Perché non nel prato dietro casa mia?

di Maddalena di Maio

prato.JPGLa sera del 14 ottobre in piazza di Pietra a Roma, Walter Veltroni ha parlato poco, neanche 10 minuti. In dieci minuti si può parlare solo di alcune cose e tra queste, mi sembra significativo che abbia scelto di parlare del sud. Ha detto, in soldoni, che c’è metà Italia dove l’antistato la fa da padrone permeando tutto quello che gli sta intorno, Si confondono, dico io, “o bbuono e o malamente”. Senza sconfiggere l’antistato non si va da nessuna parte. Così ha detto, Walter Veltroni, appena eletto segretario.


Penso che sia un fatto importantissimo, aver scelto di parlare, nei primissimi minuti da segretario del partito democratico di questo. È un fatto che va subito colto per i tanti che stando al sud o essendone fuggiti, vogliono lavorare per contribuire a questo processo. Non penso che l’elezione della costituente nazionale chiuda gli spazi di confronto e di costruzione della proposta politica, anzi, mai come adesso c’è spazio per dire e per fare.

A sud gli attuali schieramenti politici, anche quelli entrati nel processo del Pd, spesso sono apparati sclerotizzati completamente succubi dalle logiche di campanile e di assistenzialismo fine a sé stesso che guarda sempre e solo alle famiglie o alle piccole comunità quando va bene e ai compari e agli amici o alla “famiglia” quando va male. Nessuno slancio segue alle proposte che pure, nel corso di questi anni, sono state fatte. L’attuazione di qualsivoglia decisione, che abbia anche solo una parvenza di innovazione e di rottura degli schemi attuali è fatta seguire dalla più stanca e sciatta messa in opera, dove è evidente, che nessuno crede veramente alla possibilità che esiste davvero, di cambiare. Rompere questo schema è difficile ma non impossibile.

Penso che prendere il toro per le corna sia l’unica scelta. I problemi sono tanti e si rischia di perdersi in battaglie particolari. Penso invece che sia indispensabile avere una linea guida, che possa fare da cartina di torna sole di tante battaglie particolari, cioè locali. Penso ad esempio, al paese di Serre e alla protesta dei suoi cittadini, giunta di sinistra in testa, per non avere una discarica sul proprio territorio. Penso all’immondizia e quindi alla camorra e all’incapacità dello Stato di reagire. Penso a Serre, al fatto che lì alla fine è stata installata la discarica per far fronte all’emergenza dei mesi scorsi. Penso a Serre e al fatto che lì c’è anche un’oasi, meravigliosa, del WWF ma c’è anche una centrale fotovoltaica prima per importanza in Europa e, quasi incredibile, c’è anche una centrale eolica. Penso a Serre e allo slogan oramai famoso “not in my backYard”. E penso, perché no? Perchè non nel prato dietro casa mia?

Certo c’è da fare una riflessione profonda, su come, negli ultimi 15 anni le politiche degli enti locali, tutte rivolte a rivalutare il proprio passato e le proprie tradizioni con l’intento di favorire un turismo che è molto poco decollato, non sia in realtà il sintomo di un disagio nei confronti della modernità che porta le comunità a chiudersi in sé stesse piuttosto che ad aprirsi, a credere che il proprio “portato” sia “il migliore” e non possa essere “contaminato” da alcunché. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Dicevo, perché non nel mio giardino? Non potrebbe Serre, piuttosto che piangere sulla discarica, diventare l’avanguardia tecnologica e ambientale d’Italia? Non potrebbe, ad esempio, dimostrare che non è vero che una discarica inquina le falde acquifere se c’è amore e passione nel lavoro che si svolge? Non potrebbe, Serre, essere il paese d’Italia, dimostrazione che si può tenere tutto insieme? Sviluppo, salvaguardia dell’ambiente, tecnologia, lavoro, tradizione. Sì, potrebbe, visto che è dimostrato, in altri posti del mondo, che fare tutto questo è possibile. Cosa significherebbe se ad un certo punto Serre, volesse tutto questo? Sarebbe l’inizio di una nuova stagione in Campania per lo smaltimento dei rifiuti, di una nuova stagione del consumo energetico, di una nuova era, di sviluppo e lavoro. Ma soprattutto sarebbe la nuova stagione di una diversa e maggiore consapevolezza del proprio ambiente, del proprio paese, delle grandi opportunità che il mondo continua ad offrire. Può volere Serre, scuole e istituti tecnici e professionali volti all’economia ambientale per esempio?

Secondo me Serre è il posto migliore d’Italia per fare questo. Basta crederci, perché le cose cambiano. Per me questo è il partito democratico. E’ questo che penso quando Veltroni dice non aspettatevi risposte ortodosse o consuete. Io penso che adesso tutti quelli che pensano che si può fare molto con quello che c’è, “monnezza” compresa, devono essere “arruolati”. C’è tanta energia in giro e non bisogna disperderla. E’ di questo che ha bisogno il sud, di essere trattato come un posto adulto e non come un manicomio sopravvissuto alla legge Basaglia. Né i tanti amministratori, possono impunemente, soprattutto se aderiscono al partito democratico, continuare a cavalcare solo i malumori popolari, solo per amore dei consensi. La verità è che da quelle parti, discarica o no, non va bene quasi nulla, questa è la verità ma non è possibile rassegnarsi o limitarsi alle speculazioni filosofiche. Il futuro è già qui ed è, anche del meridione d’Italia. Non basta più pensare in grande, bisogna agire in mezzo a quello che c’è: monnezza, camorra, povertà, ignoranza. Solo così si mette in moto un processo culturale diverso che può coinvolgere migliaia di persone altrimenti condannate a rimanere nelle braccia della mentalità camorrista o mafiosa. Una mentalità, subdola, che si insinua nelle cose normali come nulla fosse, che entra dentro di te e nemmeno ne sei consapevole e che si può riassumere in una frase, che circola in tutta Italia:” io mi faccio i cazzi miei, tu fatti i cazzi tuoi”.

Noi no.

Per questo dobbiamo spingere al massimo sull’acceleratore, a costo di creare malumori e malintesi. Penso siano indispensabili all’inizio di ogni dibattito su questioni ritenute tabù. Ad esempio è un tabù dire che le popolazioni locali hanno torto. E’ un tabù per qualsiasi “nostro” amministratore pensare di dire cose contrarie al sentire comune. E’ un tabù, sfidare la politica della paura. Con la politica della paura si è governato spesso il mondo, negli ultimi 6 anni poi, in questo senso, abbiamo avuto grandi dimostrazioni, e ciò che finora la politica della paura ci ha lasciato è stata morte, devastazione, ingiustizia, rancore, altri fronti di guerra. La politica della paura anche, quella fatta in un piccolo paese, provoca le stesse cose e soprattutto toglie. Toglie la possibilità di andare avanti, di credere nel futuro, di avere il coraggio di scegliere altre strade.

Oggi è il giorno del coraggio per fare scelte diverse. E’ per questo che il partito democratico, guidato da Walter Veltroni può rappresentare questa speranza, farla camminare è il compito di ognuno di noi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

20 Commenti

  1. Un partito democratico forte, unito e grande è l’unica arma che si può avere contro questa sindrome “NiMBy”.
    E’ un male planetario, non solo italiano, ma i partiti piccoli vivono di quello. Di interessi di gruppetti che si dicono “puri” ma che forse di puro hanno ben poco.
    E in italia, oggi, c’è una vera “dittatura delle minoranze”. O ricatto continuo, come volete chiamarlo.

  2. Magari Veltroni dovrebbe menzionare o espellere i membri del suo ex partito (DS) e del suo nuovo partito PD che sono inquisiti per corruzione ai danni della cosa pubblica in Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia.
    Invece sono stati candidati alle primarie del PD!

    Saro’ anche giustizialista, ma qui non si parla del Festival del Cinema di Roma dove la forma e’ sostanza.
    In questo caso non si puo’ predicare una cosa ed essere ciechi completamente su quello accade nel proprio partito.

    Possibile che chiedere un po’ di coerenza debba sembrare una cosa incredibile persino quando si tratta di temi come la legalita’?

  3. giuseppe, sarebbe come fare la rivoluzione in italia. Lì s’attaccano a ogni briciola (ma anche soprattutto al pane) per avere voti, che sanno bene che se li cacciano dal PD troveranno accoglienza (cui portare bei pacchetti di voti) altrove.
    E’ triste ma è così.

  4. Riccardo, purtroppo è proprio vero. Se vogliamo ottenere dei risultati, dobbiamo studiare un percorso di cambiamento che tenga conto del fatto che moltissimi voti, in Italia, vengono dati in cambio di qualcosa. Fare finta di nulla non porta da nessuna parte. Nel lungo periodo, bisogna dimostrare a chi ragiona in termini di scambio che ci guadagnerebbe di più con una politica onesta, che si basa su leggi valide per tutti.

  5. raoul

    Bellissimo post Maddalena. In Italia, quando sento i politici dire “bisogni locali” sento puzza di populismo e demagogia. Dietro il “locale” si cela “famme anda’ a imbrogliare un po’ di fessi in quel paese cosi’ mi piglio un po’ di voti”.

  6. d

    Riccardo, Daniele, stiamo scherzando?

    Con discorsi simili la DC è partita da De Gasperi ed è arrivata a Salvo Lima e Vito Ciancimino.

  7. d:
    la DC ha sempre avuto (come la sua “maestra” la chiesa cattolica) tanti volti. Quello serio di stato (come De Gasperi), quello “buono” (come Dossetti o i francescani), quelli iperconservatori se non fascisti (come Scelba o l’Opus Dei) e quelli “con le mani in pasta” (come i tantissimi notabili locali degli anni 50 ora poco noti, o i più noti Gava, Ciancimino etc …).

    La compravendita dei voti avveniva anche sotto De Gasperi. Insomma la DC non è mai “nata statista” e diventata “mafiosa”. E’ stata sempre entrambe le cose insieme.
    Cerchiamo di fare in modo che il PD non lo sia … però dicendoci in faccia come stanno le cose nella realtà. Ovvero che la compravendita dei voti c’è come c’è sempre stata (e a De Gasperi non puzzavano quei voti stai tranquillo …).

  8. d: io ho da poco letto una biografia di Giovanni Giolitti. Da lì ho capito le ragioni storiche per cui, soprattutto al sud, da quando l’Italia è unita, uno dei ruoli fondamentali dei politici è stato quello di “mediare” tra il potere statale e le esigenze locali, negando di fatto lo stato di diritto. Avendo vissuto tre anni in Sardegna, mi sono reso conto di quanto la sfiducia nel pubblico sia diversa da quella che ho conosciuto nel centro-nord. Tutto questo non sparirà da un giorno all’altro: se vogliamo che cambi, dobbiamo farci i conti. Per fare un esempio, se non avessimo imbarcato Mastella, Berlusconi sarebbe già di nuovo a Palazzo Chigi.

    Quello che dico io è: invece di accettare queste alleanze forzate in maniera ipocrita, dovremmo farlo in modo consapevole e strategico. C’è la corruzione, e quella la dobbiamo rifiutare. Ma poi ci sono quei politici locali che si fanno eleggere per votare l’emendamento che porta soldi al loro comune d’origine. Non mi piace, ma non è illegale. Se vogliamo escludere tutti questi, siamo destinati a fare una splendida opposizione per l’eternità. Non mi piace, ma non vedo alternative.

  9. Il “non nel mio giardino” è una filosofia che si incancrenisce quanto più gli interessi generali vengono violati. Il problema è che non c’è una buona politica, una politica etica a livelli alti, ognuno tira acqua al suo mulino (vedi Di Pietro ieri) e quindi è normale che le persone, vedendo questo esempio, abbiano la mentalità del tirare l’acqua al proprio mulino nelle piccole cose. Che è quanto di più dannoso possa esiste per una società.

  10. E’ cominciato un nuovo cammino. Pensare che solo perchè è nato un nuovo partito e che a capo di questo ci sia la persona giusta non basta a far cambiare le cose all’improvviso. Noi dobbiamo fare la nostra parte e spingere più che possiamo, spingere ed aprirci. Io non farei l’esempio della festa del cinema, significa fare il mestiere della destra che in questi giorni sta sputando fuoco e fiamme e cerca di raccontare al mondo che questo sindaco sia solo lustrini. Non è così ed è evidente. Non dobiamo porgere il destro a polemiche non dico inutili ma del tutto strumentali e assolutamente fuori tema.
    Noi, insieme a tanti altri dobbiamo lavorare per un’idea e cercare di farla passare, veltroni per quanto bravo possa essere è no che apre il varco, ad attraversarlo dovrà essere tutta la società.

  11. david

    Maddalena un bel.mo post! Vorrei però dire una cosa a Daniele e Riccardo secondo cui anche grazie al fatto che abbiamo “imbarcato Mastella” abbiam battuto il Caballero… Wrong! Non potrei essere piu in disaccordo con questa logica. 1. La disaffezione per cui molti che lo avrebbero fatto non hanno votato Prodi è nata dall’avere “imbarcato Mastella” 2. Mastella fa schifo: era testimone di nozze di un camorrista. Altri voti persi! Fa delle scene da basso impero per divenire Ministro della Giustizia. Altri voti persi! Fa l’indulto (lui!) Altri voti persi. Minaccia ogni giorno la caduta del governo. Come sopra. Mastella è il simbolo del NON rinnovamento del centro-sinistra. Peggio! Del destra = sinistra! Basta con le alleanze fatte “contro”, le furberie elettorali, i voti di scambio. Voi vi rendete conto di quanta gente nauseata ha abbandonato la politica a causa dei vari nuovi e vecchi Mastella?

  12. carcamanno

    Prima di guardare al Clem, guardiamo chi c’e’ dentro nel PD. L’indulto non l’ha voluto solo lui…
    E poi mi pare che i demiti e i bassolini siano parte integrante del nuovo partito. Questi prima di tutto vanno combattuti.
    Quindi prima di andare a ceppaloni visitiamo nusco e gli altri possedimenti dei signori del pd.
    Ricordate che il pd prende perde soprattutto al nord e chiedetevi perche’.

  13. D’accordissimo con carcamanno, mi pareva chiaro che io non mi riferissi a Mastella (che non sta nel PD ma è, per ora, alleato) ma ai notabili del PD, sia quelli di origine DC sia quelli di “nuovo conio” diessini e non solo.

  14. @david: Mastella è il simbolo più evidente di come (dis)funzionano le cose, e per questo l’ho usato come esempio. Ma non è certo l’unico. In Italia una quota rilevante di voti viene data in base alle “furberie elettorali”, questa è la realtà e far finta che non sia così non serve a nulla, se non ad aiutare l’ipocrisia imperante. Quella grazie alla quale per vincere le elezioni si scende a patti con questa gente, e poi si finge di avere raggiunto accordi sui principi di base.

    La soluzione che ho in mente io (ma che sia praticabile è tutto da dimostrare) è invece di scendere si a patti, ma alla luce del sole, spiegando cosa si “concede” e per quale motivo. L’alternativa è perdere tutte le elezioni finché gli italiani non impareranno miracolosamente a credere nella democrazia e nelle regole: tu ce li vedi i politici “professionali” a praticarla?

    Riguardo le ultime elezioni: vista la percentuale altissima dei votanti, a me non sembra proprio che l’alleanza con Mastella abbia fatto desistere tanta gente dal votare Prodi. Mastella, De Mita & C mi fanno specie, ma senza di loro avremmo perso. La disaffezione è venuta dopo, quando i nodi sono venuti al pettine…

  15. david

    @Daniele non credo che questi sistemi vadano normalizzati o portati alla luce del sole, nè che sia possibile. Non sono un ipocrita, nemmeno un illuso, ma non capisco la tua proposta. cerco di figurarmi anche la complessità del formalizzare una roba così e la mia conclusione è che alla luce del sole o al buio è una pessima politica. Sono d’accordo che dovremmo partire dal PD. Infatti, il “controllo di una quota rilevante di voti” è per me un concetto preistorico, antitetico al partito democratico e sicuramente Giolittiano e legato alle preferenze di collegio quindi a un particolare sistema elettorale: anche per questo tutt’altro che inevitabile. Oggi con l’elettorato fluido 100 voti acquistati con Mastella (o DeMita) sono mille punti di credibilità persi con l’elettorato italiano in genere. Attento a non assolutizzare come normali situazioni che normali sono solo in determinate aree del Paese e non dovrebbero esserlo neppure lì. Infine: Io non credo che la disaffezione sia arrivata dopo, mio caro, visto che dopo 5 anni disastrosi dal centro-destra, con l’economia in crisi economica gravissima e una ENORME voglia di cambiamento, il centro-sinistra, dato per stra-vincitore, è riuscito nel miracolo di pareggiare. Complimenti agli strateghi ;-)

  16. @David: innanzi tutto un chiarimento. Non accusavo te di essere ipocrita, ma chi fa accordi da mercato e poi li spaccia per altro.

    Mi sembra che la grossa differenza tra la tua opinione e la mia riguardi i numeri: quanto pesano questi voti “di scambio”? E’ possibile ottenere una maggioranza se tutti quelli che votano in quel modo ti sono contro? La mia valutazione è “no” (ma mi piacerebbe tanto essere smentito). Sarebbe interessantissimo sentire in proposito l’analisi di un Ilvo Diamanti.

    Ti pongo però un quesito: supponi che, nella condizioni attuali, fosse impossibile vincere se il voto di scambio va tutto dall’altra parte. In questo caso tu cosa faresti?

    Riguardo le ultime elezioni: l’affluenza alle urne è stata l’83,6%, una percentuale altissima. L’effetto perdita di credibilità per Mastella avrebbe portato a delle astensioni, non credo proprio a dei voti per Berlusconi. Quindi questo effetto non lo vedo nei dati. Io credo che i risultati siano stati questi, nonostante i pessimi risultati di Berlusconi, innanzi tutto grazie al controllo dell’informazione che Berlusconi ha potuto esercitare. In secondo luogo grazie alla diffidenza verso Bertinotti e compagni, soprattutto al nord.

  17. david

    Certo! Il voto di scambio potrebbe essere determinante. Ma io NON LO CREDO. Nel caso lo fosse andrebbe valutato in cosa consiste lo scambio. Attenzione però, preferirei perdere piuttosto che concedere cose importanti che vanno gravemente contro l’interesse generale e sono contrarie ai principi a cui credo. Non si tratta di compromessi ma di ricatti, allora non ci sto. Mi interessa molto la questione che abbiamo sollevato sulle scorse elezioni. L’analisi di esse è stata del tutto accantonata, invece di imparare dagli errori si tende a trovare delle giustificazioni. Ci sono tre orientamenti: 1. abbiamo vinto (nonostante la legge elettorale che ci ha penalizzato) 2. abbiamo vinto grazie al fatto che abbiamo imbarcato tanti, da rifondazione a Mastella, tanto da soverchiare la forza tremenda del Polo 3. abbiamo sciupato una vittoria chiara per una “di Pirro”. Io credo all’ultima ipotesi. Dopo aver stravinto tutte le elezioni: regionali, europee etc come mi spieghi, Daniele, il pareggio finale!? La spiegazione della legge elettorale va bene per dare la colpa “all’arbitro”. Tuttavia i bene informati sanno che escluso il voto all’estero e anche con la vecchia legge al Senato avrebbe prevalso la CdL. Per sicurezza mi son rivisto i sondaggi di fine 2005-inizio 2006: L’Unione aveva stabilmente 8 punti di vantaggio sulla CdL. Molta gente indecisa (non quelli che stavano a sinistra e non sono andati a votare!!!) ha scelto la destra e io dico che la destra è apparsa più unita, con una deadership più forte, parole piu chiare. Meno cartello elettorale e più strategia politica. Ma Diamanti, mio Prof. di Sociologia Politica all’Università di Urbino, mi direbbe che ci vogliono i dati x dimostrarlo… Credo sia importante capire le scorse elezioni e che questo sforzo, anche di autocritica, sia stato consapevolmente rimosso. Ciao.

  18. David, non so dove tu vivi, evidentemente non al sud d’italia.
    Il voto di scambio non è solo un voto direttamente comprato, ma quella serie di legami/amicizie/consorterie (o speranze di consorterie) che si creano nelle realtà del sud, a tutti i livelli e che riguardano TUTTI i partiti, da Rifondazione a Forza Nuova.
    Perché tale gli porta lavoro, talaltro ti fa assumere alla provincia (o ti ha fatto), quello è amico di quell’altro etc … il tutto tra il formalmente legale e l’illegale (difficilmente provabile e spesso neanche veramente illegale). Ma certo moralmente opinabile e anni luce da una visione veramente democratica come l’intendiamo noi.
    Ma è cosi’ ….

  19. David: allora siamo più vicini di quanto sembrasse. Sono d’accordo che lo scambio andrebbe valutato bene, ci sono cose accettabili e altre no: per questo vorrei che fosse alla luce del sole. Certo ciò richiederebbe una notevole maturità degli elettori. Sul fatto che ce ne sia bisogno, la storia italiana mi suggerisce di si.

    Riguardo le ultime elezioni, le accuse alla legge elettorale si riferiscono esattamente al fatto che essa ha costretto ad allargare le coalizioni al massimo, massimizzandone quindi anche la disomogeneità. Io comunque credo che il ribaltamento dei sondaggi sia dipeso di più dall’inclusione degli estremisti a sinistra che dei Mastella (anche se rispetto più i primi che i secondi). Senza dimenticare il controllo dei media. Poi, come sempre nella storia, non potremo mai sapere cosa sarebbe successo se fossero state fatte scelte diverse.

  20. david

    Riccardo, è evidente che il voto di scambio è legato a condizioni di sottosviluppo economico e culturale. Anche per questo è fortunatamenete un eccezione e non la regola. Anche per questo non sarà mai completamente debellato e non accadrà, come abbiamo detto da un giorno all’altro. Quello che mi preoccupa però è che lo si accetti come “normale”. Tu vivi a Parigi ed io a Londra. Lo so che non bastano le belle parole per rompere questi meccanismi di potere, però se l’italia è sempre più una provincia in un mondo che cambia e cresce è proprio per questo: perchè a chi si oppone all’esistente si dice “ma tu dove vivi?” e, il passo successivo, si accomodi fuori dall’Italia perchè qui le cose non cambieranno. Le cose invece sono cambiate: sono peggiorate. Nulla rimane uguale. Le cose cambiano in Irlanda e in Spagna, fino a due decenni fa paesi europei sottosviluppati. Le cose cambiano in India e in Cina, in Sud Africa. L’idea che le cose non cambieranno non fa dell’Italia un Paese “fermo” che ha perso 15 anni sugli altri ma che “arretra”. Accettare la mentalità del voto di scambio equivale a votare per il sottosviluppo economico e culturale di intere regioni d’Italia. So che tu non lo accetti, se non non saresti qui a scrivere e ti ringrazio se mi ricordi la realtà della regione da cui provieni ma io, che vengo da Varese, non accetterò mai la mentalità dell’evasione delle tasse e di “roma ladrona”. Ogniuno ha le sue rogne… e NB: Bossi è solo la pulce, la rogna è l’assoluta inadeguatezza della Repubblica Italiana rispetto ai bisogni di una zona che è tra le più produttive ed economicamente vivaci d’Europa.

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