e il giovane a sovvertire, nella politica italiana le due generazioni tendono invece ad amalgamarsi.
    Basta andare nelle sezioni, nei consigli comunali, farsi un giro negli ospedali, università , ci sono solo figli di …….., oppure portaborse di……, riscattati e divenuti poi altro.
    Io , scusatemi la personalizzazione, ma a questo punto è necessaria, ho visto con i miei occhi ventenni , trentenni prostrarsi al potere in auge ed offrire i propri servizi senza avere alcuna preparazione e formazione politica, solo in virtù del servizio offerto e reso, poi diventare il politicante di turno.
    Vi invito ancora una volta a non fare un discorso legato alla sola età anagrafica,ma più a valutare il familismo e il servilismo che da questo ne discende, il giovane a servizio di un vecchio non potrà fare altrimenti che esserne fedele fotocopia, pena l’esclusione dal giro di chi conta.
    Anche i giovani devono porsi l’obiettivo di scegliere tra loro i migliori, come abbiamo fatto da un bel po’ noi donne , e si è visto alla manifestazione romana, dove ci si è rese conto che essere semplicemente donne non significa essere portatrici dei bisogni, valori , desideri, femminili, anzi che molte donne, anche ministro, o politiche professioniste , non sono altro che nomi cooptati da segreterie maschiliste ed omofobe,che avranno solo interessi propri da tutelare che non quelli necessari alle donne reali.

  7. Intervento ad adiuvandum per la tesi della sig.ra Cascella

    Cito una mia esperienza personale.
    Nel comune siciliano in cui vivo, governato da consorterie affaristico-mafiose che si distinguono da quelle di altre zone della Sicilia e del meridione per il sol fatto che ancora non hanno sparato, nel 2002 abbiamo riportato in vita, dopo quasi vent’anni di silenzio, un battagliero periodico di informazione , per dare voce alla società civile e denunziare le malefatte del potere. L’iniziativa è stata portata avanti con grande sacrificio per 5 anni dal sottoscritto, opinionista e condirettore di area socialdemocratica, dal direttore (ex del Manifesto) e da un altro ultraquarantenne di area cattolica. Una bella miscellanea ideologica, insomma, unita dal comune intento di “abbaiare” contro le porcate dei padroni delle ferriere e di stimolare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica locale. In qualsiasi altra zona d’Italia, la redazione sarebbe stata invasa da universitari desiderosi di prendere parte alla nostra avventura giornalistica ;noi, invece, siamo stati lasciati desolatamente soli,malgrado ci siano nel nostro centro tantissimi giovani universitari. Il motivo? Paura di esporsi, di essere criticati da familiari e conoscenti o di perdere l’opportunità di un proficuo abboccamento col potere, foriero di possibili “sistemazioni” parassitarie e clientelari a danno della collettività.
    Il giornale è morto nuovamente qualche mese fa, con grande gioia di “lor signori”. Un saluto

  8. Due sole notazioni per Gianni.
    Insisto sul fatto che questa classe dirigente è desolatamente perdente. Il fatto che abbia vinto la battaglia di qualche elezione non cambia il fatto che ha perso drammaticamente la guerra. La situazione odierna, di completa paralisi, lo conferma. Non voglio infierire, ma abbiamo vinto le elezioni regionali anche in Campania, governata dagli stessi uomini da almeno 15 anni: bella vittoria, non c’è che dire…
    L’altra invece riguarda il fatto che condivido il giudizio sui girotondi, di totale; ma aggiungo che questo è successo proprio perché hanno fallito l’occasione di poter esser rilevanti, battendosi per cambiare i meccanismi di selezione delle classi dirigenti piuttosto che cercare di metterci dentro qualcuno dei loro.

    Per Maria. Sono perfettamente d’accordo, il punto sta proprio nel fatto che sono saltati i meccanismi di ricambio. Che si entra far parte delle classi dirigenti per cooptazione o per ereditarietà familiare; e non è questo il fallimento anche della nostra generazione, che non ha saputo rompere questi meccanismi, al contrario, non li ha sottoposti a una critica serrata, come ha fatto per altre cose (e non è nemmeno ora in grado di farlo)?

    Non credo, caro Gianni, di avere bisogno di riscattare alcunché: ho fatto cose buone ed errori e ho cercato di analizzarli e sottoporli ad una critica stringente. Pensare di lasciare il passo a chi è venuto dopo di noi forse è patetico, ma restare inamovibili nella presunzione di essere indispensabili, come lo definiresti? Anzi, come lo definirebbe Cristiana?

  9. maria cascella

    manuela io ho la coscienza a posto, ed è per questo che continuo a battere questo chiodo, lo faccio con estrema serenità perchè spero che nessuno prenda abbagli o venga incantato da facili sirene, la politica è fruttto di fatica, sacrificio al pari di ogni altro lavoro ma con in più una caratteristica, può dare successo, soldi e fama immediati, non ammetterlo sarebbe dire ancora una bugia che sarebbe meglio risparmiaci .
    io ho visto troppi giovani essere pronti a prendere la valigia del parlamentare , dell’assessore di turno, per credere che l’età li salvi da questa facile tentazione, del resto la legge lo favorisce, perchè stagisti e staff sono liberamente scelti dall’amministratore di turno, nord o sud che sia, e non sempre la scelta ricade sui più meritevoli o preparati.
    bisogna conoscere e capire fino in fondo i meccanismi partecipativi per combatterli ed abbatterli.

Lascia un commento

Subscribe without commenting