sezione Speaker’s corner
“Ci sono degli ottantenni che hanno ancora tanto da dare al nostro paese”. E poi “quello che conta sono le capacità delle persone, non la loro età”. Quante volte abbiamo ascoltato queste osservazioni, tanto condivisibili da suonare ormai banali? Le sentiamo rimbalzare in ogni dibattito sull’emergenza “generazionale” che fa dell’Italia, e delle coorti più giovani dei suoi cittadini, un caso unico in Europa. “I giovani i loro spazi devono conquistarseli”, sentiamo dire anche, e senz’altro anche ciò è vero, soprattutto in politica dove il consenso e i risultati elettorali sono poi i veri “fondamentali” di ogni rappresentanza.
Stante però queste banalità che i salotti televisivi e politici ci propinano di continuo, sarebbe forse utile riflettere, ogni tanto, su quelle che sono state le scelte della politica negli anni a noi più vicini, e come le conseguenze di queste abbiano riguardato in gran parte solo gli italiani anagraficamente più giovani e la possibilità, a molti negata, di uscire dall’insopportabile condizione imposta di figli a tempo indeterminato. Sarebbe il caso di riflettere, insomma, se non siano state le scelte della politica a far sì che le nuove generazioni di italiani subissero un processo di marginalizzazione, precarizzazione, di messa ai margini della società, dei suoi dibattiti e, soprattutto, delle sue scelte.
Se c’è un tratto comune della politica degli ultimi anni, infatti, questo può essere riscontrato nella grande capacità di navigare a vista, di amministrare ‒ spesso male ‒ la cosa pubblica senza mai preoccuparsi di garantire un futuro equo a tutti, anche ai cittadini che verranno. La politica della “navigazione a vista” è quanto appare come il vero trade d’union della seconda repubblica, e questo risulta vero per il lavoro, il welfare, le pensioni.
Parliamo un attimo di lavoro. I dati ci dicono che gran parte dei contratti a termine riguardano cittadini sotto i 35 anni, ed appare chiaro come nessun vero ammortizzatore sociale è stato approntato per dare risposta ai nuovi bisogni e diritti. Potremmo guardare anche le pensioni, però, la cartina di tornasole perfetta del debito che l’Italia ha accumulato nei confronti dei più giovani.
Un decennio di politiche scellerate, gli anni ’80 dei paninari e del Drive-in, hanno letteralmente raddoppiato il debito pubblico, un debito che schiaccia il nostro presente e il nostro futuro, che è sempre un invitato troppo ingombrante ai tavoli delle scelte che contano, ai tavoli sulle manovre dove il “risanamento” necessario viene sempre prima di ogni politica a favore di chi è escluso da ogni tutela.
Ma non solo. Vogliamo dirlo proprio come la situazione economia eredita dagli anni ottanta sia stata la causa di una riforma delle pensioni che ha discriminato ancora una volta i più giovani? Vogliamo dirlo una volta per tutte che quella riforma garantirà solo ad alcuni, quella senza contributi il 1 settembre del 1996, una pensione intorno al 50% dell’ultimo stipendio?
Ma non finisce qui naturalmente, perché c’è lo stato sociale. Si dice che in Italia non nascono bambini, che non si va via di casa, che la percentuale di lavoro femminile è una delle più basse d’Europa. Niente di più vero. Ma perché succede questo? Perché siamo mammoni e incapaci di scegliere? Perché siamo tutti troppo impegnati a guardare su Internet le foto di Corona o ad allenarci per il concorso da veline? O forse perché il nostro stato sociale è vecchio quanto le nostre classi dirigenti, forse perché è il nostro un welfare ibernato, rimasto alla società industriali degli anni ’60 quando c’era il posto fisso unskilled, quando le donne era in gran parte mogli casalinghe al lavoro in casa, quando le abitazioni erano a prezzi ragionevoli ed erano i baby bomber i protagonisti della società? Un welfare che oggi è rimasto tale e quale ad allora risulta perciò del tutto inutile alle esigenze di chi nel contesto attuale vive. Un welfare che esclude ampie fasce di cittadini (in gran parte giovani) dal suo caldo abbraccio, che sembra rimanere ancora in piedi solo per promuovere un’idea reazionaria di società, senza giovani e senza donne.
Ora, stante questi pregressi, sarebbe impossibile negare che la situazione è effettivamente grave. Ed è singolare che ora molti, senza neanche avere la coscienza a posto, si sgolano predicando il ricambio necessario, l’urgenza di creare ricchezza tramite innovazione, di mettere fine a vecchie ed intollerabili consuetudini che vengono spacciate come irrimediabilmente “italiche”, consuetudini poste a salvaguardia della mortificazione costante del merito, garanzia perpetua di iniquità, suggello finale del network familiare protagonista del destino di ognuno più di qualsiasi formazione e capacità.
Viene da chiedersi, però, sentendo i tanti predicozzi tanto in voga sul ricambio, il rinnovo, e lo svecchiamento necessario, tramite quale processo si pensa di cominciare ad invertire la rotta di questo paese, dove si pensa di trovare il “break point” tramite il quale nuove individui, nuove mentalità, nuove priorità, nuove consuetudini, forze fresche e formate possano irrompere nelle polverose e oscure stanze delle classi dirigenti d’Italia.
Forse allora sarebbe onesto dire che di modo per fare ciò, in realtà, c’è ne uno solo: mettere al centro delle scelte pubbliche che riguardano questo paese, le nuove generazioni. Garantire sussidi di disoccupazione in linea con l’Europa ai lavoratori precari, fare una seria politica per la casa a cominciare da chi la casa non ce l’ha, scardinare potentati e baronati che alimentano il familismo universitario e la politica autoreferenziale, dare opportunità alle cittadine di non dover sempre costrette a scegliere tra occupazione e maternità. Questo quanto andrebbe fatto. Misure che però andrebbero messe in pratica, non predicate, misure che per essere incisive andrebbero tradotte in nuovi capitoli di bilancio, capitoli con risorse vere, non residuali. In Spagna Zapatero darà 210 euro al mese ai giovani che non si possono permettere l’affitto (sotto i 24’000 euro). Soldi cash, denaro sonante. In Germania, Angela Merkel ha varato una legge per la maternità e la paternità che costa 5 miliardi di euro, una cifra ragguardevole che probabilmente andrà ad incidere realmente sul numero di culle nella case tedesche. E noi, da noi, in Italia?
Nulla.
Zero.
Solo annunci se va bene. Certo, per dare garanzie ai non garantiti (le nuove generazioni), bisognerebbe impegnare risorse. O forse bisognerebbe distribuire meglio le risorse che già si hanno, partendo dalla consapevolezza che, caso unico in Europa, in Italia tra pensioni e sanità spendiamo più del novanta per cento del nostro budget sociale.
Quando si fanno questi discorsi, infine, c’è sempre chi è pronto a tirar fuori lo spettro dello scontro, che sotto sotto, poi, puzza di violenza. Si dice che uno scontro generazionale non serve a nessuno. Che bisogna evitare guerre tra poveri. Questo è vero, senza dubbio (come è vero che va detto chi sono oggi in Italia i veri “poveri”). Uno scontro generazionale, infatti, uno scontro in cui una supposta lobby dei più giovani si batte per “togliere qualcosa” alle lobby dei più vecchi, risulterebbe un gioco a somma zero, uno schema che non funziona, perdente in partenza. Piuttosto compito di tutti, in primo luogo delle nuove generazioni, è quello contrastare la politica delle lobby, di affermare una politica dell’interesse generale. Ed è interesse generale, oggi, ora, adesso, è una priorità proprio in questo momento, in questo manovra finanziaria, garantire un adeguato empowerment alle nuove generazioni italiane. È interesse strategico di tutto il paese, degli italiani di tutte le età, garantire alle generazioni ancora minorenni mentre il muro veniva abbattuto, la possibilità di essere attori protagonisti dell’ammodernamento, della sprovincializzazione, dall’innovazione culturale e tecnlogica, della lotta a rendite e conservatorismi che solo la vera ipoteca per il futuro di questo paese. È questa la priorità oggi in Italia. Far ripartire il paese partendo dai giovani. Un gioco a somma non zero. Un gioco nel quale, alla fine, vincerebbero tutti.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





baby boomer non “baby bomber”…
errori di stumpa piuttosto imbarazzante…
Faccio i miei complimenti al grande federico mello, che, come al solito, analizza con una rara schiettezza, semplicità e profondità la “questione generazionale”.
Per quello che può valere, condivido al 100%.