di Fabio D’Andrea
All’assemblea di Roma del 1-2 settembre si è molto parlato dei temi al centro della proposta de iMille e ci si è esortati a vicenda a trasmettere al sito e al dibattito online la passione profusa nel confronto faccia a faccia. Cosa che vorrei cominciare a fare con questo post, legato alla questione Scuola e Università che, in quanto associato di Sociologia nella facoltà di Scienze della formazione di Perugia, sento particolarmente vicina. Dato che di norma tendo a preferire le discussioni teoriche, stavolta tenterò di essere più concreto, andando ad affrontare un argomento spinoso, ma a mio giudizio preliminare a ogni ulteriore formulazione, in particolare quelle correlate al tema del merito, dei riconoscimenti e delle sanzioni per i non produttivi.
L’argomento è lo stipendio. È impensabile parlare di qualsiasi altra cosa, nei due settori nevralgici cui mi riferisco, senza prima aver sanato la questione della retribuzione. Specifico che non sto portando acqua al mio mulino, perché avendo fatto dodici anni di gavetta per ottenere uno stipendio tra i più bassi al mondo credo di aver dimostrato di non essere eccessivamente attaccato alla moneta, la quale resta comunque utile, come si è ribadito domenica mattina
) La cosa è molto più seria e, soprattutto, non ha a che fare col versante soggettivo degli operatori dell’educazione, ma col versante collettivo della comunità nella quale si inseriscono. Per quanto la si possa non condividere in principio, è evidente che la logica che informa giudizi, opinioni e più in generale visione del mondo è oggi di carattere economico ‒ l’ideologia sottostante cui mi sono riferito nell’intervento di sabato. Nella scala dei valori, il valore-chiave della cultura occidentale, della quale siamo da questo punto di vista parte integrante, è l’economia, tradotta nella gran parte dei casi, per comodità e semplicità, in quantità di denaro a disposizione, vera o presunta che sia fa poca differenza. In altre parole, molto spesso giudichiamo gli altri sulla base dell’immagine di ricchezza che trasmettono, e questo ci dice qualcosa sul diffondersi inarrestabile della civiltà dell’apparenza: di fatto oggi l’apparenza è uno dei pochi strumenti rimasti per capire chi ci è di fronte, uno degli ultimi ‒ e sono ottimista ‒ metri di giudizio condivisi per la definizione dello spazio sociale. La posizione che in esso ci vediamo assegnata non ha soltanto a che fare con l’accesso alle risorse e ai benefici, ma anche ‒ e principalmente, per quel che concerne questo discorso ‒ col prestigio di cui saremo titolari, volenti o nolenti, coscientemente o meno, spesso nonostante tutto ciò che possiamo fare intenzionalmente in proposito.
Ora, non credo di dire nulla di nuovo se sottolineo l’importanza, ai fini della qualità dell’apprendimento, della rappresentazione che chi apprende si fa di chi insegna. La quale è ovviamente influenzata dal modo in cui quest’ultimo assolve alla sua funzione, dalla sua preparazione, dalla passione che infonde nella didattica e da tanti altri fattori. Ma lo è altrettanto, se non di più almeno ai fini dello stabilirsi del primo contatto ‒ quello in cui non sai se avrai di fronte un cane o un genio ‒ dalla componente sociale ineludibile della stima che la professione porta con sé. Se veramente si ritiene che scuola e università sono gli strumenti più importanti per costruire un avvenire individuale e collettivo migliore ‒ e con questo non voglio dire “soltanto” più produttivo e competitivo, ma qualitativamente soddisfacente e appagante ‒ bisogna far sì che il ceto insegnante in tutte le sue componenti torni ad esser visto come importante nella percezione diffusa. E oggi questo non può non avvenire se non attraverso una radicale ridefinizione delle retribuzioni che sia segno tangibile e ampiamente leggibile di un’inversione valoriale che deve esser chiaramente perseguita anche con altri sistemi. Solo in un quadro così rivisto, il discorso sul merito, gli incentivi e le sanzioni può essere realistico e del tutto auspicabile. Altrimenti, stante la situazione attuale, la gran parte delle energie di un docente ideale verrà spesa nel tentativo di smentire il pregiudizio che lo dipinge come dettaglio insignificante di un’istituzione il cui senso va sempre più smarrendosi e del quale il misero stipendio è costante conferma simbolica.
Aggiungo in chiusura, ed eventualmente amplierò in seguito, che lo stesso discorso vale per le strutture nelle quali si insegna e per le dotazioni tecnologiche appoggiandosi alle quali l’insegnare sarebbe facilitato. Mentre per le prime credo che il principio della stima attraverso l’apparenza sia perfettamente applicabile, per le seconde penso richieda qualche ulteriore precisazione.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





mah! il dire che per”esser visto come importante nella percezione diffusa” sia necessaria “una radicale ridefinizione delle retribuzioni”
mi sembra accettare e sostenere una devalorizzazione della società.
Ne capisco la logica (il reddito è un bene posizionale per eccellenza), ma non condivido assolutamente la proposta come riposta a quella logica.
Che poi l’insegnamento in Italia è sottopagato è un altro discorso.
Ma non deve essere pagato di più per “esser visto come importante nella percezione diffusa”. Altrimenti si insegna proprio che il reddito implica il valore sociale. E questo non deve essere, tantomeno nella scuola.
Mentre mi sarei aspettato altri elementi per valorizzare l’insegnamento!
Brutto post!
Che gli insegnanti italiani siano sottopagati rispetto ai loro colleghi europei è evidente. E’ altrettanto evidente pero’ che ci sono dei docenti che fanno dei lavori aggiuntivi nella e per la scuola che non sono retribuiti mentre altri no, ma a fine mese hanno la stessa busta paga (dai compiti in classe ai consigli di istituto, alle collaborazioni con altri soggetti educativi). E soprattutto per un insegnante non esiste la possibilità di “fare carriera”.
Infine non capisco l’Università: gli stipendi dei professori ordinari italiani sono anche troppo alti in assoluto e per quello che fanno in molti.
Più che di stipendi in assoluto parlerei di organizzazione del corpo insegnante (ovvero introduzione di una carriera all’interno del servizio pubblico) e di uso virtuoso di fondi per le strutture. Una scuola che risiede in una normale abitazione (magari in affitto da un notabile locale) e senza ovviamente alcuna struttura, quello si che devalorizza e crea disparità.
Ma è anche vero che i docenti delle scuole superiori lavorano in media 3,5 ore al giorno. Se andiamo a vedere lo stipendio per ora lavorata quasi si avvicina a quella di dirigenti aziendali.
Per quanto riguarda i docenti universitari niente da dire, piuttosto bisognerebbe valorizzare dal punto di vista economico e contrattuale quella miriade di persone che si chiamano cultori della materia, ricercatori e dottorandi, che molto spesso lavorano più dei professori e alcune volte lavorano al posto dei professori, ma sono sottopagati e sempre in bilico. La conseguenza è una sola: per fare carriera nell’università sono i necessari i soldi di mamma e papà per tanti e tanti anni. Non tutti, o meglio pochi, possono permetterselo
Il discorso è sicuramente giusto e largamente condivisibile, in teoria. A me però rimane un dubbio: perché lo Stato dovrebbe continuare ad erogare fondi e ad investire risorse su un’Università e su una scuola pubbliche che sono largamente improduttive. E non tanto improduttive in termini di “profitti”, ma anche e soprattutto in termini di “sapere” e di trasmissione di tale sapere. Il discorso di D’Andrea è reale, non voglio negarlo: un docente malpagato è un docente frustrato, prima di tutto; questo non può che avere conseguenze pesanti sulla qualità della didattica e della ricerca. Oltre a ciò, si aggiunga il discorso dell’”impressione” o dell’”apparenza”, che è innegabile. La sfida sostanziale è però che il cambiamento dovrebbe seguire almeno due binari paralleli: alte retribuzioni ma, nel contempo, criteri di valutazione che, pur dovendo essere costruiti in termini complessi – il giudizio sull’attività professionale di un docente deve tenere conto di molti parametri e i riferimenti al solo impact factor mi paiono molto semplicistici e riduttivi – siano anche severi e rigorosi. Tuttavia a me pare che i docenti italiani, di qualsiasi ordine e grado, abbiano più o meno felicemente preferito barattare la misura della propria produttività e, dunque, anche la possibilità di retribuzioni più alte, con la “tranquillità” e l’inamovibilità. Questo ha reso tutti non dico più felici e contenti ma sicuramente più sereni e rassegnati (che in alcune circostanze non è poco). E’ sicuramente vero che l’apparenza “danarosa” migliora la percezione altrui, ma è anche vero che quell’”apparenza” è ottenuta, il più delle volte, accettando di sottoporsi al giudizio del mercato, cioè sottostando alle leggi dell’economia, che sono anche abbastanza impietose. Quando parlo di economia e mercato, ripeto, non intendo il solo profitto: intendo, soprattutto, i concetti di rischio e di competizione. L’Università italiana, da questo punto di vista, rappresenta invece una sorta di Bengodi neanche minimamente sfiorata dal mercato e che, soprattutto, evita accuratamente sia il rischio che la competizione. Dunque mi chiedo: perché lo Stato dovrebbe riversare altre risorse su “questa” Università, o su “questa” scuola? Va bene garantire l’inamovibilità, ma che almeno il prezzo sia commisurato al rischio. E al servizio.
In Italia i professori universitari (e solo loro tra tutti i docenti) guadagnano più che bene. Seguendo il ragionamento dell’articolo, essi dovrebbero quindi godere di grande prestigio sociale e ciò dovrebbe permettere loro di insegnare al meglio. Purtroppo, non mi pare proprio che le cose stiano così…
A mio avviso, il motivo principale della perdita di prestigio dei docenti è lo stesso che vale per quasi tutti i dipendenti pubblici: esiste una minoranza di docenti che svolge male (o non svolge affatto) il proprio lavoro e che, ciò nonostante, rimane al proprio posto. Purtroppo questa minoranza così visibile è sufficiente per rovinare la reputazione dell’intera categoria.
Ma è anche vero che i docenti delle scuole superiori lavorano in media 3,5 ore al giorno.
Falso. Spaventosamente falso. Perché dimostra di non prendere in considerazione a)tutto il lavoro didattico che bisogna fareuna volta finito il lavoro a scuola (più o meno equivalente, e le ore già sarebbero più di 6 al giorno) e b) la quantità ormai esorbitante di impegni burocratici che, secono rapidi calcoli, ammontano a circa 5 ore settimanali. In tutto, siamo a oltre le 7 ore al giorno.
In Italia i professori universitari (e solo loro tra tutti i docenti) guadagnano più che bene.
Di nuovo falso. I vecchi professori, cariatidi di 70 anni entrati di ruolo negli anni ’60, quando la mobilità sociale era alta e c’era il boom, guadagnano bene. Un ricercatore, che entra in ruolo a, se gli va bene, 33-35 anni, con almeno altri 8-10 anni di ricerca alle spalle (con ridicole borse di studio da 100-1200 euro al mese quando va bene) guadagna 1400 euro al mese.