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Come diventare buoni

di Luca Sofri

genti.jpgProvo a mettere insieme un ragionamento su un aspetto del miglioramento della politica e dell’Italia tutta, che spesso si trascura per un malinteso senso di concretezza e priorità. So che vola molto alto ed è illusoriamente ambizioso, ma questo non lo rende più trascurabile dal repertorio di pensiero di chiunque voglia cambiare delle cose.
Provo a introdurlo con uno scenario facile e assai condiviso: quello di molti ragionamenti sulla politica e sui costumi italiani che si concludono dicendo “è che il problema sono gli italiani…”. Quello di chi si trova a riflettere che il peggio che la nostra politica esprime (così come il meglio, minoritario) discenda dal suo rappresentare esattamente i cittadini.
Insomma, parlo della possibilità di intervenire non solo sui TFR, sui sistemi elettorali, sulle separazioni delle carriere e sui diritti degli omosessuali, ma addirittura sulla relazione degli italiani con la vita civile, con il loro paese, col “comportarsi bene”.
Sì, lo so: qui qualcuno ride. Io stesso, se non rido, sono pure piuttosto scettico su quel che sto dicendo. Ma proviamo ad andar dietro al ragionamento e vediamo che ne esce. D’altra parte, se si individua un problema, l’approccio pragmatico e politico è quello di trovargli una soluzione: anche se quel problema è fare gli italiani. Non sarebbe la prima volta che qualcuno ci prova. Prendetela come un’elaborazione accademica estiva.
Provo anche a riprendere da una cosa che scrissi sinteticamente qualche tempo fa:

«Io non credo che "i nostri rappresentanti" debba avere il significato per cui ci assomigliano. Devono essere meglio di noi, devono essere le élites che ci migliorano, devono essere gli smussatori degli eccessi e delle arretratezze di noi popolo bue. Lo so che tutto è cominciato quando abbiamo smesso di votare persone che ci sembravano migliori di noi e abbiamo cominciato a votare persone che ci sembravano come noi, o anche più fesse»

Dopo, aggiungo una cosa che penso di Veltroni, così d’attualità di questi tempi. Quelli che ce l’hanno con Veltroni sono spesso persone che hanno solo settato su “Veltroni” le preferenze del loro software di borbottio permanente. Però, al di là dei capricci, l’obiezione da ombrellone per cui “Veltroni è un paraculo tutto figurine e buonismo ma Roma fa schifo come prima” non è del tutto inventata. Forse eccessiva nella forma, ma si riferisce e sprezza una cosa vera: ovvero che Veltroni abbia investito molto più nella comunicazione di quanto non abbia fatto nelle buche dell’asfalto.
Questo è forse vero. Il punto, secondo me, è che ha fatto bene. Non lo dico per cinismo e adesione alla paraculaggine: penso che Veltroni faccia bene a Roma ogni volta che inaugura un cinema e che va a salutare dei malati in periferia. Penso che Roma migliori grazie a questo. Il che non elimina il problema delle buche nell’asfalto e altri problemi ben peggiori. Ma cerchiamo di stare in guardia da una forma comunissima di benaltrismo: quella per cui la mancata soluzione di un problema sia da mettere in relazione con la soluzione di un altro problema.
E ciò che Veltroni ha fatto in questi anni è un lavoro di soluzione di un problema. Lo si vede ancora di più in questi giorni, con l’eccitazione intorno alla sua candidatura: dite che un accordo comune intorno alla candidatura di Rutelli o Fassino avrebbero mosso altrettante emozioni? Quello a cui Veltroni ha lavorato è la costruzione di un sistema di cose e atti e idee che creano identità, orgoglio e buone intenzioni. Un percorso virtuoso verso la realizzazione di cose ulteriori, compreso il rammendo delle buche dell’asfalto. È il coinvolgere un numero crescente di persone intorno all’idea che si possano avere delle emozioni positive – persino per le figurine -, che ci si possa comportare bene ed esserne orgogliosi, facendo leva persino sulla gran massa di vanità individualistiche che circolano in questi decenni. In contrapposizione a un’inclinazione, assai diffusa anche quella, a sfogare invece le proprie ambizioni personali nel desiderio che il male colpisca quelli che si comportano male. Se non sapessi che qualcuno abuserà della semplificazione direi: la distanza tra il cercare di diventare più buoni e il cercare di punire di più i cattivi.
(Il “buonismo”, altro non è se non la parola inventata dai pigri e dai cattivi per sfottere i buoni: invece predicare cose buone, è già metà dell’opera; farle, è l’altra metà).
Ma ritorno nel seminato.
So di dire cose che hanno degli illustri precedenti nella saggistica e nei clichés che riguardano gli italiani. Ma come tutti i luoghi comuni, anche questi hanno qualcosa di vero. Lo scarso attaccamento a quello che chiamo per antiretorica “comportarsi bene” (ovvero a quegli standards di rispetto, discrezione e convivenza civile per cui qui Piero Ottone citerebbe i danesi e Severgnini gli inglesi eccetera) è intimamente legato alla fatica di essere orgogliosi di essere italiani. Di essere orgogliosi di essere quelli che si comportano bene. Perché ognuno di noi si sente travolto da un’identità del tutto opposta: “siamo un popolo incivile”, dicono i napoletani in faticosa e convulsa fila al funerale di Merola, nel libro di Edoardo Camurri, ciascuno parlando degli altri.
Un problema collaterale, rispetto a questo, è rappresentato da quello che il nostro pezzo di storia fascista (ben più di un ventennio) ha lasciato attaccato a ogni pensiero ed espressione che stiano intorno non solo alla frase “fiero di essere italiano”, ma anche alla parola “patria” e allo stesso tricolore. È oggettivamente difficile conciliare questi simboli e pensieri fatti con un’idea moderna dell’Italia. Non so, magari è solo un tic mio, ma a questo si aggiungono una quantità di sovrasignificati e macchiettismi che hanno nell’ultimo secolo e mezzo umiliato tutte le cose legate al fatto che viviamo un’Italia unita. Fattostà, che lavorando nei giorni scorsi a delle ipotesi di confezioni per questo blog, appena cercavamo di usare i colori del tricolore la prima cosa che mi ricordavano erano l’insegna di una pizzeria.
È la famosa tematica giornalistica, del trovarsi “uniti intorno a qualcosa”, che di solito viene risolta con la nazionale di calcio o in versione finto-elegante nelle regate di barche che si chiamano “Mascalzone latino”. È invece per me emozionante, in questi mesi di contatti con le disponibilità e le energie dei moltissimi italiani all’estero che aderiscono a iMille, la loro capacità di attaccamento da esuli moderni al buon nome del loro paese: imbarazzato sia dalle notizie che arrivano da qui viste con maggiore distacco, che dal paragone quotidiano con ciò che osservano e vivono altrove. Sono l’Italia che non è.
Torno a Veltroni, perché è un caso unico in questo senso nella politica italiana di questi anni. Certo, uno potrebbe anche evocare Berlusconi, per le note capacità di coinvolgere ed eccitare: ma se non bastassero le altre palesi differenze, c’è quella dell’esortazione a odiare e attaccare il nemico, che lo taglia fuori dal nostro ragionamento. Torno a veltroni, ma non prendetelo come un endorsement. Della sua candidatura abbiamo parlato e parleremo, ma temo di poter dire che sui contenuti e su ciò che comunque gli starà intorno le distanze dalla visione dei Mille sono cospicue.
Bene: però mi piacerebbe che aveste ascoltato il suo discorso all’ultimo congresso dei DS. Il discorso a un congresso, la capacità di appassionare, di motivare, di trasmettere la voglia di fare, sono dei passaggi storicamente fondamentali della vita politica di un partito e di un paese. I grandi paesi occidentali hanno ricchi e condivisi archivi di discorsi famosi e di singoli passaggi divenuti storici: non faccio gli esempi, che li sapete già. Gli stessi due casi più interessanti oggi per il rinnovamento anche generazionale della politica occidentale – Barack Obama e David Cameron – sono decollati a partire dalla svolta di un discorso efficace davanti a un congresso. E non stiamo parlando di discorsi in cui gli oratori proponevano come usare il tesoretto o se accordarsi o no con la sinistra radicale: queste sono cose su cui ognuno ha qualcosa da dire, e che è importante fare, più che dire. Stiamo parlando, ripeto, di convincere, appassionare, motivare, trasmettere la voglia di fare. Stiamo parlando di retorica, che non è solo una brutta parola, e della capcità di non farla sembrare una brutta parola.
Non sono sospettabile di cecità filoveltronistica: lo avrei voluto al posto di Prodi due anni fa, adesso sono contento che sia lui la temporanea pezza al disastro conclamato. Ma è tardi, e Veltroni non risolve tutti i mali, inevitabilmente. E però, quando Veltroni ha parlato al congresso dei DS, con tutto il suo repertorio di citazioni extrapolitiche, slogan, commozione e seduzione di cui uno che ne ha viste individua ragioni e costruzioni, per un’ora è stato come se la sinistra italiana avesse una chance. E se fosse stato misurabile il livello di impegno a migliorare il paese di chi lo ascoltava, subito prima e subito dopo, ci sarebbe stata una sensibile differenza: questo penso.
Bravi, lo so anch’io che la politica non è tutta lì: che poi bisogna fare le cose, saper essere impopolari, fare compromessi, tollerare cose intollerabili e non tollerarne altre. Ma non ricominciamo con il benaltrismo: qui stiamo parlando di quella cosa lì. E lo so anch’io che per quella cosa lì ci vuole ben altro che un discorso. Ci vuole un discorso al giorno, e ci vuole l’innesco lento ma inesorabile di un meccanismo che probabilmente non si innescherà mai, complici il cinismo e la diffidenza dei nostri tempi, per cui i guai di cui parlo oggi investono anche paesi assai più fieri della propria civiltà del nostro (fuorché la Danimarca, direbbe Piero Ottone).
Anni fa, quando il Napoli era forte, i suoi tifosi vennero a un certo punto celebrati come i più civili d’Italia (quando sei primo, è sempre tutto più facile). E loro, sensibili come i napoletani alla propria immagine e al concetto di signorilità, lo divennero ancora di più: ne fecero una professione e un vanto. Eccetera. (Secondo me avvenne lo stesso con Altobelli: era un po’ brocco, ma qualcuno lo convinse che era fortissimo, e lui allora lo divenne, fortissimo).
Cosa ho scritto alla fine? Che le motivazioni e la fidicia in se stessi portano lontano? Che l’orgoglio è uno stimolo importante? Che se gli italiani fossero fieri di essere persone civili, generose e con un senso delle regole e della dignità collettiva, diventerebbero probabilmente più civili, più generosi, con più senso delle regole e della dignità collettiva? E che allora ne sarebbero più fieri, e via così? E allora non si consentirebbero di eleggere deputati che espongono cartelli in parlamento o mettono la Barbie nel presepe della Camera? O senatori che con i tempi che corrono si adoperano per ottenere il gelato al Senato? Forse ho scritto questo: banalità.
Forse ho scritto solo che tra le cose da mettere all’ordine del giorno di qualsiasi iniziativa politica di rinnovamento – insieme ai PACS e alla lotta all’evasione fiscale, anzi in relazione con questi – ci deve stare anche questo pensiero. Quello di trovare il modo di amare l’Italia e il suo funzionamento, e non solo i cipressi toscani, il parmigiano e il ponte dei Sospiri.

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I Mille In risposta a questo lungo (e non banale) testo di Luca Sofri, ho aggiunto il seguente breve commento, che secondo me può e deve essere anche un mio post sul cattivissimo ed ingiusto blog "alternativo?": [Read More]

Commenti (22)

mirko trasciatti:

Accidenti, oggi ieri sera mi è capitato di ragionare allo stesso modo con mio fratello. Si tratterebbe a volte di iniettare iniettare nel nostro DNA uno carattere positivo. Posso fare un esempio: vero o no che noi italiani all'estero siamo considerati quelli che hanno stile, sanno vestire, sanno mangiare sano, sanno magari corteggiare, sanno divertirsi senza bere, sanno smettere di fumare nei locali da un giorno all'altro? Beh... quando andiamo all'estero sottolineamo, accentuiamo e ricalchiamo ancora di più questi stereotipi: perché la cosa ci fa godere. Ci sentiamo più Italiani.

Perchè non allora puntare a iniettare delle caratteri più nobili, passare a valori più alti tipo non so... gli italiani persone affidabili, efficienti, pragmatiche, e che pagano le tasse.

E se invece di parlare di "italiani" incominciassimo a parlare di "cittadini" dell'Italia avremo una visione un po' più corretta dell'insieme di persone, diverse tra loro ma accomunate dalla necessità di rendere più bella e vivibile la terra dove vivono.

E con questa ottica ci troveremmo a parlare di "compagni" rischiando (non sia mai!) di sembrare di sinistra.

Guido

"COGITO CARTAGO DELENDA EST"
Mi scuso per il commento fuori tema ma....
chi è che sta decidendo chi scrive e chi non scrive su questo sito?
Chi è che decide chi sono i nostri rappresentanti?
Prima di decidere chi rappresentiamo, cosa vogliamo fare, qualcuno mi dice chi siamo?

Non capisco...

Guido

Luca, tutto giusto. Ma io, credimi, sento di avere un bisogno estremo di uno che si mette di fronte a Epifani (e gli altri due) e gli dice: scala (nè scalone nè scalini). Se ti va bene, bene, altrimenti porta pure i tuoi tre milioni di pensionandi in piazza, io vado avanti lo stesso. Tanto per fare un esempio. Non sono particolarmente interessato ad uno che mi scaldi il cuore, ad uno che mi renda migliore. Ho bisogno di uno che faccia cose giuste, cose buone, che abbia la forza e la volontà e l'incoscienza di farle: i bambini crescono con gli esempi (e con l'affetto e le buone parole, lo so).

Guido, nella sezione "Chi ben comincia..", prima categoria che trovi nella barra di navigazione a sinistra nella home page, ci sono quattro-cinque articoli che rispondono alle tue domande. Per qualsiasi altra domanda per favore usa l'indirizzo di posta (sempre home page, alla sezione contatti). Grazie!

Medo:

Il grande bisogno umano di "sentirsi uniti intorno a qualcosa" è una cosa che mi sento di contestare.
Chi l'ha detto che si è buoni italiani o buoni cittadini d'Italia se e solo se ci si affida ad un'idea unitaria o ad un groppuscolo di valori condivisi?
Non è ineluttabile.
Non sta scritto in nessun libro che movimenti, partiti, condivisione di valori sono fondanti e fondamentali per una società moderna e funzionante. A scrivere una Costituzione, servono. A dichiarare una guerra, servono. Ma per far funzionare le ferrovie, serve che ognuno faccia il suo semplice dovere davanti a se stesso e poi agli altri. Ed è questo grado (primario) di civiltà che manca a me e ai miei concittadini italiani, più di quanto manchi ad un finlandese o ad un melanesiano.

Non è vero che non possiamo vivere senza adorare un gruppo di idee astratte, di cose o peggio ancora di pirla che stanno al centro (o forse sopra) di noi.
Non è vero che dobbiamo seguire un pallone che rotola per fare un gol, o un idolo, o un valore patriottico.
L'uomo è animale sociale anche senza queste sonore perdite di tempo ed energie.

Sergio, avrai un bisogno estremo di cose più concrete, come sostieni: ma poi hai appena pubblicato sul tuo blog un rammarico che tradisce i tuoi desideri.
"Non sono sicuro di non dire una sciocchezza, ma credo che un paese che fa la fila per vedere Fabrizio Corona in discoteca abbia davvero poche speranze, e non c’è Silvio o Walter che tenga, non c’è Partito Democratico o Casa delle Libertà a cui appigliarsi: questo è ciò che siamo, questo è ciò che sono in tanti - troppi".
Ciao, Luca.

quello del cambio di mentalità degli italiani è di sicuro uno dei temi che dovranno essere centrali nel manifesto de iMille.
o meglio ancora, quello della valorizzazione e del dare voce alla moltitudine di eprsone che la mentalità onesta e rigorosa la hanno già, ma non vedendola rappresentata o si nascondono oppure si sentono autorizzati, o istigati, ad andare contro i propri principi per non farsi travolgere...

Filippo Zuliani:

Scusa Luca, ma a che Sergio ti riferisci nel tuo commento?

Nei commenti al post "Fantastica e geniale", c'est nous/2" ho lanciato una proposta di incontro in quel di roma, per chi fosse interessato a cominciare a incontrarsi di persona.

Serena

b.georg:

Mi sento un po' più dalla parte di sergio. Anzi, ancora più indietro. il punto è che nemmeno superman può dire ai sindacati (o alla confindustria, tanto per essere bipartisan): o così o attaccati.
Non lo può perché per andare al governo di quelli - o degli altri - ha bisogno (e si badi, non è una mera questione di ingegneria istituzionale o elettorale). Il problema si pone visibilmente per prodi oggi, si è posto per il cavaliere ieri e si sarebbe posto identico con veltroni al posto di prodi.
Ergo, è bene che il buon Veltroni indichi anche le strategie politiche, ossia i punti alti di mediazione per rendere omogeneamente governabile il paese.

dopodiché, IMHO, le questioni intorno alla scarsa civiltà degli italiani - o dei turchi, o dei nordcoreani, dato che paese che vai...- appartengono a un genere letterario che data almeno dall'antichità latina - e ricorda un po', quello sì, il borbottio permanente. Questioni di opinioni evidentemente. Io non penso che si debbo o possa educare il popolo, ma chi ci crede si accomodi.

(non c'è invece dubbio che oltre alla vision, la favella e i discorsi abbiano il loro bel ruolo, ma mi piacerebbe che si riconoscesse la natura profondamente cinica di un tale asserto, l'esatto contrario del buonismo).

vorrei citare un pensiero di Piergiorgio Bellocchio su Pasolini, in occasione di una tavola rotonda su Micromega (con Adriano Sofri e Walter Veltroni). Diceva Bellocchio:
"Vorrei sottolineare la lucidità e l'onestà intellettuale di pasolini, sei suoi interventi più politici, gli impedivano di limitare la causa dei guasti italiani alla classe politica, di cui pure parlava in termini atroci. In lui c'era sempre questa consapevolezza che era il paese che stava andando male, che era degenerato. Per cui, cosa che penso anch'io, tutto si tiene: a cattiva cultura cattiva politica, a cattiva politica cattiva società. L'una influenza l'altra, circolarmente. E penso che, in definitiva, sia la società il termine più importante di questa "equazione". Pasolini non faceva il discorso secondo cui questo paese ha una classe dirigente che non merita. Un paese ha sempre la classe dirigente che merita, e la cultura che merita, e la televisione che merita.(...)"

b.georg l'inciviltà degli italiani va ben oltre il luogo comune. Basta andare pochi giorni all'estero per fare la tara.

E' però l'inciviltà dei pochi che si impone sulla rassegnazione dei molti. In un vecchio film con Eduardo si diceva "la gente non è cattiva, ha solo paura di essere buona". Ecco, oggi in Italia c'è un sacco di paura di essere buoni. E ad una festa di Cuore di molti anni fa il motto era "la gentilezza è rivoluzionaria". E oggi in Italia nessuno ha voglia di fare una rivoluzionaria.

Ecco, per fare il buonista fino in fondo, dico che quello di cui molti oggi hanno bisogno è una speranza che cancelli quella paura e che dia il coraggio per fare questa piccola rivoluzione.

b.georg:

david, non so se sia rivoluzionaria, di certo la gentilezza la si può imporre solo a se stessi (ma in tal caso senza freni). da ciò io deduco che tutti queste persone inibite nella loro gentilezza dalle circostanze e dal mondo malvagio dovrebbero trovare scuse migliori. Se vuoi invece dire che un posto ben governato favorisce comportamenti rispettosi (e dagli altri io mi aspetto che siano nella legalità, non che siano santificabili), la cosa è assai probabile: ma ben governare significa imho ad esempio tappare le buche, quelle nell'asfalto e quelle nella società, mica altro (e vorrei anche dire che non esiste un ben governare neutrale e astratto, ma sempre almeno due, perché nella società esistono interessi diversi e l'armonia delle sfere non è di questo mondo).

se posso abusare ancora di questo spazio, ribadisco il mio punto, forse fuori luogo, non so: può esserci veltroni o topo gigio, ma non cambia il fatto che la dirigenza di quel partito dovrà elaborare una sintesi politica alta (quella bassa, cioè finta è il programma dell'unione) tra le diverse prospettive del centrosinistra (che sono diverse anche di molto, ma meno di quanto lo siano quelle tra csinistra e cdestra), cioè dovrà esercitare una leadership politica effettiva nel suo campo, una egemonia politica e culturale, se non vuole ritrovarsi all'infinito a litigare su scaloni e scalini e alla fine fare delle mezze cose.
Le alternative a questa prospettiva sono solo due:
o conquista il 51% dei voti e governa da solo, il che mi sembra un tantino complicato, o, tagliando le estreme (cioè il 40% del paese reale) si allea con forza italia, il che mi sembra un filino suicida, elettoralmente parlando.
A mio parere sarebbe opportuno per chi ritiene utile il pd e si interessa di politica, discutere più di questo che non dell'inciviltà dei sanmarinesi. ma magari sbaglio.

[Sergio sono io]
Luca, in quello che ho scritto non c'è nessun desiderio, ma la pura constatazione di quello che per me è un dato di fatto - genere letterario o no.
Così, cercherò di dire con altre parole lo stesso concetto di cui sopra: mi scalderò il cuore e mi emozionerò quando vedrò e sentirò Veltroni (o chi per lui) fare e dire le cose giuste, cioè governare come dio comanda - il che, forse, significherà anche prendere più o meno metaforicamente a sberle un buon numero di persone, inclusi quelli che si mettono in coda per vedere Corona. Colpirne cento per educarne cento.

sono profondamente daccordo con te, Luca. E credo che bisognerà insistere su questo aspetto, che considero "originario" per un percorso politico realmente innovatore.


mi spiace ma non sono d'accordo , mi appare incolmabile la diversita' tra Obama o cameron e WV, mi sembra non siano stati vice di clinton , mentre qui siamo sempre allo stesso punto di 10 anni fa.
possibile che in Italia non debba mai cambiare nulla.c'e' un partito nuovo, facciamo un leader nuovo.semplice no ?
WV era il delfino di prodi allora e ora e' il successore ( scusate ma chi l'ha votato , i giornalisti ) non vedo la grande novita' . e' make up, caro sofri , solo make up.
io di verginelle (politicamente parlando) al palco del lingotto non ne ho viste, solo un politico consumato e stra-paraculo ( vogliamo parlare della lacrimuccia finale ?

D'accordo in toto con scors.

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Hi

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Bye

simone:

salve!mi chiamo Simone Porro,sono un ragazzo di 14 anni e abito in un piccolo paese in provincia di Milano.Volevo dire una semplice cosa...una volta in Italia c'era ordine e disciplina...ora solo caos...secondo me,bisogna abbassare le tasse,i farmaci dovrebbero essere gratuiti,poichè la salute è un diritto!Un vero politico...dovrebbe prendere spunto un po dal vecchio dittatore italiano Benito Mussolini!Ora io non dico di essere un fascista sfegatato,ma penso che quando c'era lui,in Italia non c'erano i problemi che ci sono oggi...anzi allora si stava molto meglio!Non c'era la droga,non c'erano extra comunitari,la gente non rubava e non uccideva perchè temevano la dittatura del duce!C'erano più sussidi e molte altre cose...che dovrei impiegarci solo 20 anni per elencarli uno a uno.
Se fossi un politico,seguirei il suo esempio,metterei anche la legge che un ragazzo a 18 anni obbligatoriamente deve fare il militare,poichè influisce molto sul ragazzo ormai maggiorenne e mette molta disciplina.Comunque so che non darete per nulla ascolto a queste parole,anche se sono sincere e non sono un ragazzino maleducato come tutti quelli che vanno in giro a urlare "W IL DUCE" quando in realtà non sanno neanche cosa significa,ma sono un cittadino esemplare rispetto le leggi che il popolo si è dato e coopero lealmente dcon le autorità!Arrivederci...!

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