L’altra faccia della gerontocrazia

di Corrado Truffi

indro.jpgiMille sono, assai giustamente, molto attenti all’insopportabile gerontocrazia italica. In molti sensi, iMille esistono proprio per lottare contro questa gerontocrazia. Per costruire un sistema Italia nel quale il peso e il ruolo delle diverse generazioni sia un poco più bilanciato.
Però, c’è un’altra faccia della storia, che spero che i miei giovani amici vogliano prendere in considerazione con la necessaria umiltà. Quante volte avete visto su un giornale annunci come questo: “cercasi capo area nord Italia. Il candidato ideale ha 30-35 anni, 5 anni di esperienza nella posizione, laurea e master preferenziale”? E quanti responsabili delle risorse umane conoscete il cui lavoro essenziale consiste nel trovare il modo di cacciare, possibilmente con le buone ma se serve con le cattive, tutti gli “over 50″ (o, ormai, gli “over 45″), per sostituirli con giovani di belle speranze e di meno pretese? E, con la legge 30, quanti fittizi “rami d’azienda” sono stati creati inzeppandoli di “vecchietti”, per poi venderli e liquidarli?
Insomma, è bene ricordare che la gerontocrazia riguarda chi ha il potere – i manager del board, gli amministratori e i politici, i grandi dirigenti, i cattedratici. Ma che il resto della popolazione dalla mezza età in su è, tendenzialmente, trattata come roba inutile e fastidiosa: troppo giovane per andare in pensione (anzi, qualcuno pensa che la quota 100 di Adinolfi sia troppo poco!), ma troppo vecchia per essere considerata produttiva in un mondo nel quale sembra improvvisamente scomparso il valore dell’esperienza.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. massimo.b

    Sì. C’è, credo, un equivoco di fondo, quanto al desiderato ed oportuno ricambio generazionale. Il ricambio deve essere delle idee e delle storie personali di tutti coloro che hanno capacità da dimostrare ma che sono stati (e sono) lasciati colpevolmente (anzi, dico di più: intenzionalmente) al margine della società.

    “Giovane”, come ovvio, di per sé non significa “meglio”. Ed anche tra i giovani di età (come già scritto altrove) si nasconde una mentalità vecchia, come alcuni “delfini” perfettamente integrati nel sistema politico italiano dimostrano ampiamente.

    saluti e complimenti per la riflessione più che opportuna e tutt’altro che banale

    Massimo.B

  2. Kerub

    mah.

    l’over 50 ha almeno lavorato 25 o 30 anni senza essersi sciroppato master o tirocini gratis.

    il lavoro e le posizioni buone sono poche.

    vadano ai migliori, sempre e comunque.

  3. david

    Il problema derlla precarieta’ e’ diffuso e riguarda, come dice giustamente Corrado, giovani e vecchi. Va affrontato complessivamente. In Italia il lavoro e’ in una situazione paradossale: abbiamo il peggio della flessibilita’ e il peggio della rigidita’. Da una parte ci sono contratti a tempo indeterminanto “a vita” (vedi l’Agusta elicotteri di Sesto Calende) li, una volta entrato, non ti muovi piu fino alla pensione. Dall’altra contratti rinnovati mensilmente, in alcuni casi settimanalmente, come una mia amica segretaria: ogni venerdi x la settimana successiva. In entrambi i casi e’ uno schifo! Il primo lavoratore comprime il mercato esterno e interno del lavoro ed per di piu’ e’ disincentivato a crescere professionalmente e umanamente; la seconda e’ sottopagata, non ha accesso a mutui e sostanzialmente ricattata. La soluzione? Citio tre punti. Intanto affrontare il problema in maniera non ideologica (la flessibilita’ va distinta dalla precarieta’). Secondo: armonizzare e avvicinare le due categorie (quelli a vita e quelli a settimana). Terzo: un efficiente sistema di sostegno alla disoccupazione (che aiuti chi cerca realmente lavoro non i fancazzisti nei periodi ion cui non ce l’ha).

  4. Secondo me David ha centrato il punto. Oggi nel mercato del lavoro c’è una enorme distorsione: chi è entrato con un contratto “vecchio tipo” ha troppe garanzie. Perché esiste un troppo anche per le garanzie: conservare il posto di lavoro anche quando non si ha più voglia di impegnarsi, quando non ci si vuole più tenere aggiornati, quando non si collabora con i colleghi, non è un diritto: è un privilegio. Perché questa garanzia viene pagata da qualcun altro che potrebbe svolgere bene quel lavoro, ma ne rimane escluso solo perché è arrivato tardi.

    La situazione di chi invece ha contratti a termine è troppo precaria, ma è tollerata perché necessaria al sistema Italia per compensare la rigidità dell’altra parte dei lavoratori. Questa situazione oggi è esasperata, ma a mio avviso ha radici antiche, almeno dal momento in cui è stato creato uno Statuto dei Lavoratori ipocrita, che poteva essere applicato solo alle aziende sopra i 15 dipendenti. Con l’effetto di ridurre sempre di più la quota di lavoratori impiegati nella grande impresa.

    La situazione può essere sanata solo dando a tutti i lavoratori le stesse garanzie, le più alte che possono essere date mantenendo la competitività economica del sistema Italia, e contemporaneamente dando maggiori aiuti a chi un lavoro non ce l’ha. A quel punto le aziende avranno molti meno motivi per cercare di liberarsi dei lavoratori con maggiore anzianità.

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