Il corporativismo anagrafico e la leva calcistica del 1968

di Cristiana Alicata

calcio.jpgMentre ero in vacanza, dalle pagine del Corriere della Sera, ed in merito alla “spazio ai giovani” nel futuro partito democratico, Massimo D’Alema affermava che noi giovani dovremmo prendere esempio dalla loro generazione e “prenderci un posto” nel panorama politico.

Non credo ci sia un “problema giovani” in Italia, piuttosto c’è un “problema vecchi”. Mi spiego.

Comunque si rigiri il problema è proprio la generazione di Massimo D’Alema che dovrebbe fare un mea culpa collettivo.

Non voglio provocare il ministro degli esteri facendogli notare che alle ultime elezioni i due sfidanti erano classe 1936 e 1939 e nel 1968, mentre lui, Fini, Mussi e compagnia si scazzottavano e mentre un’intera generazione scaldava i banchi delle università occupate contestando il sistema, uno faceva già parte dell’apparato industriale e militava nella DC e l’altro aveva una figlia e aveva già fondato la sua seconda impresa edile.

Solo la politica è ormai rimasta barricata al ricambio generazionale, per non parlare di quello di genere. Il risanamento di Fiat, una delle poche cose positive accadute in questo Paese negli ultimi anni insieme all’entrata nell’Euro, è passato per un eccezionale e veloce ringiovanimento della classe dirigente e per un patto generazionale stupefacente. L’esperienza di Marchionne, “il vecchio”, risana i conti e inietta metodo e qualità, la creatività e l’attenzione al mercato del “giovane” De Meo, riporta Fiat vicino ai giovani, producendo macchine più belle perchè più giovani.

Per assurdo è proprio chi nel 1968 ha gridato spazio ai giovani e rivendicato la proprietà dell’utero, si oppone oggi, non a parole, ma profondamente nei fatti, all’ingresso dei giovani e delle donne in politica.

Non si può chiedere che le generazioni prendano il potere con la forza, questo è una sorta di fascismo generazionale che ci vorrebbe temprati dalla contestazione. Il bene del Paese passa per la lungimiranza dei vecchi che affiancano e insegnano ai più giovani i metodi, utilizzandone le idee. Ma non quando è troppo tardi.

I problemi principali di questo Paese, in questo momento storico, sono la formazione, l’inserimento al lavoro (due cose che se realizzate e migliorate portano con se anche l’annacquamento del potere delle Mafie) e la produttività. Tutte questioni che riguardano noi giovani sulla pelle. Tutti problemi che noi conosciamo fin nei meandri della loro tragedia e comicità perché semplicemente: li viviamo.

Come può un’elité politica, generazionale e sociale, i cui figli non saranno certo emblematici della nostra generazione e quindi non possono essere presi come riferimento di vicinanza, conoscere davvero i problemi del Paese (non dei giovani, basta con questo luogo comune)?

Lo scollamento della politica dalla società civile è semplicemente la mancanza di un raccordo generazionale e di genere. C’è un assenza generazionale gravissima.

C’è un motivo per il quale la generazione di Massimo D’Alema, quella genitoriale per chi scrive (classe 1976), non ci considera all’altezza della politica e fatica a lasciarci spazio.

Da una parte la consapevolezza che, per quella generazione, lasciare spazio oggi, significa non avere lasciato una traccia se non il fallimento e la prostrazione degli anni di piombo. La generazione dell’illusione, continua ad illudersi di conoscere la strada. Non capisce che come gli elefanti quando è arrivato il momento di morire si devono coraggiosamente e dignitosamente fare da parte o per lo meno usare il tempo che gli resta per “insegnarci”. Non per guardarci come poveri scemi.

Dall’altra, la generazione dei nostri genitori, ha permeato il Paese di una sorta di mammismo collettivo. Noi, condannati alla vita in famiglia per motivi economici, continuiamo a vivere a 30 anni permeati della stessa bambagia in cui siamo nati. Siamo ancora quelli che devono mettersi la canottiera di lana, andare dal dottore accompagnati dalla mamma, figuriamoci se possiamo collaborare a ricostruire un Paese. Siamo eterni figli, non ancora assunti al ruolo di cittadini. Di chi è la colpa se siamo così irresponsabili, così edonisti, così ipocondriaci? Nostra? O di chi ci ha lasciato davanti ai cartoni animati giapponesi?

Il fare, tempra e distoglie dalla noia. Fateci fare. Ma non fatelo per noi. Non è un favore che una generazione chiede all’altra. E’ il per il bene del Paese che deve avvenire un patto generazionale equilibrato e ovviamente basato non unicamente sull’ età anagrafica, ma sulla competenza e l’entusiasmo.

Di recente l’intervento più “giovane” che ho sentito è stato quello di Oscar Luigi Scalfaro al suo insediamento come presidente del comitato elettorale romano di Walter Veltroni. Mi ha turbato. Ho pensato che forse, Scalfaro, è rimasto giovane perché ha visto il Paese cambiare sotto le mani della propria generazione. Quella dei Pertini. Degli Almirante. Degli Amendola. Degli Azeglio Ciampi. Diceva, parlando dei giovani, che molti giovani burocrati di partito sono già vecchi dentro. E’ così: In Italia il ricambio avviene per immagine e somiglianza anche quando si scelgono i ricercatori all’università. Ogni professore si sceglie il suo ricercatore che usa il suo stesso proprio metodo. E’ proprio così che non si innova. All’estero si assumono ricercatori italiani che usano metodi diversi. Si mischiano le carte, non si imbastardisce la linfa scientifica.

Non è che voi siete diventati così vecchi perchè ancora non avete visto cambiare nulla per opera delle vostre mani? Non le mafie. Non la scuola pubblica sulla quale si continuano a fare riforme sclerotiche. Non la corruzione. Non l’evasione fiscale. Non l’amministrazione pubblica inefficiente e costosa. Nemmeno la parità di genere. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

La leva calcistica del ’68 il rigore l’ha tirato e l’ha sbagliato. Noi siamo in panchina a scalpitare e di solito è l’allenatore, un vecchio, che dà il via al cambio in campo. Non perdete questa possibilità. Il gioco, si sa, è di squadra e importa solo il risultato.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

15 Commenti

  1. Tutte le cose hanno due facce. Il “problema vecchi” si perpetua anche grazie al “problema giovani”.
    Ho tanti amici che non leggono i giornali e che votano a caso.
    Occorre agire su entrambi i fronti.

  2. leonardo bertini

    Gentile Roberto Quartullo,

    penso che la Sua analisi sulla questione generazionale sia, purtroppo, estremamente centrata ed esatta. Si etichettano le persone come giovani così come si fa con i no global..serve solo per distogliere l’attenzione dei lettori distratti sulla radice del problema..ovvero quello che ha puntualmente segnalato nel suo articolo.
    In una azienda trovai un cartello che diceva: “ogni azienda ha i suoi problemi da risolvere…quelle che falliscono però sono le aziende che si trovano ad affrontare sempre i soliti problemi”. Ecco la questione è sempre la stessa, i problemi sono sempre gli stessi, quelli che Lei segnala nel suo articolo, e le persone che dovrebbero risolverli sono guarda caso sempre le stesse…e così in definitiva il Paese è sempre lo stesso, sempre più prossimo al fallimento.
    Hanno fallito su tutta la linea, ma prima di ammetterlo, sono disposti a farci fallire tutti.

  3. @leonardo bertini: l’autrice del post è Cristiana Alicata, Roberto Quartullo li inserisce solo informaticamente …

  4. Ciao a tutti,
    Vi faccio partecipi di alcune idee sulla struttura militante del PD che sto facendo girare e che ha già avuto adesioni.
    Mi farebbe piacere avere una vostra opinione ed eventuale adesione.
    C’è un topic aperto sul sito dell’Ulivo con il file da scaricare: http://www.ulivo.it/forum/viewtopic.php?t=1472439

  5. @Francesco: mi sembra importante parlare di struttura organizzativa di un partito che nasce, anche più di “programmi elettorali” visto che non si va (teoricamente) ad elezioni presto ma scopo di queste primarie dovrebbe essere anche (e soprattutto) creare la spina dorsale del PD. Detto questo però, non credo che solo un’organizzazione per competenza, come la chiami tu, basti. Penso al contrario che il contatto reale con il territorio (ovvero con le differenti realtà sociali e i differenti bisogni reali) sia importantissimo, vitale per un partito che sia democratico e popolare. Può essere un’idea da affiancare, o meglio, i partiti tradizionali hanno già nei loro vertici organizzazioni tematiche. Il problema è forse che i partiti attuali sono poco aperti verso la base nelle proprie organizzazioni tematiche, ovvero il “militante” si trova spesso unicamente legato alla realtà locale (almeno questa è stata la mia impressione nella breve militanza di 10 anni fa nel PDS) e magari sente il bisogno di interessarsi anche di temi “trasversali”, appannaggio solo di pochi.
    Territorio e competenze, mi sembra più idoneo come doppio canale di militanza.

  6. Se da un lato sono d’accordo sul fascismo generazionale di una guerra tra “vecchi” e “giovani”, dall’altro il rischio opposto è quello dell’investitura (vedi Michela Vittoria Brambilla Vien Dal Mare). Il problema è che la lotta non deve essere all’interno del partito, con i giovani che devono legittimarsi davanti agli occhi dei vecchi e convincerli; la lotta deve essere davanti al paese e agli elettori cercando di convincerli delle proprie capacità e idde. Le colpe del mancato realizzarsi di questo, quasi banale se non fosse inattuato, meccanismo democratico le detengono sia i “vecchi” che i “giovani”.
    I “giovani” perchè hanno ritenuto più comodo aspettare l’investitura che cercare di lanciarsi nell’agone mettendoci la faccia davanti agli elettori. I “vecchi” perchè per timore di essere scalzati da nuove forze non sotto il loro controllo hanno fatto di tutto per spostare la selezione della classe dirigente dal voto popolare ai loro diktat, fino ad arrivare allo strumento delle liste bloccate.

  7. qohelet

    Partirei dai mondiali di calcio, per dire: la nostra generazione ne ha vinto uno, e non è stato il mondiale dei genii, dei guizzi solitari, ma del gioco di squadra, dell’umiltà, del sudore ben speso. Io ho un grande rispetto per la generazione del ’68, almeno per le brave persone, come i miei genitori: ma quanti, dopo aver gridato contro un sistema che non volevano, sono entrati a farne parte? La Casta è anche questo, è soprattutto questo. Tutti comunisti i sessantottini, salvo poi fare il salto della barricata ed entrare nel PSI, e poi in FI. E riscoprire la propria cristianità a 50 anni. E appoggiare tiepidamente le coppie di fatto, e non promuovere l’educazione sessuale e l’uso del preservativo -loro che se la son goduta in quegli anni- per non dispiacere a Karol e poi a Benedetto. Loro che erano per la parità dei sessi, e ancora fanno battutacce da taverna sul posto di lavoro, e hanno storie con le segretarie. A me piacerebbe tanto avere un Maestro, qualcuno che mi trasmetta il suo sapere, che mi guidi all’assunzione delle mie responsabilità: ma il Ministro D’Alema, ex comunista con la barca a vela, Ministro degli Esteri che non sa parlare l’inglese, cos’ha da insegnare a me, che so parlare tre lingue oltre all’italiano, e ne sto imparando un’altra? Cosa mi potrebbe insegnare Fini, che non vuole maestri omosessuali per i suoi figli? La mia generazione dovrà farcela, anche senza Lippi, e io penso che, con la giusta dose di grinta, preparazione e umiltà, ce la farà.

  8. @riccardo: sul punto della rappresentanza della fascia “post-giovane” ?

  9. Non credo che mettere “tre” livelli, come mi pare di aver letto sul forum anche, under 25, 26-39 e over 39 sia una bella cosa. Io ho sempre visto male le organizzazioni giovanili dei partiti, come una sorta di asilo …. posso capire per gli under 18 che non votano, ma dopo no. E ricordo pure che in quell’annetto di pds proprio questa stana faccenda di PDS e SG era una delle cose che non mi piacevano. Ancora, in un certo modo è come se il partito ti dava il tuo campetto dove allenarti, mentre loro si occupavano delle cose vere. Averne due di campetti mi sembra anche peggio …
    Ben vengano invece “movimenti” tematici trasversali che si sommino e si intersechino con l’organizzazione locale.

  10. D’accordissimo con Riccardo sulle organizzazioni giovanili dove si mettono i futuri dirigenti (?) a stagionare come il formaggio; ci aggiungo che da quella proposta mi pare di leggere un concetto fuorviante di rappresentanza, dove ognuno viene rappresentato da chi gli è simile, i 18enni dai 18enni, i 30enni dai 30enni, etc.
    Secondo me questa è proprio una delle aberrazioni italiane, come se ci fosse bisogno di un transessuale in parlamento per rappresentare i transessuali, etc.
    Non bisogna farsi rappresentare da chi è come noi (ragionamento che sottintende che visto che ognuno cerca l’interesse della sua categoria, io per fare il mio interesse voto uno della mia categoria) ma da chi riteniamo abbia una buona visione della società, dei suoi problemi e dei modi per risolverli.

  11. Alcuni incisi: D’Alema ha imparato l’inglese e da poco è intervenuto ad Oxford dove sono rimasti colpiti dal suo inglese. Nella sua carriera politica ha viaggiato in tantissimi paesi del mondo ed è forse nei DS quello con i migliori rapporti di politica estera, da Hezbollah a Cony Rice.
    Anyway…
    Certamente noi abbiamo moltissime responsabilità nel nostro gioco di attesa a cui ora, adesso, subito, deve seguire uno strappo, ma soprattutto un grosso lavoro di ricucitura. Sto preparando un intervento per l’assemblea dei mille proprio in questo senso.
    p.s. l’idea di una sezione giovanile di partito non mi trova in disaccordo se è un luogo di crescita e formazione e di scambio continuo. Mi spiego,sempre con una metafora calcistica. Se nell’under 21 ci fosse un campione non lo userebbero nella squadra nazionale? Io dico di sì. Vedi Paolo Maldini nel 1982.
    Vuoi vedere che Totti e compagnia sanno stare in campo meglio di noi? ;o)

  12. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Brava Cristiana. Ottima l’idea di preparare un intervento per la riunione romana. Ah, la democrazia :-)

  13. qohelet

    Cristiana: Ultimo ri-appunto su D’Alema. Io ho passato una giornata in cui non avevo granche’ da fare a vedermi su youtube un po’ di politici nostrani che parlano inglese. Non so di quando sia il video che ho visto, ma ti assicuro che l’inglese di D’Alema e’ terrificante. Non peggio comunque di quello di Berlusconi (in particolare c’e’ un breve filmato con il Miliarnano che scende dall’elicottero di Bush e si intrattiene coi giornalisti…da non perdere). Ma il punto non e’ tanto l’inglese di D’Alema, quanto il fatto che,a parer mio,la nostra generazione e’ mediamente piu’ qualificata ma, per reintrodurre il paragone calcistico,viene tenuta in panchina perche’ “manca l’esperienza”.Perche’ dobbiamo avere come Ministro degli Esteri uno che impara l’inglese from scratch in eta’ senile, e non invece un giovane che lo sappia gia’ bene?

  14. Ti stupirò ma non credo che parlare l’inglese sia fondamentale per fare il ministro degli esteri. Ritengo che la conoscenza di quei paesi, della storia e delle dinamiche psicosociali sia più importante. Mi dirai che l’inglese viene da sé. Ma per chi come D’Alema è cresciuto durante la guerra fredda e lato “URSS” la lingua madre era il francese, che parla benissimo.
    Ed anche noi non dobbiamo avanzare diritti che abbiamo ottenuto perchè privilegiati dall’età anagrafica. Mi spiego: se domani torna Gorbaciov al potere e si parla tutti russo, devono tornare Ingrao e Cossutta a governare la sinistra? Forse ti sei espresso male. La lingua, come il web, è uno strumento che certamente noi giovani sappiamo usare bene. Ma non confondiamo gli strumenti con le competenze. Sarebbe un suicidio strategico.
    Quanto alla notizia dell’ inglese di D’Alema, ti segnalo che ha tenuto una “Lecture” sul futuro dell’Europa in quest’anno 2007. Da qualche parte veniva lodato il suo inglese non solo in fase di lettura ma anche quando ha risposto agli studenti di Oxford.

  15. Carlucci ferdinando

    Mi ha colpito l’articolo su “Il corporativismo anagrafico e la leva calcistica del ’68″.
    Non so se sono loro che devono farsi da parte o noi, come dice D’Alema, che dobbiamo crearci degli spazi, una cosa é certa se a queste persone togliamo la politica cosa faranno nella vita? Credete siano in grado di lavorare?
    Il ’68 ha creato 2 modalitá di individui, i dirigenti di aziende e i grandi liberi professionisti, rispettati che lavorano entrambi 24 ore al giorno, e i politici Diessini.
    I primi appoggiano la classe politica attuale, finanziandoli spesso, ma hanno scelto la vita Professionale e si sono buttati sul lavoro raggiungendo ottimi risultati, i secondi (D’Alema, Mussi, Veltroni) sono coloro che un lavoro fuori della politica non l’hanno mai avuto, vivono di politica a non hanno i tempi tecnici e il focus nei risultati che hanno i primi. Ce lo vedete voi D’Alema scrivere un curriculum e inviare la propria candidatura a un’azienda?
    La canzone di De Gregori allora finiva con “Il ragazzo si fará anche se ha le spalle strette”, oggi non é piú cosí, dobbiamo avere le spalle ben larghe per avere un nostro spazio, e le allargheremo solo lavorando, dandoci da fare dimostrando che siamo ottimi professionisti.
    Certamente il cambiare questa legge elettorale “Salva-casta” che ha eliminato persino la preferenza alla persona ci potrebbe aiutare.

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