Università italiana: rimedi per un cancro diffuso

di Filippo Zuliani

stockholm.jpg L’Italia, ahimè, non ha certo una bella fama internazionale per quel che riguarda l’Università in generale. A parte qualche isola di merito (Normale di Pisa e Sissa di Trieste), il resto vivacchia malamente sul fondo delle classifiche internazionali o in zone totalmente anonime. Senza girarci troppo intorno e senza perdersi in disamine statistiche, il problema dell’Università nostrana è che i fondi non seguono la qualità, sia per ciò che riguarda i salari, sia per ciò che riguarda la ricerca.

Diamo qui un tentativo di soluzione in più punti. I punti vanno considerati e applicati nel loro insieme, in quanto una riforma parziale con solo alcuni punti porterebbe a una cura peggiore del male.

1) Riforma dei salari: il salario dei docenti universitari sarà costituito da due entrate separate. Una base comune a tutti, inferiore a quella di un docente di scuole superiori, e un’aggiunta agganciata alla ricerca. Più ricerca, più aggiunta. Il valore della ricerca verrebbe stimato sulla base di parametri internazionali (Impact Factor). I nullafacenti non avrebbero più vantaggio a parcheggiarsi all’Università. Come conseguenza, vedremmo abbassarsi di botto la spesa per gli stipendi universitari, visto che migliaia di capi e capetti che producono poco e niente avrebbero uno stipendio decurtato in maniera drastica per manifesta incapacità. Grazie al risparmio, non ci sarebbe bisogno di alzare le rette.

2) Analogamente al punto sopra verrebbero ripartiti i fondi per la ricerca. Chi più produce più ottiene finanziamenti, previo giudizio di un organo nazionale che allochi i fondi in maniera trasparente su alcuni campi specifici (pensiamo che la robotica umanoide ‒vedi alla voce Tremonti‒ sia il business del futuro? No. Allora niente fondi e invece li diamo al settore energie rinnovabili).

3) Organigrammi di dipartimento bloccati. Ci sarà sempre un sistema piramidale con, ad esempio, 5 ricercatori, 3 professori e 1 ordinario per dipartimento. Le promozioni interne non sono consentite per evitare lotte intestine, nepotismi e screzi di ogni genere. I professori che vogliono diventare ordinari facciano pure domanda in dipartimenti di altre università. Le promozioni avvengono per concorso sulla base dei risultati come al punto 1. Chi ha più Impact Factor vince.

4) Alzare la retta per gli studenti fuori corso. Non si può impiegare 12 anni a laurearsi. A quel punto è meglio fermarsi prima e tenersi in tasca l’onesto diploma.

5) Liberalizzare la didattica, eliminando la camicia di forza dei percorsi di studio stabiliti a livello nazionale. Si introduce così una effettiva competizione tra Università, che trarrebbero risorse dalla formazione di laureati adatti alla realtà lavorativa locale (ora la competizione si fa sulla facilità con cui ci sia laurea).

6) Borse di studio per i meritevoli, assegnate sulla base dei risultati (il reddito no, gli evasori sanno come taroccarlo), oppure prestiti graduati il cui ammontare e la restituzione sia commisurata al reddito ottenibile dal lavoro una volta laureati. Condono del prestito se il reddito post-laurea è sotto una certa soglia per almeno 5 anni (la Finanza controlli)

7) I dipartimenti che non producono ricerca di valore e i cui salari post-laurea degli studenti sono troppo bassi chiudono. E dipartimento dopo dipartimento anche gli atenei stessi possono chiudere.
8) Abolire il valore legale del titolo di studio. L’economia non può girare per decreto. Abolendo il valore legale del titolo di studio, l’ultima parola spetta al mercato e non al titolo. Tutto quanto scritto sopra, infatti, funziona solo se lo stato non garantisce stipendi uguali per tutti. Altrimenti non c’è modo di premiare il merito e l’eccellenza.

Vorrei infine ringraziare il Prof. A. Ichino per la collaborazione e gli spunti forniti. Ulteriori informazioni ed idee sull’Università italiana si possono trovare sul libro AAVV “Oltre il Declino”, Bologna, Il Mulino (2007).
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

89 Commenti

  1. pepe

    Filippo. e se invece di filippiche leggessi le risposte anche quando non ti piacciono? Io sottolineavo l’illogicità totale di uno dei punti della tua proposta: quello nel quale prima dichiari che la guardia di finanza non è in grado di controllare la veridicità delle dichiarazioni di reddito per fruire di tasse agevolate e poi la chiami in causa, la stess GdF nello stesso paese e con le stesse regole, come garante del non rimborso del prestito d’onore ricevuto, poichè sostieni il “Condono del prestito se il reddito post-laurea è sotto una certa soglia per almeno 5 anni (la Finanza controlli)”.
    Suvvia, se la fiscalità funziona dopo funziona anche prima, e se non funziona prima non funziona nemmeno dopo.
    Mettila come vuoi, ma è una stretta questione di logica.
    In effetti avrei qualche idea anche sui restanti punti, in particolare in quanto vedo del tutto sottovalutato l’aspetto relativo agli studenti/lavoratori che sono buona parte degli universitari e, oltretutto, gran parte proprio di quella quota che ritarda il conseguimento della laurea per ovvi motivi.
    Forse si dovrebbe guardare più che a punire l’irregolarità negli studi e a scoraggiarla (aumento delle tasse) a incentivare il successo scolastico con supporti differenziati almeno quanto sono differenziate le tipologie di studente.
    Un mix di corsi estivi, di lezioni weekend ed estive (sì, anche la domenica e le feste comandate, i trasporti e gli ospedali mica si fermano, no? ), di reale disponibilità e apertura durante tutto l’anno solare, di insegnamento a distanza individualizzato (e-learning), di flessibilità dei percorsi, di intrccio e capitalizzazione dei crediti con altre forme di educazione superiore ecc.ecc.
    Altrimenti temo che per molto tempo ancora l’unica soluzione che troveremo per aumentare il numero dei laureati sarà l’abbassamento della qualità dello studio e dell’insegnamento (quest’ultima, in particolare, va bene ai docenti anche quando se ne lamentano come non fosse colpa loro. Gli costa meno fatica…).
    ciao

  2. x Filippo: grazie, sono convinto che sia un tema importante.

    Per tutti:
    Non capisco perchè pensare che valutare chi si impegna di più ed è più bravo dandogli l’opportunità di crescere sia addrittura darwinismo sociale. Nessuno vuole eliminare nessuno, solo incentivare tutti a fare sempre meglio. E’ come se i dipendenti pubblici che non lavorano dicessero che pagare di più i più bravi è ingiusto, un argomentazione poco Pd.

  3. Lorenzo

    D’accordo in linea di principio.
    D’accordissimo sull’eliminare i concorsi.
    D’accordo sul valutare principalmente l’attività scientifica.

    Critiche:
    Sistema piramidale – Bufala. In tutto il mondo scientificamente avanzato dopo una conferma (tenure) data con criteri selettivi si ha in qualche modo garantita la progressione di carriera (fatta salva la qualità della produzione scientifica – si è sempre licenziabili insomma).

    Impact factor: non facciamo i provinciali. Fatemi un esempio ma uno tra le prime università del mondo dove le assunzioni le facciano sommando matematicamente i punti di IF. Essere primo o ultimo autore è diverso che stare nel mezzo. A parità di IF, dimostrare di poter fare 1 lavoro su Nature o Science è diverso che farne 10 o 50 su riviste minori. Avere una progettualità per il futuro e dimostrare di poterla realizzare è un criterio assoluto. La valutazione oggettiva della ricerca è un utopia che genera mostri peggiori di quelli di ora!!!!!!!

  4. Luca albertalli

    Alcune proposte che ho letto sono veramente interessanti ma forse si è perso un po’ il punto cercando di fare un sistema organico prima di aver fatto un’analisi approfondita.

    Partiamo dalle premesse, non è totalmente vero che le eccellenze tra le università italiane sono poche, non si spiegherebbe la richiesta di ricercatori dall’estero, non si spiegherebbe il fatto che molti professori delle nostre università hanno avuto cattedre all’estero (almeno, questo è il caso di molti miei professori) e che parlando con professori internazionali di prestigiose università (il Mit, per esempio, mi sembra prestigioso) si ricevano grandi attenzioni e complimenti per il prestigio dell’ateneo.

    Passiamo ad un altro problema, la scarsa capacità di attrarre studenti stranieri. In questo caso il problema è, a mio avviso, prevalentemente linguistico: non possiamo pretendere che uno straniero debba seguire le lezioni e dare gli esami in italiano con un soggiorno di pochi mesi. Non è un caso che i corsi di studi con più studenti stranieri siano tenuti in lingua inglese (cito per esempio il campus internazionale del politecnico di Milano a Como). E bisognerebbe discutere anche delle capacità linguistiche dei professori che sono mediamente basse (ma pure gli studenti non eccellono).

    I ragionamenti sull’analisi potrebbero continuare ma sarebbe necessario un post solo per questa fase prima di tentare la sintesi.

    Voglio però aggiungere tre cose.
    In primo luogo è necessario sicuramente responsabilizzare in qualche modo la catena di governo delle università, ovvero legando il finanziamento dei dipartimenti e, più giù, dei gruppi di ricerca ai risultati lasciando libera la cooptazione dei ricercatori e dei professori; questa opinione è emersa in parecchi commenti precedenti, e, quando ho avuto modo di discuterne, è stata condivisa da quasi tutti i professori italiani con cui ho parlato (guarda caso professori di fama internazionale).

    In secondo luogo il metodo di valutazione è irrilevante, basta che sia applicato correttamente. Mi spiego meglio, metodi di valutazione come Page Rank o Impact Factor non sono poi così affidabili, ho letto dozzine di articoli con indici alti eppure la mia valutazione personale in base alla qualità dei contenuti era “Junk”. Molto spesso non è difficile pubblicare e quando si pubblica di ricerca avanzata anche i reviewers non sono abbastanza esperti per valutare l’effettiva qualità del contenuto; il fatto, poi, che un articolo sia citato in un altro porta all’accumulo di citazioni. Mi è capitato recentemente di cercare un articolo citato in decine di altri articoli senza trovarlo; contattando l’autore la risposta è stata più o meno “veramente quella è stata una conferenza e non ho mai pubblicato un articolo…”. Ero il primo ad avergli chiesto qualcosa (e per inciso il contenuto delle slides che mi ha inviato era piuttosto banale e deludente, conteneva un solo spunto interessante, quello sviluppato nel primo articolo ad averlo citato).

    Veniamo all’ultimo punto, questo sì interessante; ovvero i criteri di accesso. Sicuramente l’ultima riforma che ha creato solo licei non semplifica la vita ma il meccanismo dei debiti automatici mi convince poco… Uno studente che, per esempio, ha frequentato un liceo scientifico potrebbe avere avuto un professore di Filosofia veramente capace oltre ad una naturale propensione per la materia; è giusto dargli dei debiti per l’iscrizione a filosofia anche se magari è più preparato di uno che arriva da un liceo classico ma che ha avuto un professore incapace? Mi sembra più opportuno prevedere una valutazione della preparazione con dei test di ingresso, magari ben fatti, magari con un colloquio orale(non il quiz a premi che si usa ora) e in base a questi assegnare dei corsi di livellamento da seguire, per esempio, nel primo semestre. E’ ciò che accade già per il passaggio ad una laurea magistrale diversa da quella triennale e da buoni risultati (raramente capita nella laurea magistrale che il professore debba rispiegare cose vecchie, almeno, questa è la mia esperienza).

    Credo di aver detto tutto.
    Ciao

  5. x Luca: la mia proposta riguarda chi non ha una buona preparazione nella materia (nel caso di filosofia, chi non l’ha proprio seguita al liceo). In ogni caso la proposta dei test d’ingresso con corsi aggiuntivi va nella stessa direzione e mi trova del tutto d’accordo (anch’io, come ho scritto, proponevo che lo stesso criterio che regola il passaggio da triennale a specialistica valga anche da scuola superiore a triennale). In ogni caso credo che per le facoltà umanistiche dovrebbe essere stabilito un tetto all’ingresso, escludendo chi ha già una laurea: è realistico che migliaia e migliaia di persone studino Scienze dei Beni Culturali?

  6. Luca Albertalli

    x Attilio:
    Si, l’avevo capito, il mio dubbio riguardava più il professore cane che il fortunato con un professore bravo.

    In ogni caso può capitare che una persona interessata ad una materia abbia competenze molto buone anche senza aver studiato.

    Un mio professore al Poli è solito dire che quando insegna non si sbilancia mai troppo perché in un’aula di 150 persone è molto probabile trovare qualcuno che in quello specifico campo ne sa molto più di te…

    Per questo preferisco istintivamente un test di ingresso, e per inciso odio il numero chiuso.

    Se migliaia di persone vogliono studiare conservazione dei beni culturali sono affari loro. Il mondo del lavoro non riuscirà ad assorbirli ma è un’altra questione. Un errore comune che si fa è pensare che la laurea universitaria rappresenti necessariamente il prossimo lavoro e non una propria legittima aspirazione. Certamente per medico vorrei un laureato in medicina però perché un medico non potrebbe, in assenza di lavoro, fare il pittore magari dimostrandosi molto capace? Gadda era un ingegnere eppure nessuno nega le sue capacità letterarie. Non dico che l’università dovrebbe essere fuori dal mondo (leggasi mercato del lavoro) ma solo che essendo questo appunto un mercato potremmo cercare di evitare di condizionarlo esternamente.

    Ciao.

  7. Non penso affatto che il ruolo dell’università si riduca a preparare al mondo del lavoro, tant’è vero che studio filosofia. Tuttavia penso che spesso le facoltà umanistiche hanno grossi problemi di organizzazione e sprecano risorse per un sovrannumero di iscritti che francamente non è sempre giustificato. Purtroppo l’idea è che fare una facoltà umanistica sia una scelta facile. E’ uno dei tanti segnali dell’abbassamento della qualità e della scarsa preparazione nelle materie scientifiche. Comunque il punto rilevante della discussione era sul creare dei meccanismi di accesso qualificato ai corsi triennali, e sono d’accordo con l’idea dei test. L’idea di far sì che l’ultimo anno delle superiori sia di approfondimento di un settore disciplinare e dunque (anche) di preparazione all’università , affidandone l’insegnamento ad una fascia più elevata di docenti (da creare), però, non mi sembra male. Se non sbaglio nella riforma Moratti c’era vagamente questa idea, che però non è stata poi sviluppata.

  8. Luca Albertalli

    x Attilio:
    Non ho esperienza diretta della situazione delle facoltà umanistiche ma ritengo che in effetti troppe persone possano comportare problemi. Il problema, da quello che mi pare di capire, è di una facilità, presunta o effettiva, di dette facoltà. Sinceramente, anche se non è una soluzione che mi piace, preferirei uno sbarramento al primo anno, o hai passato questi esami importanti o te ne vai.

    Quanto alla preparazione di “eccellenza” all’ultimo anno di liceo non è che mi dispiaccia, ho solo dubbi di carattere organizzativo, soprattutto per le scuole più piccole.

    In secondo luogo, per quel che ne so, molto spesso si fatica a completare i programmi, “perdere” in parte l’ultimo anno forse non facilita le cose, comunque stiamo parlando di università e le scuole secondarie hanno ben altri problemi.

    Ciao

  9. Ho fatto questa proposta in funzione della preparazione universitaria. Sulle superiori si dovrebbe aprire un forum a parte, concordo.

  10. Matteo Pistoletti

    Aggiungerei come metro di valutazione per i docenti la loro presenza alle lezioni. Il mio professore di progettazione IV al politecnico di Milano era più latitante di Craxi ad Hammamet: guai a far notare la cosa ai suoi assistenti/vassalli.

  11. Luca Albertalli

    x Matteo:

    Concordo. Al Poli a Torino, nel questionario di valutazione della didattica, c’è anche quella voce. Il problema è che molto spesso noi studenti tendiamo a dare i voti alle diverse voci a simpatia più che in base alla domanda trasformando quei questionari in splendidi generatori di rumore bianco(quanto al far fare questa valutazione ai colleghi/assistenti ti lascio immaginare!).

    Volevo poi aggiungere una cosa riguardo al punto quattro dell’ottalogo:
    Sinceramente la proposta non mi piace molto perché esistono delle condizioni fisiologiche per cui è facile andare fuori corso; per esempio ho notato nella mia realtà che gli studenti fuori sede tendono a faticare ad adattarsi nei primi mesi rimanendo indietro di qualche esame che sono, poi, spesso difficili da recuperare. Non vale invece il discorso per chi lavora e studia se l’università è ben organizzata; per esempio uno può iscriversi part-time e quindi il “fuoricorso” dovrebbe venir calcolato in base ai crediti caricati (se dai 20 crediti all’anno è normale che impieghi 9 anni a fare la triennale, non sei fuoricorso!).
    Ad ogni modo preferirei la previsione di incentivi per chi è in corso (per esempio sconto sulle tasse) piuttosto che disincentivi per i fuori corso; la differenza è sottile ma esiste! Mi spiego meglio, se io do uno sconto sulle tasse universitarie in base al numero di crediti che hai fatto l’anno precedente una persona che magari va fuori corso per suoi problemi personali (malattia, problemi in famiglia o altro) ma è capace e negli anni successivi da regolarmente gli esami subisce una penalizzazione minore rispetto a sovra-tassare i fuori corso. D’altra parte i fuori corso causa università=posteggio sono fortemente disincentivati.

    Ciao

  12. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Da quel che leggo,i punti piu’ interessanti da approfondire sarebbero due.

    1) impact factor. Come giustamente mi e’ stato fatto notare, e’ troppo “grezzo” agganciare tutto direttamente all’impact factor. Sono d’accordo. Quali metodi piu’ sofisticati del bruto impact factor proporreste?

    2) qualita’ della ricerca ma senza dimenticare l’insegnamento. Personalmente lo trovo giusto, ma rimando ai dubbi su come valutare seriamente la qualita’ di un insegnante. O sono i giustizi degli studenti o quelli di altri professori. In ogni caso, come ho gia’ scritto nei commenti sopra, l’inciucio e’ dietro l’angolo. Quale metodo proporreste per la valutazione dell’insegnamento?

  13. Anonymous

    x Filippo:

    Le domande che poni non sono semplicissime. Un primo problema che abbiamo noi italiani è proprio l’inciucio che non è molto sentito in altri paesi (diciamo che esiste ma, di solito, la reputazione di chi si presta viene sminuita, cosa che da noi non accade).

    Per la valutazione della ricerca eviterei di valutare i ricercatori e mi concentrerei su direttori di gruppi di ricerca e di dipartimento. Esistono altri indicatori ma non sono applicabili a tutti i campi; un buon indicatore per alcuni campi è, per esempio, il numero di progetti di ricerca internazionali a cui si partecipa (p.es quelli dei programma quadro europei) ed il ruolo(il leader è sicuramente più importante); il numero di spin-off generate; ovviamente un indice come l’impact factor e molti altri aspetti.

    Sulla didattica il problema è maggiore; come fatto notare non è applicabile la verifica sulle retribuzioni o sulla capacità di ingresso nel mondo del lavoro a causa delle differenti condizioni economiche(e stiamo parlando di valutazioni a livello di Dipartimento). A livello individuale la cosa è molto più complessa; ho discusso parecchie volte di queste questioni nella mia univeristà con compagni, rappresentanti in senato accademico e professori senza giungere ad una proposta univoca; di una cosa sono sicuro, i professori sanno benissimo quali colleghi sono incapaci (uso questo termine con cognizione) e sarebbe meglio venissero cacciati. Forse basterebbe un po’ di trasparenza e un po’ di certezza nelle valutazioni applicate.

    Forse, un altro problema, è il criterio di scelta dell’università adottato dagli studenti: la più facile/più vicina a casa ma fintanto che non possiamo modificare la nostra testa… (in questo caso però potrebbe aiutare l’abolizione del valore legale del titolo di studio)

    Ciao

  14. simone de giuseppe

    Proposta metodo valutazione insegnamento:
    Intanto, gli insegnanti dovrebbero essere dotati di una specie di “patente”, soggetta a rinnovi biennali o triennali, ottenibili mediante il superamento di alcuni test.
    In questo modo l’aggiornamento professionale sarebbe obbligatorio per continuare ad insegnare, e non avremmo insegnanti che, ad oggi, non sono in grado di scrivere un’email.
    La valutazione dovrebbe essere demandata ad una serie di commissioni sul modello di quelle in uso nelle scuole inglesi che basano la loro valutazione sia su aspetti misurabili (livello di preparazione degli studenti, valutato mediante test) che su aspetti non misurabili, per esempio assistendo a delle lezioni o analizzando il materiale preparato per tenere le lezioni.
    Alla fine della valutazione i verdetti potrebbero essere tre: 1) completamente positivo, ok, licenza di insegnamento rinnovata, 2) completamente negativo, licenza sospesa, niente insegnamento per un anno, stipendio ridotto del 20% e obbligo di seguire corsi di aggiornamento seguiti da test per riottenerla, 3) negativa solo su alcuni aspetti: corsi brevi di riparazione per colmare i “debiti” riscontrati, ed esami prima dell’inizio dell’anno scolastico, in caso di esito positivo si rientra nel caso 1, esito negativo nel caso 2.
    Se ti sospendono la licenza per due volte non puoi più insegnare.
    Per l’università stesso meccanismo ma dopo aver separato, anche dal punto di vista del compenso percepito, la parte di ricerca dall’insegnamento: il tuo stipendo è composto dalla componente A per l’attività di ricerca, valuatata secondo un meccanismo, e dalla componente B per l’insegnamento, valutato come ho descritto sopra. Se sei un pessimo ricercatore ti giochi la componente A e percepisci solo B, e viceversa. Se vuoi A + B devi essere bravo in entrambe le cose.
    Formazione degli insegnanti gestita per alcuni aspetti mediante e-learning, con test computer based tipo TOEFL (per intenderci con quesiti random e webcam che ti riprende). Per altri aspetti, tipo la capacità di parlare in pubblico, la capacità di gestire la classe etc etc, workshop brevi tenuti presso centri regionali o provinciali utilizzabili da tutte le tipologie di insegnanti per ottenere delle sinergie e contenere i costi.
    Di tutto, bocciature incluse, si tiene traccia nel CV professionale dell’insegnante.
    Se perdi la patente per sempre, cambi lavoro. (Succede ai camionisti e ai tassisti, non vedo perchè non dovrebbe succedere agli insegnanti).

  15. Lorenzo

    Come dicevo prima qualunque criterio oggettivo di valutazione della ricerca dei singoli non mi convince appieno. La valutazione oggettiva (con alcuni accorgimenti tipo valutare di più le pubblicazioni principalmente svolte nelle nostre strutture e quindi tenere conto delle affiliazioni degli autori e delle loro posizioni nell’ordine degli autori) può invece essere applicata ai dipartimenti.
    Una soluzione sarebbe di collegare lo stipendio dei ricercatori (e perche’ no anche del personale tecnico amministrativo) di un dipartimento alla produzione scientifica complessiva di un triennio. In questo modo, eliminando i concorsi e procedendo per chiamata diretta, si incentiverebbe il reclutamento di personale valido.

    Vorrei che si prestasse attenzione a non sopravvalutare invece i gruppi grandi e avviati il cui leader è può ben documentare produzione in termini di lavori scientifici (in genere sopratutto a livello quantitativo) e di capacità di attrarre fondi. Le attività di tali gruppi vanno sicuramente incentivate ma senza lasciare senza sostentamento (ovviamente senza abbandonare modelli di valutazione basati sul merito) i nuovi gruppi costituiti da pochi elementi e con leader giovani che in genere sono quelli che producono una quota sostanziale di innovazione (faccio sempre riferimento al mondo scientificamente avanzato).
    Vorrei che fosse sempre possibile chiamare un ricercatore di 35-40 anni con 3-5 grossi lavori di cui ha il pieno merito scientifico e che gli fosse assicurata la possibilità di avere indipendenza nel portare avanti le sue ricerche.

    Mi preme inoltre è che non si guardi a sistemi automatici di valutazione come la soluzione di tutti i mali ma piuttosto li si utilizzi per incentivare una valutazione che può essere nelle varie discipline solo su base soggettiva da parte di esperti a loro volta valutati sulla base delle loro scelte.

  16. Luca Albertalli

    x Simone:

    Sei proprio convinto di quanto proponi? Sicuramente è apprezzabile l’idea dell’abilitazione all’insegnamento ma cosa significa? I test automatici sono solitamente nozionistici e, chiunque ne abbia affrontati un po’, sa che è più semplice passarli facendo leva sui meccanismi intrinseci di tali test piuttosto che sulla reale conoscenza della materia testata (che per di più è nozionistica).

    Inoltre test oggettivi sulla capacità di insegnamento (così come su quella di ricercare) richiedono una teoria su come si insegni correttamente. A mio parere esistono molti modi sbagliati di insegnare ma non esiste un unico modo giusto. Nei miei anni di studio ho avuto professori eccellenti caratterizzati da stili di insegnamento totalmente diversi. Professori che forniscono appunti completi e si limitano a spiegare le parti importanti a lezione, professori che non hanno materiale, spiegano alla lavagna e devi prendere appunti, tanti, ma che insegnano divinamente ed è un piacere starli a sentire etc etc.

    Detto questo penso che l’unico metodo di valutare un insegnante sia sui risultati ottenuti. Ma la domanda resta, come?

    Una via è la valutazione soggettiva da parte di terzi ma esistono? Esiste qualcuno che sia in grado di valutare senza influenze esterne?

    L’altra via è una valutazione in base ad indicatori oggettivi (come per l’Impact Factor per la ricerca) ma in questo caso non li conosciamo nemmeno.

    Inoltre è bello il paragone con la patente di guida, ma questa dice solo se sei in teoria capace, non se lo sei veramente. Non possiamo paragonare l’imbranato al volante con Schumacher solo perché entrambi hanno la patente. Ma per la patente esiste una possibilità di revisione oggettiva a posteriori (commetti tot infrazioni, causi tot incidenti, basta patente). Non ci stiamo chiedendo come dare una patente agli insegnanti ma come avere una revisione efficacie.

    Ciao

  17. Per Filippo z.

    Sono anche io contento della ricchezza del dibattito sviluppato.

    Rispondo ad un paio di questioni.

    1) Valutazione della didattica.
    Al Politecnico di Mi, in cui sono membro di diversi organi come studente, sperimenteremo (spero) un sistema che coniuga valutazione degli studenti e “statistiche” sui corsi. Così, anzitutto migliorando e arricchendo il questionario della didattica, e smussandolo con le valutazioni più “soggettive” date dalle statistiche (ad es. numero iscritti, distribuzione voti) si avrebbero valutazioni più serie.

    2) Diritto allo studio. Non posso essere d’accordo sull’arrenderci agli evasori. Il criterio del reddito deve rimanere nei bandi. Ti assicuro che non sono tantissimi quelli che chiedono la borsa e sono evasori. Chiedere la borsa richiede “un passo in più”, non è qualcosa di automatico. Inoltre gli evasori sanno che chiedendo la borsa di studio avrebbero la possibilità di un controllo in più, e spesso rinunciano a chiederla per i pochi soldi delle borse. Indi, rilancio con un robusto aumento delle borse di studio e delle azioni di diritto allo studio in generale. E’ il mezzo più efficace per garantire quella mobilità sociale che tanto ci è cara e che tanto è utile alla società.

    3) Un paio di precisazioni. Gli studenti fuoricorso sono un danno non per le statistiche, ma per l’università: costano.
    Sono interessanti le proposte sui prestiti d’onore: “indicizzarli” al guadagno potrebbe essere un’idea seria su cui ragionare, anche si di non facile applicazione.
    Sono contento che il tema della qualità-responsabilizzazione sia al centro del dibattito.
    Ho letto di proporre di “imporre” campane di distribuzioni di voti. E’ una degenerazione del riformismo burocratico.

  18. Barbara Caputo

    per Filippo:

    riguardo alla valutazione dei ricercatori/impact factor si/no, vorrei riportare la mia esperienza personale in Svezia (fino al 2006) e poi il Svizzera (da meta’ 2006 fino ad ora):

    -quando ho iniziato il tenure track a Stoccolma (per chi non lo sapesse, il tenure track e’ un contratto di lavoro a 4-6 anni all’interno dell’universita’, piu’ o meno equivalente alla posizione del ricercatore in Italia ma con molta piu’ autonomia e responsabilita’; un anno prima della fine del contratto si va in valutazione e se si passa la valutazione si e’ confermati come professori associati), mi e’ stato detto da subito:

    (a) su che criteri sarei stata valutata, ovvero:
    -capacita’ di fare ricerca (articoli, quantita’ e qualita’ =IF)
    -capacita’ di supervisonare studenti di dottorato (fino a che non ne avessi supervisionato uno dall’inizio alla fine come supervisore principale, non avrei potuto avere la tenure)
    -capacita’ didattica: almeno un corso ideato, preparato (s’intende il materiale) e insegnato principalmente da me, supervisione di laureandi
    -capacita’ di reperire fondi, a livello nazionale e internazionale: questo significa individuare le agenzie che finanziano ricerca nel mio campo, scrivere progetti che avessero senso, fossero innovativi, fossero fattibili e per i quali io avessi la competenza necessaria (senza questi tre ingredienti non arriva niente)
    -visibilita’ internazionale, ovvero organizzazione di conferenze, workshops, summer schools e simili

    I criteri sono stati sostanzialmente gli stessi per la Svizzera. In tutti e due i casi, mi e’ stato detto fin dall’inizio
    -come
    -quando
    -da chi

    sarei stata valutata per avere la posizione permanente.

    Io credo che questi criteri siano validi in generale, per ogni dipartimento, per valutare gli accademici. Penso anche che diversi dipartimenti possano e debbano avere diversi pesi per queste componenti -ad esempio, io lavoro nel campo dell’intelligenza artificiale, ci sono un sacco di fondi e quindi la capacita’ di reperirne pesa parecchio e puo’ far perdonare delle capacita’ di insegnamento non trepitose; in altri campi l’insegnamento puo’ e deve pesare di pui’.

    Riguardo a come assegnare i finanziamenti, di nuovo vorrei partire dalla mia esperienza diretta con la comunita’ europea:

    ogni programma quadro (siamo al 7) decide le aree strategiche dove si investiranno soldi, quanti soldi saranno investiti, e sotto che forma (progetti di ricerca ad ampio spettro, progetti di ricerca di dimensione piu’ piccola e focalizzati, azioni di coordinamento tra ricercatori in una disciplina, etc etc).
    La mia esperienza con i reviewers e’ che sono sostanzialmente onesti, ovvero non ho avuto fino ad ora percezione di pastrocchi e ammuine per cui i soldi prima si assegnano e poi si fa uscire il bando. Quello che e’ interessante notare e’ che:
    -i progetti li sottomettono singoli ricercatori, e il dipartimento si deve solo impegnare a garantire strutture (stanze con corrente e riscaldamento, computers e telefoni) nel caso il progetto venga finanziato
    -i soldi assegnati coprono le spese per realizzare il progetto (stipendi di dottorandi e postdoc, fondi per viaggiare, macchinari), e questi fondi vengono gestiti solo ed esclusivamente dal ricercatore che ha applicato. In piu’ ci sono dei fondi (overhead) che servono a pagare il dipartimento per il supporto logistico. Quindi un dipartimento che ha un sacco di ricercatori che ottengono fondi dalla comunita’ europea ha un sacco di overhead=piccioli
    -vale il principio che i soldi seguono il ricercatore, ovvero: se io ho 5 progetti europei e mi scazzo con il capo dipartimento perche’ mi fanno passare avanti in concorso un ciuccio, io faccio le valigie e me ne vado da chi vuole me, tutti i fondi e overhead che mi porto appresso, e tutta la mia capacita’ di reperire questi fondi.
    -l’assegnazione dei fondi valuta la bonta’ del progetto, ma anche il curriculum di chi sottomette, e se ha precedenti. Se io acchiappo un finanziamento cosi’ per caso e poi passo il tempo a vendere figurine su ebay, alla fine del finanziamento non avro’ fatto quello che avevo promesso, e posso anche fare a meno di risottomettere un progetto perche’ ho chuiso. Io, non il dipartimento.

    Ma perche’ i fondi della ricerca in Italia non si possono assegnare cosi’? Ovvero:

    -non a pioggia, ma a progetti messi nero su bianco
    -non a un dipartimento, ma a una persona fisica che si prende la responsabilita’ di realizzare un programma di ricerca ben definito
    -possibilita’ di riaccedere a questi stessi fondi pesantissimamente condizionata da cosa hai fatto di quelli che ti hanno dato prima. Se li hai sprecati hai chiuso.

    Come ultima aggiunta, la commissione europea ha introdotto quest’anno un nuovo tipo di finanziamento, riservato *esclusivamente* a chi ha preso il dottorato da piu’ di 2 anni e meno di 9. Sono finanziamenti da 250000 fino a 4000000 euro, per cui sempre valgono tutti i criteri elencati sopra, ma vanno ad un singolo e non a un consorzio di reicercatori.

    Perche’ non si possono riservare anche in Italia, per ciascuna disciplina, fondi esclusivamente a chi sta iniziando la carriera accademica?

    credo mi siano scappate un po’ di parole in inglese, scusate tanto ma sto all’estero da 10 anni ormai e a volte l’italiano mi scappa

    saluti -Barbara

  19. Marco calabresi

    Mi pare ci sia un consenso per la scelta di “ricerca” e “insegnamento” come misurazioni della capacita’ di una persona che decide di intraprendere la carriera accademica. Bene, non diamo niente per scontato, fino ad ora avevamo “anzianita’” e “fedelta’”.

    Come valutare ricerca e insegnamento?

    Ricerca: non posso far meglio di Barbara Caputo che mi pare sia stata esaurientissima. Mi permetto di sottolineare l’importanza del meccanismo anti-autoritario dei fondi legati al ricercatore che li ha ottenuti. Fondamentale.

    Insegnamento: una commistione di valutazioni qualitative da parte di studenti e ispettori ministeriali (controlli casuali e anonimi) mi sembrerebbe buona per coprire il profilo qualitativo, con un occhio ad esempio ai materiali e alla scelta degli argomenti delle lezioni. Per quanto riguarda l’aspetto quantitativo sarebbe fondamentale guardare ai risultati degli esami. L’idea che “li promuovo tutti per farmi bello” si basa sulla malafede e la sicurezza dell’impunita’. Sulla malafede non ho nulla da dire: nessuna regola fara’ mai funzionare il paese dei disonesti, bisogna dare fiducia. Sull’impunita’ invece qualcosa si puo’ fare, ad esempio rendere piu’ trasperante il risultato degli esami, tanto per cominciare ricorrendo piu’ spsso a test pratici o scritti piuttosto che all’esame orale, ancora prevalente nel nostro sistema universitario.

  20. robi

    mi viene un dubbio: secondo voi, un professore ordinario universitario che non ha mai fatto nulla e che non vuole veder calare il proprio stipendio che fa??? prende un dottorando, lo fa sgobbare come un dannato e mette la firma sui suoi articoli… più facile di così….

  21. caro robi,

    in molti casi succede già così, perché attualmente i dottorandi si ottengono solo per concorso, che, a parte rari casi o fortunate circostanze, sono spartiti a priori tra i vari professori, più o meno meritevoli.

    Il discorso sui dottorandi e sul dottorato di ricerca in generale penso vada al di là del presente post, ma è un sistema che sicuramente va modificato. Nel momento in cui anche chi ha i fondi deve passare per le forche del concorso di dipartimento per assegnarli a chi ritiene meritevole, sarà difficile incentivare la responsabilizzazione. Infatti quando, come spiegava benissimo Barbara, si è responsabili direttamente dei fondi, si sceglie direttamente il miglior dottorando. Il sistema dei concorsi, a tutti i livelli, ha l’aspetto deleterio di levare ogni responsabilità.
    Una proposta sarebbe quella di non renderlo obbligatorio per accedere ad un dottorato. Nel momento in cui si hanno i fondi, si scelga direttamente il miglior dottorando, e, con il passaggio dei fondi dal calderone comune del dipartimento alle agenzie di ricerca (dove i fondi si ottengono su progetto), il prof nullafacente (e fare un progetto serio è un grande lavoro) avrà i dottorandi.
    Poi in tutto il mondo sono i dottorandi a fare il lavoro, sotto la supervisione più o meno stretta del prof che poi mette anche lui la firma sui lavori.

    cordialmente
    riccardo

  22. Un auspicio: che in futuro una percentuale significativa delle lezioni e degli esami dei corsi di studio sia tenuta in lingua inglese. Ogni facoltà dovrebbe stabilire triennalmente quali corsi tenere in lingua inglese, favorendo la rotazione fra discipline diverse. Naturalmente il piano di studi individuale dovrebbe obbligatoriamente prevedere 5-6 insegnamenti in inglese.

  23. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x robi. Solo in italia i PhD sono assegnati sulla fiducia e non previa presentazione di progetto. Basterebbe cambiare questa regola e il gioco e’ fatto. Con un progetto da rispettare ed eventualmente controllare (i cui controlli verrebbero tenuti in considerazioni per eventuali future richieste di PhD), hai voglia a paracularti. Inoltre il PhD, per quanto bravo, e’ senza esperienza e difficilmente puo’ produrre abbastanza da solo per tenere a galla il barone sfruttatore.

  24. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x Barbara Caputo: sono d’accordo con la tua esauriente proposta. Sulla parte (a) pero’ ho alcune obiezioni:
    capacita’ didattica: almeno un corso ideato, preparato e insegnato
    Qui dipende se si trova una maniera di valutare la didattica. Fare un corso non vuol dire automaticamente farlo bene.
    capacita’ di reperire fondi, a livello nazionale e internazionale
    Anche questo non mi convince. Bello sulla carta, ma in un paese come l’Italia, dove una mano lava l’altra, io gia’ mi vedo schiere di figli di amministratori regionali che ottengono valutazione favolose perche’ hanno il papa’ o l’amico di papa’ che eroga finanziamenti a pioggia dalla regione.

  25. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x Barbara Caputo (2):

    sul resto della valutazione della ricerca sono d’accordo. In soldoni si tratta di dare fondi a chi presenta progetti dettagliati (con tanto di timelines). Controlli in corsa e alla fine per assicurarsi che i soldi siano ben spesi e che i progetti siano portati avanti con rispetto delle timelines. Se alla fine del progetto non hai ottenuto nulla, doppio segno meno sul registro e sei tagliato fuori. Meritocrazia e responsabilita’. Sono d’accordo.

  26. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x simone de giuseppe:
    in linea di principio la proposta tue e’ giusta. Pero’ ho il timore che sottoporre gli insegnati a continui esami per il rinnovo del “patentino” (e se sgarri sei fuori e ti trovi altro lavoro) sia un carico di stress troppo grosso. Molti preferirebbero andarsene direttamente altrove. Inoltre non sono un grande amante dei test alla TOEFL, spesso per passarli non devi solo essere preparata, ma devi anche prepararti mentalmente (=fare esercizio, e molto) al test. E il tempo ha il suo costo.

  27. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x Carlo Pretara:
    tienici informati sui metodi che useranno per la valutazione della didattica. Sembra interessante.

  28. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    x Marco Calabresi: la valutazione della didattica affidata a commissioni di esperti si tarocca in quattro e quattr’otto. Non e’ ne’ meglio ne’ peggio delle commissioni che esaminano i candidati ai posti di ricercatori e professori di oggi. Basta che “qualcuno” ti dica chi c’e’ dentro e si fa subito scattare il meccanismo del “caro collega ti raccomando…”. Ci vogliono regole precise e trasparenti, e chi sgarra lo fa prima di tutto a suo danno.

  29. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    grazie alle brillanti indicazioni di Barbara Caputo, direi che il problema della valutazione della ricerca (a meno di dettagli) e’ superato.

    Quello della valutazione della didattica purtroppo non mi pare risolto. Un metodo “a prova di inciucio” dovrebbe far collimare l’esigenza della valutazione con la fregatura che, se qualcuno tenta di fare il furbo, alla fine si da’ la zappa sui piedi da solo. Proprio come i metodi suggeriti da Barbara Caputo per la ricerca: se fai cazzate peggio per te.
    Suggerimenti?

    Tra l’altro, complimenti a tutti per i brillanti commenti e il fair play dimostrato nel dibattito. Le discussioni -politiche e non- dovrebbero essere sempre cosi’.

  30. per la valutazione della didattica:
    penso che se gli studenti potessero valutare, prima degli esami, e facendo in modo che comunque le valutazioni siano riservate per un certo tempo (almeno fino a dopo gli esami), l’inciucio sarebbe piu’ difficile. dovrebbero poter votare pero’ solo gli studenti che hanno, metti, l’80% di presenze…

  31. scusate l’intrusione, è una prova

  32. Barbara Caputo

    Per Filippo, sui due ‘punti oscuri’:

    sulla didattica nauralmente hai ragione, farla e’ il primo passo ma poi bisogna valutarla. Io ora lavoro in un istituto di ricerca e quindi di didattica non ne faccio, e poca ne avevo fatta a Stoccolma; pero’ posso informarmi su come si valuta (se si valuta, e credo di si) l’insegnamento universitario in Svizzera e in Svezia. Mi sembra di capire che ci siano persone in questo forum che lavorano sia in Italia che all’estero nell’ambito universitario; perche’ non iniziamo a ‘raccogliere dati’ e poi ci ragioniamo sopra?

    riguardo all’attribuzione dei fondi e alla possibilita’ di magheggi: in ambito internazionale per la mia esperienza magheggi non ce ne sono, e ha senso: pensa ad esempio al caso dei fondi europei, sono dati da tutti i paesi europei e tutti hanno i loro interessi di parte –che si compensano e si annullano, anche perche’ la procedura di selezione lascia poche ambiguita’.

    A livello nazionale io ne so poco perche’ non ho mai lavorato in Italia, le poche cose che mi arrivano per sentito dire mi fanno pensare che non ci sia nessuna regola per assegnare fondi, e quindi e’ vero che qui ci sarebbero magheggi a valanga.

    Il punto pero’ e’ proprio questo: questa mancanza di regole va cambiata! abbiamo bisogno di regole certe, e fatte in modo che minimizzino la possibilita’ di premiare i favoriti al posto dei meritevoli.

    Per essere concreti: diciamo che una parte di fondi che ogni anno si assegnano nel campo dell’intelligenza artificiale siano accessibili solo da chi ha preso il dottorato da piu’ di 2 anni e meno di 8 (cosi’ iniziamo a imporre che chi e’ scientificamente giovane puo’ avere autonomia e possibilta’ di realizzare le proprie idee, se ne ha).
    Diciamo anche che ogni progetto deve essere valutato cosi’:

    (a) in una prima selezione i progetti vengono mandati a referee internazionali (niente referee nazionali a questo livello per evitare pastrocchi) che devono valutare i progetti in base a criteri prestabiliti (esempio: originalita’ del progetto, fattibilita’, importanza strategica del progetto –sarebbe timeliness, come si traduce?– adeguatezza delle risorse richieste, fit tra il curriculum del proponente e il progetto richiesto, etc etc) e in maniera quantitativa, ovvero con le famigerate crocette (per niente, poco, abbastanza, molto, eccellente).
    Una volta fatta questa valutazione, i progetti vengono messi in graduatoria e solo quelli che passano una soglia prestabilita di punteggio (= qualita’) possono essere considerati per la fase successiva. Attenzione qui, perche’ in questo modo se non si e’ sopra la soglia di qualita’ non si passa, il che teoricamente significa che se tutti i progetti sono mediocri non se ne finanzia nessuno.
    (b) i progetti che sono stati valutati al di sopra della soglia di qualita’ (shortlisted) vengono valutati da una commissione di esperti nazionale, che decide quali di questi progetti vengono sponsorizzati e quali no. So che questa seconda fase lascia aperti spazi per scelte politiche o faziose, ma qui si deve essere realisti: in ogni sistema c’e’ una dose di discrezionalita’, e c’e’ un limite all’oogettivita’ con cui si puo’ dire, senza sbagliare ‘questa persona/questo progetto e’ meglio di quello’. Se pero’ si riesce a fare in modo che questa discrezionalita’ si possa applicare solo ed esclusivamente a persone/progetti che sono al di sopra di una certa soglia di qualita’, allora lo spazio per scelte indecenti non ci sara’ piu’.

    scappo a mangiare, saluti a tutti
    Barbara

  33. Per Giudi:

    la valutazione che ora avviene e che si tenta di migliorare è proprio come dici tu. Inoltre vengono svolte in classe, quindi mediamente vengono svolte dai frequentanti e basta.

    Per Filippo: stiamo implementando e studiando una serie di migliorie alle valutazioni attualmente disponibili. Di tanto in tanto scrivo qui in merito: http://www.studentipolitecnico.it/blogdelpres

    In generale: sulla valutazione della didattica, scordiamoci che esistano mezzi quali-quantitativi perfetti e non superabili, a prova di tutti. Essa dovrà sempre essere tenuta d’occhio dal nucleo di valutazione, specie le “code”, e dovrà essere ponderata con altre valutazioni (ricerca in primis).

  34. La mia permanenza all’estero (USA) mi ha reso ogni giorno di più avido di cambiamenti per il mio paese e fa piacere leggere un post come questo con i vostri interventi e le proposte che contengono, soprattutto come corollario di una possibile esperienza da spendere in politica in questo “fantomatico PD”. Sono fondamentalmente d’accordo con le proposte di Filippo Zuliani, le integrazioni di tanti altri sono doverose (voglio sottoscrivere quelle di Barbara Caputo) e serviranno aggiustamenti del tiro e dei pesi. Mi limito a dire che gente come me se ne va dall’Italia e dall’università italiana semplicemente perchè restarci NON E’ ATTRAENTE (=remunerativo, gratificante, produttivo). Una perla veloce: perchè mai un assegnista di ricerca (come ero io) per contratto non può avere altri introiti oltre all’assegno ed eventuali attività pubblicistiche? Si parla di apertura ai privati e si impedisce ai giovani di spendere il loro know-how all’esterno dell’università, cosa ancora più assurda considerato che l’assegnista lavora a progetto e non ha obblighi orari.

    Credo però che sia doverosa – in questa sede – una sintesi dell’ottalogo in seguito agli interventi (cosa che Zuliani si appresta fare se ho letto bene) IN FUNZIONE DI UNA FRUIBILITA’ POLITICA IMMEDIATA.
    Mi spiego: si faccia in modo che tutto ciò non rimanga solo parole. Interventi ugualmente costruttivi li leggo da almeno 4 anni, dai tempi delle liste di precari delle università di Milano e Milano-Bicocca a cui partecipavo, quando ci oppinevamo alla riforma Moratti, in questo caso invece lo slancio de iMille andrebbe usato appieno e fino in fondo. L’ottalogo potrebbe diventare quindi l’attuazione di DUE punti che da soli sarebbero semplicemente RI-VO-LU-ZIO-NA-RI:

    1) collegare il premio al merito mediante sistemi di valutazione della produttività della ricerca e della didattica. Per la produttività già esistono diversi metodi che sono stati citati, basta sceglierne uno, per la didattica la legge ha già istituito la valutazione della didattica negli atenei ma ancora non ne rende pubblici i risultati (assurdità che annulla l’effetto del tutto);

    2) reclutare ricercatori e professori per cooptazione in base al merito secondo il punto precedente eliminando i concorsi.

    Questi sono i due grimaldelli che rivolterebbero e rivoluzionerebbero l’università italiana.

    Siamo in grado di portare avanti queste due idee? C’è davvero qualche riformista (tra iMille o che iMille vogliano appoggiare) degno di ‘sto nome che voglia presentarsi come candidato per le primarie del PD sostenendo i suddetti punti?
    Ho la sensazione che se non lo si fa ora non lo si farà più, l’uomo “nuovo” WV sta già dando vergognosa dimostrazione di non-decisione e io, che sono stato elettore di centro-destra, ho il bisogno fisiologico di credere in qualcosa di nuovo. Siete la mia ultima speranza!!!…

  35. La mia permanenza all’estero (USA) mi ha reso ogni giorno di più avido di cambiamenti per il mio paese e fa piacere leggere un post come questo con i vostri interventi e le proposte che contengono, soprattutto come corollario di una possibile esperienza da spendere in politica in questo “fantomatico PD”. Sono fondamentalmente d’accordo con le proposte di Filippo Zuliani, le integrazioni di tanti altri sono doverose (voglio sottoscrivere quelle di Barbara Caputo) e serviranno aggiustamenti del tiro e dei pesi. Mi limito a dire che gente come me se ne va dall’Italia e dall’università italiana semplicemente perchè restarci NON E’ ATTRAENTE (=remunerativo, gratificante, produttivo). Una perla veloce: perchè mai un assegnista di ricerca (come ero io) per contratto non può avere altri introiti oltre all’assegno ed eventuali attività pubblicistiche? Si parla di apertura ai privati e si impedisce ai giovani di spendere il loro know-how all’esterno dell’università, cosa ancora più assurda considerato che l’assegnista lavora a progetto e non ha obblighi orari.

    Credo però che sia doverosa – in questa sede – una sintesi dell’ottalogo in seguito agli interventi (cosa che Zuliani si appresta fare se ho letto bene) IN FUNZIONE DI UNA FRUIBILITA’ POLITICA IMMEDIATA.
    Mi spiego: si faccia in modo che tutto ciò non rimanga solo parole. Interventi ugualmente costruttivi li leggo da almeno 4 anni, dai tempi delle liste di precari delle università di Milano e Milano-Bicocca a cui partecipavo, quando ci oppinevamo alla riforma Moratti, in questo caso invece lo slancio de iMille andrebbe usato appieno e fino in fondo. L’ottalogo potrebbe diventare quindi l’attuazione di DUE punti che da soli sarebbero semplicemente RI-VO-LU-ZIO-NA-RI:

    1) collegare il premio al merito mediante sistemi di valutazione della produttività della ricerca e della didattica. Per la produttività già esistono diversi metodi che sono stati citati, basta sceglierne uno, per la didattica la legge ha già istituito la valutazione della didattica negli atenei ma ancora non ne rende pubblici i risultati (assurdità che annulla l’effetto del tutto);

    2) reclutare ricercatori e professori per cooptazione in base al merito secondo il punto precedente eliminando i concorsi.

    Questi sono i due grimaldelli che rivolterebbero e rivoluzionerebbero l’università italiana.

    Siamo in grado di portare avanti queste due idee? C’è davvero qualche riformista (tra iMille o che iMille vogliano appoggiare) degno di ‘sto nome che voglia presentarsi come candidato per le primarie del PD sostenendo i suddetti punti?
    Ho la sensazione che se non lo si fa ora non lo si farà più, l’uomo “nuovo” WV sta già dando vergognosa dimostrazione di non-decisione e io, che sono stato elettore di centro-destra, ho il bisogno fisiologico di credere in qualcosa di nuovo. Siete la mia ultima speranza!!!…

  36. chiedo scusa per il doppione del post, il mio submit-click nervoso deve avermi tradito.
    Se necessario prego gli admin di cancellarne uno (sono identici) – insieme a questo…

  37. Marco calabresi

    Filippo,
    qualche idea per la valutazione della didattica dall’Inghilterra (e Galles), dove si guardano queste cose:

    1)Valutazione degli studenti
    2)Statistiche ufficiali
    a)Qualifiche d’ingresso
    b)Progressione nel corso
    c)Risultati degli esami finali
    d)Impiego a sei mesi dal conseguimento del titolo
    3)Valutazione di ispettori (vedi sotto)
    4)Valutazione di docenti esterni


    I punti 1,3 e 4 sono fondamentali, non accessori. Non si puo’ valutare l’insegnamento senza dare fiducia agli studenti(1), agli organismi di controllo (2) e, sopratutto, agli insegnanti (esterni, 4). Il metodo a prova di inciucio non esiste, perche’ l’efficacia della didattica e’ in gran parte soggettiva. Esistono solo modi seri e rigorosi di fare le valutazioni, strutturati in modo da garantire la massima trasparenza possibile.

    A mio giudizio trasparenza e’ qui la parola chiave. Trasparenza di valutazione qui vuol dire non lasciare sempre e comunque al valutatore la possibilita’ di riempire la pagina di insulse banalita’ laudatorie.

    ESEMPIO RAPPORTO COMPILATO DA ISPETTORI

    (In inglese, corso in Biologia universita’ di Bath )

    21. The reviewers observed 12 sessions and the
    teaching is of a high quality, and is often influenced by
    staff research. The few postgraduate students involved in
    teaching are carefully selected, well trained and closely
    monitored. The teaching material for most units is well
    organised and is appropriate. Increasing amounts of
    material are provided on the internet.

    22. Student workloads are challenging, but
    manageable. Surveys of student opinion, evidence from
    the meeting with students, and teaching observations all
    indicate that there is an appropriate degree of student
    engagement and participation in the learning process.
    The programmes enable students to acquire transferable
    skills, such as use of IT and oral presentation, as well as
    subject-specific skills.

    ESEMPIO DOMANDE NEI QUESTIONARI COMPILATI DA DOCENTI ESTERNI

    * Secondo l’esaminatore gli standard per il conseguimento del titolo in questa materia a questo livello sono adeguati.

    “sono d’accordo” / “non sono d’accordo”

    * L’esaminatore faccia una lista per punti chiave degli aspetti innovativi/punti di forza di questo corso

    1)
    2)


    Fonti

    http://www1.tqi.ac.uk/sites/tqi/home/index.cfm
    http://www.qaa.ac.uk/

  38. Cristian

    Ma secondo voi non sarebbe utile anche un qualche meccanismo per incentivare la mobilità? Voglio dire, è molto comune in Italia che uno stia da laureando a professore nello stesso laboratorio della stessa università e spesso il fatto di fare esperienze all’estero si rivela controproducente in quanto andando via ti lasci “fregare il posto”. Sono invece convinto che la possibilità di fare esperienze in posti diversi sia fondamentale per la maturazione di un giovane ricercatore. Proporrei quindi, ad esempio, il divieto di fare il dottorato nella stessa università in cui ci si è laureati o forse, meglio, il divieto per ogni università di assumere per 3-5 anni dal termine del dottorato, i propri ex-dottorandi.

  39. Video che descrive il tutto:
    http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/2007/05/il-criterio-internazionale-di-mussi.html

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