di Marco Simoni
Sabato a Roma si sono date appuntamento una trentina di persone. C’erano consiglieri comunali, ricercatori e professionisti, studenti e lavoratori, imprenditori e giornalisti, nomi non noti. La riunione è nata in maniera spontanea. Le aggregazioni politiche nazionali, al momento, ricalcano ancora l’eredità della guerra fredda, con la conseguenza di escludere, per via delle forme stesse della rappresentanza, parti ampissime della società. Non solo i ricercatori costretti ad emigrare per cercare lavoro, ma anche i precari delle professioni e dei lavori a progetto, le donne sempre più protagoniste della società ma non della politica, i soggetti dell’innovazione, della rete, e della comunicazione orizzontale.
Una delle caratteristiche fondamentali di chi non crede più alla capacità di rinnovamento di questa classe dirigente è la frammentazione. Figlia dei nuovi modelli di lavoro, figlia anche della libertà di scegliersi il proprio percorso individuale, privato e personale. Con la riunione di sabato abbiamo iniziato ad aggregare ciò che è frammentato e dunque per sua natura debole, per sua natura senza un passato comune, ma con la forza di un futuro da costruire.
Uno dei luoghi comuni più insopportabili degli ultimi tempi è quello secondo il quale al di fuori della attuale classe politica ci sia il deserto. Luogo comune nato in una politica chiusa, autoreferenziale, e che non sa vedere quanto futuro si muova già, nella società italiana, spesso oppresso e frustrato, persino nella politica delle nostre città, futuro a cui viene negata cittadinanza e voce.
Invece ieri a Roma si sono viste persone non famose, ma non certo personaggi in cerca d’autore. E’ inutile che vi faccia la lista completa, perché non li riconoscereste. Venivano da tutt’Italia, da Londra, New York e Mosca. Persone qualificate e meno qualificate, di tutte le età, sia pure con una leggera prevalenza di under 40: ma è abbastanza naturale quando si sta cercando di far nascere qualcosa di nuovo.
La considerazione più generale che ci ha portato a riunirci è la convinzione che la politica vada cambiata, che sia necessario un ricambio non semplicemente generazionale, ma più profondo, in grado di ridare alla politica senso e semplicità. Secondo, siamo convinti che per questo cambiamento sia necessario un atto di impegno e di volontà collettiva, perché gli attuali dirigenti non sono in grado di, o non vogliono, provocarlo.
Le persone riunite ieri sono molto sconfortate e arrabbiate per il modo in cui il Partito democratico sta muovendo i primi passi: sembra molto più un escamotage per garantire l’autoriproduzione di una classe politica chiusa sui propri tic ed automatismi, che una vera occasione rivoluzionaria.
Tuttavia, le rivoluzioni accadono anche perché le persone provano a farle, e perché si può decidere di agire anziché continuare a lamentarsi e a farsi venire il sangue amaro. Allora le trenta persone che si sono riunite sabato a Roma, con altre che li seguivano da lontano (alcuni impediti a partecipare per ragioni legate a figli in arrivo – potrebbe accadere al comitato dei 45?), hanno deciso di partecipare alle primarie del Partito democratico, pretendendo, naturalmente, che le regole siano chiare e trasparenti e si adotti la regola proporzionale.
Si è deciso di adottare un nome, che sarà un sito e anche un logo: iMille, che cerca di essere l’antitesi della politica iper-personalistica ma priva di leadership: ossimoro che domina il centrosinistra da almeno 15 anni. Il nome ricorda anche altre cose, tra cui una dose di ardimento, la fede laica repubblicana, un episodio bello della storia italiana, ed anche l’oggetto che quasi tutti abbiamo in tasca per sentire la musica.
Alla domanda “ma cosa volete fare” e “quale è il vostro programma”, la risposta è solo parziale e va costruita collettivamente. Il punto è che il futuro esiste già, non va inventato, ma vogliamo farlo entrare nel nascituro partito.
Sono vent’anni che la globalizzazione ha cambiato i modi in cui viene organizzata l’economia dei nostri paesi, incidendo fortemente sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone. La politica italiana è rimasta indifferente, al più, ha introiettato la retorica del “mondo che si trasforma velocemente”, mentre in realtà il mondo si è già trasformato.
E’ necessario coinvolgere e far contribuire alla politica le persone che hanno vissuto e anche operato le trasformazioni, quelle che le hanno solo subite. In una parola, è necessaria la partecipazione. Il partito che ha idee nuove è quello in grado di ascoltare, raccogliere e includere le idee che crescono nella società, dunque adoperare gli strumenti che esistono oggi.
Per definizione, questo significa che non abbiamo proposto alcun meccanismo selettivo a priori, non abbiamo alcun organigramma ma solo alcune persone che fanno le cose e che si auspicano di incontrarne presto altre disponibili. Nei trenta ci sono persone con esperienza politica nei partiti e nei movimenti civici e persone che non hanno mai svolto attività pubblica. Vogliamo costruire il partito democratico sulla base delle opzioni sul futuro e non sul passato che, in Italia, sembra sembra aggredirci alle spalle in continuazione.
Naturalmente, cambiare la politica è uno slogan sintetico che ha alcune declinazioni implicite, ed altre da costruire con proposte precise. Significa saper decidere conoscendo la realtà e non su convenienze di piccolo respiro, significa essere persone serie, dalle opinioni solide e non subalterne ad alcuna confessione. Significa iniziare a costruire (sul serio) una Agorà dove i principi di democrazia partecipata ed orizzontale sperimentata sul web possano tradursi in una applicazione non velleitaria ma efficace dei nuovi strumenti per favorire lo sviluppo la democrazia.
Significa anche mettersi a disposizione e chiedere una messa a disposizione, dare le proprie idee e chiederne in cambio. Tra pochi giorni sarà attivo un sito, partirà la raccolta di idee e contributi. Per il momento, esiste un indirizzo email (imille07@gmail.com) per lasciare disponibilità e dire che volete partecipare anche voi. Ci sono molte cose da fare e c’è bisogno di persone che le vogliano fare.