Qualcosa di sinistra

di Chiara Russo Krauss

sx.gifDelle quattro parole chiave de iMille -democrazia, modernità, laicità, sinistra- credo che l’ultima sia la più problematica in vista della nascita del PD.
Problematica da un lato perché il futuro partito sarà una forza politica di centro-sinistra ancora più spostata sul primo termine del binomio di quanto non lo fossero i soli DS; dall’altro perché ‒nascendo per rispondere al nuovo assetto globale post-muro- il PD si trova a doversi collocare in un panorama politico post-ideologico, dove ‒a detta di qualcuno- gli stessi concetti di “destra” e “sinistra” risultano ormai annacquati. Se, tra le altre cose, siamo “quelli che ritengono che il Partito Democratico debba essere un partito di sinistra”, non possiamo astenerci dal riflettere su cosa significhi per noi, oggi, quella parola.

Credo che per incontrare la differenza tra destra e sinistra bisogna risalire all’origine di ogni orientamento politico, ovvero all’idea che si ha dell’essere umano: per la destra l’uomo si definisce innanzitutto come individuo, singolo; per la sinistra, invece, l’uomo è socialità, è primariamente uomo in mezzo ad altri uomini. Il pensiero di Berlusconi, che alcuni osservatori ritengono frettolosamente esser privo di orientamento ideal-politico, mostra con estrema chiarezza di aver fatto propria questa divisione fondamentale. La libertà, concetto cardine del berlusconismo, è infatti la libertà dell’individuo che vuole realizzarsi a prescindere, nonostante, se non addirittura a scapito della collettività. Il mito del self made man è l’incarnazione dell’uomo della destra: colui che non ha bisogno di altri se non di se stesso. Ognuno per sé e Dio contro tutti. La stessa chiarezza di posizioni ‒ purtroppo- non caratterizza la sinistra italiana, forse per paura di confondersi con quelle concezioni che ‒anteponendo un astratto “bene comune” alla vita dei singoli uomini- hanno giustificato regimi illiberali. Concepire l’uomo socialmente, però, non significa dissociare tra un piano della collettività di cui fanno parte tutti e nessuno, e un piano dell’individualità, privato quindi di ogni valore politico e sacrificabile ai fini del primo. Concepire l’uomo socialmente vuol dire riconoscere la politica come dimensione del con-vivere, del vivere insieme nel quale la comunità ha bisogno del singolo, tanto quanto il singolo della comunità. Questo significa che per la sinistra il progresso della società non può essere perseguito senza il progresso degli individui e viceversa. Ovviamente queste possono essere prese per considerazioni astratte e un po’ buoniste che lasciano il tempo che trovano quando un partito politico si trova a confrontarsi con l’agenda di un paese da governare, se non fosse che proprio da questa divisione ideale nasce la divisione più concreta tra destra e sinistra: quella che riguarda l’organizzazione economica dello stato.

Lo stato garantisce ai cittadini una serie di servizi: istruzione, cure mediche, etc. Una concezione di destra, partendo dalla centralità dell’individuo, tende verso un’organizzazione dei servizi strutturata in modo tale che questi vengano pagati dal singolo a seconda dei suoi bisogni individuali. Da una prospettiva di sinistra, invece, il costo dei servizi deve essere distribuito sulla collettività; questo significa che questi saranno pagati alla fonte, mediante le tasse e quindi a seconda del reddito, invece che alla fine, a seconda del consumo. La differenza di opinioni che si è spesso riscontrata nel corso della storia tra destra e sinistra sull’affidamento dei servizi al pubblico o al privato, nasce proprio da questi due diversi approcci. Se per la sinistra ‒ad esempio- l’istruzione è un servizio collettivo, pagato con le finanze statali derivanti dalle tasse, allora è bene che abbia una gestione pubblica; se invece -come per la destra- l’istruzione è un servizio offerto al singolo e dal singolo pagato nel momento in cui ne usufruisce, è giusto che sia gestito da un privato, soggetto che agisce all’interno della legge della domanda e dell’offerta.

Se avevamo detto che la parola chiave della destra era libertà (intesa come “libertà del singolo da…” e non nel nobile senso di libertà di opinione, religione, etc.), vediamo allora che la parola chiave della sinistra è equità, ovvero unità indissolubile di uguaglianza e giustizia. Infatti, se consideriamo l’esempio precedente, una gestione di destra è in un certo senso più egualitaria perché tutti i cittadini pagano lo stesso prezzo per usufruire del servizio. Se però ricordiamo che -come disse don Milani- “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali tra disuguali”, vediamo che far pagare “lo stesso prezzo” a cittadini che non hanno “lo stesso reddito” non è giusto, non è equo.

Sinistra quindi è socialità e equità, ovvero è l’idea che ogni cittadino contribuisca ai bisogni e al progresso della collettività secondo le sue possibilità; questa è la vera uguaglianza, questa è la vera giustizia.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

23 Commenti

  1. e già, nella centralità della persona rispetto al guadagno risiede la vera comunanza tra il socialismo umanista e i cattolici progressisti. Come scrivevo tempo fa ( “href=http://riccardoparis.blogspot.com/2007/08/svolta-sinistra.html”
    dove avevo messo pure la stessa immagine) questa comunanza è più nella popolazione che negli asfittici vertici.

  2. Destra e sinistra

    “per la destra l’uomo si definisce innanzitutto come individuo, singolo; per la sinistra, invece, l’uomo è socialità, è primariamente uomo in mezzo ad altri uomini”: così si esprime Chiara Russo Krauss tentando di risalire alle orig…

  3. “per la destra l’uomo si definisce innanzitutto come individuo, singolo; per la sinistra, invece, l’uomo è socialità, è primariamente uomo in mezzo ad altri uomini”: così si esprime Chiara tentando di risalire alle origini della distinzione tra “destra” e “sinistra”. Io non sono d’accordo.

    I termini destra e sinistra, nella politica italiana, non sono “annacquati”, bensì sovraccarichi di significati: diverse persone, diverse correnti di pensiero, attribuiscono ai due termini significati completamente diversi – solitamente molto forti, tutt’altro che annacquati. La destra come espressione politica dell’individualismo è probabilmente l’interpretazione più corretta per gli USA, ma non per l’Italia. Il fascismo sicuramente non aveva quelle radici. La destra nazionalista o identitaria, la destra religiosa, la destra sociale io non riesco proprio ad interpretarle come espressioni dell’individualismo.

    Personalmente trovo molto più significativa la distinzione tra conservatori e progressisti che quella tra destra e sinistra. L’oggetto della conservazione o del progresso è l’ordinamento sociale: i conservatori trovano giusto che certi gruppi, all’interno di una società, godano di privilegi speciali; i progressisti credono che nessun ordine prestabilito debba bloccare la possibilità di ogni individuo di elevare la propria condizione sociale. Prima l’abolizione dei privilegi feudali, poi l’affrancamento della classe operaia da condizioni di lavoro e di vita abbrutenti, oggi la libertà di accesso ai lavori più ambiti, le norme antitrust, la protezione del consumatore possono essere tutti visti come aspetti di una battaglia che va avanti da quando esistono le società umane: la lotta al privilegio, nelle diverse forme che esso assume attraverso la storia e la geografia.

    Se io potessi oggi ridefinire destra e sinistra in Italia, lo farei con questa chiave di lettura. E allora probabilmente si scoprirebbe che molti che oggi sono a sinistra in realtà godono di privilegi ingiusti e li difendono strenuamente, e anche che molti che votano a destra sono più aperti al cambiamento sociale di quanto normalmente si pensi a sinistra. Perché le cose inizino a cambiare sul serio, è necessario che i progressisti che oggi si trovano a sinistra e a destra riescano a superare molti tabù, a riconoscersi e a coalizzarsi, aggiornando la geografia del nostro spettro politico alla realtà italiana di oggi.

  4. Io concordo invece (se non si era capito) con chiara al 100%. Il post-ideologismo “progresso” – “conservatorismo” è una falsità, nella misura in cui quando anche si vuole cambiare lo status quo non esistono ricette uniche. E la divisione destra-sinistra, intesa in senso “nobile” e originario (come appunto dice bene chiara) resta. Ed è bene che ci sia.
    Le manovre di levare divisioni ideologiche sono mascherate in realtà dal mantenimento dello status quo inteso come valori della società del denaro. Mettere avanti l’economia rispetto alla persona (che per definizione è sociale) è di destra, di sinistra è invece guardare alla felicità della vita intera, dove il denaro è solo uno strumento e non il fine.
    E in questo il PD deve trovare il suo senso di esistere, aprendosi a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, anche e soprattutto a quanti hanno votato e votano altre formazioni politiche più legate alle vecchie identità della sinistra storica italiana.
    Altrimenti restano le alleanze di nuovo conio e i pastrocchi Rutelli-Follini-Casini-Berlusconi.
    Che vorrebbero dire la morte del socialismo progressista, se i vari Fassino-D’Alema-Veltroni dovessero andargli appresso sia formalmente che sostanzialmente.

  5. francesco84

    Dico anche la mia sul tema trattato.
    (importante premessa:quando cadde il muro di berlino avevo 5 anni – per la serie: mettiamo le mani avanti!)

    Non mi trovo molto d’accordo sull’analisi fatta da Chiara.

    Io penso che quello che lei chiama “annacquamento” sia un fenomeno ormai sviluppato e tutto si sta evolvendo sempre più in questa direzione.
    Ma a mio avviso non si sta assistendo a una disintegrazione nichilista di qualsivoglia approccio politico; al contrario, constato che sono sempre più vincenti e al passo coi tempi quelle posizioni che si pongono in maniera a-/anti-/post-ideologica e non antagonista.
    Voglio dire: se prima (per esempio prima del 1989) aveva un senso una differenza politica basata sul concetto amico/nemico, ovvero o/o (aut/aut), adesso vale invece il principio dell’”e”. Ovvero congiunzione più che disgiunzione.
    Congiunzione dei diversi approcci politici, che diventano così slegati da una forte appartenenza.
    Oggi (e io dico: meno male!) vince chi fa della praticità e della concretezza il proprio modo di agire, a dispetto di chi crede che esiste una teoria generale e generalizzabile (socialista o neoliberale che sia)
    La politica vincente di oggi è quella che si impasta le mani nei problemi e che li affronta con radicale tenacia.
    Prendete il caso di Blair, Zapatero, Sarkozy, Veltroni.
    Sono tutti e 4 dei leader(s?) vincenti. Perchè? Perchè sono riusciti (in linea generale) a conciliare il meglio delle due vecchie visioni di destra e sinistra, congiungendole.
    Ovvero:
    –>da una parte riconoscere e sviluppare le opportunità di un libero mercato, riconoscendo la libertà imprescidibile di ogni individuo nel campo economico(perchè ci si scorda così spesso che il libero mercato, seppure contenga in sè tante contraddizzioni di diversa natura, resta cmq “quella cosa” che ha dato all’occidente il benessere in cui viviamo? Scusate, ma a me non pare una cosa da poco);
    –>dall’altra parte: sottolinare l’importanza della collettività, ovvero della società, con un approccio di aiuto reciproco e solidaristico; libertà imprescindibile di ogni individuo nei campi dei diritti civili(ahimè, quanta strada da fare su questo punto in Italia!); laicità.

    Insomma, morale della favola: più che una politica di destra o di sinistra, oggi conta e vale di più una politica del buon senso e della concretezza.

    Non per fare un finale pessimista, ma devo ammettere (sperando si sbagliarmi) che per quanto riguarda il versante Italia…beh la vedo molto dura. Qui da noi ci sono troppi freni a mano inseriti che impediscono a quella che potenzialmente sarebbe un’ottima macchina, di correre e di competere:
    innanzitutto una visione ancora ideologica e fatta di steccati; un becero populismo il quale però (sic!) funzione alla grande in un paese di persone che non leggono e che pensano in gran parte solo ai propri interessi; le pressioni del vaticano (mi piacerebbe che la libertà di espressione di cui gode il vaticano fosse direttamente proporzionale alla autonomia della politica nelle proprie decisioni per ex nel campo dei diritti civili…vabbè, sto sognando, lo so); una concezione familistica e mafiosa per cui il mio interesse personale conta più di un’interesse generale; una generazione/casta di persone/politici che a partire dal 68 crede di essere di fondamentale importanza per il paese e non ci pensa nemmeno un secondo a lasciare le proprie poltrone)

  6. Francesco. Non è che io ero vecchissimo nell’89 (avevo 14 anni), ma il post-ideologismo a parte essere a mio parere una mistificazione che nasconde molti pericoli, non vuol dire non fare scelte.
    Pragmatismo non vuol dire che esiste una sola soluzione ai problemi. Ci sono sempre tante soluzioni: alcune che mettono in primo piano gli aspetti di comunità altri quelli di individualità. In qui sta la differenza tra la nuova destra e la nuova sinistra.
    Se poi ci sono molti liberali frustrati dal fatto che la destra è il giardino di casa di Ilvio, problemi loro. Oppure se il PD sarà di destra, fate vobis (ma vedendo la popolazione che gli sta realmente dietro direi la prima …).

  7. Le definizioni riportate da Chiara sono utili, ma mi sento più vicino alla visione di Daniele. Il denaro è solo uno strumento, come dice Riccardo, ma è il principale strumento con cui una comunità stabilisce le priorità su cui investire le risorse comuni.

    In semplificatoria sintesi, smussate le ideologie (Mussi escluso), la differenza “culturale” tra destra e sinistra si misura nelle differenti politiche “fiscali”. A parte le postille di bandiera (finanziamenti alle scuole cattoliche o ai sindacati) la differenza ontologica si riassume nel livello di pressione fiscale, nel grado di progressività fiscale e nella proporzione tra tasse sulla proprietà (redistributive, per cui più di sinistra) e sul reddito (che in Italia colpiscono soprattutto i dipendenti, per cui più di destra).

  8. Giovanni Fontana

    Per l’analisi che fa Chiara, Storace e Alemanno sono persone di sinistra. Mentre Clinton o Blair sono di destra.

    Ecco, io la vedo esattamente in maniera opposta. Credo che, rimodulando quello che diceva Daniele, essere progressisti e non conservatori è una delle tante cose che fa dire che una persona è di sinistra. Ce ne sono molte altre, ma questa è forse la più importante: perché dà conto dell’evoluzione, permette di approcciarsi al mondo, rispetto a quello che è il mondo, e non a schemi vecchi o predefiniti.

    Chiara dice la libertà è una parola “di destra”, a fronte di “equità”. Trovo che dimentichi una cosa fondamentale: le matrici storiche della sinistra sono – come detto – progressiste, solidali, ma anche e soprattutto libertarie.

    Non credere nella persona, (e quindi nelle persone) è non solo retrivo, ma anche sbagliato. Significa distruggere la concezione stessa di “arte”.

    Se la mia libertà non comincia dove finisce la tua, qualsiasi scelta può essere considerata una deviazione.
    Non può essere solo un caso che i diritti delle minoranze (che visti dalla prospettiva della minoranza stessa si chiamano diritti civili)siano i primi obiettivi dei movimenti che si richiamano alla dittatura di massa: dall’Italia fascista, all’Iran o a Cuba, fino a Marco Rizzo che – in ossequio a una pruderia, immagino – dice «i PACS non sono una priorità».

    Certo, ci vuole misura nello scegliere fra libertà di e libertà da, ma lo stato etico non è di sinistra.
    E Stalin non è di una sinistra che sbaglia.
    Stalin non è di sinistra.

  9. Giovanni, a parte che Chiara non voleva fare un pantheon del passato ma un progetto per il futuro (credo). Poi, ripeto, c’è innovazione e innovazione.
    Tanto per dire, Sarkozy vuole innovare ma da destra (poi vediamo se lo farà) mentre Mitterrand lo fece con uno spirito di sinistra.
    Quanto poi Blair (uno che ha fatto una guerra con una scusa falsa sapendolo) sia di sinistra, scusate ma io non ce lo metto. Questo sempre perché economia e lavoro non sono tutto nella vita.

  10. Visto che andare contro le convenzioni mi sembra indiscutibilmente di sinistra, faccio solo ora una premessa a quanto ho scritto prima. Il fatto di posizionare le diverse idee politiche su un asse unidimensionale, che va da destra a sinistra, è una semplificazione utile e probabilmente anche necessaria. Ma ogni spettro politico ha solo un valore storico, non assoluto. La semantica dell’asse si sposta nel tempo (e cambia anche in base alla geografia).

    Io non sostengo, come fanno molti, che destra e sinistra siano categorie inutili. Piuttosto sostengo che da noi, dopo un lungo periodo in cui lo spettro politico è rimasto molto stabile, con il marxismo a fare da principale fattore dirimente, siamo da diversi anni in un periodo di transizione. Un periodo nel quale è chiaro il posizionamento delle vecchie proposte politiche, ma queste vecchie proposte sono in gran parte inattuali rispetto alla realtà che viviamo; mentre nuove proposte nascono, si sviluppano, e ridefiniscono lo scenario della politica, ma senza avere ancora raggiunto una diffusione e costituito una rete di affinità tali da stabilire un nuovo chiaro spettro politico. Cosa ci fanno insieme Bossi, Fini e Casini? E, dall’altra parte, Pannella, Bertinotti e la Binetti?

    Destra e sinistra sono termini che rimarranno nel nostro linguaggio politico anche negli anni a venire, ma, come è naturale che sia, staranno ad indicare qualcosa di diverso da ciò che indicavano trent’anni fa. La ridefinizione del significato di destra e sinistra dipende anche da noi e dalle nostre scelte, ed io ritengo che il rapporto con il privilegio (non quello con il denaro, non quello con l’individualismo) sia il punto fondamentale – certamente non l’unico – sul quale basare questa definizione se vogliamo creare con il PD una sinistra in grado di rispondere alle sfide del mondo d’oggi. Parlare di progressismo e di conservatorismo è solo un modo per rendere più facile quest’opera di chiarificazione, perché sono termini con una semantica intrinsecamente meno ambigua rispetto a “sinistra” e “destra”.

  11. MAtteo Pistoletti

    su cosa è di destra e su cosa è di sinistra il grande Gaber fece una deliziosa canzone, coi casini che ci son nel mondo perder tempo per dare etichette è come bagnar i gerani mentre la casa brucia, si può fare ma non è saggio.
    Da sempre, almeno in Europa, l’essere umano è un singolo che interagisce in un insieme di altri singoli che costituiscono una comunità. Attenzione al dire che tutti gli uomini sono uguali, ciò non è vero, grazie al cielo ogniuno di noi è unico e irripetibile, di uguali abbiamo i diritti e, cose di cui spesso ci si dimentica, i doveri.

  12. Oggi porre su un asse unidimensionale i concetti di sinistra e destra non serve a spiegare la realtà politica attuale. La politica si muove anche su altre dimensioni, quali il livello di liberalità e il livello di riformismo. Qualsiasi analista politico oggi non si azzarderebbe ad escludere queste altre variabili.
    Si è detto che la destra guarda maggiormente all’individuo, mentre la sinistra guarda alla collettività. Questa è una semplificazione eccessiva che non coglie la complessità della politica italiana. Guardiamo alla destra italiana. Nell’800 e nei primi 20 anni del 900 questa coincideva con il pensiero liberale. Lo stesso statuto albertino trova fondamento in concetti quali l’individuo e l’inviolabilità totale della proprietà privata. Ma già il fascismo racchiude sotto un unico tetto concetti tipicamente socialisti con concetti liberali e conservatori. Da una parte nel pensiero fascista permane la difesa dell’individualità ma allo stesso tempo si introduce il concetto politico di “massa”. Dal punto di vista economico le scelte fasciste assomigliano di più a quelle staliniane più che a quelle dei paesi liberali come la Gran Bretagna. Negli anni della guerra fredda abbiamo identificato la destra con il MSI, cioè con un movimento che è tutto tranne che un movimento liberale. Esso guardava ad un concetto di società fondata sulle corporazioni e sull’intervento pubblico nell’economia. Certo, poi c’è stato anche il PLI e una parte della DC che guardavano con favore al concetto liberale di individuo ma erano certamente minoritari. Con l’avvento di Berlusconi sembra che si siano riscoperti i valori liberali di fine ottocento. In realtà non è affatto così. Basti guardare in che modo un “liberale” come Berlusconi difenda a spada tratta alcune categorie e i privilegi, a scapito dello stesso libero mercato che, come si sa, va a braccetto con il liberalesimo. Quella di Berlusconi non è la destra ma è semplicemente populismo. Libertà, libertà. Significa nient’altro che “fate come vi pare”, cioè esattamente quello che tutti vorrebbero sentirsi dire.
    A sinistra, invece, esistono due realtà, non sempre coincidenti con i concetti di sinistra radicale e sinistra moderata. Nella sinistra esistono i conservatori e esistono i riformisti progressisti. Quest’ultimi restituiscono all’individuo la sua centralità nella società, una centralità mai avuta quando la sinistra si identificava con il PCI. Questo, oggi, lo possiamo definire di destra? Io credo che il PD rappresenti almeno ideologicamente un grosso passo avanti per la politica italiana: si è compreso che concetti quali individuo e società possono e debbano andare insieme. Dare spazio alle iniziative dei singoli, eliminare il concetto di classe per parlare di universale cittadinanza, dare o cercare di dare ad ogni singola individualità la felicità, non sono obiettivi di destra. Allo stesso tempo questo non esclude il concetto di società e socialità, di dovere civico e rispetto reciproco.

  13. Giovanni Fontana

    Riccardo, proprio perché economia e lavoro non sono tutto, Blair è di sinistra.

    Tu dici che sia in malafede, io non so (paragoneresti gli interessi di Bush a quelli di Blair?), fatto sta che quando parla di democrazia, popoli oppressi, e libertà, è di gran lunga più di sinistra che Diliberto o Pecoraro.

    Non voglio iniziare qui il discorso sulla guerra, e sulle guerre, ma l’approccio di Blair non è stato certamente guerrafondaio. Anzi, molti dicono che se non ci fosse stata la GB e soprattuto Blair a fare una politica di mediazione e ricostruzione, ora l’iraq sarebbe un disastro – se possibile – ancor più colossale.

    Poi, tanto per dire a te che lo vedi tutti i giorni al TG: magari la nostra destra fosse come Sarkozy!
    Te lo vedi Berlusconi che stravince le elezioni e mette E. Bonino (per dire un nome che assomigli a Kouchner) ministro degli esteri, dopo che questa si era spesa per l’elezioni di Prodi?

  14. Giovanni, non sobbarchiamoci anche i problemi della destra, ci bastano i nostri …. se poi i liberisti di destra sono frustrati nel loro campo, non vedo perché dobbiamo dargli ospitalità.
    E guarda che Sarkozy non ti credere sia meglio di berlusca, non fosse altro perché la sua idea di stato è molto vicina a quella di stato di polizia. Almeno in questo Ilvio (anche per ovvi motivi) non era cosi’ poliziesco.

  15. Anonymous

    Allora, cerco di fare un poco il punto dei vostri commenti per rispondere e chiarire il mio pensiero.

    CONSERVATORI E PROGRESSISTI
    Non credo che la differenza destra/sinistra sia identificabile con quella conservatori/progressisti.
    Il mio tentativo era quello di ritornare alla radice ideale della differenza tra i due schieramenti, ovviamente questi ideali diversi possono essere interpretati in modo diverso al proprio interno. Esiste un punto di vista di destra e uno di sinistra ma questi sono punti di partenza; per questo motivo esiste tanto una destra progressista che una conservatrice, così come una sinistra progressista e una conservatrice a seconda delle modalità di azione (o inazione) sull’esistente con cui si ritiene di dover mettere in pratica il proprio punto di vista.

    DESTRA SOCIALE
    Un altro punto che è emerso qua e là è quello riguardante la così detta “destra sociale” che sotto certi aspetti in effetti può sembrare simile alla sinistra. La differenza fondamentale tra le due, che in parte è stata toccata da Paolo Ribichini, è quella tra massa e comunità. E’ vero che la destra sociale dà molta importanza all’ambito collettivo, ma la collettività è intesa come somma di individui, appunto come massa.
    La comunità è l’ambito si superamento di una limitatezza individuale grazie alla dimensione plurale della collettività, che permette di completare, di andare oltre l’esperienza del singolo; si può dire che la forza della comunità risiede nel suo essere essenzialmente plurale.
    La massa della destra non è la comunità originaria, ma è la somma di individui costituita, per questo trova la sua forza non nella pluralità, nelle differenze tra i singoli le cui esperienze si completano a vicenda, ma nell’identità, ovvero nella somiglianza tra gli elementi costitutivi della massa. La destra sociale agisce sempre per omologazione perché mira a creare un super-individuo formato da tanti individui uno uguale all’altro. Non a caso la destra sociale è fortemente militarista ed ha una delle sue figure ideali nel soldato che è uni-formato agli altri, mentre rifugge tutte le espressioni individuali non inseribili nel proprio ordine omologativo. Si può dire che la forza della massa è nel suo essere costitutivamente somma di individui simili, uniformi, omologati.

    PERSONA ED ECONOMIA
    Dice Riccardo “mettere l’economia avanti la persona è di destra”. Se questa frase significa “mettere il proprio profitto individuale avanti alle altre persone è di destra” sono d’accordo. Se significa “mettere la sfera dell’economia avanti alla sfera affettivo-relazionale è di destra” non sono d’accordo; non sono d’accordo perché la differenza destra/sinistra non è tanto differenza su chi mettere al primo posto tra economia e sentimenti (sentimenti in senso lato) quanto su chi mettere al primo posto tra individuo e comunità tanto all’interno della sfera economica quanto in quella dei sentimenti. Si può avere un atteggiamento di destra o di sinistra nelle proprie relazioni interpersonali, così come si può essere di destra o di sinistra nelle proprie idee economiche.

    Dice Paolo Augusto Zuccotti: “la differenza culturale tra destra e sinistra si misura nelle differenti politiche fiscali”. Daccordissimo, è la differenza che ho cercato di mettere in luce alla fine del mio intervento, ma dopo essere prima risalita alla fonte ideale di queste due concezioni del fisco. Come spiegare sennò la funzione redistributiva del fisco, il valore da dare al lavoro rispetto alla rendita, l’importanza degli ammortizzatori sociali e tutti gli altri punti fermi di politica fiscale della sinistra se non con la sua concezione di individuo e società?

    A FRANCESCO
    Ok Francesco, è importante confrontarsi coi problemi del presente e avere la forza di prendere decisioni per affrontarli, ma non pensi che ci sia bisogno di una prospettiva che da un lato ci permetta di comprendere i problemi attuali per poterli risolvere meglio e che dall’altro ci fornisca anche un’idea di dove vogliamo andare, per evitare di essere in balia del presente, dell’esistente.

    Poi tu dici: “che il libero mercato, seppure contenga in sè tante contraddizioni di diversa natura, resta cmq “quella cosa” che ha dato all’occidente il benessere in cui viviamo”.
    Secondo me il “libero” mercato innanzitutto tanto “libero” non è, in secondo luogo se ha dato all’occidente il benessere in cui vive, è anche vero che ha dato a buona parte del sud mondo il malessere in cui vive, che ha devastato l’ambiente e che sta mostrando i suoi limiti anche nello stesso occidente generando una disparità tra più ricchi e più poveri che diviene sempre più drammatica.

    A GIOVANNI FONTANA
    Ho detto che la parola libertà è di destra, ma specificando quale tipo di libertà intendessi. Che la sinistra si sia battuta per la libertà religiosa, per la libertà di espressione, etc. è oltre che giusto, conclamato dalla storia. Il problema è se la libertà debba intendersi come rispetto o come autonomia inarco-individualista, è la libertà come rispetto che ha un valore etico ed è “di sinistra”.
    Poi non capisco dove tu abbia dedotto che io non credo nella persona o nelle persone, il problema è cos’è una persona, come si definisce.
    Per quel che riguarda lo stato etico, io credo che lo stato etico, hegelianamente inteso, sia l’incarnazione della concezione di stato per la sinistra. Se non ti riferivi a quello hegeliano, specifica quale intendi e ti risponderò.

  16. A proposito di termini sovraccarichi, ce n’è uno molto usato qui che a mio avviso andrebbe chiarito: “liberale”. A me sembra che molti facciano confusione tra “liberale” e “liberista”, cadendo nel tranello di Berlusconi che, quando parla, abbina sempre questi due aggettivi, e, con questa continua ripetizione moltiplicata all’infinito dalla potenza della sua comunicazione, li ha resi quasi intercambiabili nel linguaggio politico italiano.

    Ma non è così. Il liberismo economico è una cosa, le idee liberali hanno bel altra portata. Le socialdemocrazie sono liberali, ma non liberiste. In Cina c’è il liberismo economico, ma non il liberalismo politico. L’idea di base del liberalismo è che il potere statale va limitato, per proteggere i diritti e le libertà dei cittadini, che sono sovrani e non servitori. Ma limitare i poteri dello Stato sui suoi cittadini non vuol dire impedire allo stesso di regolamentare le attività economiche, e neanche di intevenire direttamente in certi settori. In tutte le democrazie liberali esistono le tasse, esistono leggi che regolamentano le industrie, esistono forme di assistenza statale ai più poveri.

    Oggi, quando si parla di democrazia, si parla di democrazia liberale: con una costituzione che limita i poteri dello Stato, organi elettivi che esercitano il potere legislativo e quello esecutivo, un potere giudiziario indipendente che controlla il rispetto delle leggi. Per un partito comunista tutto ciò può essere di destra, ma, per il Partito Democratico, io mi aspetto che queste idee liberali siano la base comune su cui poi si possono scegliere politiche di maggiore o minore tassazione, politiche di welfare, regolazione del lavoro etc. Io politicamente mi sento un liberale di sinistra: liberale perchè credo che la libertà di ogni individuo debba idealmente finire solo dove iniziano le libertà degli altri; e di sinistra perchè sono contrario ai privilegi e alle ingiustizie sociali che essi comportano, perché credo che sia giusto che lo Stato compia anche interventi solidaristici approvati democraticamente. Spero di poter trovare nel PD la mia casa.

    PS: per me essere liberale non c’entra niente con il PLI. Far definire il liberalismo ad un Malagodi o ad un Altissimo sarebbe come far definire il socialismo da Craxi e Martelli.

  17. “Per quel che riguarda lo stato etico, io credo che lo stato etico, hegelianamente inteso, sia l’incarnazione della concezione di stato per la sinistra.”
    Per un certo tipo di sinistra, ma anche per un certo tipo di destra, è sicuramente così. Ma a me pare che, anche nel dibattito a sinistra, lo stato etico di hegeliana memoria sia oggi citato soprattutto come riferimento negativo.

    Personalmente ho un’idea diversa di sinistra, ma la cosa non è affatto strana. Un partito a vocazione maggioritaria come il PD deve per forza contenere idee diverse. Speriamo che si riesca a farle convivere nel modo più costruttivo possibile. Io cercherò di portare avanti le mie, pur sapendo che sono probabilmente minoritarie.

    Tornando al tema originario, devo dire che ho ben presente il “conservatorismo di sinistra”, mentre non ho capito quale sarebbe il “progressismo di destra”. Puoi fare degli esempi?

  18. Credo sia difficile cercare di caratterizzare la politica lungo un solo asse: come altri hanno già fatto notare, per esempio, l’asse “conservatori-progressisti” è quasi completamente indipendente da quello “destra-sinistra”.

    C’è poi qualche asse che non separa bene destra da sinistra, però collabora alla distinzione: per esempio, esistono destre laiche e destre fortemente cattoliche, ma la sinistra è sempre laica (o quanto meno dovrebbe…); oppure esistono destre che credono nell’importanza dello stato e destre per cui lo stato quasi dovrebbe non esistere, ma la sinistra crede sempre nello stato. Idem dicasi per la difesa dei diritti delle minoranze, o l’interesse per l’ambiente: puoi trovare persone non di sinistra che sono d’accordo su questi aspetti, ma non dovresti trovare persone di sinistra che sono contrarie.

    Quindi, se mi è concesso di seguire un approccio più pragmatico, direi anzi che che la sinistra non è definita da un solo aspetto (e la destra dalla negazione di quello), qualunque esso sia, ma da diversi … e la “non sinistra” è costituita da quelli che sono contrari ad almeno qualcuno di essi, non per forza a tutti.

    Inoltre bisogna stare attenti che molte possono esserci identità di fini ma non di mezzi con qualche “non sinistra”… per esempio i liberisti onesti credono seriamente che in assenza d’intervento statale le cose vadano meglio per tutti (seppur “più meglio” per qualcuno e “meno meglio” per altri); idem il WTO è contro la povertà nel mondo, e la NATO per la pace, ma non per questo si può dire che ci sia identità di vedute fra loro e i No Global.

    Le definizioni generali, “da principi primi”, sono un po’ scivolose, e le lascio a chi se ne intende meglio. Cercare di racchiudere tutta la “non sinistra” sotto un’unica definizione positiva (cioè “chi crede in X”, non sia “tutto tranne chi crede in X”), poi, mi pare un’impresa senza speranza.
    Inoltre ciascuno ha la sua idea di cos’è la sinistra, e se la definizione generale di sinistra che dà Chiara sembra ottima a me, non è detto che lo debba sembrare a tutti.

  19. Capita proprio a proposito: http://www.repubblica.it/speciale/2007/primarie_diamanti/2risultato.html

  20. francesco84

    Incollo qui la risposta che ha dato oggi veltroni al quesito di repubblica.

    Nessuna etichetta, se penso che i partiti del Novecento sono nati ciascuno sulla base di una e una sola visione del mondo (liberale, socialista, cristiana…) e che il Partito democratico si fonda invece sul presupposto che nessuna delle culture politiche tradizionali può considerarsi autosufficiente dinanzi ai problemi del nostro tempo: dai mutamenti climatici al nuovo disordine mondiale, dal lavoro che cambia ai dilemmi morali della bioetica. Un modo di essere, e allora scelgo “riformista”, se penso che il riformismo è proprio questo: la consapevolezza che l’unico modo per essere fedeli ai principi di una concezione umanistica della politica (la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà) è cercare le forme migliori per realizzarli, in una società che cambia continuamente, contro tutti i conservatorismi.

  21. chiarark

    Io non volevo fare un trattato su i mille mondi della sinistra, ma semplicemente cercare di recuperare il senso delle due qualificazioni “di destra”, “di sinistra”.
    Così come uno può cercare di chiarire cosa significhino i termini bello/brutto senza voler dire che le persone si devono identificare univocamente in questa divisione, si può cercare di recuperare il significato dei termini destra/sinistra per usarli, insieme ad altri aggettivi e ad altre identità, per qualificare se stessi. Non a caso noi vogliamo un PD non solo “di sinistra”, ma anche “democratico, laico e moderno”. Ma il fatto che per noi siano importanti questi tre termini non ci sottrae al compito di riflettere su cosa significhi per noi dire di volere un partito “di sinistra”.

    L’intervento di Veltroni poi parla delle etichette ideologiche, io non credo che “essere di sinistra” sia una etichetta ideologica, non si propone nessuna interpretazione del mondo preconfezionata, si stabilisce solo un orizzonte di valori. Sennò mi spiegate cosa ci divide dalla destra? (E non parlo della destra italiana anarcoide)

  22. Chiara: il tuo intento mi sembrava chiaro e, idealmente, condivisibile. Io però, per esempio, non sono d’accordo sul fatto che il senso fondamentale dell’essere di sinistra stia nel considerare l’uomo prima come parte di una comunità, e solo dopo come individuo; e non sono d’accordo anche per il fatto che questo punto di vista può portare, come infatti tu segnali, a considerare lo Stato etico come la concezione di stato “giusta” per la sinistra. Cosa che non condivido affatto.

    Forse sono io ad essere fuori luogo all’interno della sinistra? Dipende appunto da come si definisce la “sinistra”. Avevo l’impressione che chi ha scelto di concludere l’esperienza del PCI lo avesse fatto perché accettava una concezione liberale della democrazia, prendendo a riferimento il modello socialdemocratico al posto di quello del socialismo reale. Oggi, di persone che si definiscono liberali e di sinistra ce ne sono moltissime. Sono tutte in errore?

    Io ho riflettuto per anni su questi temi, e la mia conclusione è che il principale elemento invariante, attraverso la storia e la geografia, dell’essere di sinistra sia la “lotta al privilegio”; che può assumere mille forme diverse, a seconda di quali siano ritenuti i privilegi fondamentali contro i quali lottare: da qua le mille sinistre. Per fare qualche esempio – e delle grosse semplificazioni – per i comunisti il principale privilegio è la proprietà privata del capitale; per i verdi, la possibilità di alcuni di distruggere l’ambiente in cui viviamo tutti; per i socialdemocratici, il fatto che solo alcuni individui possano godere di un reddito, una sanità, una pensione ed una casa adeguati. Per la sinistra liberale, il privilegio è definito più in termini di opportunità piuttosto che di reddito o di averi: i privilegiati sono quei gruppi che, spesso anche attraverso la legge, si appropriano di opportunità che dovrebbero essere di tutti, come quella di accedere a determinate carriere, conoscere determinate informazioni, prendere decisioni che coinvolgono tutti senza consultare nessuno.

    Cosa caratterizza la destra? Il fatto di trovare giusto che alcune persone, alcuni gruppi godano di privilegi preclusi ad altri. Perché sono migliori, più forti, più attive. Perché sono persone rispettabili. Perché gli altri non hanno voglia di lavorare. La destra trova sempre buoni motivi per conservare un ordine sociale preesistente, anche quando, come il fascismo, nasce rivoluzionaria. Il conservatorismo sociale è ciò che caratterizza le destre quasi ovunque, quasi sempre.

    Sarei curioso di fare un sondaggio: quanti tra i mille si riconoscono nell’espressione “lotta ai privilegi” per la loro azione politica?

  23. INVITO!

    VIOLENZA DI STATO! Il corriere della sera: dice d’aver subito un’ingiustizia. Vieni della Mauritania, ha un blog e protesta contro l’ingiustizia. Lemin: leggi il blog e ripensi quello che mi è stato fatto di male in Italia. Non protestato ma agivo,per questo assediavo il comandante nel suo covo nel ministero della giustizia del 1995.Non chiedevo l’attestato della mia moralità, inoltre ignoravo la conseguenza della campagna di diffamazione contro di me!Si tratta di una storia a base dell’ingiustizia, la corruzione, l’integralismo politico, negligenza, abuso di potere, il maltrattamento, violenza di stato e i suoi derivati! Ero sorvegliavano a vista, 24 ore su 24 nell’attesa di sapere la decisione del comandante C.l. Maggiore dei servizi segreti romani Lussese Vincenzo e i suoi fedeli, che si occupava personalmente del mio caso! Questa era la situazione del 1990. vedi il blog.

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