Politica, tasse e problemi culturali

di Daniele Mazzini

In Italia, quando si affrontano dei problemi politici, si sente spesso dire: “è un problema culturale”. Intendendo che, se prima non viene cambiata la cultura degli italiani, è impossibile pensare di risolvere quei problemi. Un esempio tipico è quello dell’evasione fiscale, che, secondo molti, non potrà essere ridotta a livelli fisiologici fino a quando non si affermerà la “cultura della legalità”. Bisogna quindi armarsi di pazienza, puntare tutto sull’insegnamento, ed aspettare che la lezione venga appresa dagli italiani ‒ che sono alunni assai svogliati? Questo articolo vuole mostrare che esiste un approccio molto più efficace, anche nel caso delle tasse.

Come si modifica la cultura di un popolo? La concezione più popolare sembra essere che essa si cambi attraverso l’educazione; quindi, prima di tutto, con la scuola, e, in secondo luogo, attraverso i mass media. Ma è veramente così? Se a scuola si insegna educazione civica e quanto il rispetto delle leggi sia un bene, ma poi, appena usciti dall’aula, i giovani vedono che chi rispetta le leggi viene sbeffeggiato da chi ha successo, a chi crederanno? Agli insegnanti, o ai propri occhi?


La scuola è molto efficace nel fornire conoscenze e abilità, ma può fare molto meno riguardo le norme sociali ed i valori condivisi di un popolo; eppure sono queste ultime due a costituire la parte della cultura a cui si riferisce chi dice “è un problema culturale”. Dal dopoguerra ad oggi, in quanto a conoscenze e abilità, la crescita culturale della popolazione italiana è stata spettacolare. Ma, dal punto di vista delle norme e dei valori condivisi, il cambiamento è stato molto più lento o, in certi settori, è stato addirittura assente. In ogni caso, sicuramente non ha avuto gli effetti che gran parte della sinistra auspicava. Di ciò non farei una colpa alla scuola: essa fa quello che può, e non bisogna caricarla di aspettative irrealistiche.

Come per la scuola, anche il ruolo dei media viene solitamente sopravvalutato. Essi sono sicuramente in grado di influenzare, a volte anche condizionare, ma non sono capaci di sovvertire gli effetti delle esperienze dirette vissute da un popolo. Se la TV ed il cinema, i media più diretti, avessero questo enorme potere di condizionare e trasmettere valori, dovremmo ormai essere un popolo onestissimo: il manicheismo hollywoodiano che domina film, telefilm e cartoni animati, specie quelli destinati ai più giovani, dovrebbe aver convinto tutti che la giustizia trionfa sempre. Evidentemente, non è così semplice.

Per trovare delle soluzioni, bisogna allargare gli orizzonti della ricerca. La storia non offre molti esempi di cambiamenti culturali operati intenzionalmente ed in regime democratico. Per questo io propongo di provare ad attingere alle esperienze maturate nel campo del management delle aziende. Anche lì norme e valori condivisi valgono molto più di ordini e regolamenti; organizzazioni formate da decine o centinaia di migliaia di persone sviluppano al loro interno, negli anni, una vera e propria cultura aziendale che ne regola il funzionamento quotidiano ed è molto difficile da cambiare. E per le aziende esiste un’ampia e documentata casistica di tentativi di cambiamento culturale, con diversi approcci, successi e fallimenti che sono stati analizzati e studiati dagli addetti ai lavori.

Il massimo esperto riconosciuto su questo argomento è John P. Kotter, della Harvard Business School. Nel suo libro “Leading change” egli afferma (p. 156 ‒ traduzione e grassetto miei): “… Il più grande ostacolo per il cambiamento in un gruppo è la cultura. Allora, il primo passo di una grande trasformazione è di cambiare norme e valori. Dopo che la cultura sarà stata cambiata, il resto dello sforzo di cambiamento diventerà più fattibile e più facile da realizzare.
Tempo fa io credevo in questo modello. Ma tutto quello che ho osservato nel decennio passato mi dice che è sbagliato. La cultura non è qualcosa che si può manipolare facilmente. I tentativi di afferrarla e piegarla in una nuova forma non funzionano mai, perché è impossibile afferrarla. La cultura cambia solo dopo aver cambiato il modo di agire delle persone, dopo che il nuovo comportamento produce dei benefici di gruppo per un periodo [sensibile] di tempo, e dopo che le persone vedono la connessione tra i nuovi comportamenti e i miglioramenti dei risultati.” Questa conclusione di Kotter non dovrebbe essere così inaspettata: essa conferma molti modelli psicologici, tra i quali quello della ristrutturazione cognitiva di Festinger, e, in un certo senso, anche l’approccio materialista dei marxisti.

Che conclusioni trarre da queste osservazioni? La mia è che, anche quando si ha a che fare con un problema culturale, non si può aspettare che sia la cultura a cambiare. Al contrario, bisogna iniziare un percorso di cambiamento che si concluderà con il radicamento di una nuova cultura, ma che deve cominciare con il modificare i comportamenti delle persone coinvolte, e mostrare che queste modifiche hanno effetti positivi. Vorrei fare un esempio non banale, con uno dei problemi “culturali” più grandi che abbiamo in Italia: l’evasione fiscale.

E’ inutile ricordare quanto non pagare tutte le tasse dovute sia un fenomeno diffuso in Italia; un fenomeno culturalmente accettato da buona parte degli Italiani. Eppure, da un punto di vista economico, quanti sono gli Italiani che ci guadagnano? A parità di gettito, se tutti pagassero le tasse, si potrebbero abbassare, di molto, tutte le aliquote. Avverrebbe allora una redistribuzione del reddito reale, che sicuramente favorirebbe i lavoratori dipendenti ed i contribuenti onesti, ma non solo loro: a perderci sarebbe solo chi evade sopra una certa soglia, per cui anche tantissimi piccoli evasori avrebbero da guadagnarci non solo la tranquillità di fronte ai controlli fiscali, ma anche da un puro punto di vista economico. Sembra ovvio che una netta maggioranza degli Italiani dovrebbe essere favorevole a questo cambiamento. C’è però un ostacolo enorme: la sfiducia reciproca. Se io pago tutte le tasse, chi mi assicura che lo faranno anche gli altri, e non sarò io solo a rimetterci? Chi è che comincia? Chi è che garantisce? Solo un’azione collettiva coordinata, e, soprattutto, garantita dalla forza dello Stato può avviare un simile cambiamento.

Se con questa azione l’evasione iniziasse a scendere in modo visibile e sensibile, e questo portasse benefici fiscali anche ad attuali evasori “minori”, la norma sociale condivisa secondo cui il fisco si può fregare ogni volta che ce n’è la possibilità inizierebbe ad essere messa in discussione. Toccare con mano che meno evasione vuol dire aliquote più basse varrebbe più di cento lezioni di educazione civica, appelli del Presidente del Consiglio, sermoni in Chiesa. Oggi invece che cosa si vede? Che, quando qualche euro viene recuperato dall’evasione, esso viene usato per alimentare la bulimia dell’apparato statale, per aumentare le pensioni, per appagare le richieste di una vetero-sinistra ansiosa di assicurare sempre più risorse alle sue politiche di spesa pubblica. Alla luce di questa realtà, ogni invocazione ad un mitizzato “cambiamento culturale” suona come un’ottima scusa per non affrontare il problema in modo razionale e pragmatico, e continuare invece con politiche vantaggiose solo per i propri clientes. Il rispetto delle regole può diventare un valore condiviso anche in Italia, ma a due condizioni: la prima è che le regole siano fatte in modo evidente per il bene di tutti, e non solo per il bene di pochi privilegiati, siano essi i tassisti difesi da Fini o i pensionati baby difesi da Bertinotti, gli evasori fiscali difesi da Berlusconi o quegli impiegati pubblici che non vogliono lavorare difesi dal sindacato. La seconda è che di queste regole, comprensibili e condivisibili, venga garantita una applicazione imparziale, spietata, che non guarda in faccia ad amici e parenti. E’ questa la base di una democrazia liberale.

Oggi, in Italia, non abbiamo né le regole condivisibili, né la garanzia della loro applicazione. Chi vuole cambiare la cultura italiana sul rispetto delle regole non può puntare su uno solo dei due elementi. Deve innanzi tutto essere pronto a rinunciare unilateralmente alla possibilità di avvalersi di quelle regole che in qualche modo garantiscono privilegi alla sua parte, e tali regole le deve anche denunciare pubblicamente. Solo dopo aver dimostrato la propria dirittura morale potrà godere di quella credibilità necessaria per l’operazione successiva: proporre leggi che andranno a tagliare i privilegi delle varie corporazioni che dominano l’Italia, comprese quelle che basano sull’evasione fiscale le proprie fortune.

Trovato il consenso necessario per approvare queste leggi nuove, sensate e condivisibili, i nostri eroi dovranno anche trovare il modo di farle applicare con forza, fino a quando esse non avranno dimostrato la loro efficacia. In questa fase di transizione, dovranno essere capaci di tenere in qualche modo separate le nuove leggi da tutte quelle norme assurde e vessatorie che permeano il nostro sistema attuale, e che potranno essere eliminate dal nostro ordinamento solo nell’arco di molti anni. E lo dovranno fare superando l’opposizione sia di chi ha tutto da perdere dal cambiamento, numericamente una minoranza ma ricchissima di denaro e di potere, sia di chi non riesce a distaccarsi da una visione ideologica e manichea della realtà, di certi moralisti che, in nome del meglio, sono sempre pronti a distruggere il bene.

Il cambiamento culturale non è una creatura mitologica o il frutto di fortunate congiunzioni astrali: è un’operazione che possiamo cominciare a realizzare subito, abbandonando le vecchie sicurezze e ragionando in modo nuovo, razionale, pragmatico. Il compito appare immane, ma, con questo approccio, e data l’insoddisfazione generale per la situazione italiana di oggi, si possono raggiungere grandi risultati cominciando da cambiamenti limitati, purché siano visibili e inizino a generare speranze ed aspettative di ulteriori miglioramenti. In questo modo i vecchi meccanismi della politica italiana potranno essere scardinati, travolgendo anche la cultura che li sostiene.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

7 Commenti

  1. carcamannoi

    I cambi culturali in molti posti, e in italia in particolare, sono avvenuti dopo eventi traumatici (es
    Fascismo-Guerra-Resistenza); non mi auguro niente del genere quindi la strada e’ lunga e’ in salita.

    Intanto il primo cambio culturale e’ quello di abbattere l’ipocrisia. Sulle tasse sarebbe quello di dire che che le tasse le evadono anche i dipendenti (doppi lavori, ecc) e non solo gli imprenditori. Sarebbe un punto di partenza per evitare di puntare il dito

  2. carcamannoi: è vero, le tasse le evadono anche alcuni dipendenti, ma molto molto meno rispetto ad altre categorie. Sono d’accordissimo sull’abbattere l’ipocrisia, ma la prima ipocrisia è quella secondo cui evadere le tasse è una birichinata, un reato minore. Quando in realtà vuol dire rubare, non “allo Stato”, ma ai contribuenti onesti: e spesso si tratta di ricchi che rubano a poveri.

  3. Marco bertini

    Argomento molto interessante e stimolante!
    Lavoro in una multinazionale americana da quasi 20 anni e la cultura in azienda e’ una componente essenziale, ma ovviamente e’ fortemente sostenuta da regole ed obiettivi personali. Questi obiettivi comportano chiari ritorni economici a chi li persegue adeguatamente.
    Quindi sono d’accordo che la cultura e’ una componente essenziale dalle scuola in poi, ma deve essere sostenuta da vantaggi per chi rispetta le regole e punizioni chiare per chi non le segue.
    Il vero problema e’ che in un’azienda privata esiste un amministraotre delegato che da’ le regole e le fa rispettare, manon penso proprio che noi vogliamo far funzionare lo Stato Italiano come una societa’ per azioni.
    Quindi il vero ostacolo e’ rompere questa catena di lassismo e soprattutto di interesse personale nella gestione dello Stato.
    Allora penso che chi crede veramente nel cambiamento debba mettersi in gioco e non lasciare piu’ la politica in mano alla categoria che l’ha detenuta finora.

    Facile a dirsi, ma almeno proviamoci.

  4. estella

    bel post, lucido e con molti spunti per riflessioni. A mio avviso un contributo al “cambiamento culutrale” è iniziare a dare importanza al come si fanno le cose, oltre al cosa si fa… e per esempio credo che sia fuorviante quando si parla di tali questioni continuare a dividere le persone per categorie lavorative (i dipendenti pubblici, gli imprenditori, i pensionati, ecc….), il discrimine è il rispetto delle regole e la percezione del bene comune. Il discrimine è nel ragionare sempre e solo per fregare il possimo e lo stato (sia nel pubblico che nel privato) oppure nel vivere la propria vita con coscienza e responabilità verso se stessi, gli altri e la collettività. Solo partendo da questi presupposti si possono poi affrontare onestamente tutte le pur esistenti distorsini dei diversi mondi lavorativi italiani.
    Estella

  5. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    bel post, ma la realizzazione pratica di quanto asserito dall’autore e’ piu’ complicata di quanto descritto.

    Il punto di partenza suggerito e’ mostrare che le regole vengono applicate, con forza, per tutti e senza se e ma. tutto questo pero’ cozza con l’enorme rete di connivenze, impunita’ e clientelismi che c’e’ nell’attuale vuoto esecutivo (noi italiani siamo maestri nel sanguisugare dai buchi di sistema, invece di chiuderli). Chiunque provasse a por rimedio farebbe, di fatto, harakiri politico. Siccome gli interessi connessi al mondo politico sono semplicemente troppo importanti (la casta, ricordate?) non vi sara’ nessuno tra “chi contra” che si avviera’ il processo. Quindi? bisogna cominciare a rendere meno importante la politica. Facile a dirsi, difficile a farsi, soprattutto perche’ si scontra con miriadi di manipolatori che fanno solamente politica da 20-30 anni.

  6. Filippo, la via per cambiare (forse l’unica?) sarebbe cominciare a mostrare, inizialmente in ambiti limitati, come le regole che valgono per tutti possono giovare a tutti (a parte i pochi super privilegiati). Se cominciare dalle tasse volesse dire trovare resistenze troppo forti, allora si potrebbe cominciare da qualcosa di più “piccolo”.

    Estella: sono d’accordissimo sul fatto che non ha senso, in questo campo, ragionare in termini di classi sociali. Le persone oneste e disoneste le trovi in tutte le classi…

  7. io penso che questo post, passato un po’ inosservato, va al cuore del problema. della ragione che ha spinto determinate persone a dare vita a questa avventura de imille.

    quello che non va, quello che non ci va giù non sono solo le singole misure prese dai politicanti e governanti vari, ma la cultura nella quali molti di questi vivono.

    quanto al fatto che ci sia stato un cambio di cultura alla caduta del fascismo. so che l’affermazione potrà dividere e dar fastidio: ma io non penso che la cultura italiana sia cambiata molto dopo la caduta del fascismo. Anzi é la stessa. Lo diceva pure Pasolini.

    la classe politica dalla costituente in poi ebbe un opportunità enorme: quella di riniziare su nuove basi, di formare culturalmente il popolo italiano. alla solidarietà, alla tolleranza, al rispetto dell’altro, al rispetto delle regole. educandolo e dando l’esempio.

    l’esempio non é venuto. e se é venuto era in negativo.

    io ho una risposta: la classe dirigente italiana ha avuto paura di educare la gente, di spingerla al cambio. perché faceva comodo che rimanesse cosi e sopratutto perché l’empowerment dei cittadini(scusate l’anglicismo ma é la parola chiave) faceva paura. un cittadino che si interessa e partecipa interamente alla cosa pubblica fa paura. La sola ide di un simile cambio li faceva e li tremare.

    e tremano ancora, se no non si spiegano i tanti inviti ad astenersi, non votare, ecc.

    la classe dirigente italiana, nella sua maggioranza, ha preferito accarezzare gli italiani nel senso del pelo,assecondando i suoi difetti piuttosto che educandoli.

    che ne pensate?

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