di Fabio D’Andrea
Venerdì 14 settembre ho avuto il piacere di ascoltare, tra gli altri, Nando Dalla Chiesa ed Edmondo Berselli alla tavola rotonda conclusiva del congresso dell’Associazione Italiana di Sociologia, a Urbino. Entrambi hanno sottolineato la necessità, per gli scienziati sociali, di aprirsi al mondo dell’informazione e di mettere a disposizione del pubblico, in forma accessibile, i risultati delle loro ricerche. Ho interpretato la cosa come l’ennesimo scherzo della sincronicità, perché ho sempre visto come una delle dimensioni centrali della mia riflessione e del mio insegnamento la messa in luce degli aspetti non ovvi della quotidianità e l’insinuazione del dubbio che anche quelli più “scontati” potessero di fatto non esserlo. Sincronicità perché, di fatto, la scelta del tema del post scorso, lo stipendio dei docenti, era mirata proprio a questo obiettivo: tentare cioè di promuovere una discussione su un argomento dove il peso del luogo comune e del pregiudizio è tanto preponderante da causare contraddizioni macroscopiche a livello programmatico, delle quali l’opposizione tra il mantra dell’importanza della ricerca e della formazione e il non cale assoluto nel quale vengono tenuti gli operatori che dovrebbero occuparsene è un esempio perfetto. Il dibattito che il post ha generato offre numerosi altri spunti per riprendere e approfondire il discorso, cosa che mi accingo ora a fare, forte del contributo di quanti hanno voluto prendervi parte.
Il problema sul quale avevo centrato l’attenzione era quello dell’immagine dell’insegnante (per comodità e per evitare equivoci di vario genere mi limiterò qui al mondo della scuola, tralasciando l’università che merita in effetti un discorso a parte) e della brutale scorciatoia economica che permetterebbe, almeno in parte, di sanarlo. Vediamo più da vicino quest’immagine. L’insegnante, anche per motivi storici di selezione in Italia, è quasi sempre donna e spesso di mezza età, è vista come colei che discorre più o meno sensatamente con la sua classe per qualche ora al mattino (3,5 se non erro) per poi dedicarsi, nel resto del tempo, ad attività prossime a quelle delle casalinghe ‒ altro terreno sul quale una proposta seria di sinistra sarebbe ben più che auspicabile, dopo una profonda revisione di stereotipi e pregiudizi. Gode di più di due mesi di ferie e, essendo titolare del secondo stipendio di casa, non si vede cos’abbia da lamentarsi. Già a questo punto, però, ci troviamo davanti a un aspetto della contraddizione di cui parlavo prima: può essere che un processo cardine dell’assetto del tessuto sociale come il processo di socializzazione ‒ di cui la scuola è agenzia fondamentale ‒ sia affidato a questo universo di zie benevole? E che possa esser messo in atto con tanta nonchalance, con tre ore e mezza al giorno? Mi pare un contrasto stridente, sul quale occorre ragionare cercando di sottrarsi all’influsso dell’etichetta e di “incarnare” l’importanza astratta che si attribuisce all’attività nella prassi di vita dei suoi specialisti, perché a tutti gli effetti il processo sono loro.
È concetto comune, tra gli addetti ai lavori, che un’ora di lezione debba essere moltiplicata per tre in termini di impegno lavorativo, per il tempo che occorre a prepararla e per le attività didattiche connesse (correzione compiti, progettazione esercitazioni, etc.); a questo si dovrebbero poi sommare la miriade di impegni burocratico-organizzativi che un’istituzione tutt’altro che moderna impone costantemente e con tendenza all’aumento, come consigli di ogni genere, redazione di piani, rapporti e giudizi; il rapporto con i genitori, che grazie all’immagine di cui stiamo discorrendo è sempre più difficile; l’interrogativo perenne dei casi difficili presenti in classe, la domanda sul come riuscire a catturare l’attenzione degli allievi in circostanze sempre più complesse… Questo pertiene al ruolo insegnante, questa è la vita prevista di chi sceglie uno dei mestieri più difficili e importanti per noi tutti, non tre ore al giorno di chiacchiere.
Questo però ‒ e qui il problema si diversifica ‒ è ciò che non si vede, un’attività che non genera prodotti e che spesso può apprezzarsi, in coloro che ne sono oggetto, dopo anni. Entra in gioco un altro aspetto dell’ideologia col quale fare i conti: il lavoro è quello che produce cose, oggetti, merci, quello che è quantificabile e immediatamente constatabile. Il nocciolo della visione aziendalista che trova troppo ascolto anche in questa sinistra. Visione del mondo che trova nelle professioni intellettuali un grosso ostacolo, perché è difficile stimare l’importanza di un’ora di lezione o di una pagina, di una riflessione e soprattutto la sua capacità di generare reddito: tanto vale, in linea di massima, considerarle tutte ciarle prive di senso e trattare di conseguenza quelli che se ne occupano. Questo discorso deriva da una semplificazione brutale in cui la qualità è ridotta a quantità e dove il valore dell’innovazione e dell’informazione ‒ parole chiave dell’epoca ‒ viene ridotto a un miope conto profitti e perdite di brevissimo periodo. Aggiungerei anche questa alle riflessioni sulla sinistra: sinistra dovrebbe essere anche liberarsi dall’unico metro di giudizio della produttività immediata, dalla riduzione di ogni cosa all’ottica economica, di cui espressioni come “capitale umano” sono una sottile e pervasiva manifestazione. L’umano è molto più di una qualunque forma di capitale, è autonomia di pensiero, solidarietà, spessore etico, accanto, insieme, alla capacità performativa che è invece il solo criterio correntemente accettato. E tutte queste dimensioni sono la posta in gioco dell’operato della scuola.
Mi sembra già di sentire: “Ma come, sei contro l’economicismo e parli dell’importanza dello stipendio degli insegnanti? Dovresti concentrarti su cose diverse, simboliche, meno pacchiane…” Per carità, amerei poterlo fare, come amerei vivere in un altro mondo. Il problema è che il mondo a disposizione è questo e anche la cultura che lo muove. Se vogliamo realmente iniziare a modificare lo stato delle cose, dovremo operare radicalmente su quella cultura, usando i suoi strumenti in modo diverso, creativo, innovativo, per esporne le contraddizioni e generare un corto circuito che apra le finestre e faccia entrare aria nuova. Quando si riconosce a una professione svalutata una stima monetaria (un valore simbolico, perché il denaro è anche e forse soprattutto agente simbolico!) incongruente al riconoscimento generale non può non scaturire l’interrogativo: perché quei nullafacenti si trovano d’un tratto tutti quei soldi? Forse non sono nullafacenti, forse c’è qualcos’altro in ballo che non le tre ore al giorno… Tony Blair non ha fatto altro quando ha rivisto radicalmente gli stipendi e incoraggiato professionisti di altri settori a passare all’insegnamento: ha dato loro visibilità e stima sociale e una retribuzione adeguata per cercare di arginare la catastrofe educativa che minaccia il Regno Unito. Come ho già scritto, è chiaro che questo passo si inserisce in un progetto generale di rinnovamento dell’insegnamento: potenziamento delle strutture, campagne comunicative, messaggi istituzionali coerenti, misure economiche d’impatto e poi, necessariamente, misure volte a far sì che la minoranza malfacente si adegui a uno standard minimo o trovi un altro impiego. Tenendo comunque a mente che questa, come altre professioni, presenta aspetti a mio parere non valutabili e tensioni interne che da fuori si immaginano difficilmente: non a caso gli insegnanti sono tra i più soggetti alla famigerata sindrome di burn-out, dove la dimensione del riconoscimento sociale gioca un ruolo molto significativo, ma anche l’empatia e la condivisione sono di grande e non percepita importanza.
Links
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Processo-alla-scuola/1751347&ref=hpsp
http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-cinque/raddoppiare-stipendi/raddoppiare-stipendi.html
http://www.edscuola.com/archivio/psicologia/burnout.htm
http://ascuoladibugie.blogosfere.it/2007/01/httpwwworizzontescuolaitmodulesphpnamenewsfilecategoriesopnewindexcatid33.html
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





passavo.
letto.
interessante.
tornerò.
a.
(eunsaluto)
Mi ha stimolato la parola produttività.
Ogni giorno sento dire che la produttività in Italia è più bassa che negli altri paesi. E’ abbastanza ovvio che se la gente la metti a fare cose con basso contenuto tecnologico e di ingegno la resa non può che essere bassa.
In Italia c’è un problema nelle classi medio alte, le classi dirigenti in tutti settori. E’ facile per chi ha una rendita di posizione orientare il paese verso attività di livello basso, tanto comunque tu sei il padrone del vapoere e ti sta bene far edilizia usando manodopera in nero o fare turismo e usare manodopera straniera a basso costo. E’ poco corretto parlare di bassa produttività per chi chi svolge un lavoro, che sia manuale o intellettuale, quando si opera in un contesto che punta alla non competititività, al vendere il territorio come unico sbocco economico. Questi che parlano di produttività sono spesso gli stessi che poi hanno paura che i propri figli riescano secondi o terzi nelle professioni ad alto contenuto intellettuale, che vogliono i numeri chiusi all’università con i concorsi pilotati, che vogliono orientare le priorità economiche verso attività produttive che non sfidano i paesi evoluti sul piano del contenuto tecnologico, ma funzionano solo perché è possibile utilizzare della manodopera poco qualificata sottocosto, lasciando tutti i costi dell’inserimento sociale di queste persone alla collettività.
In un contesto economico di questo tipo, diventa difficile riconoscere all’insegnamento il ruolo che merita e riuscire a rapportarvisi correttamente.
Se il nostro paese fosse proteso ad una vera competitività sul piano della competenza e dell’innovazione tecnologica, questo genere di cose avrebbe, a mio avviso, un corso diverso.