Flessibilità del mercato del lavoro: una proposta

di Paolo Ribichini

mestieri.JPGIl parlamentare di Rifondazione Comunista qualche settimana definì il defunto prof. Biagi e l’ex ministro Treu (oggi nella sua stessa compagine di governo) di essere dei veri e propri assassini, avendo armato le mani dei “padroni” per aumentare lo sfruttamento della forza-lavoro attraverso il precariato. E Caruso non è poi così isolato. Ha dato voce a tanti che, all’interno di Rifondazione la pensano allo stesso modo. Dietro queste astruse parole si nasconde, però, una verità: il precariato è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni, colpendo, in particolar modo i giovani. Analizziamo per un attimo le cause e gli effetti. La legge Treu fu la prima in Italia ad aprire le porte alla flessibilità del mondo del lavoro. In un periodo con alti tassi di disoccupazione, l’intervento in tale direzione ha consentito un incremento dei posti di lavoro e una riduzione drastica della disoccupazione. Parallelamente, però, è cresciuto anche il precariato. Infatti, è mancato, da parte della classe politica, l’intervento volto a correggere le distorsioni che la flessibilità avrebbe provocato. Il mercato del lavoro è stato abbandonato a se stesso e, di conseguenza, ha prodotto anche grosse distorsioni anche grazie all’atteggiamento decisamente poco imprenditoriale dei nostri “imprenditori”: contratti a tempo determinato, collaboratori a partita IVA, contratti a progetto anche per fare la segretaria ecc

Accusare Biagi e Treu di essere degli “assassini” è un’affermazione che non trova riscontro con la realtà. Le due leggi avevano come obiettivo quello di rendere più elastico il mondo del lavoro, esattamente come in altri paesi europei che presentano economie e tenori di vita qualitativamente migliori. La flessibilità avrebbe reso il mercato del lavoro più dinamico ed in grado di dare risposte immediate ai cicli economici. Inoltre, avrebbe permesso l’incremento dell’occupazione a costo dell’incremento della sola disoccupazione frizionale. L’obiettivo è stato parzialmente raggiunto: oggi il mercato del lavoro italiano è un mercato flessibile anche se i dati sull’occupazione sono decisamente inferiori alle aspettative.

Cosa è mancato? La flessibilità non è stata controllata e tante volte si è trasformata in precariato. Da un lato sono mancati da parte dello Stato gli incentivi diretti alle aziende ad assumere a tempo indeterminato, dopo un giusto ed equo periodo di prova, dall’altro lato non vi è stata la necessaria riforma dei c.d. ammortizzatori sociali non in grado, oggi, di venire incontro alle necessità di un numero sempre più elevato di disoccupati frizionali. La colpa, quindi, non è di coloro che hanno redatto una legge sulla flessibilità, ma, semmai, di una classe dirigente incapace di avere una visione politica di lungo periodo.

Ma forse si può percorrere tutt’altra strada in Italia. Io credo che la flessibilità del mercato del lavoro possa essere sostituita, in parte, dalla flessibilità salariale. Cosa significa? In pratica, pur mantenendo alcune regole della flessibilità del mercato del lavoro circa i cosiddetti periodi di prova e la possibilità di licenziare un lavoratore per scarsa produttività, le istituzioni economiche dovrebbero mirare alla piena occupazione (con una disoccupazione, quasi completamente frizionale, pari al 3%), incentivando a non licenziare in periodi di crisi attraverso la flessibilità degli stipendi. In pratica, in periodi di recessione gli stipendi dovrebbero essere lasciati liberi di scendere come risposta alla diminuzione della domanda di lavoro, mentre nei periodi di crescita devono crescere in proporzione alla produttività e al crescere della domanda di lavoro. In questo modo si responsabilizza di più il singolo lavoratore che sa bene che il suo stipendio dipenderà dalla sua produttività anche se ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, garantendo alla stragrande maggioranza di persone un lavoro stabile e sicuro.

Una piccola idea che mi fa piacere condividere con voi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

16 Commenti

  1. Le mie perplessità nascono da questa domanda: chi misura la produttività?
    Ci potrebbe essere il rischio che i datore di lavoro affermi di essere sempre in periodo di crisi e quindi di pagare stipendi da fame, con qualche piccola crescita sporadica come contentino. Questo meccanismo andrebbe parecchio regolamentato.
    Faccio invece una proposta diversa: stiamo assistendo ad un abuso dei contratti a tempo determinato in quanto permettono ai datori di lavoro di avere una mano d’opera flessibile e anche “minacciata” dal mancato rinnovo. La flessibilità fa comodo ai datori di lavoro che come accade spesso in Italia ne abusano. Per evitare l’abuso si potrebbe correlare la retribuziona alla durata del contratto: più è breve il contratto, maggiore è la retribuzione. L’imprenditore quindi valuterebbe realmente se assumere del personale per brevi periodi, pagandoli più dei dipendenti a tempo indeterminato, per coprire delle vere esigenze estemporaneee e verrebbero eliminati i contratti a tempo rinnovati di anno in anno, veri e propri sostituti dei contratti a tempo ideterminato dove a guadagnarci sono solo i datori di lavoro.

  2. Kerub

    la soluzione di Roberto convince di più. quella di Ribichini mi sembra degna dei Lavoratori Socialmenti Utili.

    Il problema vero è che in Italia non c’è bisogno di lavoratori specializzati e culturalmente avanzati (oppure i posti sono in mano a garantiti ed inamovibili.

    Senza domanda di lavoratori qualificati cade il potere contrattuale di questi ultimi.

    Quella italiana assomiglia di più ad una sindrome “africana”.

  3. Mi sono venute in mente alcune difficoltà per l’implementazione di questa idea:
    1- Chi decide quando si va in recessione e si abbassano gli stipendi? In base a quali indicatori? Vedo il potenziale per discussioni e litigi infiniti.
    2- (soprattutto) Se abbassiamo gli stipendi avremo lavoratori piu’ scontenti e meno motivati, aggravando ulteriormente lo stato dell’azienda e dell’economia.
    3- Bisognerebbe fissare un limite ai ribassi, perche’ altrimenti nulla impedisce che gli stipendi vadano a zero. (Nel caso di Alitalia dovrebbero esserci stipendi negativi, ovvero sono loro che dovrebbero pagare lo Stato!)

    Cio’ non toglie che la flessibilità di salario sia una buona strada. Ma la vedrei piu’ come flessibilità geografica che non flessibilità individuale (come esposto qui). Usciamo dalla logica dei contratti nazionali vincolanti e permettiamo ‒ ad esempio ‒ stipendi diversi tra nord e sud. Lo scopo è aiutare l’occupazione nelle zone piu’ in difficoltà e tenere conto che il costo della vita puo’ differire da regione a regione.

  4. tutto bello in teoria ma se:

    “Cosa è mancato? La flessibilità non è stata controllata e tante volte si è trasformata in precariato.”

    come facciamo a sapere che la flessibilità salariale non si riveli uno strumento pericoloso allo stesso modo? Sarebbe una operazione interessante sulla carta ma rischiosissima in pratica: la produttività stimata sarebbe sempre bassissima e gli stipendi “legittimamente” da fame.

  5. Roberto coglie il punto essenziale della faccenda. Per come la vedo io, lo scandalo è che il rischio, per un precario, di essere licenziato facilmente e, soprattutto, di non poter pianificare sensatamente il proprio futuro, non è coperto da un opportuno premio a tale rischio (una retribuzione maggiore). E, checché ne pensino i Caruso vari, il movente fondamentale dell’amore dei “padroni” privati per il precariato è nel suo costo minore, non nella possibilità di licenziare (se si vuole, si licenziano anche gli indeterminati, con i finti rami di azienda, il mobbing, gli incentivi, la cassa integrazione…).
    Quindi, sebbene non ci sia nulla di male a provare a legare le retribuzioni (tutte) alla produttività – è l’essenza di tutte le politiche dei redditi fin dai tempi delle socialdemocrazie trionfanti! – credo che la lotta al precariato passi soprattutto per interventi che rendano il lavoro temporaneo meno conveniente per le imprese. A titolo di esempio:
    1) Introduzione di tariffe minime per figura professionale
    2) Limitazione di età nell’utilizzo o aumento del costo contributivo al crescere dell’età
    3) Introduzione di un accantonamento obbligatorio per il rischio di interruzione, o comunque aumento della contribuzione.

    PS: ricordiamoci però che una parte enorme del precariato è nel settore pubblico o nelle società pseudoprivate a capitale pubblico: lì, le cose da fare sono piuttosto diverse.

    PS2: nel pezzo di Paolo non mi convince del tutto l’analisi di fondo: in breve, non sono le leggi Treu e Biagi che hanno creato tutta questa occupazione; al più hanno dato una piccola mano e fatto emergere un po’ di nero. Così come non è vero che Treu e Biagi hanno inventato il precariato, come sostengono il buon Caruso e Beppe Grillo, non è vero nemmeno che hanno risolto il problema dell’occupazione.
    Semplicemente, la flessibilità/precarietà stava crescendo già prima di quelle leggi, per il ben noto effetto della globalizzazione, e quelle leggi hanno solo tentato, più o meno bene, di gestire il fenomeno.

  6. La tua idea non è poi così diversa da quella avanzata dal governo. Il problema, però, è che attualmente il salario è stabilito da un contratto che lega datore di lavoro e lavoratore. Il salario quindi non è vincolato dalla legge ma è frutto della libera contrattazione delle parti. Stabilire per legge i salari, non solo è illiberale, ma può costituire una grossa distorsione economica. Semmai la cosa migliore sarebbe quella di incrementare la tassazione sul lavoro a tempo determinato dopo un anno, o comunque dopo un congruo periodo di prova.

    Tornando alla mia proposta, mi si chiedeva chi misura la produttività. Di solito sono gli economisti, calcolando la quantità prodotta per ora lavorata. Tuttavia in questo caso non c’è bisogno di misurarla e spiego perché: rendendo pubblici i bilanci aziendali ai propri dipendenti, si riduce la cosiddetta asimmetria informativa che pone l’azienda in una situazione di vantaggio durante la contrattazione salariale. Di conseguenza un datore di lavoro che dichiara di essere in crisi anche quando in realtà fa registrare importanti utili si troverà di fronte lavoratori che chiederanno stipendi più alti perché consci del reale momento florido dell’azienda. Se il datore di lavoro non accetterà le richieste dei lavoratori, si troverà di fronte a scioperi, inferiore produttività sul lavoro, dimissioni di lavoratori (quasi sempre i migliori) che preferiranno lavori più retribuiti.

  7. @Paolo: concordo che il modo migliore per agire è quello di incrementare progressivamente la tassazione sul lavoro a tempo determinato, o simili.
    Sulla retribuzione, io parlavo di tariffe minime (ci sono già in certi settori deboli), non di abolizione della contrattazione e della libertà contrattuale.
    Sulla misura della produttività, concordo: anche se i bilanci aziendali possono essere truccati, i lavoratori sanno bene comunque se le loro aziende vanno bene o no, e quindi la contrattazione, decentrata, geografica, individuale o come vi pare, DEVE tener conto della produttività.

    (PS: dopo tutto ciò, visto che di cose ne abbiamo dette, perché Paolo non prova a integrare un po’ la parte “Lavoro” nel Wiki??)

  8. Riporto dal commento di Corrado Truffi:
    “1) Introduzione di tariffe minime per figura professionale
    2) Limitazione di età nell’utilizzo o aumento del costo contributivo al crescere dell’età
    3) Introduzione di un accantonamento obbligatorio per il rischio di interruzione, o comunque aumento della contribuzione.”

    Questa a parole sarebbe una bellissima strada se non fosse che falsa il mercato del lavoro, provocando disoccupazione. Limitazione dell’età nei contratti a tempo determinato, o almeno un aumento salariale al crescere dell’età significa mettere fuori dal mercato del lavoro tutti quei 35-40 non particolarmente qualificati. Lo stesso avviene se se impone una crescita salariale al crescere dell’età perché il datore di lavoro ragiona in base alla produttività e se a parità di questa un 20 e un 35 si contendono un posto di lavoro, anche precario, il datore di lavoro preferirà il 20. Idem per l’introduzione di tariffe minime per la figura professionale. Ne abbiamo un esempio nelle professioni per le quali sono previsti gli ordini professionali. Tariffe minime per gli avvocati o psicologi o giornalisti significa non permettere ai più giovani (e forse anche meno esperti) di entrare nel mondo del lavoro perché obbligati a chiedere la stessa retribuzione dell’avvocato cinquantenne che da maggiori garanzie.

    Io non credo, poi, che i datori di lavoro abbiano costi inferiori con il precariato. A parte le (false) consulenze a partita IVA, il costo sul datore è lo stesso. Casomai il datore può affrontare con più serenità un’assunzione in quanto sa che sarà per lui facile licenziare o non rinnovare in un periodo di difficoltà aziendale. E’ vero che si può licenziare anche un lavoratore a tempo indeterminato ma quante mensilità dovrà pagare in questo caso il datore di lavoro?

    Rispondo per ultimo a Philippe. La strada della flessibilità dei salari che ho tracciato non è individuale ma casomai aziendale. Non è poi così diversa dalla cosiddetta contrattazione aziendale (attraverso i sindacati), molto utilizzata in Germania.

  9. raoul

    Paolo, detto con il massimo rispetto stai cercando di risolvere un problema grosso come una montagna su cui da due secoli alcune migliaia di economisti e policymakers si stanno cimentando, con migliaia di lavori scientifici e applicati. La questione della rigidita’ salariale al ribasso durante le recessioni/crisi e’ veramente una questione enorme che coinvolge problemi di incentivi, informazione, meccanismi di contrattazione salariale, organizzazione sindacale, costi di negoziazione e via dicendo. Non mi avventurerei in un campo cosi’ vasto. E’ veramente una materia troppo grande. Hai fatto pero’ benissimo a sollevare il problema del “lavoro” che non a caso abbiamo ignorato nel Wiki data la sua complessita’. Esistono attualmente in circolazione due ottime proposte su come cominciare ad alleviare il problema del precariato, una da parte di Pietro Garibaldi e Tito Boeri e l’altra di Andrea Ichino (entrambe disponibili su laVoce). Ho letto la proposta di Garibaldi e Boeri ed e’ veramente interessante secondo me. Non ho ancora letto quella di Ichino invece. Penso che iMille potrebbero leggersi queste due proposte e appoggiarne una se ci piace, magari proponendo qualche variazione. Possiamo anche dialogare con gli autori della proposta.

  10. Giancarlo

    Secondo me il motivo principale per cui la flessibilità ha creato precariato dipende dal fatto che non si è voluto modificare il regime di chi le tutele le ha. Di fatto questo ha creato due tipologie di lavoratori: quelli ultragarantiti intoccabili e i lavoratori precari per i quali non sono garantiti neanche i diritti minimi.
    La flessibilità per non trasformarsi in precariato ha bisogno di un mercato del lavoro fluido, e non può funzionare in un mercato ingessato, dove la maggior parte della forza lavoro non è flessibile.
    Riguardo al costo del lavoro dei lavoratori flessibili, bisognerebbe aumentarlo tantissimo per annullare il vantaggio delle aziende a non impegnarsi a vita (basta pensare a quanto costa per un azienda interrompere un contratto di lavoro a tempo indeterminato) e comunque come risultato porterebbe di nuovo a un mercato di lavoratari inamovibili e di nuovo poco flessibile.
    In definitiva credo che, dato per assunto che la flessibilità sia positiva , la precarietà si elimina solo se tutti i lavoratori sono tutelati allo stesso modo, o meglio, si divide la precarietà tra tutti i soggetti.

  11. Ciro Mazzotta

    Io non sono economista e quindi sto forse per dire una baggianata, ma il lavoratore >
    esiste già, è il lavoratore italiano che sa bene che la produttività delle imprese italiane è bassa non tanto perché i lavoratori sono fannulloni, ma perché il sistema economico italiano e le sue esportazioni si reggono su trine e merletti. E poi, siccome oggi ho avuto una giornata un po’ storta e sono un po’ arrabbiato, voglio anche aggiungere che il lavoratore che > così come viene presentato nell’intervento di sopra mi pare tanto il > di Aldo Fabrizi, che nei rapporti sindacali è sempre una fregatura. Secondo me dovremmo tornare alla realtà: il lavoratore ha il sacrosando diritto di affermare che il suo interesse è divergente a quello dell’imprenditore (siamo liberali o no noi de iMille?!). Poi però, per evitare l’innesco delle cariche autolesionistiche, il terreno di incontro fra interessi divergenti deve avvenire come uno scambio su due tavoli.

    Il primo è quello della pecunia. Intanto va detto che ‘redistribuzione’ non è una parolaccia come invece le campagne-stampa massicce degli ultimi dieci anni cercano di convincere: nei tempi di magra non è possibile che una piccola parte della società viaggi su SUV con televisori al plasma e i redditi dipendenti rimangono al palo a pagare l’affitto. Ma soprattutto i nanodimensionati imprenditori italiani, ALMENO CONTESTUALMENTE A QUANDO CI CHIEDONO DI RESPONSABILIZZARCI, devono dimostrare di essere capaci di consorziarsi per produrre brevetti innovativi che reggano la competizione internazionale, io non voglio fare sacrifici per pagare le strisce di cocaina del signorotto del distretto industriale di Vattelappesca. E sarà dura e lunga, diciamocelo.

    Il secondo è quello dell’identità. Gli imprenditori italiani devono capire che loro compito è anche, almeno quanto quello di produrre beni e servizi, diffondere nella società il gusto dell’operosità lavorativa in quanto tale. Fin quando le tensioni fra interessi non sarano controbilanciate da un gusto IMMEDIATO nel vedere il frutto finito della propria attività lavorativa, tutto rischierà sempre di andare a finire a tafazzi. I soldi che si fanno lavorando, siano essi pochi o tanti, devono diventare quasi una cosa secondaria, un accessorio che ruota attorno alla concezione del lavoro (inteso in senso lato) come attività principale dell’essere umano. Invece continuano a prometterci un aumento di benessere e consumismo, più o meno dilazionato a secondo di quando i nuovi miliardari cinesi compreranno tante giacchette firmate. Se i miliardari cinesi smettono la giacchetta vuoi vedere che per renderci ancora piu’ flessibili finiranno col riesumare qualche sogno escatologico tipo sol dell’avvenire o citta’ di dio.

  12. Lungi da me voler risolvere il problema con un post. Ma mi piace credere che parlare di qualcosa che genericamente è tabù in politica, possa permettere di vedere e affrontare il problema anche da un’altra prospettiva, quella dei salari.

  13. raoul

    Paolo, hai fatto benissimo a sollevare il problema. Il mio post intendeva solo dire: data la complessita’ della materia ragioniamo insieme su due proposte recentissime e magari anche con i loro autori, che sono degli economisti del lavoro molto qualificati. In questo modo abbiamo un terreno solido su cui poggiare. Altrimenti rischiamo di perderci nella vastita’ e complessita’ della materia.

  14. Raul ha ragione sul fatto che il problema è enorme e complesso, ma Paolo ne ha altrettanta nel dire che ciò non significa che non se ne possa discutere. Anche il problema dell’energia e dle clima, sui cui mi sono esercitato io, è maledettamente complesso, eppure ci si prova… Comunque, la proposta di Boeri e Garibaldi è a mio giudizio molto buona, quella di Andrea Ichino mi sembra un po’ troppo macchinosa.
    Faccio notare a Paolo che Boeri e Garibaldi propongono tra l’altro proprio un salario minimo, che in quanto minimo non distorce ma anzi tende a rendere più “equo” un mercato per definizione asimmetrico come quello del lavoro, in cui lavoratore e datore NON hanno lo stesso potere.
    E, inoltre, sostengono l’uniformità dei contributi per tutte le forme contrattuali. Io proponevo un meccanismo diverso, ma lo scopo è lo stesso: rendere almeno di pari costo il lavoro a tempo determinato e quello a tempo indeterminato, almeno per la parte contributiva. Anche perché, come notano giustamente Boeri e Garibaldi, la sottocontribuzione del lavoro precario è una bomba ad orologeria posta sotto il nostro sistema pensionistico.
    Concludo e mi riprometto di smetterla con questi troppi commenti:-)

  15. mi sembra che ci sia nel post e nei commenti una grossa confusione.

    Solo alcuni punti veloci.
    Io definisco come precariato chi ha un contratto atipico…quindi, il contratto a tempo determinato non è un atipico (cioè è un tipico). Il problema in Italia è il alvoro atipico e non quello tipico!!!

    Va dimostrato che i contratti di lavoro a tempo determinato sono cresciuti a livello “esponenziale” (ditemi dove lo avete letto, please)

    Per le retribuzioni si dovrebbero incentivare le contrattazioni decentrate come Ichino ha più volte sottolineato.

    Rammento la proposta di Boeri ed accolta da Adinolfi su introdurre un preciso iter verso la “tutelizzazione” degli atipici.

    E poi una proposta su cui stolavorando. Incentivare CGIL/CISL/UIL ad adoperarsi per i più deboli dal punto di vista lavorativo (es. legando il loro potere contrattuale nelle concertazioni ai risultati delle lloro attività per alcune categorie lavorative svantaggiate).

    Ed altre tante cose…Ma invito a leggere quello che già esiste a firma di Biagi, D’Antona, Pietro e Andrea Ichino, Boeri, Del Punta, Blanchard, etc etc.

    ad superiora

  16. @Giancarlo

    E’ esattamente quello che penso anche io. L’estrema flessibilità dei contratti dei giovani serve a compensare la rigidità di quelli di tanti altri lavoratori, specie nel pubblico e nelle grandi aziende. Guai a toccare i diritti acquisiti…

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