sezione Speakers’ Corner
di Valentino Larcinese
Il dibattito stimolato dal nascente Partito Democratico sta facendo emergere una grande questione generazionale: in un Paese che premia l’anzianità di servizio più che le capacità, i giovani restano fuori dalle posizioni di responsabilità. I Mille pongono giustamente tale questione al centro della propria proposta politica. E’ bene ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che la gerontocrazia è un male per l’Italia, non (solo) per i giovani, in particolare in un contesto in cui, per i cambiamenti frenetici che occorrono nell’organizzazione dell’economia e nelle tecnologie, l’esperienza accumulata conta meno che in passato mentre contano sempre più le capacita’ di ricezione ed adattamento, generalmente più elevate negli individui più giovani. Non è dunque un bene neppure che le giovani generazioni siano pesantemente sottorappresentate in politica.
In Italia gli under 40 rappresentano il 38% della popolazione maggiorenne ma costituiscono solo l’8% dei deputati. Con una incidenza sulla popolazione maggiorenne tutto sommato paragonabile, gli under 40 rappresentano il 14% dei parlamentari in Gran Bretagna (Camera dei Comuni), il 20% per cento in Olanda, il 31% in Finlandia. Fra i vari meccanismi che determinano tale distorsione vale la pena ricordare (come viene fatto nel Wiki-programma) che al momento occorre avere almeno 25 anni per essere eletti alla Camera e 40 per il Senato, e che il diritto di voto per il Senato arriva solo a 25 anni. Tali restrizioni si sommano alla già scarsa propensione al voto dei giovani che si riscontra presso tutte le democrazie.
L’evidente sottorappresentazione dei giovani in tutte le sedi decisionali ha poi implicazioni di non poco conto sulle scelte fatte dai nostri governanti: di fatto nell’ultimo decennio si è determinata una dualizzazione della nostra società, in cui i padri vivono il meglio delle garanzie del modello continentale europeo mentre i figli vivono il lato peggiore della flessibilità del modello anglosassone, pur senza goderne le opportunità. La nascita del PD sta ora fornendo l’occasione per farsi sentire ad una nuova generazione. Se ne colgono segnali di rilievo nei programmi di tutti i candidati alla segreteria e nella nascita di nuovi movimenti come iMille. Si tratta di sviluppi importanti, che occorre augurarsi riescano ad avere un impatto, sia sull’opinione pubblica che sulla stanza dei bottoni. Ciononostante, come ha già fatto notare Corrado Truffi, la questione generazionale è stata in questi giorni spesso posta in termini semplicistici, e questo non ci aiuta a capire quello che realmente sta succedendo. Il problema viene presentato come un conflitto fra generazioni, una competizione dei padri con i figli che vede i figli perdenti. Non è così, e non è neppure una questione di chi è precario a che età. Si tratta, invece, di una conseguenza e di un ulteriore aspetto di quelle che, credo, siano le malattie croniche dell’Italia: l’assenza di mobilità sociale, la prevalenza dei network familiari sulla competizione di mercato, la pervasività di rendite e privilegi che, nei fatti, si trasmettono di padre in figlio. Non è vero che due neolaureati in giurisprudenza, uno figlio di notai, l’altro di impiegati, siano ugualmente penalizzati dal sistema degli albi professionali. Non è vero che tutti i giovani, indipendentemente dal loro network familiare, siano ugualmente esposti alla prospettiva di precariato perenne. Non è vero che tutti i giovani siano ugualmente penalizzati dall’esplosione del prezzo degli immobili.
La dualizzazione generazionale della società, l’esplosione delle rendite, la conservazione dei privilegi di casta fanno sì che le prospettive di un giovane dipendano poco dal suo impegno o dalle sue capacità e molto di più da quanto potrà ereditare dalla generazione precedente, in termini di benessere, lavoro e, il che è peggio, potere. Un movimento che voglia essere sinceramente e profondamente rinnovatore come iMille dovrebbe dunque dedicare maggiore attenzione ai temi della mobilità sociale e della uguaglianza di opportunità, che mi auguro possano costituire le stelle polari del nascituro PD. E torniamo dunque al PD e poniamoci l’annosa questione del che fare. Ha certamente ragione chi chiede più giovani nelle liste per la costituente e più in generale più giovani nei posti di responsabilità. Occorrerà però anche chiedersi quanto rappresentativi questi giovani saranno della società e dei loro coetanei. I candidati saranno scelti per l’utilità del loro network o per ciò che possono portare dal mondo delle persone normali? Anche queste scelte ci diranno parecchio su che tipo di partito sarà il PD. I segnali che il mondo politico ha mandato negli ultimi anni non sono stati incoraggianti se è vero che abbiamo assistito alla crescente moltiplicazione, presso tutti gli incarichi pubblici, di mogli, figli, nipoti, fratelli. Meglio non addentrarsi alla voce “amici di famiglia” o “dipendenti”. E’ certo un avvertimento per chi pensa di poter risolvere tutto con innovazioni istituzionali quali il limite al numero dei mandati in parlamento o il voto a 16 anni. E purtroppo non mi pare che tali questioni vengano poste con sufficiente chiarezza nemmeno da chi, genuinamente, si batte per modernizzare il nostro Paese. Siamo sicuri che la questione generazionale sia solo o soprattutto una questione di età?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





condivisibilissimo. complimenti all’autore.
Sono d’ accordo, splendido articolo. Finalmente il problema generazionale viene posto in termini politici e non identitari. Ossia nei termini di un problema che investe i meccanismi di base della societa’, a partire dalla selezione della propria classe dirigente, e che fa fare un salto rispetto al concetto di lobbyna dei figli di papa’ che rischiava di caratterizzare questo movimento.
Gianni, mio padre faceva il muratore (ora in pensione)
Valentino vai via non ti vogliamo tra noi…Scherzo (molto ovviamente) come stai?
La questione delle quote l’abbiamo già vissuta a proposito delle differenze di genere. Ne abbiamo sentiti a milioni di commenti del tipo: “ma ci sono abbastanza donne in gamba da eleggere?” oppure: “bisogna promuovere i migliori, dovunque siano…”
Se però oggi facessimo una riflessione onesta dovremmo riconoscere che la regola delle quote ha prodotto molta più presenza “qualificata” di quanto le migliori previsioni avesesro potuto immaginare. Per un semplice fatto matematico: aumentando la platea da cui attingere, ottengo una selezione maggiore e migliore.
Lo stesso si potrebbe e dovrebbe fare per i giovani. Ma se andiamo avanti a quote poi verranno gli operai, e i contadini, e gli avvocati e, perché no, anche i notai…
Né questo quadro positivo riguardo alle donne ci ha evitato che esse (esse!) fossero poi favorevoli ad altre aperture, per esempio verso i giovani.
Giorni fa si è tenuta un’assemblea al mio paesino per la costituzione del Comitato promotore del PD. Dopo il mio intervento sparato sui giovani è intervenuta una compagna Consigliera Comunale ds (che ha senz’altro fruito delle quote di genere, pur avendo indubbi meriti) che ha detto: “va bene promuovere i giovani, ma ci sono, poi, questi giovani decisi a impegnarsi?”. Ecco: ci risiamo. Rifacciamo l’esame e pensiamo che se ci sono persone in grado le promuoviamo, sennò…
Quando si è trattato di compilare la mia piccola lista di Collegio che volevo fortemente caratterizzata dalla presenza di giovani, pensavo a me come capolista (cosa credete, che la vanità non prenda tutti?), perché ero io che mi ero mosso, avevo organizzato, e bla bla bla, e poi a dei giovani. Quando ho finito l’ipotetica lista mi sono chiesto se la gente, e per primi i giovani avrebbero capito. Cosa potevo fare, quale messaggio inviare per rendere evidente che la lista promuoveva i giovani?
Ho avuto una felice intuizione: ho rovesciato il foglio e sono partito dal fondo. Il capolista è diventato il giovane di 18 anni, seguito da altri tre suoi coetanei (con rigida alternanza di genere), con me là in fondo, perché non si dicesse che li mando allo sbaraglio e mi tiro fuori. Naturalmente mi dispiaceva un po’ non stare in buona posizione nemmeno quando la lista la costruivo io, ma il consenso di mio figlio mi ha fatto capire che era la cosa giusta (e naturalmente mi permetterà di impostare una buona campagna di comunicazione).
“Ma ci sono giovani in grado di impegnarsi?”: la risposta alla mia brava compagna di paese è questa: rovesciamo il foglio, e facciamo partire le liste dal basso, vedrete che i giovani ci saranno.
Filippo, l’ informazione che fornisci e’ interessante, ma non rilevante. E’ evidente che se si pone il problema generazionale in termini di sostituzione di una categoria aangrafica con un altra (come mi pare si sia fatto piu’ volte, anche su queste pagine), il risultato migliore che si puo’ ottenere e’ una continuazione dei privilegi in termini familistici, e ne e’ interessato solo chi di questa catena ereditaria e’ direttamente parte, ossia i “figli di papa’”. Se invece si pone il problema di selezione della classe dirigente in termini di merito e di abbattimento delle barriere alla mobilita’ sociale, allora la questione generazionale si esprime davvero come elemento di innovazione della societa’. Perlomeno io ho interpretato in questo modo l’ articolo, sul quale avevo capito fossi d’ accordo anche tu.
Articolo azzeccatissimo nel porre il problema. Ma quali possono essere le soluzioni? Io credo che la direzione giusta sia quella di abbandonare l’illusione che si possa escludere il fattore umano da decisioni come la scelta del candidato più idoneo per un certo ruolo; l’illusione che si possano trovare dei criteri oggettivi con i quali la decisione giusta verrà presa attraverso un perfetto meccanicismo burocratico, indipendentemente da chi la prende.
Io al contrario penso che il fattore umano sia importantissimo ed ineliminabile, e che la strada giusta sia quella di valorizzarlo attraverso meccanismi di trasparenza e di accountability (non ho trovato un termine equivalente in Italiano), responsabilizzando chi effettua la scelta. Per esempio, prendiamo una commissione universitaria che deve assegnare un posto da ricercatore. La scelta viene effettuata. La produzione scientifica del vincitore, nei mesi e negli anni successivi, viene valutata, ed i membri della commissione che hanno preso la decisione ricevono un punteggio proporzionale ai suoi risultati. I punteggi ottenuti dai docenti che hanno selezionato dei candidati verranno utilizzati per determinare la composizione delle commissioni future, dando quindi maggiore potere decisionale a quei docenti che hanno fatto le scelte migliori in passato.
Lo stesso meccanismo può essere utilizzato nelle più diverse situazioni, basta che sia possibile trovare dei modi per valutare a posteriori i risultati delle scelte effettuate. La valutazione a posteriori presenta comunque delle difficoltà, ma è molto più significativa di qualunque valutazione a priori si possa immaginare. Con questo meccanismo, quelli che assegnano posti (commissari d’esame, manager pubblici, politici, etc.) sarebbero portati a prendere decisioni al meglio delle loro capacità. Certo, ogni tanto qualcuno farà scelte per amicizia, per parentela, per restituire un favore: ma è un fatto ineliminabile, e non sarebbe un prezzo alto da pagare se poi, per potersi garantire questo potere, questo qualcuno fonderà quasi tutte le sue valutazioni sui criteri migliori che è in grado di utilizzare.
Gianni, ho messo la smiley per indicare che stavo solo scherzando.
Condivido quello che dici, l’abbattimento della barriere alla mobilita’ sociale e’ il primo, doveroso e importatissimo passo per abbattere la questione familistica italiana. A questo proposito e’ quasi impossibile non parlare degli ordini professionali: risolvono piu’ problemi di quanti ostacoli non pongono?
Concordo: il problema non è certo banalmente anagrafico.
Brevemente, direi che tutta la questione è strettamente legata ad un sistema Paese poco o nulla meritocratico. Infatti, se i ruoli di responsabilità sono occupati non per merito, chi li occupa teme (sì: teme!) la concorrenza di chi è più bravo e capace e fa di tutto perché l’inefficienza sia la regola sistematica, perché solo così può continuare a giustificare il suo “posto”.
Ed è così che una società si sclerotizza, impedendo in ogni modo ricambi non solo generazionali, ma di professionalità e di idee sulla base non tanto di una data anagrafica, ma, appunto, di merito e di capacità.
Va da sé peraltro che un Paese che premia i più meritevoli consentirebbe di dimostrarsi anche più solidale nei confronti di chi, per i motivi più diversi, è in difficoltà. Al contrario, difficile pensare che chi è preoccupato di mantenere il suo posto senza merito possa essere solidale nei confronti delle categorie più “deboli” della società: quello che al massimo può pensare di fare (ed è csiò che fa) è di elargire elemosine fortemente interessate in quanto finalizzate a che tutto resti così come per loro è. Privilegi (di casta) immeritati inclusi.
saluti
MassimoB
L’esperienza conta, eccome.
Dipende da che uso ne fai.
Penso ad Enzo Ligori o al più giovane Ivan Scalfarotto. E’ la voglia di condividerla, non di farne una difesa ad oltranza del proprio status che fa la differenza.
Caro Filippo, mi scuso per non avere colto l’ ironia: sara’ l’ eta’
.
Colgo l’ occasione comunque per segnalare l’ unico punto che mi sembra debole dell’ articolo: quando dice “le capacita’ di ricezione ed adattamento, generalmente più elevate negli individui più giovani”, mi ricorda un po’ quando si dice che “le donne non sono adeguate al comando”. Mi sembra un luogo comune non verificato, e sopratutto inutile: rimuoviamo le barriere al merito e alla mobilita’ sociale, e poi lasciamo che sia la societa’ (e il mercato) a decidere se sia piu’ necessaria l’ esperienza o l’ innovazione, e a selezionare chi e’ piu’ dotato dell’ una o dell’ altra. Finalmente senza pregiudizi, si spera.
D’accordissimo con tutti. L’articolo pone questioni interessanti. Ne aggiungo una: la formazione. Largo ai giovani, certo, ma vogliamo parlare di formazione alla politica, oltre che di selezione delle classi dirigenti? Credo che partecipazione e formazione debbano andare insieme.
Non credete?
Gionata, è corretto parlare di formazione. Credo però che il motivo della mancanza di formazione (e quindi di una nuova classe politica “preparata e competente”) sia legato proprio agli ostacoli posti dalla passata ed attuale classe politica alla VERA partecipazione ed alla competizione per merito e capacità. Un circolo vizioso, insomma, e che a personalmente mi pare fin troppo chiaro a quali finalità sia stato e sia rivolto (quello di mantenimento dei privilegi di “casta”, per essere chiari).
Come si spezza ora questo circolo vizioso? Continuo a credere che SOLO una società disposta a premiare maggiormente i più meritevoli possa ottenere anche questo risultato. In particolare poi, in politica la formazione (quella vera, non quella fittizia) è NELLA partecipazione stessa, non in altro. Tradotto: ci si forma proprio partecipando (con serietà, passione e costanza) alla vita politica del Paese, e questo deve essere garantito eliminando quelle barriere di ingresso che la politica, al pari di un mercato oligarchico, impedisce concorrenza ed efficienza.
Saluti
MassimoB
Complimenti a Valentino. Questo articolo mette in guardia. Non dimentichiamoci che buona parte della questione generazionale è in realtà una questione di meritocrazia.
Attenzione però. Ora non spingiamoci all’altro estremo (“la questione generazionale è solamente una questione di meritocrazia”). È pure una questione di rappresentanza democratica. Come tale va combattuta anche senza riferimenti alla qualità delle persone. Per intenderci: un giovane in più è comunque una vittoria, anche se non rispecchia la nostra tipologia di candidato ideale.
Gionata: attenzione però che “formazione” non voglia dire far imparare ai nuovi politici a fare la stessa politica dei vecchi.