La politica delle cose fatte bene

sezione Idee – Per un nuovo PD

di Filippo Zuliani

image_mini.jpgIo sono un tecnico. Mi sono unito ai Mille perchè le cose mi piace farle. Farle bene. E mi piace che si parli chiaro. Dal fatidico 8 settembre non si fa che disquisire su Grillo e sulle sue proposte. Curiosi, esperti, grillini e giornalisti discutono, dibattono e si azzuffano: Grillo ha ragione o torto? Politica o antipolitica come soluzione del problema?
Già, il problema. Qual è il problema? Tra mille editoriali, blog e articoli letti, a parer mio il solo Luttazzi ha centrato il punto: “Grillo ha successo perché individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E’ questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva”.


Il vivere sociale si regge su due pilastri, brutalmente: lavoro e società. Il perdurare dell’eterno familismo italico e la relativa giovinezza della nostra unità nazionale hanno originato una flebile identificazione del popolo italiano con lo stato istituzionale, surrogando spesso nella famiglia bisogni e riconoscenze. Viceversa, la compatezza semifamilistica di ordini, sindacati e corporazioni lavorative d’ogni sorta l’ha sempre fatta da padrone nel belpaese del lavoro trasmesso di padre in figlio. Oggi però quell’unità lavorativa sta venendo meno per le mutate condizioni del mercato del lavoro. Gli esperti sono concordi nel definire quest’epoca come l’epoca del mercato del lavoro “liquido”, in cui il concetto di “lavoro per la vita” è in forte discesa: anche le grandi aziende chiudono interi settori e la mobilità lavorativa è terribilmente aumentata (volenti o nolenti). Di conseguenza, le categorie lavorative sono in declino per il disgregamento dei blocchi sociali “solidi”, gli individui divisi e vulnerabili. In questa nuova epoca il lavoratore spesso possiede come unica garanzia per il futuro la propria esperienza lavorativa e l’eventuale rivendibilità della stessa. Il cambiamento del mercato del lavoro da “solido” a “liquido” ha incrinato profondamente il pilastro fondamentale della dimensione sociale collettiva nel belpaese, quel sentirsi parte di una categoria sociale ben definita e protetta in assenza di protezioni sociali all’individuo.

Il problema collettivo palesato dal fenomeno Grillo e dai suoi 300.000 firmatari non è l’incazzatura o l’indignazione come molti sembrano credere. Il Vaffanculo-Day è stato invece una liberazione, una valvola di sfogo per la paura che pervade il paese da anni. Grillo e molti italiani sono infatti terrorizzati. Terrorizzati dal futuro, dall’insicurezza per loro e per i loro figli data dall’assenza di una dimensione sociale capace di aggregare e proteggere i cittadini e rispondere efficacemente ai problemi delle mutate condizioni, in primis lavorative.

L’urlo di dolore del V-Day ha evidenziato il bisogno di tutela del presente e del futuro lavorativi nel belpaese trascurato dalle istituzioni e da un sistema familistico in pesante affanno. Guarda un po’, le primarie online di Repubblica in materia di precariato premiano le risposte di Rosy Bindi e Mario Adinolfi, chiare e pragmatiche. Inoltre non è un caso che Grillo parli spessissimo di precariato e abbia un seguito enorme tra i giovani universitari di 20 e 30 anni. La risposta collettiva indicata da Luttazzi deve necessariamente partire da un segnale politico chiaro e dalla sinergia con l’impegno civico dei cittadini a sostegno dello stesso, fosse anche inimicandosi gli immobili feudi delle rendite di posizione.

Il bisogno collettivo indicato da Luttazzi è la tutela sociale, il sentirsi protetti dalla società nel lavoro e nella vita. Un bisogno di tutela urlato dai cittadini, che può essere soddisfatto solo dalla politica attraverso (tranchant):
- ammortizzatori sociali per il nuovo mercato del lavoro “liquido”, in cui è molto frequente cambiare occupazione o incarichi.
- welfare con protezione sociale per famiglie, giovani, malati. Categorie di persone che abbisognano di maggiori tutele e oggi trascurate in Italia (eufemismo).
- aumento della mobilità sociale con libertà di accesso alle professioni. Come scritto da Valentino Larcinesi su questo blog, indispensabile per infondere fiducia nel domani al sistema Italia.

Sfortunatamente, il seguito all’analisi di Luttazzi è stato spesso caratterizzato dalla consueta gazzarra sul metodo e dall’inconcludenza dei sottilissimi distinguo degna della peggior tradizione di quel popolo di umanisti che sono gli italiani. Tante Delenda Carthago ma soluzioni chiare per il problema collettivo sollevato da Grillo, pochissime.
Qui sopra ne trovate una, su cui iMille e il Partito Democratico devono saper puntare per dare risposta al disagio collettivo degli italiani. La politica delle cose fatte bene.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

11 Commenti

  1. alessandro

    Bergonzoni dice “Chi è Stato?” “Noi siamo Stato!”. Forse il miglior slogan/pensiero politico degli ultimi anni. Siamo Stato sia facendo politica attiva (con il PD o meno) che andando ai consigli comunali.

  2. Condivido buona parte dell’articolo, però noto un grosso problema. Ammortizzatori sociali e welfare costano, e tanto. Se vogliamo essere diversi dalla “solita politica”, quella che promette e non mantiene, dobbiamo essere in grado di rispondere alla domanda: “chi paga?”. Non sono valide risposte generiche tipo eliminazione degli sprechi o dell’evasione fiscale.

  3. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Daniele, la ridefinizione degli aiuti sociali richiede l’uso di risorse che oggi vengono destinate ad un’altra dimensione del vivere sociale: la politica -leggi migliaia di sindaci, assessori, comunità montane e consiglieri per fare esempi locali, che a loro volta reggono il trenino delle connivenze economiche incrociate.

  4. carcamanno

    Filoppo nella tua ultima risposta credo ci uno dei nodi cruciali.
    E’ indubbio che la politica fatta dal basso costi fatica e soldi e che ci debba essere rispetto nella militanza. Pero’ e’ anche vero che molta militanza sopporta e tace connivenze di vario genere. Il sindaco diessino del mio comune ha preso 80% alle ultime elezioni pero’ se ti spiegassi che fa l’assessore all’ediliza ci sarebbe da piangere. E nel passato il segretario comunale che faceva il geometra nell’impresa edile che vinceva tutti gli appalti. Stiamo parlando non di un comune piccolo della locride ma della ricca e “onesta” lombardia.

  5. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    carcamanno, non sto dicendo che sia facile. Sto dicendo ridurre i costi della politica e’ necessario e doveroso.

    Di anno in anno, di favore in favore, di regioni in provincia, lo stormo dei politici locali costa allo stato uno sproposito. Costo sostenibile solamente azzerando voci di bilancio sociali quali welfare e ammortizzatori sociali. La prossima volta che votate “quel sindaco” o “quel consigliere”, cominciate a chiedervi quanto vi costa.

    Il taglio dei costi della politica e’ un punto imprescindibile di un serio programma politico. Senno’ i conti non li fate quadrare.

  6. carcamanno

    Filippo, non era una critica infatti ma volevo rafforzare il tuo concetto. Credo che sia inutile abbaiare contro i vertici della democrazia quando abbiamo tanto da fare dal basso. L’elezione diretta del sindaco e’ stato un primo passo ma c’e’ ancora tanto da fare.
    C’e’ la complicazione, tra le tante, che i tagli agli enti locali non fanno altro che giustificare sprechi, duplicazioni di funzioni e aumento della pressione fiscale. Nei comuni piccoli se vai a curiosare negli atti pubblici e per sfortuna hai una attivita’ imprenditoriale vieni spesso penalizzato. E’ mafia pure questa e quindi essendoci di mezzo una attitudine culturale serve tempo per cambiarla. Questo pero’ non deve scoraggiare altrimenti non se ne esce.

  7. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    carcamanno, il problema non e’ tanto COSA fanno i vari sindaci, assessori, consiglieri (favoritismi, clientelismi, furberie).
    Il problema e’ QUANTI sono e QUANTO guadagnano. Un consigliere comunale di una citta’ di modeste dimensioni (35.000 abitanti) stacca un indenizzo mensile di 2000euro! Moltiplicalo per numero delle citta’, province, assessorati, regioni e palle varie e avrai una vaga idea dello sproposito che paghiamo in stipendi ai politici locali. E tutto questo tralasciando progetti e collaborazioni.

    Anche facessero il loro lavoro onestamente, non resterebbe una lira in cassa per fare null’altro. E’ questo il bieco motivo per cui non abbiamo nessuna protezione sociale: non e’ un problema di onesta’ dei politici, e’ un problema di numero e di fondi necessari a pagare gli stipendi, di aumento in aumento, oramai altissimi.

  8. Filippo, a parte che non credo poi che i soldi presi dalla politica basterebbero per la protezione sociale, il problema non è quanto prendono, ma proprio il sistema “mafioso” di cui parla carcamanno e che pervade tutta l’italia, unificata in questo da nord a sud.

  9. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    riccado, prova a far due conti e vedrai…

  10. Filippo, io ho provato a fare due conti (molto all’ingrosso). Prendendo le appendici del libro “la casta”, sono riuscito a fare una somma totale del costo di partiti, camera, senato, presidenza repubblica, consigli regionali e comunità montane: totale di 2,5 miliardi di euro l’anno (5.000 miliardi di lire). Non ho trovato dati aggregati per province e comuni, ma sicuramente è parecchio di meno. Comunque, facciamo finta di riuscire a far dimagrire la politica in modo pazzesco e assolutamente inverosimile: risparmiamo 2,5 miliardi di euro l’anno.

    Ora diciamo che ad avere bisogno di più welfare e ammortizzatori siano solo 10 milioni di italiani (anche qui sono molto ottimista). Divisione semplicissima: potremmo spendere per queste persone 250 euro/anno a testa, meno di 21 euro al mese. Decisamente pochi per cambiare le prospettive di vita di un italiano.

    I politici devono sicuramente ridurre i propri privilegi economici, ma non perché questi soldi possano ripianare i conti dello Stato. Lo devono fare per poter conquistare la credibilità necessaria per portare avanti riforme veramente incisive, che toccheranno gli interessi non di qualche centinaio di migliaia di persone, quelle che girano intorno alla politica, ma di milioni, quelle che evadono il fisco, ricevono stipendi pubblici che non meritano, aiuti pubblici di cui non hanno bisogno, etc. etc.

  11. carcamanno

    Gia’ abolendo le inutili provincie si risparmia di sicuro. Pero’ la disonesta’ fa lievitare i costi dato che elimina la concorrenza e sopporta le inefficienze. Se si risparmiassero non 2.5 miliardi ma 2.5 milioni se si puo’ fare andrebbe fatto.
    Pero’ io vedo sempre il “value for money”. Se ho servizi e amministrazioni che vanno posso anche pagare.

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