di Giuseppe Testa
Cari amici, alla vigilia dell’incontro di Roma vorrei condividere con voi alcune considerazioni sui motivi che mi spingono a far parte de iMille, che credo possano servire. Come per ciascuno di noi che si è unito o sta pensando di unirsi ai mille, si tratta inevitabilmente di un itinerario personale, ma credo che siano proprio le storie delle persone, in ultima istanza, a dare il senso vero dell’urgenza, del perché è necessario partecipare, adesso, alla costruzione del PD.
Ho 35 anni, di cui gli ultimi nove vissuti in Germania a fare il ricercatore in genetica e bioetica. Ho sempre amato l’idea della politica come partecipazione attiva ai cambiamenti della società, ma confesso subito che fino a poco tempo fa sono stato estremamente scettico sul PD; uno scetticismo che vedevo, e vedo tuttora, molto diffuso tra molti amici e colleghi, gente di sinistra per intenderci, che dice, e fa (o almeno cerca di fare) cose di sinistra, e che stentava a riconoscersi nei modi, ma almeno altrettanto nei contenuti, con cui si avanzava il PD. Non sto parlando di ‘frange massimaliste’ (parola che come ‘moderato’ o ‘radicale’ ha ormai perso nel dibattito italiano ogni vero ancoraggio alla realtà) ma di giovani professionisti, spesso con anni di esperienza all’estero alle spalle, e quindi con gli orizzonti che inevitabilmente queste esperienze regalano. Persone insomma per nulla ancorate a statici blocchi ideologici, affascinate dalle nuove opportunità di un mondo al contempo più grande e più piccolo, ma impegnate a declinare a sinistra questa modernità, questa tecnologia e questa globalizzazione.
Esempi di melassa: i DiCO
Ora, diciamoci la verità, per molte di queste persone, e quindi, credo di poter dire, per molti dei mille, il PD stava cominciando malissimo. Malissimo perché dietro l’idea della sintesi delle culture diverse in un unico partito moderno ed europeo si affacciava invece sempre più una melassa, una sorta di rassicurante notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere cosi non dobbiamo porci il problema di nominarle. Ma queste notti, si sa, sono brevissime. E per me il primo simbolo di questa melassa, esempio di altre sintesi mancate clamorosamente, fu il progetto di legge sui DiCO. Per molti mesi, almeno per me, ma credetemi, per molte delle persone con cui parlo ogni giorno, quella fu la pietra tombale del partito democratico.
La proposta di legge sui DiCO era violenta. Violenta nel senso di sancire la discriminazione con l’autorevolezza di una legge, di renderla visibile e darle corpo, fin dalla gestualità rituale. Voi due, uomo e donna, sposi in municipio. Voi altri due, uomo e uomo o donna e donna, relegati nell’ufficio dell’anagrafe, e per carità meglio non insieme, ma uno alla volta, con raccomandata, così lo capite meglio anche voi due che in fondo non sarete mai la stessa cosa degli altri due del municipio. Voi due, uomo e donna, sposi da oggi con pensione di reversibilità da domani. Voi due, uomo e uomo o donna e donna, anagrafati oggi con pensione di reversibilità da decidersi in futuro. Eccetera eccetera eccetera.
Ora, solo in un paese malato, e con in atto una grave regressione culturale, questa violenza poteva essere salutata come un trionfo sulla strada del PD. In realtà questo mostro giuridico aveva voluto combinare la risposta a due problemi semplici e totalmente disgiunti. Primo, dare alle coppie omosessuali le stesse parità di opportunità di cui godono quelle eterosessuali. Perché l’essere cittadini non può che comportare pari diritti. Secondo, e con altri fini, pensare di istituire altre forme di convivenza, omo come eterosessuali, che fossero magari più snelle, con meno impegno, e quindi anche con meno diritti, la sorta di matrimonio a rate come qualcuno, anche giustamente, lo ha definito.
Ora era o non era avvilente che i DS non avessero il coraggio di dire che questi erano i 2 disgiunti problemi? Era o non era avvilente che si cercasse in tutti i modi di dire che no, la legge sui DiCo non era in primis per i gay, che anzi si tentasse di rabbonire una presunta e inventata opinione pubblica ostile raccontandole che la legge era in primis per le tante coppie eterosessuali che non potevano sposarsi e che poi si, una piccola parte di queste magari sarebbero state anche gay? Il primo partito della sinistra italiana, che ancora fino a poco fa apparteneva con orgoglio alla famiglia socialista europea, aveva il dovere di riconoscere a testa alta l’enorme e palese discriminazione dei cittadini italiani sulla base dell’orientamento sessuale. Lo sappiamo tutti molto bene che la politica è l’arte del possibile. Ma sappiamo altrettanto bene che nello strenuo lavoro di compromesso conta molto il punto di partenza, la base da cui si comincia a negoziare. E il primo partito della sinistra italiana aveva il dovere di presentarsi, ai posti di partenza sulla strada del compromesso, con la proposta più alta, l’unica, per inciso, autenticamente democratica: il matrimonio civile per gay e lesbiche o una cosa con un altro nome che avesse gli stessi contenuti. Aveva il dovere di presentarsi con questo punto di partenza agli incontri decisivi con la Margherita da cui poi nacquero le ignominiose tre righe del programma di quasi 300 pagine. Invece non ci fu nessuna testa alta, e quando la Margherita si oppose persino ai Pacs, i DS chinarono senza problema il capo. Fu detto, e forse era vero, che questo era un sacrificio per il PD. Ma se il PD nasce su questi sacrifici, durerà ancora meno di una notte hegeliana.
Sconcerto dunque, in me e in molti altri, quando in una sera dello scorso febbraio l’aria notarile di Vespa elevava nel salotto di Porta a Porta la Bindi e la Pollastrini ad esempi della nuova sintesi che sarebbe sfociata nel PD.
Il PD, questo partito nuovo ed europeo, sarebbe invece stato l’unico in Europa a declinare la famiglia al singolare. Il solo a pensare la famiglia e non le famiglie. Le prese di posizione dei mesi successivi, le esternazioni di Rosy Bindi sul fatto che i bambini africani meglio in Africa che adottati da due uomini o da due donne, gli imbarazzati silenzi o le franche adesioni alla piazza discriminante del family day (discriminante per voce stessa degli organizzatori: la famiglia siamo
noi e nessuno più…), ecco, non hanno che confermato le peggiori aspettative di chi era rimasto incredulo dinanzi ai DiCO.
Intendiamoci sulla democrazia, per favore.
Altro sconcerto quando appresi che come compagna di viaggio eventuale nella grande avventura del PD avrei avuto Paola Binetti ex presidente del comitato Scienza e Vita che si era battuto per l’astensione al referendum sulla procreazione assistita. Nulla di personale naturalmente, ci mancherebbe altro. Della Binetti si è molto parlato, e non intendo qui contribuire ad un dibattito che attirando tutta l’attenzione su di lei l’ha ormai resa icona irrinunciabile di qualsiasi dibattito etico che riguardi il PD. Voglio invece tracciare un ragionamento più ampio, perché va oltre le posizioni della Binetti o del gruppo parlamentare che ha accettato la qualifica di teodem, e pone una domanda assolutamente cruciale per il PD: che idea di democrazia persegue il PD? Prenderò allora spunto dal referendum sulla fecondazione assistita e dal dibattito che lo ha seguito come esempio di due modi diversi di intendere la democrazia. Che sono poi anche due modi distinti di pensare alla sintesi tra culture diverse. E tra queste possibilità il PD dovrà scegliere, e se i Mille riusciranno a incoraggiare questa scelta, sarebbe una gran bella cosa.
Due modi di pensare la democrazia.
I cosiddetti teodem, e probabilmente anche settori più ampi delle attuali forze che si avviano a comporre il PD, perseguono con trasparenza e coerenza le proprie idee su una varietà di temi che toccano la vita dei cittadini, il modo di procreare, il modo di assicurare e gestire la propria vita affettiva, il modo di farsi curare e infine il modo di morire. Ora, il problema è che le loro posizioni privano de facto molte persone che la pensano diversamente di operare liberamente in questi ambiti. Dalla fecondazione assistita alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, dal matrimonio gay al testamento biologico e eutanasia, la posizione teodem impone una visione del mondo anche a chi non la condivide, condizionandone scelte e comportamenti in ambiti privatissimi della vita. Ora, intendiamoci bene, questa valutazione non dipende in alcun modo dalla matrice religiosa di quelle idee. Ci sono altre persone che sostengono esattamente le stesse tesi da una prospettiva laica. La chiesa quindi non c’entra nulla e la matrice filosofica da cui queste posizioni emergono non ha importanza alcuna all’atto pratico. Perchè quale che sia l’impianto ideologico di base, queste posizioni sono accomunate dall’idea che una collettività possa a maggioranza entrare nelle pieghe più intime della vita dell’individuo, sanzionandone comportamenti in omaggio a una visione antropologica che è appunto non condivisa. Ora, questo è di assoluta importanza per capire che stiamo facendo quando pensiamo il PD. Posto che viviamo in una società plurale, con visioni del mondo radicalmente diverse, come possiamo trovare una sintesi, e che vuol dire esattamente sintesi?
Dovrebbe essere a tutti chiaro che ci sono questioni, come la riproduzione, la scelta di come curarsi e come morire, di come vivere la propria sessualità e affettività che sono integrali al progetto di vita di ciascuno di noi, ambiti di estrema delicatezza in cui l’intervento della collettività dovrebbe essere, ovviamente, ridotto al minimo, e non in omaggio ad un capriccio, ma proprio per la basilare asimmetria che ha sempre ispirato il pensiero liberale. E l’asimmetria consiste in questo. Mentre se il matrimonio gay o la fecondazione eterologa fossero permesse, a nessuno sarebbe imposto di far ricorso all’uno o all’altra (la loro libertà cioè non ne sarebbe in alcun modo toccata); se invece sono proibite, la libertà di alcune persone (parecchie tra l’altro) è effettivamente compressa. Mi si dirà: vabbè, ma cosi l’hanno sempre vinta quelli che vogliono permettere le cose piuttosto che quelli che vogliono proibirle. Esattamente. Ma è proprio questo il senso del principio di presunzione democratica (pessima ma inevitabile traduzione dell’inglese democratic presumption): nelle democrazie, l’onere è sempre sulle spalle di chi vuol proibire. È sempre chi vuol proibire che deve portare argomenti tali da giustificare la proibizione. E la semplice maggioranza non è tra questi.
Oltre la maggioranza
Non a caso, in tante democrazie occidentali, si è affermata una giurisprudenza dei diritti che specificamente protegge la sfera individuale dall’intrusione di qualsivoglia maggioranza. È l’idea dei ‘diritti come briscole’ avanzata dal giurista e filosofo Americano Dworkin e ispiratrice di molte norme a tutela dell’individuo nelle democrazie anglosassoni. Non c’è alcun dubbio, infatti, che ancora oggi, e certamente negli anni 60 e 70, in molti stati degli USA se si fosse indetto un referendum, solide maggioranze avrebbero bocciato le leggi che parificavano neri e bianchi etc. Ma appunto questi referendum non si fanno, semplicemente perché ci sono cose che, se anche sono espressione di una maggioranza, semplicemente non possono essere imposte ad un individuo.
Questo è il primo motivo per cui è tristissimo sentire dire, anche ad importanti esponenti dei DS, che con il referendum sulle fecondazione assistita la maggioranza degli italiani si è espressa contro la fecondazione eterologa, la diagnosi genetica preimpianto etc. Quel giorno, la solita domenica estiva surrettiziamente scelta dal governo per svuoatre di senso qualsivoglia accenno di democrazia, si recarono alle urne oltre 12 milioni di persone che a stragrande maggioranza votarono per l’abrogazione della legge 40. Da sempre chi tace acconsente, e nei paesi normali questo straordinario risultato sarebbe bastato a cancellare una norma che era evidentemente invisa ad un quarto degli elettori. Solo in democrazie timorose del voto si consente ad una ‒ presunta – maggioranza del silenzio, a coloro che non vanno ad esprimere il loro voto, né in un senso né nell’altro, di svuotare di senso l’atto democratico di chi a votare ci va. Ora, di fronte a questo ennesimo clamoroso sintomo di come l’istituto refrendario in Italia fosse svuotato a causa del quorum di qualsiasi senso, che cosa ci si aspetterebbe da un partito moderno di sinistra? Che apra una discussione seria sulla riforma costituzionale di una legge referendaria che, evidentemente, non funziona. In fin dei conti, l’idea che chi dimostra di non avere interesse per un certo tema (non recandosi a votare) debba poter condizionare l’interesse degli altri che ci vanno è, semplicemente, bislacco.
Invece no. Dal giorno dopo il referendum comincia una sorta di giaculatoria, con cui larghi settori dei DS fanno una specie di mea culpa, un pubblico atto di umiltà per non essere entrati in sintonia con una non meglio identificata maggioranza degli italiani, quelli che si erano astenuti e sui quali quindi nulla possiamo davvero dire. Gli undici milioni che invece a votare ci erano andati, in rappresentanza delle migliaia che oggi devono emigrare dall’Italia per procreare responsabilmente altrove, sono diventati, di colpo, irrilevanti.
La ferita del referendum
Ci sono due motivi molto semplici per i quali non è una buona idea attribuire all’astensione il potere di decidere una consultazione referendaria. Primo, perché si somma surrettiziamente l’astensione mirata che è espressione di una legittima scelta (come quella incitata dalle gerarchie ecclesiastiche etc.) all’astensione fisiologica e casuale, creando un vantaggio indebito e quindi de facto barando a favore del fronte contrario all’abrogazione proposta dal referendum. Secondo, perché la scelta di votare si o no (o naturalmente scheda bianca o nulla in tutte le sue forme) si svolge in assoluta privacy, e questa è l’essenza del voto democratico, il fatto che nel chiuso dell’urna ciascuno può essere davvero libero dinanzi alle proprie idée e alla propria coscienza, magari mentendo pure all’uscita ai parenti-amici-colleghi-superiori ma restando fedeli a se stessi. Se invece il voto si svolge alla luce del sole perché è la scelta di andare o non andare che viene vagliata da parenti-amici-colleghi-superiori, ecco che allora questo momento diventa da squisitamente privato eminentemente pubblico. E aperto quindi a molti condizionamenti, impliciti od espliciti, percepiti o reali. Se fai campagna elettorale su un atto visibile a tutti (l’andare o non andare al seggio) introduci, specialmente nei piccoli centri, un elemento di distorsione sistematica nella pratica democratica, oltrepassi il confine tra propaganda e controllo, tra proselitismo e intimidazione. Ora il punto che mi interessa non è se sia stato o meno legale condurre una campagna sull’astensionismo da parte di pubblici ufficiali. La sinistra stessa aveva usato quest’arma antidemocratica in passato.
Quale idea di democrazia per il PD
La domanda è invece un’altra ed è semplice semplice: che cos’ha di democratico una legge che, in una sfera privatissima della vita e dell’affettività, osi imporre una visione antropologica, sia pure maggioritaria, ad una consistente parte della popolazione che non ne condivide in alcun modo i valori e gli assunti di fondo? E che cos’ha di democratico una campagna referendaria che, usando l’assurdità delle norme sul quorum, trasforma surrettiziamente una minoranza in maggioranza, svuotando dunque di senso, per la seconda volta, la pratica stessa della democrazia? Naturalmente nulla. E pone un problema allora il fatto che le persone che hanno perseguito questo risultato con cristallina coerenza e determinazione, come ad esempio i teodem, contribuiscano alla fondazione del PD? Dipende dall’idea di democrazia che il PD vorrà nutrire. E su questo penso che i Mille debbano e possano dare un contributo decisivo.
Il rischio è che l’idea di democrazia di questo nascente partito si esaurisca nella rassicurante pratica che la maggioranza decide. Punto e basta. La speranza per cui battersi invece è che questo nascente partito riconosca che la collettività, anche quando è maggioranza, non può oltrepassare certi confini; che ci sono ambiti di libertà individuali che semplicemente non possono essere violati da qualsivoglia maggioranza.
Chiediamoci se questo nascente partito assume una visione antropologica come superiore alle altre; la famiglia eterosessuale e l’invenzione della norma naturale come percorsi e risorse antropologiche moralmente superiori e politicamente prioritarie. E lavoriamo invece perché questo nascente partito riconosca la pluralità degli indirizzi antropologici della nostra società; le famiglie nelle loro diversità, e i tanti modi di diventare donna ed uomo, di crescere riconoscendo l’inevitabile contingenza della natura, nell’uomo e nelle cose.
Le “sintesi” che abbiamo visto finora
Finora, la sintesi che il PD ha portato avanti è stata l’esercizio del compromesso al ribasso su tutti i fronti. Dalle cosiddette coppie di fatto ai pasticci che si annunciano sul testamento biologico, dagli ossequi alla piazza omofoba del family day alla rimozione totale del problema della fecondazione assistita, la sintesi, per i partiti che hanno proposto il PD, è stata perseguita secondo un’ idea semplice e lineare. Che i dissensi si ricompongono tendendo al minimo comune denominatore. Che le vecchie libertà da difendere e le nuove da acquisire devono camminare in sentieri strettissimi, ricacciate in ambiti sempre più marginali non appena si leva il primo veto in omaggio a principi non negoziabili. Questa cosiddetta sintesi che cammina tra principi non negoziabili stringe la vita e l’affettività concrete dei cittadini tra le cosiddette sensibilità diverse, tutte da omaggiare indistintamente, a prescindere dal particolare non trascurabile che vogliano proibire o liberare, che impongano comportamenti o che ne lascino semplicemente la facoltà. Evidentemente, l’idea che nelle società democratiche e plurali l’onere della prova è sempre su chi vuole limitare le libertà, mai su chi le vuole espandere, rischia di restare estraneo al vocabolario politico di questa nascente formazione. Sintesi è concedere le briciole quando proprio non se ne può fare a meno, la raccomandata spedita in solitaria dopo l’anagrafe, o il testamento biologico, magari fatto in modo che non sia vincolante per il medico e che non valga per l’alimentazione o l’idratazione. Questa però non è sintesi ma melassa, la forzata commistione di tutto e del contrario di tutto.
E in mezzo a questo sconforto ho scoperto i Mille, leggendo i giornali, il blog di Luca etc. Sono andato all’incontro di Milano e ho capito che invece c’era ancora la possibilità di innestare la modernità e il pluralismo, insomma la sintesi quella vera, in questo nascente PD. Ho incontrato persone che avevano il coraggio di richiamare la sinistra, la laicità e la modernità come capisaldi di quest’avventura politica. E ho capito che erano compagni di strada. Soprattutto mi ha colpito l’approccio pragmatico nel voler cogliere l’attimo dell’assemblea costituente. Un attimo che potrà declinarsi, speriamo, in un cammino lungo. Mi è piaciuta l’idea di incidere adesso, portando il maggior numero possibile di noi ad iniettare nell’assemblea costituente una visione davvero plurale del PD, sintesi e non melassa, rispetto delle sensibilità e differenze senza livellamento al minimo comune denominatore. È una grande opportunità per chi come me, e come credo molti di noi, ha sempre guardato alla politica come ad un’impresa potenzialmente entusiasmante. Perché pur tra le mille difficoltà e contraddizioni, alcune delle quali richiamate sopra, va dato atto alle classi dirigenti di DS e Margherita che nell’idea delle primarie e dell’assemblea costituente c’è un’ effettiva apertura alla cosiddetta società civile, che poi altro non è che un insieme di cittadini che voglio mettere a disposizione della cosa pubblica le loro competenze e le loro idealità. Oggi, per chi che come noi vuole incidere nella politica italiana, l’assemblea costituente del PD è l’effettiva occasione di apertura.
Ma credo anche, a rischio di apparire immodesto, che siamo noi un’opportunità altrettanto grande per il PD. L’opportunità di cominciare davvero a parlare a quella nuova classe dirigente emergente che, come ricordavo all’inizio, ha guardato sinora con sfiducia ai primi passi del PD. L’opportunità di parlare ad una vastissima parte di società che è ormai anni luce più avanti, nei fatti, della classe politica. Non mi illudo che sarà facile. E so che potrebbe non riuscire. L’assemblea costituente potrebbe davvero partorire una nuova balena bianca arenata sulle acque rassicuranti della melassa. Ma se non saremo li, avremo sprecato quest’occasione. Se non saremo lì, non potremo contribuire a far fare il vero salto, salto di sintesi e perciò, necessariamente, salto in avanti e in lungo.
L’attenzione di Veltroni per iMille, come anche la sua lettera di qualche giorno fa di esplicito reclutamento della società civile, è un segnale molto positivo. Purché però sappia cogliere la forza del bottom-up, di un’aggregazione appunto come i mille. Non 500 fedelissimi del leader, scelti inevitabilmente in un network ristretto, ma centinaia di persone che stanno emergendo spontaneamente per aggregare la nuova politica.
E il consiglio di De Gregori andrebbe ascoltato con attenzione. Nella politica c’è bisogno di identificare gli avversari. Non nemici ma avversari. Non per fare una guerra ma per tracciare distinzioni che sono innanzitutto distinzioni di senso. Bisognerà dover scegliere se i cittadini omosessuali in Italia sono uguali o lo sono un po’ meno. Se il testamento biologico riguarderà l’idratazione e l’alimentazione artificiali oppure no. Se il valore legale del titolo di studio verrà abolito oppure no. Eccetera eccetera eccetera. E su ciascuna di queste questioni non si potrà continuare a volere tutto e il contrario di tutto. Per spingere queste scelte credo che i Mille possano contribuire a fare la differenza. E grazie a questo ho ritrovato negli ultimi mesi l’entusiasmo per il progetto di un partito di sinistra davvero nuovo. E per questo vado a Roma.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Meglio non si poteva dire… aggiungerei che, anche se è vero che “potrebbe non riuscire”, io sento che abbiamo il dovere di non sbagliare, proprio perchè quello spiraglio che si è aperto col Pd per poter riportare a nuova vita la sinistra italiana è un’occasione che non sappiamo se e quando ricapiterà. Voglio lavorare a questo progetto per dire “ce l’abbiamo fatta” e per vivere in un paese migliore, non per ritrovarmi nella solita paludosa italia con l’inutile consolazione dell’ “almeno ci ho provato”
Grazie, Giuseppe, per questo post così – che dire? – perfetto. Grazie per aver detto tutte queste cose così importanti, e per averle dette così bene.
Ci vediamo a Roma,
Ivan
Molto puntuale, complimenti per la dettagliata analisi, dovremmo sicuramente tutti tenerne conto e comportarci di conseguenza.
Ineccepibile giuseppe. Da sottoscrivere in pieno. La questione della “dittatura della maggioranza” è oserei dire un classico, è IL paradosso democratico, cui è sempre difficile trovare soluzione, e nel semplicismo mass-mediologico attuale è ancor più difficile.
Ci vediamo a roma,
Riccardo
p.s. non ti vedo nella lista degli “europei”, scrivi a join@imille e/o imille.europa@gmail.com. uno come te ad animare in Germania (dove mi pare di capire tu viva) è una grande cosa.
Post eccezionale, complimenti.
un post fiume, ma molto scorrevole. Condivido le tue parole, concordo soprattutto con l’aberrante idea di astensionismo da referendum come presa di posizione lecita – il voto e’ un diritto ma anche un dovere.
Sara’ un piacere averti a Roma.
condivido parola per parola.
Ho il timore che queste istanze siano molto lontane, purtroppo, dalle attuali classi dirigenti, il che è anche una spinta per cercare di cambiarle.
Sulla parte democrazia rifletterei anche sulla proposta interessante di Adinolfi che il PD instauri un meccanismo referendario-democratico al proprio interno per decidere su temi specifici, attraverso il voto degli iscritti, che notoriamente sono spesso molto piu’ progressisti dei loro dirigenti.
ciao, g.
Tra l’altro tutti i rischi da te sottolineati diverrebbero certezze se passassero le “alleanze di nuovo conio”…brrrrr
un post fiume, ma socrrevole effetivamente (l’altro me stesso no si sbaglia)
come ha detto boselli, cosi’ come s’e visto fin’ora il PD rischia di diventare “un compromesso storico versione bonsai”. la li’ l’effeto “melassa” di cui parla giuseppe, da li’ la necessita’ che qualcuno manifesti il suo malessere davanti a questo stato di cose.
qualche settimana fa, vidi un intervento, disarmante della “ministra” turco. quelli di raitre gli chiedevano della fecondazione assistita, come mai non si poteva far nulla. la turco alzava le spalle e non sapeva che dire. e pensavo: questa e’ membro del futuro pd?
il problema dell’ottica teodem, cosi come quella di altri formazioni politiche, e del non capire che la sfida della politca e’ unire non dividere (sembra ‘na banalita`ma non e’ cosi’).
una classe politica che aizza contro unioni di fatto, facondazione assistita. sta ignorando ed isolando una parte dei cittadini. e’ questa una classe politica “democratica”. che divide neri da bianchi, omosessuali da eterosessuali, sterili da fecondi. e’ questa la nostra classe politica democratica?
dopo il family day lo dicevo e l’avevo pure scritto: possibile che non in italia non si possa capire che gli aiuti alla famiglia ed il riconoscimento delle uioni di fatto sono misure che possono convivere?
in italia l’assistenza che viene data dallo stato alle famiglie fa pena (dato di fatto, inutile negarlo) ma non e´per colpa delle unioni di fatto (che non sono riconosciute).
in francia il riconoscimento delle copie di fatto va di paro con una politica di sostengo alle famiglie che in Italia se la sognano (mi dispiace per i misogallici ma é cosi´).
in spagna la gente continua a sposarsi: il riconoscimento delle unioni di fatto non ha fatto sparire il matrimonio.
un’ulitma domanda,ma questa e’ di concetto e vado fori tema. una formazione politica che si oppone a forme di famiglia diverse da quella definita “tradizionale”, per paura che questa possa scomparire, significa che lei e’la prima a non credere davvero nel matrimonio.
Se ci credi davvero non hai cosi’ paura di riconoscere altre forme di convivenza.
Uno slogan della campagna per il referendum sul divorzio diceva: “Chi crede nella famiglia, non ha paura del divorzio”. Oggi e´ la stessa cosa.
ciao a tutti,
mi unisco al coro dei complimenti per questo post… per la lucidità di pensiero… e lo faccio da una posizione particolare, quella delle donne che sanno benissimo cosa vuol dire vivere sulla propria pelle le imposizioni di una maggioranza sulle scelte di vita personali….
estella
PS: non ho partecipato attivamente alle vostre discussioni nell’ultimo perido ma vi seguo dall’inizio… (da quando Ivan si presentò alle primare).. ci vediamo nel week-end
complimenti e benvenuto anche tu nella grande battaglia che stiamo combattendo ormai da febbraio ogni giorno…non so se tu sia gay o etero, se vivi questa discriminazione sulla tua pelle, ma sappi che serve, in Italia, linfa che si diffonda, normalizzazione che si manifesti, per non lasciare i pregiudizi e i settarismi a governare.
Sulla questione GLBTQ non è nemmeno un problema di dittatura di maggioranza…ma di ignoranza…perchp nessuno a sinistra ha avuto il coraggio di raccontare cosa è una coppia omosessuale, lasciando alla destra e ad alcune frage clericali, di descrivere l’omosessualità come malattia e anormale approccio sessuale all’altro. Sul post http://wordwrite.wordpress.com/2007/08/17/binetti-concia/ sul mio blog è avenuta una lunga ed interessante discussione sulle prossime mosse del movimento e sull’importanza affatto elitaria del riconoscimento del matrimonio…
Scusatemi se intervengo ancora da bastian contrario. Non voglio fare da disturbatore a iMille, semplicemente mi dà un enorme fastidio vedere un tale spreco di buona fede e ottime energie.
Il discorso che fa Giuseppe sugli avversari mi pare chiarissimo e sacrosanto, si chiama analisi critica della realtà.
Allora proviamo a farlo sui temi esposti da Giuseppe: chi sono gli avversari dei matrimoni omosessuali? Secondo quello che dice Giuseppe si tratta di una parte della Margherita, che ha boicottato perfino i Dico, e, relativamente, dei Ds, che non hanno neanche avuto il coraggio di proporre il matrimonio.
Aggiugiamoci anche l’Udc e buona parte della destra.
Compattamente a favore dei diritti degli omosessuali, invece, tutto ciò che sta a sinistra dei Ds.
Bene, di fronte a questa analisi, che sintesi si propone per ottenre i matrimoni omosessuali? Entrare insieme ai Ds, cioè a quelli che non hanno avuto il coraggio neanche di proporli, in una fusione con la Margherita, che vi si oppone esplicitamente e ha boicottato anche una mediazione blanda come i Dico. E una volta fatto questo passo, si decide di appoggiare Veltroni, che continua a non smentire, anzi ad avallare prudentemente, i suoi sostenitori secondo i quali il Pd dovrebbe rompere con ciò tutto che sta alla sua sinistra, cioè chi compattamente appoggia i diritti degli omosessuali, e di allearsi con il centro, proprio con quell’Udc & co. che abbiamo prima nominato come avversari.
Scusate, ma in questo non riesco a trovare una logica, a meno che non si sia in presenza di un bias strumentale: ciò che sta a sinistra è fuori dal campo visivo, ciò che non è appoggiato dagli editoriali di Corriere e Repubblica non esiste.
ripeto il tutto sta nel far capire che gente “diversa” puo’ vivere nello stesso paese, sotto lo stesso tetto.
che si possono avviare politiche familiari piu’ forti (le attuali fanno pena, le famiglie devono far tutto da sole) ed allo tempo approvare una proposta di legge coraggiosa in materia di coppie di fatto.
in francia, ripeto, le due cose convivono felicemente insieme. e non solo in francia.
se le famiglie non hanno sostegno, se lo stato le abbandona, non e’ certo per colpa di una qualche lobby delle coppi di fatto.
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lo diceva un compagno spagnolo l’altro giorno se la famiglia vive una crisi questo non e’ certo colpa del divorzio o di non so’ che’, cio’ dipende piuttosto dal tipo di societá in cui viviamo, e dai ritmi che essa impone (difficolta´ sempre maggiore a coinciliare tempi di lavoro, precarieta´lavorativa e vita di famiglia)
Per Masaccio.
Credo che la risposta alla tua domanda sia nel fatto che noi non vogliamo essere “quelli che hanno ragione”. Noi stiamo cercando un modo per far sì che scelte che l’Italia avrebbe dovuto prendere già da tempo siano finalmente fatte, e questo è possibile solo portando le idee giuste in un partito di governo.
Non è solo una questione di potere, il problema è che nel difendere i diritti degli omosessuali, la scuola pubblica, la ricerca libra etc. non c’è niente di “radicale”, “estremista” o “massimalista”, sono semplicemente questioni di senso civico, di umanità…per questo è inutile “ghettizzarle” e marchiarle con un’aura di estremismo agli occhi della gente, facendo sì che vengano difese solo in certi partiti più di sinistra. La scommessa è portarle a penetrate nel sentire comune di tutti…tanto dei PD, quanto dei Teodem e persino della destra…perchè sono idee sulle quali si fonda l’idea stessa di democrazia, di giustizia.
@Masaccio
La logica che ti sfugge è invece lapalissiana: usare quel minimo diritto di parola concesso nel costituendo PD per dire con forza dal palco della costituente (e io spero che uno dei iMille lo faccia) che GLI OMOSESSUALI HANNO DIRITTO AL MATRIMONIO!!!!
Si potrebbe fare un lunghissimo discorso sulla democrazia, sull’uguaglianza e sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti, però secondo me basta questa semplice affermazione per riassumere tutto.
Basta la bellissima sintesi di Giuseppe (perfettamente paradigmatica del perchè provarci qui e ora).
Tra l’altro è vitale per tutti noi che tante di queste parole d’ordine entrino nel dna del pd, sempre che vogliamo veramente ottenere dei risultati e non fermarci all’affermazione dei nostri giustissimi ideali.
Però Masaccio, permettimi di girarti la domanda: qual’è la logica che ti spinge a sprecare le tue ottime energie e buona fede a sinistra del PD, con partiti incapaci di pragmatismo (e quindi di fare politica), ma abilissimi nel fare demagogia?
@Chiarark
Secondo questa logica, dovreste decidere di partecipare anche al Congresso di Forza Italia o di Alleanza Nazionale…
In ogni caso, anche saltando il passaggio dell’adesione al Pd, resta il fatto che iMille hanno deciso di sostenere un candidato che non ha detto assolutamente niente su questo tema. Veltroni scrive una lettera a Repubblica al giorno, ormai (prassi che è, permettemi di dirlo, l’equivalente delle videocassette di Berlusconi ai tg, in quanto a volontà di evitare qualsiasi tipo di domanda, anche quelle di un giornalista amico come certamente sarebbe uno di Repubblica). In nessuna di queste ha speso una parola su questo tema. Come non c’è una parola su questo tema nel manifesto del Pd.
@paolo
Non riesco a capire in base a che logica queste parole d’ordine dovrebbe entrare nel dna del Pd, quando nessuna delle forze politiche che vi aderisce le propugna e nessuno dei candidati segretari vi ha mai minimamente fatto cenno.
Ripeto, secondo me questa posizione è viziata da un bias di partenza: fuori dal Pd non c’è nulla.
Sulle critiche a ciò che sta a sinistra del Pd, possiamo parlarne, se sono circostanziate posso dire quali condividi e quali no.
L’accusa vaga di demagogia, per me, lascia il tempo che trova. Altrimenti io posso risponderti che trovo demagogico chiudere il discorso di candidatura con la lettera di una ragazzina morta, per dire.
per masaccio
ovviamente non vado da AN o Forza Italia perchè, al di là dei troppi mugugni sui temi più o meno eticamente sensibili da parte dei DS (per non parlare le opposizioni della Margherita), su altri temi sono vicina alle idee di questi partiti; ma più che altro credo che il PD possa o debba rappresentare finalmente una forza politica in grado di aggregare e se le lotte intestine pre-Primarie non fanno onore a questo progetto…beh, il fallimento di ogni discussione su unità a sinistra, cose rosse, etc. è indice di uno smarrimento ancora più grave di quello che regna nel centro-sinistra.
@masaccio
Chiaramente non è semplice parlare della sinistra italiana, discorso lungo e con mille distinguo. Ma tanto per rimanere a due temi a te cari (visti sul tuo blog): un partito di governo che fa dei manifesti sull’accordo sulle pensioni che dice “NO!! la lotta va avanti!” fa demagogia. Cento che va a fare il lavavetri non risolve certo i problemi dei lavavetri. Bertinotti con il suo continuo pathos di fronte ai drammi di oggi. I continui proclami di Ferrero. ecc… Perchè non si concentrano sull’attività di governo? Secondo me perchè semplicemente non possono! Non hanno risposte “comuniste” alle questioni odierne che possano far parte di un programma di governo di centro sinistra. Mancano le idee e mancano le forze. E ci troviamo nella maleodorante palude culturale italiana. Per fare un esempio, fanno demagogia quelli che risolvono i problemi con soluzioni che danno visibilità ma sono a “breve termine”, rispetto a scegliere strategie più complesse. Mi rendo conto di semplificare troppo…
Comunque lungi da me il dire o pensare che fuori dal PD non ci sia nulla. Però converrai con me che il PD rivestirà nel futuro un ruolo centrale e sarà un punto di riferimento per tantissima gente. In questo momento tra l’altro sono in un angolo e hanno bisogno vitale di gente nuova e idee nuove. Mi sembra un momento cardinale per cercare di impedire ad esempio che il PD non sia il traghetto verso FI-UDC, oltre che mettere qualche germoglio di sinistra nel manifesto politico.
Comunque cerca anche, se ne hai voglia e tempo, di dire cosa ti impedisce di aderire al manifesto politico dei iMille e ti fa preferire la “sinistra di lotta e di governo”. Dov’è che non sei d’accordo a livello di idee e di proposte?
@Chiarark
Personalmente spero che l’unità a sinistra si faccia al più presto, e credo che si farà, anche se non al più presto.
In ogni caso dobbiamo capirci anche su questo: non considerò l’unità il valore assoluto, superiore a tutti gli altri. L’unità ha un valore strumentale, è utile agli obiettivi politici che mi pongo. In questo momento penso che un’unica forza politica di sinistra avrebbe la massa critica necessaria a contare nella vita di questo paese, quindi auspico ci sia.
Ma specularmente l’unità del Pd è un male, dal mio punto di vista: scioglie il più grande partito della sinistra italiana e ne annacqua le idee in un vasto contenitore che a parole è postideologico, mentre nei fatti è, a quanto appare finora, un mix ideologico di neoliberismo all’americana e conservatorismo statalista alla democristiana.
Il processo costituente del Pd sta, nei fatti, spostando a destra la linea del governo (vedi pensioni e welfare), mettendo in difficoltà il sindacato ed emarginando la sinistra.
Tutte cose che, dal mio punto di vista, non vanno.
@paolo
“Cento che va a fare il lavavetri non risolve certo i problemi dei lavavetri.”
Giusto. Le ordinanze dei sindaci dei lavavetri non risolvono certo i problemi dei lavavetri. Occuparsi solo dell’illegalità piccola e visibile per atteggiarsi a sceriffi, è o non è demagogia?
Ferrero mi sembra anche troppo concentrato sull’attività di governo, quelli che tu chiami “proclami” io li chiamo progetti di legge operativi e in linea con il programma dell’Unione. Tra Ferrero che riforma la legge sull’immigrazione e i sindaci di “centrosinistra” che si fanno campagna elettorale sulla pelle degli immigrati, credo che siano i secondi a fare demagogia.
Veniamo a iMille: scusami, ma non credo che stiate realisticamente “cercando di impedire ad esempio che il PD non sia il traghetto verso FI-UDC”. Su questo tema non c’è stata alcuna presa di posizione né da parte de iMille, né da parte del candidato che hanno deciso di appoggiare, che, anzi, ha dato ampi segnali in senso contrario, dato che suoi sostenitori che, mi permetterai, contano un po’ più de iMille (Rutelli, Cacciari, Penati, Chiamparino) hanno esplicitamente detto il contrario di quello che affermi.
Ciò che mi tiene distante da iMille è prima di tutto questa ambiguità di fondo. Questo parlare continuamente di “un partito laico e di sinistra” e poi appoggiare chi lo sta costruendo in modo né laico né di sinistra, e non mettere alcun tipo di paletto, né laico né di sinistra.
Non condivido l’ossessione per l’età, per una questione generazionale a mio parere ideologica, che nasconde secondo me i veri conflitti (esempio: le pensioni. Dire che a mettere in pericolo la mia futura pensione è la pensiona di un 60enne di oggi è falso. A metterla in pericolo sono i pochi euro di contributi mensili che il mio datore di lavoro mi versa. Il mio avversario non è il 60enne, ma chi specula sul mio bisogno di lavorare). Non condivido l’idea ideologica di “merito” che iMille propagandano, che nasconde secondo me un classismo spaventoso (esempio: nella sezione idee di questo sito si propone l’abolizione delle borse di studio legate al reddito).
Non condivido l’adesione al Partito Democratico, una forza moderata che nasce per allearsi con le forze conservatrici. Non condivido l’ammirazione per Veltroni, demagogo supremo la cui unica proposta puntuale presentata finora, a due mesi dalla sua candidatura, è la riduzione delle tasse (ricorda qualcuno?). Non condivido, ma qui siamo sul piano dei gusti personali e non vorrei offendere qualcuno, il provincialismo da jet society (con tutto il rispetto, autodefinirsi “cervelli in fuga” ha poco stile, secondo me), la presunzione radical chic che la società italiana sia fatta di architetti d’interni e web designer, un certo malcelato classismo (l’ho già detto?).
Di fronte alla realtà che vedo, che è fatta di un’aggressione sfrenata del mondo imprenditoriale a quello del lavoro sul piano dei diritti e anche su quello del reddito, iMille e il Pd non si schierano dalla mia parte, bensì da quella di chi vuole meno tasse, meno diritti sul lavoro, meno ostacolo all’arricchimento. Perché dovrei stare dalla loro?
@ Masaccio
Il problema delle pensioni è doppio, da un lato è il problema del precariato (e da questo punto di vista quello che dici tu è validissimo), dall’altro è anche quello dell’invecchiamento della popolazione. A causa di questo secondo motivo i contributi versati durante gli anni di attività non bastano a coprire tutti gli anni in cui si riceverà la pensione, per cui o:
-si va in pensione più tardi
-si ha una pensione più bassa
-le pensioni vengono pagate con i contributi di chi sta oggi lavorando.
Delle tre soluzioni, quella che attualmente viene realizzata è la terza, che in realtà non è una soluzione perchè col divario crescente tra cittadini attivi e pensionati non potrà reggere per molto innanzitutto perchè man mano ci saranno sempre più pensionati e sempre meno lavoratori a pagargli le pensioni, e in secondo luogo perchè in questo modo i lavoratori di oggi un domani si troveranno senza pensione.
Adesso, nessuno dice che la nonnetta è colpevole (come se fosse una colpa vivere più a lungo) ma è un dato di fatto che viviamo in un sistema che al momento favorisce gli anziani depauperando il futuro dei giovani.
@Chiarark
Non era quello il punto del mio intervento, mi piacerebbe che discutessimo anche del resto.
Ma non mi tiro indietro, parliamo di pensioni, un tema sul quale si sta scatenando una rincorsa a destra (vedi Adinolfi) ogni giorno più surreale.
Quello che dici, ad oggi, non è vero. Non è vero che, ad oggi, “i contributi versati durante gli anni di attività non bastano a coprire tutti gli anni in cui si riceverà la pensione”. Non sarebbero bastati con la vecchia legge, ma nel 1995, anche se tutti fanno finta di dimenticarsene, ne abbiamo fatta una nuova. Non stiamo ragionando del sistema pensionistico degli anni ’70, stiamo ragionando di un sistema già fortemente riformato nel 1995, con un’autentica stangata per i lavoratori italiani. L’invecchiamento della popolazione? 15 anni fa si andava in pensione con 20 anni, ora con 40. Non ti sembra che ci siamo aggiornati?
La stangata, però, è servita: ora il sistema regge, funziona. Tanto è vero che la famosa “gobba” che nelle previsioni di allora si sarebbe dovuta verificare adesso, non si è verificata. I conti sono in ordine, il fondo pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo. L’Inps, però, no. Semplicemente per il fatto che, caso unico al mondo, in Italia gran parte dell’assistenza (casse integrazioni, ma anche invalidità, ecc.) non è carico del fisco, come in tutti i paesi civili, dove è la società nel suo complesso a farsi carico di chi ha bisogno, ma dell’Inps, cioè dei lavoratori dipendenti. I contributi basterebbero a coprire le pensioni, se non dovessero coprire anche tutto il resto, cioè servizi che vanno anche a chi non li paga.
Scorporiamo l’assistenza dalla previdenza, come succede nel resto del mondo, e poi vediamo come vanno i conti. Del resto, dato che i lavoratori italiani vanno in pensione in media alla stessa età di tutti gli altri europei, non si capisce perché qui il sistema non dovrebbe funzionare.