Ciò che separa un movimento di ampio respiro da un’aggregazione sindacale è l’interesse per i temi non strettamente associati alle persone facenti parte del gruppo. Per carità è legittimo e giusto avere degli obiettivi per sé, o per chi è più vicino, ma è tanto più onorevole quando a domandare spazio per i giovani non siano giovani, a domandare spazio per le donne non siano donne.
Più volte è stata fatta ai Mille questa obiezione ‒ fate solo i vostri interessi ‒ che, specie se fatta in malafede, è speculare dell’altra per cui eh-ma-questi-giovani-dove-sarebbero.
Tuttavia è stata anche mia l’impressionione che il punto della discussione fosse eccessivamente focalizzato sui nostri interessi. Sicuramente sarebbe più corretto chiamarle necessità, data l’impellenza e il loro carattere, ma stiamo attenti a non rimanere imprigionati in questa logica.
Per riformulare un’espressione oggi invalsa, non bisogna essere dei NIMBY (l’atteggiamento di chi accetta qualunque cosa purché sia fatta lontana dai suoi occhi e dalle sue cose) su alcune questioni, ma su altre, come i diritti, bisogna guardare “not only in my back yard”, oltre il proprio cortile.
In questo senso mi sono sempre chiesto perché sul blog non si fosse mai parlato di politica estera, e con l’andare dei giorni mi son deciso a scriverne qualcosa io, superando il timore che mi aveva trattenuto sinora: di non riconoscermi nei mille.
Quello che mi chiedo è quale sia la nostra posizione nei confronti dei bosniaci (o chiunque altro) mitragliati in fila per il pane. Proprio fisicamente: come ci poniamo?
Bisogna intervenire oppure lasciar perdere perché non sono fatti nostri, espressione che può essere (poco) più nobilmente declinata come “è un’altra cultura”.
Come avrete capito dalla formulazione chi scrive è della prima ipotesi, se per strada vedo qualcuno che viene picchiato accorro a difenderlo, poi magari ci prendo tante botte, ma è più forte di me.
I mille prendono le botte o si voltano dall’altra parte?
Parlo di un approccio culturale più che di contingenze precise: le contingenze precise sono fondamentali ma da trattare dopo essersi chiariti sulle idee. Voglio dire, possiamo non essere d’accordo su un caso specifico ‒ l’Iraq, l’Afghanistan, il Kosovo ‒ ma credo e spero che su di un concetto le idee siano chiare: la pace è un mezzo, non un fine. Un ottimo mezzo, spesso il migliore, ma in talune circostanze un mezzo inefficace per raggiungere il proprio fine: i diritti inalienabili dell’uomo, l’intangibilità della persona, la parità dei sessi (perché sono i nostri obiettivi, vero?).
Ai miei occhi uno degli effetti negativi della guerra in Iraq è stato sentire persone di sinistra usare dei luoghi comuni (e falsi) della destra, se non razzisti, come che qualcuno non sia pronto per la democrazia, o che questa non possa essere esportata, alibi con i quali si è retto per due secoli il colonialismo. Per intendersi: vogliamo lasciare alla destra, alle volte in nome della sicurezza, l’empatia con chi è vessato da una dittatura? Sono Bush, Rumsfeld e Negroponte i beneficiarî di quell’inestimabile patrimonio della migliore sinistra, dai fratelli Rosselli a Clinton, che è la lotta per la democrazia?
Qualunque “ma allora perché non anche qui?” è bene accetto, purché sia letteralmente un argomento, e non un malinteso pretesto per dire “né qui né lì”. Non c’è bisogno di benaltristi, ma di gente incazzata per il Rwanda o il Darfur.
Io, per me, dico che se i mille sono quelli che fanno le cose, sono anche quelli che non possono essere neutrali. Anche perché ‒ non so se avete visto No man’s land, se non l’avete fatto, fatelo ‒ come si dice in quel bel film: «Neutrality does not exist in the face of murder. Doing nothing to stop it is, in fact, choosing. It is not being neutral».
Quanto per me?
PS: avevo scrivacchiato una cosa lunga e noiosa sull’Iraq che qui c’entra poco, sia come spazio che come argomento: chi avesse santa pazienza e molto stupore la trova qui
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





wow… ANZI…wowow…
” vogliamo lasciare alla destra, alle volte in nome della sicurezza, l’empatia con chi è vessato da una dittatura? Sono Bush, Rumsfeld e Negroponte i beneficiarî di quell’inestimabile patrimonio della migliore sinistra, dai fratelli Rosselli a Clinton, che è la lotta per la democrazia?
QUOTO!!!!!
io sogno un 68 in Iran
Utile (spero) e ben argomentata riflessione. Ma penso che “la pace” sia anche un fine, un valore assoluto. E uscire dagli schemi “impegno-peacekeeping-guerra” vs “pacifismo-disinteresse-lasciarfareimassacri” è necessario se vogliamo inventare una nuova sinistra internazionalista, pacifista e popolare (intesa dalla parte dei popoli).
Se vogliamo un esempio del passato abbiamo il gandhismo.
E piccole pillole come la moratoria internazionale per l’abolizione della pena di morte.
E magari poter criticare la politica guerrafondaia e imperialista degli USA senza doversene vergognare. E la conseguente falsa sinistra (parlo al livello di politica internazionale) di Tony Blair.
Gandhi non era contrario alla presenza di eserciti tradizionali. Ed inoltre scrisse che la non violenza aveva funzionato perchè era stata usata contro la Gran Bretagna che era uno stato democratico. Contro la Russia di Stalin, si sarebbe probabilmente risolta nel quieto sterminio di tutti i manifestanti.
Parlando con Giovanni, mi trovai a dire che la guerra è accettabile purchè funzioni.
Ora, pensandoci meglio, mi viene da dire che la guerra è accettabile solo quando funziona e quando le ingiustizie perpetrate sono meno gravi di quelle evitate.
Subito dopo mi viene da rispondere: “cioè quasi mai!”.
Ed allo stesso tempo, mi viene da dire che, nella stessa ottica, il mancato intervento non è mai giustificato.
E mi viene in mente quando abbiamo bombardato la Serbia, uno stato sovrano colpevole di difendersi, sul suo territorio, contro i terroristi islamici dell UCK.
Cazzo! Sulla guerra non riesco ad essere d’accordo nemmno con me stesso!
Guido
@guido: per gandhi, famose a capì e non ci perdiamo “nei dettagli”, intendevo dire, in una parola, un approccio non-violento, che, anche se in un particolare contesto etc etc, ha funzionato. Certo non si poteva fare così in iraq, ma non mi pare che la soluzione intrapresa da bush e soci sia stata una genialata …
Vero che si parla poco di politica estera, ma Giovanni non ho capito bene cosa vuoi dire. Che bisogna fare una “armata dei buoni” e intervenire militarmente alla bisogna? che l’ONU (o la nato, o l’occidente) deve fare il poliziotto mondiale?
e quando poi? in caso di gravi crisi umanitarie o di lotta per la democrazia. perché se sul primo in casi gravi se ne puo’ discutere la seconda mi sembra una idea totalmente folle.
E’ Chiaro che non ci si puo’ voltare dall’altra parte rispetto a qualunque violazione dei diritti umani, (e comprese quelle che avvengono qua, a casa nostra, ecco) compreso il diritto di avere una casa, cibo e sicurezza. .
E non solo in casi di guerra. C’è un buon miliardo di persone che bevono l’acqua che capita, e se capita, ogni giorno. E va da se che non sopravvivono a lungo. Intervenire un po’ per loro non sarebbe sbagliato, magari col famoso 0.7%, costa meno delle bombe e forse salva piu’ vite.
insomma, anche se una certa ingerenza umanitaria è autorizzata dall’art. 11 e dal buon senso, io penso che la strada di un intervento militare sia sempre l’ultimissima spiaggia. A volte forse non ci sono altre strade (Remember Sarajevo? e Timor Est?), ma spesso l’intervento militare peggiora le cose (Somalia 1992, Irak) o non serve quasi a niente (Caschi Blu dell’UA in Darfur, oggi).
Diciamo la veritá, che spessissimo invece i conflitti si possono prevedere e prevenire, se quelli che hanno provocato le loro cause profonde, quelli che ammazzano e quelli che vendono armi a tutti non fossero tutti tacitamente d’accordo.
Alle volte prevenire un conflitto è tanto facile quanto bloccare alcuni conti in banca a Londra New York o in Svizzera. Pero’ fa’ meno fico. E soprattutto è meno conveniemte.
non trovi?
Cordialmente,
Giorgio Gualberti.
PS no, non diciamo neanche per scherzo che “Per intendersi: vogliamo lasciare alla destra, alle volte in nome della sicurezza, l’empatia con chi è vessato da una dittatura? sono Bush, Rumsfeld e Negroponte i beneficiarî di quell’inestimabile patrimonio della migliore sinistra, dai fratelli Rosselli a Clinton, che è la lotta per la democrazia?” Questa è una stupidaggine.
Grande Giodi, e aggiungerei che se si parlasse di più dei tanti sporchi affari che i “nobili stati occidentali” hanno o hanno avuto nei paesi in cui poi sono intervenuti, e come questi affari creano istabilità (penso ad esempio a tutta l’africa ex-francese …). Il problema è che sono situazioni di difficile visibilità, ed è facile manipolare l’opinione pubblica poi. Facile poi dire, prendiamo il nostro “esercito di buoni” (fantastico, mi fa venire in mente un’armata veltroniana di bonelliana memoria) e andiamo a portare pace e democrazia. Questo è quello che si vuole far credere.
Ricollegandomi a Giodi e Riccardo e confermando quello che dicono: il disastro del Darfur è in qualche modo finanziato dalla Cina, avida del petrolio sudanese e questo è trapelato perchè la Cina ancora non è allineata alle altre potenze. In molti altri paesi ex-sovietici e africani le guerre, le carestie, gli eccidi hanno le loro radici nei commerci che le multinazionali occidentali (alimentari, dei diamanti, del petrolio, dei metalli rari) riescono ad intraprendere in modo molto più vantaggioso con i regimi dittatoriali che con delle democrazie. E aggiungo un’altra cosa: di quei commerci, ne beneficiamo tutti… purtroppo.
a me l’intervento è piaciuto. la pace, come la non-violenza concepite come “valore assoluto” (come ha scritto qualcuno) la rende non giocabile politicamente. resta un gran bel valore da testimoniare, fino al martirio, ma non giocabile, non utile politicamente.
è chiaro che quando si decide di “intervenire quando è giusto” ci si espone al gioco del confine mobile: quando è giusto? e fin dove è giusto? perciò, per evitare questo pericolo molti optano per il “principio” ovvero per il “valore assoluto”, cioè indiscutibile, che li libera da ogni problema di confine.
i mille cosa fanno? i mille sono di sinistra: quando mio figlio aveva 13 anni e mi chiese la differenza tra destra e sinistra non trovai nulla di più semplice che dirgli che uno di sinistra se vede uno che sta male va a dargli una mano; uno di destra si fa i cazzi suoi, perché prima… ha sempre un prima da fare.
quand’ero giovane universitario cantavo le canzoni di al fatah. quando lessi che un padre israeliano mandava a scuola le sue due bambine su due autobus differenti, per salvarne almeno una, mi chiesi (ma me lo chiedevo da tempo) cos’era di sinistra: se appoggiare la legittima lotta di un popolo per avere il suo territorio e farne uno stato; oppure prendere atto che lì c’erano milioni di persone che ogni giorno potevano saltare in aria; se era di sinistra appoggiare chi vestiva di bombe i bambini da far saltare in aria con gli israeliani; se era più di sinistra il sistema di ricerca del consenso dei palestinesi o degli israeliani. naturalmente non abbandono le considerazioni sulle persecuzioni degli israeliani, ma a me ha fatto enorme impressione sapere del tesoro di arafat e della lite per ereditarlo. lo so che i casi non fanno (ma insomma…) la storia, ma tra la pace “fine” e non mezzo, e la vita come fine, io scelgo la vita.
se già si parla poco di europa che é la nostra casa.
di politica estera ancora di meno (premesso che la costruzione europea é qualcosa che non possiamo definire puramente “politica estera”)
la guerra deve davvero essere l’ultimo disperato ricorso
si pone comunque anche un problema europeo visto che ci si comporta sempre di piu’ in funzione del gruppo (crisi irak – crisi srebreniça)
Vedi Giorgio,
io credo che ci sia un’enorme differenza fra sentirsi buoni, e cercare di esserlo.
Faticosamente, laboriosamente, giorno per giorno.
Penso anche che spesso si fanno le cose più facili di quanto non siano in effetti.
Non sempre ci sono soltanto soldi dietro a un eccidio. Mi sembra – ovviamente non parlo a titolo personale – un buon alibi per le proprie coscienze di chi non vuole o non sa che fare, come me del resto.
Ma anche ammesso che questo sia vero (magari!), ammesso e tutt’altro che concesso che congelare un conto in banca a Ginevra avrebbe prevenuto il genocidio dei Tutsi, mi domando: ma è davvero questo che ci interessa? Di fronte al fatto compiuto, in che modo gli interessi sottostanti possono fermarmi avendo negli occhi centinaia di migliaia di persone?
Nessuna delle mie parole è contro la prevenzione dei conflitti o dei massacri, sarei uno scellerato.
Ma non si può parlare di pace dove la pace non c’è. Non si può parlare di responsabilità di fronte ai cadaveri, ne tratteremo poi, e ti starò ad ascoltare con molta attenzione.
Per questo ho parlato di benaltrismo.
Allo stesso modo nessuna parola di quanto tu dici delle condizione d’indigenza, dell’impossibilità di accesso alle risorse idriche, mi trova in disaccordo. Qualche parola era stata già detta sul sito, e ha trovato la mia sottoscrizione: ma perché questa deve essere un’alternativa al difendere chi patisce sotto una dittatura?
Mi dovresti anche spiegare il tuo post scriptum, Giorgio, come mai ritieni una stupidaggine la lotta per la democrazia (o ti ho inteso male)? Perché così, senza alcuna spiegazione posso solo pensare che tu sia sulle posizioni della vecchia scuola realista (alla Kissinger, per intendersi) secondo cui c’è qualcuno “capace” di vivere in democrazia, e qualcun altro “incapace”, o peggio, che alcuni ne abbiano il diritto (noi) e altri, quelli che sono nati al di là di un muro, sotto un dittatore, in uno stato tirannico, debbano pagare per la loro sfortuna.
Non voglio credere che tu pensi così, quindi spiegami.
Perché un punto è certo: come dice giustamente Roberto, ai vari potentati conviene sicuramente dialogare, e imporre le proprie leggi a una dittatura, e alla popolazione di questa: la democrazia è necessariamente dalla parte dei più deboli. Ogni scelta di un governo è sottoposta al vaglio di elettori, e gli eletti possono essere non più eletti.
Nessuno può “imporre la democrazia”, è un ossimoro. Democrazia non significa scegliere cosa qualcuno sceglie, ma scegliere che questo qualcuno possa scegliere.
Rivolgendomi poi a Riccardo, io non parlo a nome di nessuno, se non di me stesso: e ti prego di credermi, non so se i miei fini siano nobili o no (li ritengo giusti, altrimenti non sarebbero i miei fini), questo sta a te valutarlo, ma ti prego di non assimilarmi a nessuno. Se faccio parte di qualche presunto “nobile stato occidentale”, lo sono per un accidente, e niente mi vieta di reputare poco nobile l’Italia, la Francia, Gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, se ritengo che questi governi (semmai) si siano comportati male.
Quindi né io voglio farti credere qualcosa, né qualcosa è stato fatto credere a me: sto parlando di quale è il nostro approccio, noi che abbiamo l’enorme vantaggio di fidarsi ognuno della buona fede altrui.
Proprio quello che dici dell’Africa francofona, ma di tutta l’Africa, fatta di regimi coloniali e vassalli, si reggeva su di un sistema di dittature, regimi che venivano giustificati agli occhi dell’opinione pubblica con le stesse argomentazioni “come si fa a esportare la democrazia” “non sono pronti”.
Se coloro che un tempo sostenevano questa ignominia sono venuti sulle nostre posizioni, beh dobbiamo esserne contenti (senza ovviamente dimenticare le responsabilità). Ma il fatto che il tuo avversario di un tempo ti dia ragione, non è un motivo per cambiare idea a tua volta.
Penso che gli stati occidentali non siano nobili di per sé, anzi penso che per certi versi siano stati molto fortunati ad avere questa transizione, ma questo semmai è un motivo per cercare di estendere la mia fortuna ad altri. Tantomeno è un mio merito, tantopiù sarà cosa giusta e possibile.
O che almeno, dove si può, sia da fare.
Nel 1900 non c’era nessuna democrazia con suffragio universale, nel 2000 ce ne erano centodiciannove.
Le cose cambiano.
Giovanni, intervento molto interessante. Credo pero’ che un approccio saggio alla politica estera sia proprio nella valutazione dei singoli casi. Insomma, il Kosovo e’ cosa diversa dall’Irak. Sono d’accordo che non “si puo’ essere neutrali” ma questo non puo’ significare rinunciare a un’analisi attenta e pragmatica delle singole situazioni, senza ideali troppo astratti a guidarci. Sono anche in dubbio su quello che dici sull’Irak. Vivo negli USA e la maggioranza degli Americani vuole uscire dalla guerra. Anche i mass-media sono critici, dal New York Times alla Cnn. E l’amministrazione stessa sta cercando una soluzione. Insomma se sei favorevole alla guerra in Irak saresti in minoranza anche negli USA, e probabilmente persino tra i Repubblicani. Ma forse non ho capito bene la tua posizione.
Siamo tutti contro la fame nel mondo, ma se vogliamo ottenerla dobbiamo parlare di petrolio, gas, diamanti e così via.
Per dare una svolta alla politica estera italiana basterebbe fare chiarezza su ciò che si vuole ottenere, con chi si vuole stare e perchè.
Anzichè l’esportazione della democrazia, scipperei alla destra l’Interesse Nazionale, e mi occuperei di dargli un aspetto ben definito, certo che se saranno rose fioriranno.
la storia del cosidetto “interesse nazionale” é una balla.
ed ancor di piu’ il catalogarlo di destra.
la destra di governo berlusconiano ha preteso difendere l’interesse nazionale come? facendo i pagliacci a Bruxelles, e diventando piu amici di Bush che dell’Europa.
questo in nome dell’interesse nazionale!
‘anvedi che interesse! solo per farsi scatare la foto nel ranch dell’”amico George”!
non é che la destra a parte dichiarare suddetto interesse, abbia fato molto per difenderla davvero.
l’italia ha già agito in nome dell’interesse nazionale scegliendo il cammino dell’integrazione europea.
il vero problema italiano nel difendere i propri interessi é :
- Imparare a far gruppo nel momento di difendere una posizione. Soromontare le divisione interne = nostro vizio é presentarci divisi al tavolo dei negoziati. Se siamo divisi fra di noi come possiamo convincere i colleghi stranieri. (Un controesempio: In passato nei tavoli dei negoziati ho visto gli spagnoli, molto divisi sul piano interno, sapersi presentare compatti . Possibile che noi non sappiamo fare la stessa cosa?)
- A livello europeo l’italia ha alternato fasi di protagonismo (regista) ad altri da attendismo (gregario).
L’attendismo europeista, stare li sperando che accadda qualcosa. Qualcosa puo’ accaddere solo se noi diefendiamo la nostra visione non aspettando che Francia o Germania ci facciano l’elemosina.
Se vuoi un europa piu forte e piu’ democratica devi proporre e lottare perché la tua visione venga presa in considerazione. Non aspettare che Jacques, Tony, Angela, Nicolas o chissaché ti faccia il regalo.
In questo senso questi due difetti divsione ed attendismo la destra non ha fatto che perpetuarli. In questo senso dire che l’interesse nazionale é “di destra” é una balla.
L’interesse nazionale é. Punto.
Ma dire questo vuole dire superare uno dei due difetti italiani di cui sopra(la divisione).
“Insomma, il Kosovo e’ cosa diversa dall’Irak.” è una frase che mi da molto da pensare.
Per quanto riguarda il Kosovo, siamo entrati con la violenza in uno stato molto più “democratico” dell’Irak.
Cacciabombardieri dell’Areonautica Militare Italiana hanno bombardato la capitale di uno stato che non ci era nemico dichiarando l’operazione “bombardamento difensivo”.
Ora, per mantenere la pace in Kosovo da noi saggiamente costruta è necessario il maggior numero di militari per abitante presente su tutto il globo.
Guido Mastrobuono
Caro Giovanni,
la “stupidaggine” che ho visto io (e mi scuso per il termine), è che i vari Bush, Rumsfield etc. siano i beneficiari dell’empatia di chi lotta per la democrazia.
Questo è proprio quello che loro vogliono far credere ai loro elettori, rincretiniti da troppa tv e pessima informazione. In veritá non mi pare che ci sia nessun popolo oppresso che inneggi a questi qua, anche perché, non da ieri, questi si sono sempre spesi ad aiutare la democrazia, quando a loro faceva comodo e basta.
Per il resto che fare? contro la guerra, la miseria, il genocidio, la dittatura etc?
La domanda è potente, e intelligente, ma temo, senza una soluzione univoca, perché non c’e’ una soluzione contro il male.
In Rwanda forze mostruose e potenti sono uscite dal sottosuolo, ma non è successo cosi’, per un crudele gioco del destino, improvvisamente. Politicamente la divisione tra Hutu e Tutsi è stata imposta (sulle carte di identitá) nel 1920 dai belgi, in caso di dubbio quelli con dieci mucche o piu’ erano Tutsi, gli altri Hutu. Poi hanno usato i Tutsi per opprimere gli Hutu, poi negli anni 60 gli Hutu hanno preso il sopravvento, grazie alla loro superioritá numerica, e hanno cominciato a opprimere gli ex-oppressori, e il resto della storia la sappiamo.
Ecco vedi, non è che le crisi militari, le guerre, sono improvvise, non sono come i terremoti. Stanno lá, generalmente, le cose per decenni, finché per inerzia, interesse, o la coda del diavolo non succede una tragedia. Hitler non era imprevedibile, la jugoslavia, il rwanda, il congo (a prop. bravi i belgi), son tutte cose che ci siamo sforzati di fare andare male, e cosi’ infatti sono andate.
Se vuoi la mia opinione sul “che fare?” è difendere i diritti umani, sempre, ovunque. C’e’ una dichiarazione universale dei diritti dell’uomo? ecco, chi non la applica è fuori dalla comunitá internazionale. Chi usa la tortura, chi imprigiona senza motivo e senza possibilitá di difesa, chi è responsabile diretto o indiretto di genocidi grandi e piccoli va isolato e combattuto. Vanno aiutati i gruppi dissidenti, va garantita la libertá di espressione, anche in internet, va favorito il dialogo, va combattuta la miseria materiale e spirituale.
Bisogna, secondo me, prevenire, ogni giorno, e non pensare che un mitico “esercito blu” possa risolvere i conflitti calando dal cielo alla bisogna. Magari con i reporter sulla spiaggia che riprendono i soldati che sbarcano, come a Mogadiscio o a Hollywood. Alle volte serve pure, mandare i pará, ma insomma, mi pare proprio il freno di emergenza da usare solo in caso di estrema necessitá.
Suona come il libro dei sogni vero?
Raoul, sono anche io convinto che bisogni vagliare caso per caso, credo di averlo scritto.
Anche in virtù di questo, come immaginerai è irrilevante che il 51% (ultimo sondaggio cbs /NYT: http://www.pollingreport.com/iraq.htm) degli americani pensi che Bush abbia fatto male ad andare in Iraq. Tantopiù che le argomentazioni di questo 51% parlano dei morti americani, quanto i favorevoli parlano di sicurezza.
Non ti biasimo per aver capito male la mia posizione, perché non è molto chiara neanche a me. Ho manifestato contro la guerra in Iraq quando pensavo si sarebbe rivelata una catastrofe maggiore di quanto si sia rivelata, ho cambiato idea quando ho visto le elezioni, un numero di morti enormemente inferiore a quelli che faceva Saddam, libertà decisamente accresciute. Ho parzialmente ricambiato idea ora che le cose stanno peggiorando.
Ciò che rivendico è:
A – che si può essere favorevoli a intervenire in iraq, ma non così.
B – molte delle motivazioni che si usano spesso per criticare la guerra in Iraq (arricchisce gli Americani, li hanno armati loro, etc.) sono del tutto irrilevanti.
Quindi non posso che essere d’accordo con te: le considerazioni vanno fatte caso per caso, e si deve dire «qui sì, per queste ragioni» o «qui no, per queste altre». Questo è un approccio sano, e mi pare sia il tuo, tanto è vero che il buon Guido ti ha contestato un tuo quissì, argomentando.
A gagavai dico che no, mi spiace, non sono d’accordo. L’interesse nazionale è proprio l’opposto di quanto dico io: l’interesse comune.
Poi, accidentalmente, credo anche che avere delle democrazie come vicini o lontani, ci garantisca più sicurezza – non so dove ho letto che delle 350 guerre che ci sono state dalla rivoluzione americana in poi, nessuna sia stata combattuta fra due democrazie, se non è esattamente così ci siamo vicini: ma questo è soltanto un gioioso effetto collaterale.
il kosovo e l’irak sono state due situazioni distinte. questo mi appare chiaro.
per quanto discutibile, il primo intervento é avvenuto con il “concerto” della comunità internazionale.
detto questo ,insisto:
- ogni situazione é distinta
- la decisione “nazionale” é sempre piu’ legata a quella del gruppo (UE, ONU e poi USA)
Vediamo 3 situazioni distinte:
- Srebreniza. Gli europei non si decidevano divisi fra filo-croati (germania) e stati storicamente filo-serbi (francia). Gli europei furono incapaci di prendere una qualsiasi decisione. I caschi blu olandesi chiusi nella sacca si Srebreniza non poterono che far passare il Gen. Mladic.
Il seguito é conosciuto. L’Europa sarebbe dovuta intervenire, eppure pesantemente, per poter evitare l’olocausto.
-Kosovo. A Rambouillet i negoziati fra Kosovo e Serbia potevano arrivare a qualchecosa. L’intervento armato poteva essere evitato. Ma l’Europa, voleva in qualche modo lavarsi la coscienza dal ricordo del non-intevento a Srebreniza e dell’orribile strage. E cosi’ fu deciso.
-Irak. Gli Stati Uniti senza uno straccio di risoluzione del Consiglio di Sicurezza prendono la decisione che sappiamo. L’Europa si divide. L’allora governo italiano non si preoccupa minimamente di ricomporre suddetta frattura europea, preferendo spallegiarre la decisione statunitense (per trarne quali vantaggi poi? forse una fotografia nel ranch dell’amico texano? alla faccia della guerra preventiva ed umanitaria!)
Le situazioni sono obiettivemente diverse.
Ognuna va pesata diversamente.
In tutti e 3 i casi é stato comunque commesso un errore (grave).
Ultima domanda: Chi se la sentirebbe di dire che a Srebreniza gli europei fecero bene a lavarsene le mani?
Giodi infatti quando io parlo di interesse nazionale mi riferisco all’interesse comune (vedere la stretta relazione che faccio nel posto fra europeismo ed interesse “nazionale”)
Trovo fuorviante mettere in contrasto l’interesse nazionale con l’interesse comune, quindi mi auguro di esser stato frainteso.
E’ interesse dell’Italia che cessi il conflitto israelo-palestinese ed è interesse dell’Italia la stabilizzazione di Iraq ed Afghanistan.
Avere un’identità non significa essere egoisti ma essere orgogliosi dei propri principi.
Per esempio l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Mi piacerebbe una politica estera in grado di declinare il dettato costituzionale in modo moderno e non ipocrita, una posizione di chiara riconoscibilità che permetta all’Italia di essere attore credibile nel contesto internazionale, come d’altronde accade per la Francia o la Gran Bretagna, e questo senza nulla togliere all’ONU o alla UE.
In conclusione se non si è in grado di parlare di interesse nazionale in questa accezione non si è in grado di fare politica estera, nel bene o nel male.
Ed infatti il problema dell’Italia non è la politca estera ma la sua assenza.
scusa gavagai ma per quelli che tu definisci interessi dell’Italia non sono né piu’ né meno che interessi dell’europa.
la politica europea PESC risponde a valori dei diritti umani e di pace e di stabilità democratica nei paesi vicini
ma forse io vivo col mio trip europeo.
l’italia già ha difeso simili principi ,il suo problema sono i motivi di cui sopra (divisione ed atittudine da gregario)
dobbiamo imparare ad essere compatti nel difendere i nostri valori. evitando attendismo, per cui si aspetta che un grande faccia quaclhe concessione.
e dobbiamo lottare perché l’europa impari ad essere “gruppo” su questi temi.
bisogna insistere elottare perché l’europa diventi tale. (insisto su l’europa perché appare evidente ai miei occhi, che la differenza non puo’ essere fatta che se ci si presenta compatti in gruppo, le “srebreniza” e “kosovo” possono essere evitate solo in questa maniera. Se ci presentiamo divisi non convinciamo nessuno. L’Italia sola soletta non potrebbe evitare nuove “Srebreniza”)
Se la UE non rappresentasse gli interessi dell’Italia non vedo cosa staremmo a farci, ma sfortunatamente la UE non esaurisce la politica estera italiana.
Non sgomitiamo coi tedeschi e i francesi per il gas russo?
Quando Zafran Cochrane scoprirà il motore a curvatura verrà la Federazione Unita dei Pianeti, nel frattempo, pur desiderando costruirla, ci toccano gli stati nazionali.
Ma ché Zafran Chochrane, Gavagai, dobbiamo superare l’idea di stato nazione e con l’Unione Europa lo stiamo conducendo. Siamo a metà strada.
E l’Italia ha dato un contribuo importante.
Molto é stato fatto. Ma molto resta da fare. E bisogna lavorarci ancora, perché se ci ferma il richio e di far svanire tutto il lavoro fatto.
Lo stato nazione é quello che abbiamo, e con quello dobbiamo lavorare ma abbiamo il dovere e l’obbligo di morale di lavorare al superamento di un “giocattolo” che a fatto molti danni (troppi, guarda l’Africa come vive dopo che gli abbiamo trasmesso questo regalo con vizi annessi e connessi)
L’Europa Unita giungerà un giorno, ma dobbiamo sudarcela.
Altro che Federazione di Pianeti. Quello é il nostro futuro. Non fantascienza.
PS.: Ho scritto tutto un post sul tema Europa che ho chiesto al webmaster di pubblicare , ma il webmaster non dice nulla
@ L’altro Filippo
“L’Europa Unita giungerà un giorno, ma dobbiamo sudarcela.”
nel frattempo
“Lo stato nazione é quello che abbiamo, e con quello dobbiamo lavorare”
pertanto
“dobbiamo lottare perché l’europa impari ad essere “gruppo”"
come STATO NAZIONALE.
Piantiamola di pensare che parlare di nazione ci renda fascisti. L’Italia è un grande paese capace di grandi slanci ideali, e pensiamo all’Europa, appunto.
Io voglio un ruolo per l’Italia, forte, preciso e definito che integri le istituzioni sovranazionali sospingendole verso il futuro che NOI crediamo giusto.
Cioè vogliamo la stessa cosa, solo che ci metto meno utopia internazionalista e un pizzico di realismo in più.
penso che diciamo le stessa cosa
e che condividiamo il “succo” del discros e del metodo
Viva la politica estera italiana……
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200708articoli/24714girata.asp